La riduzione del dazio sul petrolio

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 28/02/1907

La riduzione del dazio sul petrolio

«Corriere della Sera», 28 febbraio 1907

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 500-504

 

 

Che il ministero si fosse deciso per la riduzione del dazio doganale sul petrolio era cosa nota da molto tempo, anche per la presentazione già avvenuta del relativo disegno di legge. Non erano noti invece i motivi che avevano fatto preferire al ministero quello sgravio e le ragioni che l’avevano limitato a 24 lire, mentre i più auspicavano un ribasso più forte, da 48 a 15, o magari a 10 lire. La relazione del ministro delle finanze, on. Massimini, vuole appunto esporre l’avviso del governo su questi due importantissimi punti, ed è opportuno perciò esaminarla e discuterla.

 

 

Il governo ha certamente con sé la più gran parte dell’opinione pubblica, quando asserisce che la riduzione del dazio sul petrolio era, fra tutte, la più desiderata e quella preferita agli sgravi sul grano, sul sale, sullo zucchero e sul caffè. Nessun dubbio che se oggi si indicesse un referendum, troppo gravi sarebbero i dissensi intorno al mantenimento od alla riduzione del dazio sul grano; sicché si può assentire coll’on. Massimini, quando dichiara che la maggioranza degli italiani vuole «lasciare ancora impregiudicata quella questione». Nessun dubbio del pari che «una efficace diminuzione della tassa interna sul sale, mentre significherebbe una perdita permanente per la finanza, non recherebbe un sensibile beneficio per i consumatori e non avvantaggerebbe tutti i consumatori». La riduzione di soli 10 centesimi al kg nel prezzo del sale farebbe infatti perdere alle finanze 17 o 18 milioni di lire, e non provocherebbe un aumento percettibile nel consumo. L’opinione pubblica, incerta intorno al contegno da tenere in ordine al regime degli zuccheri, che gli uni proclamano scandalosamente protettivo, e gli altri difendono come un equo ed appena sufficiente baluardo della produzione nazionale, vede riprodotta la sua incertezza nelle dichiarazioni del ministro, il quale, non sapendosi decidere, scrive: «che, se è sentita la necessità di modificare il regime fiscale dello zucchero, non è ancora giunto il momento in cui ad una riforma di tale regime si possa addivenire coll’effetto di rendere il prezzo meno gravoso per i consumatori in modo altrettanto sensibile di quanto può risultare per il petrolio».

 

 

Quanto al caffè, nessuno contesta che «una diminuzione dell’alto dazio che grava sul caffè, già del resto diminuito nel 1900 in seguito all’accordo commerciale col Brasile, non assumerebbe il carattere di un provvedimento inteso a recar sollievo alle parti più bisognose della popolazione». Insomma già l’opinione pubblica aveva scartato, per consenso generale, il grano ed il caffè; ed i più ritenevano che una proposta di sgravio avrebbe corso rischio di non approdare, quando avesse preso a suo oggetto il grano e lo zucchero, essendo troppo forti e contrastanti gli interessi messi da siffatta riforma in gioco. Noi perciò non lesineremo le nostre lodi al governo per essersi incamminato su quella via che gli era indicata dall’opinione pubblica, e per avere scelto quello sgravio che appariva più attuabile e nello stesso tempo fecondo di vantaggi abbastanza grandi per i consumatori e per la produzione.

 

 

La storia che il ministro fa delle vicende del dazio sul petrolio è storia vecchia, ma non perciò meno interessante. Istituito nel 1864 nella misura di 2 lire per quintale e portato nel 1866 a 6 lire, nel 1871 a 9 lire, nel 1872 a 24-25, nel 1878 a 27-28, nel 1880 a 33, nel 1887 a 47, e nel 1891 a 48 lire per quintale, l’aumento continuo del dazio non scemò il consumo perché nel tempo medesimo il valore d’origine del petrolio, fuori dazio, scemava da 50 a 17 lire per quintale, cosicché il consumatore vide il prezzo aumentare in complesso, tra valore d’origine e dazio, da 56 a 65 lire per quintale. Siccome in quel tempo non così viva era la concorrenza del gas, della luce elettrica, del carburo di calcio e degli altri illuminanti, il consumo individuale del petrolio poté crescere da 1.405 grammi nel 1871 a 2.530 grammi nel 1892-93, e il provento del dazio per lo stato da 3.384.483 a 35.816.592 lire. Dal 1893-94 comincia una nuova vicenda per il dazio sul petrolio. Battuto in breccia dalla concorrenza dei succedanei, il petrolio un po’ per volta scema d’importanza. Il consumo del gas-luce da 112 milioni di metri cubi nel 1896-97 cresce a 189 milioni nel 1905-906; il consumo di energia elettrica per illuminazione e riscaldamento da 161 milioni di ettowatt – ore nel 1896-97 sale a 738 milioni nel 1905-906; e quello del carburo di calcio da 112.000 quintali nel 1903 a 200.000 quintali nel 1905-906. Il petrolio invece diminuiva a grado a grado il suo consumo individuale da 2.530 grammi nel 1892-93 a 2.131 nel 1904-905 ed il reddito del dazio, dopo aver quasi toccato i 36 milioni di lire, a mala pena superava nel 1906 i 30 milioni. La causa della continua diminuzione dei consumo era l’altezza esagerata del dazio. La relazione ministeriale a ragione nota:

