La relazione del direttore generale della Banca d’Italia e i problemi di circolazione

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. III

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 04/04/1913

La relazione del direttore generale della Banca d’Italia e i problemi di circolazione

«Corriere della Sera», 4 aprile 1913

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.III, Einaudi, Torino, 1960, pp. 489-494

 

 

 

 

Istruttiva, come al solito, è la relazione che il direttore generale della Banca d’Italia ha letto all’ultima adunanza degli azionisti. Lo Stringher ha il merito di dir cose e di riassumere dati, i quali rimangono fondamentali per lo studio delle questioni relative all’economia italiana. Delle cui recenti vicende non è possibile discorrere, senza avere sott’occhio la serie delle diciannove relazioni pubblicate dalla fondazione della Banca d’Italia. Ognuna di esse, oltre le materie correnti, tratta e discute in special modo un problema capitale dell’anno; e, sia colle argomentazioni, sia colle statistiche sapientemente raccolte, gitta su di essi nuova luce. Quest’anno il posto d’onore è dato ai problemi del cambio e della circolazione, ed è un posto che davvero meritavano.

 

 

Non ridirò il pensiero dello Stringher intorno alle cause della ricomparsa dell’aggio. Egli abbraccia la teoria di quelli che fan risalire l’aggio alle perturbazioni politiche e belliche del 1912 ed ai turbamenti nella bilancia dei pagamenti internazionali; ma, come è naturale, non si diffonde a dare le ragioni del suo pensiero né espone i ragionamenti mercé i quali l’effetto aggio può essere ricondotto alle cause sopra elencate; cosa che può formare oggetto di una memoria scientifica e non d’una esposizione ad azionisti, la quale deve trattare di fatti e non di teorie. Ond’io, non avendo finora letto alcun ragionamento che valga a dimostrare la falsità della teoria da me addotta, rimango su questo punto in disaccordo con la tesi dello Stringher; e mi attengo ai fatti che egli sapientemente espone ed illustra. Alcuni di questi fatti, non potendo tutti, raccolgo dalle sue pagine, osservando che non sempre i dati risalgono al medesimo punto d’origine, essendo stati raccolti di su diverse tabelle dallo Stringher inserite in vari luoghi della sua relazione:

 

 

Circolazione totale media dei biglietti Circolazione coperta intieramente da riserva Protafoglio, anticipazioni e prorogati pagamenti Fondi pubblici posseduti dalla banca Creditoo della banca verso lo stato per uscita dei suoi biglietti Conto corrente attivo del tesoro

1903

 

285,1

285,1

1904

 

267,5

210,8

1905

 

929,9

457,6

300,7

216,1

1906

 

1061,9

623,7

377,7

202,4

1907

 

1250,2

724

431,1

174,3

1908

 

1352,7

856,5

446,4

162,9

1909

 

1374,6

896,7

467,4

163,9

1910

 

1430,1

864,7

553,9

162,7

59,9

151,5

1911

 

1505,8

856,9

580,1

163,9

95,2

143,3

1912

 

1631

865,3

583,9

166,4

176,4

89,1

 

 

I fatti sono sintetizzati quasi compiutamente dalle cifre sovra riportate. Noi abbiamo una circolazione totale la quale cresce dal 1905 al 1912 di circa 700 milioni di lire, con un aumento che è specialmente rapido nei primi anni sino al 1908 – in quattro anni 423 milioni circa di aumento -; ed è allora aumento quasi per intero coperto da equivalente riserva metallica. Sono gli anni in cui per l’estendersi degli affari nel paese, la carta circolante non basta più ai bisogni del commercio, onde il vuoto viene spontaneamente colmato dall’oro che dall’estero entra in Italia. L’oro viene assorbito dalle banche d’emissione, le quali emettono in sua vece biglietti; onde la parte della circolazione di biglietti intieramente coperta d’oro cresce da 457 ad 856 milioni. Per qualche anno, dal 1908 al 1911, nuovo oro non entra più in quantità notevoli in paese, la circolazione essendo sufficiente ai bisogni; ma la circolazione totale cresce ancora, da 1 miliardo e 352 milioni a 1 miliardo e 505 milioni di lire, non più perché le banche emettano biglietti come contropartita dell’oro che immagazzinano; ma semplicemente per avere i mezzi onde scontare le maggiori quantità di carta commerciale che si presenta allo sconto e che cresce da 446 a 580 milioni di lire. All’ingrosso si potrebbe dire che dal 1905 al 1908 i biglietti crescono in quanto rappresentano oro spontaneamente venuto in Italia ed immagazzinato nei forzieri delle banche; e dal 1908 al 1911 crescono ancora in quanto il commercio, l’industria e la banca hanno chiesto alla banca 130-140 milioni di più di sconti e la banca non aveva altri mezzi di soddisfare a queste domande fuorché emettendo biglietti parzialmente coperti.

