La ricchezza privata in Italia

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 23/12/1909

La ricchezza privata in Italia

«Corriere della sera», 23 dicembre 1909

 

 

 

Qual è la ricchezza degli italiani e in quale misura essa va aumentando e come è distribuita tra le diverse regioni e tra le diverse forme di proprietà, terreni, case, titoli di rendita, azioni, altre cose mobili, mobilio, denaro, ecc.? Ecco parecchie domande suggestive a cui si è in passato cercato di rispondere in maniera più o meno esatta ed approssimativa ed a cui dare una risposta sarebbe, oltrecché utile a soddisfare una legittima curiosità, importantissimo per la soluzione di molti problemi tributari, economici e sociali. Altra cosa è infatti operare una riforma tributaria in un paese ricco, a ricchezza rapidamente crescente ed altra cosa è riformare in un paese povero, in cui il risparmio a mala pena è sufficiente ai bisogni nuovi della industria. Nel primo sarà facile aumentare di qualche punto le aliquote esistenti o creare un’imposta aggiuntiva; mentre nel secondo paese può essere saggia opera di governo sfrondare l’esistente groviglio tributario, ridurre le aliquote, concedere immunità temporanee per dare mezzo al risparmio di formarsi, alla ricchezza nazionale di crescere e di moltiplicare la materia imponibile a vantaggio sicuro avvenire del fisco. Così dicasi della legislazione sociale.

 

 

Prelevare 100 o 200 milioni all’anno su un reddito di 25 miliardi e su un capitale di 300 per una grande opera sociale, come le pensioni ai vecchi, può essere onere sopportabile; mentre diventerebbe forse troppo grave pondo prelevarne anche solo 50 all’anno su un reddito nazionale annuo di 8 miliardi e su un capitale di appena 60 miliardi. Qualunque siano ad ogni modo le conseguenze che se ne vorranno ricavare, è certamente questa ricerca della ricchezza privata di un paese, una delle più suggestive e feconde che si possano istituire. Ma è anche una ricerca in cui le difficoltà sono grandissime, numerosi i pericoli di equivocare e di calcolare due o tre volte la stessa cosa. Il Pantaleoni, il Bodio, il Nitti, il Sensini, il Coletti, il Benini, il Gini, il Mortara per citare solo gli scrittori italiani che si sono occupati dell’argomento, hanno dovuto sovratutto discutere sui mezzi, sugli accorgimenti da impiegarsi per giungere alla scoperta della cifra della ricchezza nazionale. La questione del metodo di valutazione è ancora quella che tiene occupato per più di due terzi del suo lavoro il dott. Luigi Princivalle, autore dell’ultimo e più recente tentativo di valutare la ricchezza privata dell’Italia (un volume di pagine 130 estratto dagli «Atti del R. Istituto d’incoraggiamento di Napoli» 1909). Ma non è questo problema che possa essere discusso in un giornale politico, poiché ci perderemmo in un dedalo, incomprensibile ai più, di intervalli devolutivi, di intervalli successoriali, di sopravvivenze dell’erede ed altre simili, eleganti, ma complicate, concezioni demografico-statistiche. Basti il dire che le ricerche del Princivalle ci danno affidamento particolare di essere condotte con rigore, oltrecché per la cura grandissima posta nello studio dei dati primi e nella loro elaborazione, anche per le condizioni favorevoli in cui lo scrittore ha potuto dominare l’argomento da lui studiato. Il Princivalle appartiene infatti alla non esigua schiera di quei funzionari colti e studiosi che onorano l’italiana amministrazione delle finanze e che dalla quotidiana pratica delle faccende fiscali sanno assurgere a vedute generali.

 

 

La burocrazia finanziaria italiana è invero benemerita del progresso degli studi per parecchi rispetti: le statistiche del movimento commerciale, che essa elabora, sono fra le migliori del mondo; le relazioni dei suoi direttori generali sono modelli che dovrebbero essere imitati dagli altri dicasteri; il suo Bollettino di statistica e legislazione comparata è una preziosa miniera di notizie. Ha un solo difetto quest’alta burocrazia del Ministero delle finanze; di essersi troppo innamorata della causa del fisco, fino a ritenere il diritto di imposta come parte del patrimonio dello Stato e reputare quindi ladri non solo i contribuenti che frodano il fisco (e sarebbe un’opinione non assurda sebbene discutibile) ma anche quelli che hanno saputo escogitare nuove forme di contratti, nuovi istituti economici e giuridici, per fortuna non rientranti nelle antiche caselle ad imposte elevate. Difetto grave, che rende l’alta burocrazia finanziaria una terribile alleata – tanto più terribile quanto più disinteressata e mossa soltanto dall’amor dell’arte – di un qualunque ministro che, assillato dal bisogno di denaro, mediti un assalto distruggitore alle fonti stesse della ricchezza nazionale.