 

 

Se si esaminano le tariffe degli altri stati, tralasciando quelli nei quali, come l’Inghilterra, la Svezia e la Norvegia, il petrolio è esente da dazio, troviamo che in nessun stato d’Europa il dazio su questo prodotto raggiunge l’elevatezza di quello italiano; solo quello spagnuolo vi si avvicina, ma a distanza, non mai superando esso la misura di 37 pesetas per quintale. Dopo quello spagnuolo, il più alto è quello dell’Austria-Ungheria (11 corone, pari a lire 11,55, più 13 corone di tassa di consumo), malgrado questa abbia da difendere la propria produzione interna. Il dazio francese (minimo) è di 10 franchi per ettolitro, e quello tedesco di lire 7,55 per quintale oppure 6 lire per ettolitro, a scelta. La Danimarca ha un dazio di lire 5,80; la Rumania e la Bulgaria di 5; la Svizzera di 1,25 i Paesi bassi di 1,16. È tempo oramai che cessi il triste primato.

 

 

Non solo era tempo che cessasse il triste primato nell’interesse dei consumatori, ma anche in quello della finanza; che, se negli ultimi anni non fossero venuti in aiuto del fisco i brillanti progressi dell’automobilismo e i cresciuti consumi industriali di benzina, il reddito fiscale sarebbe diminuito ben più di quanto accadde.

 

 

Appunto perché la riduzione del dazio sul petrolio da 48 a 24 lire per quintale era divenuta urgente per la finanza medesima, che noi riteniamo non aver dato il ministero, a questa riforma, l’importanza ed il posto dovuti. Nella relazione si fanno i conti della perdita che il fisco subirà in conseguenza della riduzione del dazio da 48 a 24 lire; e dopo averla calcolata in 16 milioni di lire, nell’ipotesi che il consumo non avesse ad aumentare, si riconosce che la perdita sarà di molto minore, perché l’aumento del consumo è indubitato.

 

 

Qui giungiamo al vivo del problema.

 

 

Il governo, per bocca dell’on. Majorana, si professò pronto nel novembre scorso a destinare 16 dei 20 milioni di beneficio della conversione a sollievo dei contribuenti. Oggi, colla proposta di riduzione del dazio sul petrolio, il conto dei 16 milioni di sgravio torna aritmeticamente, ma non torna nella sostanza. È vero che i consumatori pagheranno il petrolio meno caro; ma, siccome ne consumeranno di più, riceveranno dal fisco un dono di 16 milioni di lire, solo per restituirne al fisco medesimo una parte imprecisabile, ma rilevantissima, forse 8 o 10 milioni o magari più. In conclusione il governo avrà fatto il bel gesto di dare ai contribuenti 16 milioni coi proventi della conversione; ma finirà per dare solo 8 o 6 milioni, ed è da augurare che fra qualche anno non abbia a dare più nulla.

 

 

Torniamo così alla nostra proposta antica, di istituire con i 16 milioni un vero e proprio fondo di sgravi. Noi non sappiamo oggi, né possiamo prevedere a quanto ammonteranno i ricuperi del fisco per l’accresciuto consumo; ma possiamo fin d’ora deliberare che quei ricuperi non vadano confusi con le altre entrate pubbliche; ma, essendo di spettanza dei contribuenti, siano destinati a loro sollievo ed assegnati, con solenni dichiarazioni ministeriali, ad un fondo speciale per gli sgravi. Accadrà che fra due o 3 o 5 anni la perdita dello stato sarà scomparsa e di nuovo i 16 milioni affluiscano al fondo degli sgravi? Si penserà a scemare un altro tributo, magari di nuovo quello sul petrolio, da 24 a 10 lire al quintale. Forse fra qualche anno i dubbi che oggi assillano il governo intorno alla opportunità di ridurre il dazio sul grano o di modificare il regime degli zuccheri, saranno scomparsi; e l’opinione pubblica, più franca di quanto oggi non sia, saprà additare al governo la via da percorrere nell’interesse del paese, senza turbare d’un tratto interessi costituiti forti ed importanti. Se il governo avrà allora sottomano il fondo degli sgravi, formatosi a poco a poco col crescere inevitabile del consumo del petrolio, potrà dar ascolto alle richieste divenute imperiose dell’opinione pubblica. In verità, fin d’ora il governo potrebbe dedicare alla riforma tributaria somme ben più importanti dei 16 milioni concessi al petrolio; non è quando si parla di avanzi di 60 milioni che si deve essere timidi nella soluzione di problemi, che possono essere risoluti solo con concezioni ardite. Se non si osa far di più, almeno si dica che lo sgravio dei 16 milioni concesso ai contribuenti non deve convertirsi solo in un lucro prossimo del fisco; e si affermi la volontà di far in modo, con la costituzione di un fondo per gli sgravi, che il sollievo abbia ad essere perpetuo e riproduttivo!

 

 

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