 

 

Nel 1911 cessa di operare anche la seconda delle due cause ora dette di aumento della circolazione; non solo non entra più oro in paese in cifre importanti, ma anche il portafoglio commerciale e le anticipazioni su titoli rimangono fissi sui 580 milioni circa. Ciononostante la circolazione totale aumenta ancora da 1 miliardo e 505 milioni a 1 miliardo e 631 milioni. La causa si legge nelle due ultime colonne della tabellina. Noi vediamo ivi che il credito in conto corrente del tesoro verso la banca diminuisce da 150 milioni a 90 milioni circa. Il tesoro, premuto da bisogni diversi, tiene meno fondi disponibili presso il suo banchiere; e quindi la banca la quale di quei fondi si giovava per fare sconti al commercio, deve nel 1912 farli ricorrendo ad altri mezzi, ossia emettendo biglietti parzialmente coperti.

 

 

Si vede anzi che la banca non solo ha dovuto emettere maggior copia di biglietti per far gli sconti commerciali che prima faceva coi fondi del tesoro presso di essa depositati, ma ha dovuto altresì emettere biglietti per consegnarli allo stato; ne aveva in media consegnati 599 milioni nel 1910, ne diede 95,2 nel 1911 e giunse a 176,4 nel 1912.

 

 

Sono così chiare le cause per cui dal 1905 al 1912 la circolazione media totale della Banca è cresciuta di 700 milioni:

 

 

1)    l’entrata spontanea dell’oro in paese nel periodo di rigoglio della nostra economia, rigoglio che culminò nel 1905 – 907 e durò ancora nel 1908. L’oro, captato dalle banche e trasformato in biglietti, non uscì dal paese;

 

 

2)    l’aumentata richiesta di sconti alla banca in un periodo, come quello che va dal 1908 al 1912, il quale deve definirsi di raccoglimento e non di espansione industriale. Durante il periodo di raccoglimento, l’industria non poté più trarre alimento dal capitale privato; e dovette di preferenza chiedere sostegno agli istituti di emissione, e questi lo diedero emettendo biglietti e scontando cambiali;

 

 

3)    il ritiro da parte del tesoro di fondi giacenti presso il suo banchiere e la richiesta di biglietti-richiesta legittima, perché lo stato aveva in media depositato presso la banca 192,5 milioni di valute oro ed argento nel 1910, che salirono a 212,6 nel 1911 ed a 261,5 nel 1912 – che il tesoro ebbe bisogno di spendere.

 

 

Quali i rimedi all’aumento della circolazione ed al suo inevitabile effetto che è l’aggio? I rimedi stanno già attuandosi oculatamente dallo Stringher, il quale si dimostra in parecchi punti della sua relazione deciso a diminuire la circolazione totale. Egli non ritiene, è vero, che l’eccessiva circolazione sia la causa dell’aggio; ma il dissenso non toglie che egli veda la necessità di ridurre la circolazione. E, poiché ciò che importa non è di andar d’accordo sulla teoria delle cause dell’aggio, ma sulla necessità di diminuire la circolazione, faccio plauso ai suoi atti, lieto se altri atti seguiranno, intonati al medesimo intento. Diminuita la circolazione, e scomparso l’aggio, ognuno potrà rimanere del suo avviso intorno alle cause che fecero comparire e scomparire l’aggio. Ciò non monta; purché si sia d’accordo nel ritenere che bisogna dar opera a diminuire la circolazione.