 

 

* * *

 

 

Eppure essa sa, questa colta burocrazia, quanto fragile sia l’edificio della ricchezza italiana! Lo studio del Princivalle in molte sue pagine è una critica fine rivolta contro alcuni economisti che avevano recentemente voluto elevare le valutazioni della nostra ricchezza in confronto di calcoli precedentemente fatti. Con una paziente analisi egli arriva ad affermare invero che la ricchezza privata (esclusa cioè quella dello Stato, delle provincie, dei comuni e degli Enti morali e collettivi) non giungeva nel 1908 ai 77 miliardi e mezzo che erano stati calcolati dal Gini, ma poteva essere calcolata dai 55 ai 65 miliardi, avvicinandosi forse più a questa cifra che alla prima per le occultazioni effettivamente maggiori di quanto non si possa a priori presumere. Nel 1902-903, eseguendo i calcoli cogli stessi criteri, la ricchezza nazionale poteva fissarsi su una media di 50 miliardi, onde, supponendo quella del 1907-908 in una media di 61 miliardi, si avrebbe in questi ultimi anni avuto un incremento medio annuo di un miliardo di lire. Nel 1891 il Bodio calcolava in 600 milioni l’incremento annuo; cosicché il progresso sarebbe confortante e notevole. Ma quanto inferiore un miliardo di annuo risparmio ai mille e mille bisogni del paese! Si pensi soltanto al fabbisogno di nuove case per la fame crescente di abitazioni nelle grandi città; e si rifletta che il nuovo risparmio è meno della metà delle somme annualmente pagate a titolo di imposte allo Stato ed agli Enti locali! Un paese misero noi siamo ancora; né giova farsi illusioni soverchie di grandezza!

 

 

* * *

 

 

Come si divide la ricchezza in Italia a seconda delle varie maniere del suo investimento? Arrotondando un po’ le cifre si potrebbe costruire il seguente schema dei valori in possesso dei privati (escludendo i beni posseduti da Enti pubblici, morali o collettivi e i valori mobiliari italiani esistenti all’estero).

 

 

 

30 giugno 1903-904

1908

Terreni

24.150.000.000

24.150.000.000

Fabbricati

12.250.000.000

12.250.000.000

Rendita ed altri titoli di debito pubblico

5.100.000.000

5.500.000.000

Cartelle, certificati, azioni, obbligazioni, ecc. delle Società Istituti ed Enti morali

3.800.000.000

6.250.000.000

Depositi presso le Casse di risparmio, le Banche ordinarie, popolari, ecc.

3.300.000.000

4.360.000.000

Depositi presso la Cassa Depositi e Prestiti

153.000.000

156.000.000

Denaro

1.322.000.000

1.680.000.000

Crediti ipotecari

1.900.000.000

1.900.000.000

Crediti chirografici

1.000.000.000

1.000.000.000

Mobilio

3.000.000.000

3.000.000.000

Fondi di commercio

4.500.000.000

5.000.000.000

Bestiame

4.000.000.000

4.000.000.000

Scorte vive e morte

1.000.000.000

1.000.000.000

 

 

In mancanza di dati positivi, ho supposto invariato alle due date il valore dei singoli cespiti. Nulla è detto dei beni mobili in genere, non compresi nelle categorie indicate, non essendo possibile farsene un’idea nemmeno in via di approssimazione. Dalla somma delle attività devono dedursi i debiti che alcuni italiani hanno verso gli altri e che riducono l’attivo netto alla cifra già denunciata di 61 miliardi circa pel 1908. L’aumento nell’ultimo quinquennio è stato notevole e più facilmente si è potuta constatare per la rendita di Stato, di cui 400 milioni sono rimpatriati negli ultimi anni, per i depositi presso le Casse di risparmio e Banche, per il denaro, a causa dell’aumento spontaneo della circolazione cartacea, dei fondi di commercio e sovratutto dei titoli (azioni ed obbligazioni) emesse da società anonime ed Enti morali.

