La riduzione dell’imposta fondiaria

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Tribuna

Data di pubblicazione: 09/12/1902

La riduzione dell’imposta fondiaria

«La Tribuna», 9 dicembre 1902

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 515-518

 

 

La proposta di ridurre a metà il contingente dell’imposta fondiaria erariale nel mezzogiorno, ha suscitato dovunque vivaci discussioni. Non mancarono coloro che, al solito, per giustificare quel provvedimento, citarono gli esempi stranieri di riduzioni della fondiaria avvenuta in Francia ed in Inghilterra, e credettero dimostrare che non era poi quella una eresia tale da doversi condannare senz’altro. Benché l’imitare od anche il solo citare esempi stranieri sia abitudine non buona, mi si conceda stavolta di parlare brevemente del più singolare degli esempi stranieri di riduzione dell’imposta fondiaria. Mi reputerò fortunato, se quest’esempio potrà giovare a persuadere qualcuno della convenienza di non imitarlo.

 

 

Non discorro della Francia, dove la riduzione della fondiaria fu un’offa gittata ai contadini alla vigilia di un’elezione generale. Con ragionamenti elettorali, non si potrebbe giustificare da noi una proposta consimile. Quando in Francia si volle accaparrare il corpo elettorale rurale si ridusse la fondiaria per tutta la Francia e non solo per una parte del paese.

 

 

Vengo all’Inghilterra la quale dalla crisi agraria, che spietatamente da un ventennio annulla le rendite ed i profitti della terra, si vede scissa in due sezioni economicamente opposte: l’Inghilterra cittadina, ricca per manifatture e commerci, e l’Inghilterra agricola, dalla quale fuggono uomini e capitali. Qualcosa di simile alla differenza di cui ora tanto si parla da noi, fra il nord ed il sud. Stremati dalla crisi, privi di braccia, impotenti a trarre qualsiasi profitto dai loro capitali, gli agricoltori inglesi chiesero per lunghi anni aiuto allo stato; e l’ottennero coll’Agricultural Rates Act del 1896, il quale dava facoltà allo stato di pagare agli enti locali un canone uguale alla metà dell’imposte locali da cui erano gravate le aziende agricole.

 

 

Gli agricoltori della Gran Bretagna vedevano così diminuita la somma d’imposte che pagavano agli enti locali, di circa 40 milioni di lire nostre. Perché non si potrebbe fare da noi altrettanto, dato che l’agricoltura è l’industria notoriamente meno remunerativa delle altre, e perché non si potrebbe cominciare a seguir l’esempio altrui nel mezzogiorno, dove l’agricoltura si dibatte in più gravi strettezze?

 

 

Varie sono le ragioni per le quali è meglio che qui non si faccia ciò che in Inghilterra si fece – e si fece, notisi, malgrado la viva opposizione dei liberali e dei superstiti della politica tributaria gladstoniana.

 

 

Innanzi tutto, l’imposta che in Inghilterra si condonò per metà, era esatta in base ad una valutazione rinnovata ogni quinquennio, del reddito delle terre. Minor pericolo dunque vi era, per la instabilità dell’aliquota, che si verificasse l’ammortamento dell’imposta o la capitalizzazione del condono. Notisi che l’imposta ridotta non era la land tax pagata dai proprietari di terre. Per non fare regali ai proprietari, la land tax non venne mai ridotta per condono, e ne fu permesso solo il riscatto, come di un canone ipotecario. Da noi il pericolo di fare regali ai proprietari, data la fissità del contingente erariale e la improbabilità attuale di una pronta perequazione fondiaria, sarebbe evidente.

 

 

L’imposta locale inglese sulle terre di cui si tratta è parte del sistema delle imposte (rates) locali, che sono intese a colpire le persone in base al fitto che pagano: l’inquilino sul fitto dell’alloggio, il commerciante sul fitto della bottega, l’agricoltore sul canone di fitto da lui pagato per l’uso della terra. Oggetto immediato dell’imposta è dunque il fitto; ma oggetto vero è invece il reddito della persona che paga il fitto, il quale è così assunto come indice del reddito, come nel valor locativo italiano. Parve fosse ingiusto tassare egualmente un inquilino che paga 10.000 lire di fitto per l’alloggio, e l’agricoltore che paga 10.000 lire di