 

 

In due maniere lo Stringher sta dando opera a frenare la circolazione. In primo luogo «per temperare il movimento ascendente» degli sconti e delle anticipazioni saliti da 446 milioni nel 1908 a 580 milioni nel 1911 «di fronte alle condizioni della circolazione eccedente il secondo ed anche il terzo limite legale, e alla tendenza del cambio ad aggravarsi, la banca promosse successivamente l’applicazione di una più alta ragione di sconto e di interesse, sino a rendere generale, senza eccezioni, il saggio di 6 percento. E questo saggio ha mantenuto ancora quando, superata la fine d’anno, rapidamente vennero rientrando i biglietti per il successivo ristringersi delle operazioni di credito». Al 10 marzo 1913, mercé questa rigida politica del saggio dello sconto, portafoglio ed anticipazioni sono caduti da 580 milioni, media del 1912, a circa 460 milioni. Questa è sana politica bancaria e non possiamo che farvi plauso. I biglietti di banca non sono fatti per scontare carta commerciale, anche di primissimo ordine, ma esclusivamente per sovvenire ai bisogni degli scambi; e, quando la comparsa dell’aggio avverte che di biglietti ve ne sono troppi per il fine degli scambi, bisogna a qualunque costo ridurre gli sconti, per far rientrare i biglietti in cassa e non rimetterli più fuori. Ciò può essere poco popolare; ma i dirigenti sanno che loro ufficio è di servire all’interesse pubblico e far scomparire l’aggio, anche con danno di coloro che hanno bisogno di prestiti.

 

 

Il secondo metodo tenuto dallo Stringher per diminuire la circolazione totale, si fu quello di insistere presso il governo perché fosse «data equa soddisfazione ad un desiderio da tempo manifestato dalla banca» ed è di essere autorizzata a diminuire di 40 milioni il fondo impiegato in valori pubblici destinati a garanzia del servizio delle tesorerie provinciali. Per vedere come questo desiderio fosse onesto e come bene abbiano fatto governo e parlamento a darvi soddisfazione, i lettori guardino alla colonna della tabellina sovra riportata che ha il titolo fondi pubblici posseduti dalla banca. Investire capitali in fondi pubblici, ossia in titoli dello stato, non è ufficio di un istituto di emissione. Negli ultimi tempi, avere 166 milioni di lire investiti in valori pubblici aveva acquistato il preciso significato di voler mantenere la circolazione di 166 milioni più alta di quanto non fosse necessario. Adesso, mercé la vendita di 40 milioni di titoli a cui la banca, con insistenze di anni, è riuscita a farsi autorizzare, essa incasserà 40 milioni di lire di biglietti e potrà diminuire d’altrettanto la circolazione. Insista ancora lo Stringher per ottenere altre autorizzazioni di smobilizzo; ed avrà aggiunte nuove benemerenze a quelle che già s’è acquistato.

 

 

Non aggiungo: insista lo Stringher a farsi autorizzare a dar via una parte dell’oro che la banca ha nelle cantine; e non insisto perché purtroppo siamo pochi in Italia ad essere persuasi che l’oro è una merce inutile e che può essere pernicioso immagazzinarne troppo emettendo in cambio biglietti. Ci si dovrà abituare all’idea di dar via l’oro, anche a rischio di vederlo uscire dal paese; e, a parer mio, sarebbe urgente di imitare l’Austria e la Grecia che fanno obbligo alla banca di vendere divisa estera, quando il cambio sale oltre un certo punto. Ma, ripeto, questo non è invito che si possa rivolgere ai direttori degli istituti di emissione, bensì al legislatore. Ai dirigenti gli istituti si deve chiedere che essi facciano quel limitato bene che dalle leggi vigenti è consentito.

 

 

I frutti di una rigida politica di sconti e di un graduale smobilizzo forse non si faranno sentire né in un giorno, né in un mese. Come ho avvertito altra volta, discorrendo di aggio, il tempo si misura in economia ad anni, o meglio a quinquenni o decenni. Ma alla lunga il successo non può non arridere a coloro che tenacemente perseguono una politica economica sana. Oggi, in materia bancaria, il programma su cui di fatto, se non in teoria, i reggitori della pubblica finanza sono d’accordo con gli studiosi non può essere che uno solo: ridurre la massa totale dei biglietti circolanti nel paese, allo scopo di restituire ad essi parità di pregio con l’oro.

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