 

 

Non sembra anzi inopportuno aggiungere alcuni ulteriori dati sulla composizione dei 6 miliardi e 250 milioni di titoli (fuori dei titoli di debito pubblico) posseduti da italiani al 30 giugno 1908:

 

 

Azioni al portatore di Società ed Istituti L. 5.144.300.000
Azioni nominative id. id. 891.700.000
Obbligazioni al portatore id. id. 53.100.000
Obbligazioni nominative id. id. 218.700.000
Titoli di Società cooperative 100.000.000
Buoni fruttiferi 130.000.000
Cartelle di Credito fondiario 600.000.000
Obbligazioni ferroviarie al portatore 1.394.193.346
Titoli emessi da Provincie, Comuni, ecc. 377.200.000
Cartelle del Credito Comunale e Provinciale 441.773.150
Totale 9.350.970.496
Da cui deducendo un terzo per titoli esistenti all’estero od appartenenti ad Enti morali, che non entrano nel computo della ricchezza privata italiana 3.100.000.000
Restano L. 6.250.970.496

 

 

Se noi dividiamo i 61 miliardi di ricchezza fra i 34 milioni di cittadini che costituivano la popolazione d’Italia nel 1908 si avrebbe la ricchezza media per ogni abitante in lire 1800. Ripartita fra i 7 milioni di famiglie italiane, quella ricchezza darebbe per ciascuna un patrimonio medio di L. 8700. Se poi invece di far la media della ricchezza di tutti gli italiani, compresi insieme coi possidenti anche coloro che nulla posseggono, ci limitiamo a istituire la media della ricchezza dei possidenti, è d’uopo supporre che la proporzione dei possidenti al numero totale degli italiani viventi sia uguale al rapporto di un quinto che si riscontra tra il numero delle successioni annualmente denunziate (150.000 in media) ed il numero totale dei deceduti di ogni anno (750.000). Come vi sono soltanto 150.000 possidenti su 750.000 deceduti d’ogni anno così si può supporre siano soltanto 6.800.000 i possidenti sui 34 milioni di italiani viventi; ed in tal caso la ricchezza media di ogni possidente italiano risulta di 8900 lire.

 

 

* * *

 

 

Ho detto che in Italia vi sono appena 6.800.000 possidenti su 34 milioni di viventi. Ma in verità quell’appena è fuor di luogo; poiché, tenuto conto dei bambini, dei giovani e delle donne che meno frequentemente posseggono, la percentuale degli adulti (sia uomini che donne, ma più quelli che queste) di età superiore ai 25 anni che posseggono qualche cosa deve essere considerata alta. L’Italia non è un paese di proletari, ricchi di figli e privi di beni di fortuna; bensì un paese a costituzione economica democratica, dove sono moltissime le piccole e medie fortune e straordinariamente rare le grandi. Dall’interessante studio del Princivalle ricaverò ancora una tabella, la quale dimostra quanto diffusa sia in Italia la proprietà di terreni e di case:

 

 

 

TERRENI

FABBRICATI

Regioni

Numero dei proprietari

Valore medio posseduto da ciascuno

Numero dei proprietari

Valore medio posseduto da ciascuno

Lire

Lire

Piemonte

559.231

8.019

191.001

6.943

Liguria

112.750

6.020

87.834

17.170

Lombardia

386.463

11.722

220.018

10.363

Veneto

313.329

7.380

186.660

4.944

Emilia e Romagna

146.396

12.499

118.749

5.259

Toscana

161.100

9.823

184.478

3.182

Marche

67.263

10.385

76.447

2.312

Umbria

60.429

8.828

62.313

1.571

Lazio

78.491

7.952

106.734

8.028

Abruzzi e Molise

274.359

2.801

234.706

1.400

Campania

305.320

4.787

413.887

3.004

Puglie

220.896

6.767

245.248

2.177

Basilicata

101.710

3.455

31.638

2.772

Calabria

161.358

6.152

213.184

1.407

Sicilia

408.881

4.806

122.318

1.820

Sardegna

138.427

2.644

128.819

1.058

 

3.446.603

7.000

3.107.276

3.937

 

 

Il problema dell’ora presente non è quello di aumentare il numero dei componenti questa democrazia proprietaria. Il codice civile coi suoi istituti della legittima e della divisione dei beni è una forza fin troppo potente che spinge al frazionamento della proprietà e quasi sarebbe opportuno frenarne alquanto gli effetti meccanicamente dissolventi concedendo maggior libertà ai testatori.

 

 

Sovratutto importa elevare il livello di questa democrazia, valorizzandola, a dir così, spingendone cioè all’insù i valori medi grazie ad un più paziente sfruttamento tecnico della proprietà. Importa inoltre moltissimo, sovra ogni altra cosa, democratizzare i 5 miliardi e mezzo di titoli di debito pubblico ed aumentare vieppiù e democratizzare i 6 miliardi e 250 milioni di azioni ed obbligazioni d’altra natura. Quando vi saranno in Italia milioni di possessori di titoli mobiliari non saranno più possibili assalti al progresso industriale e commerciale del paese del genere di quelli che erano contenuti nel recente disegno di riforma tributaria.

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