fitto per la terra che coltiva. Il primo avrà forse un reddito di 50.000 lire, mentre il secondo a stento ne racimolerà 10.000. Quindi la riduzione dell’imposta dell’agricoltore alla metà, fu ritenuta opera di giustizia, intesa ad equiparare meglio l’imposta al suo oggetto vero che è, ripetiamo, il reddito e non il fitto. Tanto è vero che il condono fu concesso solo per le terre coltivate e non per le terre incolte, parchi, brughiere da caccia, che potevano reputarsi indici di un reddito elevato. La imposta sui terreni fu dunque potuta ridurre in Inghilterra perché essa era in sostanza, se non in apparenza, una imposta personale sul reddito; e fu ridotta in modo che la sua aliquota (rispetto al reddito) è ancora adesso più alta che per le

altre forme di reddito. Se fosse stata un’imposta reale, senza dubbio la riduzione non sarebbe stata fatta. Una semplice scorsa ai documenti parlamentari basta a dimostrarlo.

 

 

Invece in Italia l’imposta sui terreni è imposta reale che non ha alcun rapporto uniforme noto col reddito attuale dei terreni. La riduzione a metà dell’imposta favorirebbe non le persone che stanno peggio, ma le terre che erano state maggiormente valutate all’epoca ormai remota, della catastazione. Beneficio massimo ne trarrebbero codeste terre, ossia quelle di più antica cultura e meno atte, per il loro esaurimento, a trasformazioni culturali, ed il beneficio si convertirebbe in un aumento della rendita dei proprietari e del valor capitale delle terre. Beneficio minimo ne trarrebbero le terre da epoca più recente diboscate o trasformate in vigneti poiché desse al momento della catastazione erano rimboschite e furono quindi poco valutate. Si vorrebbe forse che da meno di 1 lira per ettaro di condono i proprietari più colpiti dalle ingiurie della crisi traessero argomento per la rigenerazione agraria del mezzogiorno?

 

 

La imposta locale inglese sui terreni viene pagata non dai proprietari, ma dagli affittuari; cosicché in un paese, dove son diffusissimi gli affitti, il condono dell’imposta non può essere assorbito dai proprietari sotto forma di maggior rendita o di capitalizzazione più elevata del terreno, almeno finché dura il periodo dell’affitto. Perciò come rimedio alla crisi agraria, il condono dell’imposta si addimostrava temporaneamente efficace; ed era ciò che voleva il parlamento inglese che votò il condono solo pro tempore.

 

 

Invece in Italia il condono vien dato ai proprietari. È una incognita assoluta il sapere che cosa faranno di questo condono i grandi proprietari. Dei piccoli non importa parlare poiché ad essi si può provvedere con una riduzione scalare delle quote minime. Già il prof. De Johannis ha chiesto che cosa i grandi proprietari hanno saputo fare delle precedenti riduzioni della fondiaria e dei frutti del dazio sul grano; e la sua domanda è rimasta sinora senza risposta.

 

 

Non è dunque alla terra ed alla proprietà che va concessa la riduzione d’imposta, quando si voglia essa agisca ad incremento dell’agricoltura e non si voglia sperare questo effetto benefico solo in base ad ipotesi gratuite. La riduzione d’imposta va concessa alle persone che geriscono l’industria agricola ed ai capitali nuovi che si desidera siano impiegati nella terra. Alla terra ed ai capitali che vi sono già impiegati è inutile pensare. Ogni aiuto dato ad essi giova soltanto a farne crescere il valore capitale. Ciò che ora importa, nel nord come nel sud d’Italia, ma sovratutto nel mezzogiorno, si è che la terra venga svalutata, e ridottone il valor capitale – ora tenuto artificiosamente alto col dazio sul grano, e che si tenta di crescere ancora con le proposte Sonnino – diventi più accessibile al capitale. Importa sia reso facile l’impiego in terre ed in miglioramenti culturali ai nuovi capitali, che ora non si impiegano nelle terre perché questa costa troppo cara, perché sono alte le spese di trapasso, perché è incerta la situazione doganale e la possibilità di smercio dei prodotti agrari, perché sono eccessive le tariffe ferroviarie, perché la capacità d’acquisto dei consumatori di tutta Italia è ridotta da dazi fiscali e da dazi protettivi di ogni sorta. Nel togliere questi, che sono i veri ostacoli alla rigenerazione dell’agricoltura nostra, si appaleserà veramente l’intelletto d’amore degli uomini di stato verso il mezzogiorno d’Italia.

 

 

Ben diverso dai regali alle classi proprietarie è il programma di progresso vero; e sta tutto nel lasciare il campo libero allo esplicarsi delle nuove forze e delle attività modeste ed iniziali, che pure si vanno timidamente affermando anche nel mezzogiorno d’Italia.

 

 

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