La riforma dei tributi locali

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 26/02/1907

La riforma dei tributi locali

«Corriere della Sera», 26 febbraio 1907

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 495-499

 

 

La riforma dei tributi locali che l’on. Majorana si è ostinato, con insistenza degna di più alta impresa, a ripresentare al parlamento per mezzo del collega on. Massimini, è davvero disgraziata. Un anno fa, discorrendo della prima edizione di questo disegno di legge, facevamo notare che il ministro delle finanze, al quale i colleghi non consentano di fare davvero qualcosa di nuovo, di iniziare una trasformazione tributaria importante e sentita dai contribuenti, può, per consolarsi del suo disinganno, accingersi ad un lavoro parziale di piccole modificazioni degli ordinamenti esistenti, in guisa da migliorarli dal punto di vista tecnico, da renderli più adatti a fornire alle finanze le identiche entrate di prima con più giusta ripartizione di pesi sui contribuenti. Lo stesso concetto potremmo ripetere oggi, se nel frattempo non fosse divenuta incomportabile l’esistenza di ministeri intesi unicamente a fare dell’ostruzionismo intorno alle sostanziali riforme volute dal paese e dimostrate possibili con argomenti e dati inoppugnabili.

 

 

Un anno fa, quando si discuteva del primo disegno di legge Majorana, che era identico in tutto al disegno odierno, poteva essere dall’opinione pubblica consentito che i governanti si baloccassero attorno a gingilli innocui, perché si volevano rimandati i problemi gravi a conversione della rendita compiuta. Oggi le premesse di riforma tributaria debbono essere intonate al momento ed alla necessità universalmente riconosciuta che qualche cosa davvero si faccia; ed oggi perciò delle proposte Majorana non può essere contento nessuno, perché troppo con esse si rimane lontani da qualunque anche timido proposito di riforma.

 

 

Se il disegno di legge dovesse essere guardato solo dal punto di vista della tecnica tributaria, potrebbe essere accolto, ed anzi essere reputato buono, se non ottimo. In sostanza si tratta di questo: mettere al posto delle due imposte locali esistenti, l’imposta di famiglia e l’imposta sul valor locativo, una imposta nuova chiamata imposta sull’entrata. Tutti gli scrittori e tutti i pratici sono d’accordo nel ritenere che l’imposta di famiglia è arbitrariamente applicata in molti comuni, con aliquote disformi, spesso senza nessuna giustizia, poco tassandosi i ricchi e molto relativamente i poveri; e parimenti tutti sono d’accordo nel reputare l’imposta sul valor locativo meno arbitraria, ma altresì alquanto cervellotica, non essendo i redditi spesso in rapporto regolare coi fitti pagati dagli inquilini. Se l’on. Majorana si fosse contentato di presentare un modesto disegno di legge intitolato: «Per la fusione delle due imposte di famiglia e sul valor locativo», avrebbe trovato consenzienti parecchi, specie fra gli amministratori dei comuni. L’imposta sul valore locativo avrebbe dato un criterio oggettivo, il fitto pagato, per la valutazione dei redditi, il criterio avrebbe potuto servire di guida, perché l’imposta nuova, il cui nome avrebbe potuto ancora essere quello antichissimo di «imposta di famiglia», avrebbe potuto tener conto di altri criteri, come la figliuolanza numerosa, il celibato, il reddito accertato in altre maniere; ed avrebbe potuto stabilire un minimo di esenzione, variabile a seconda dei comuni, ed avrebbe benissimo potuto fissare massimi e minimi di tassazione, cominciando con un’aliquota mitissima e crescendo progressivamente a poco a poco, sino ad un’aliquota massima del 4 o del 5% per i redditi più grossi. Se così si fosse fatto, nessuno si sarebbe spaventato – spesso i nomi incutono più timore delle cose! -; tutti si sarebbero accorti che non c’era nulla di nuovo, che l’unica novità stava nel fondere insieme due vecchissime imposte esistenti, e nel regolarne l’attuazione meglio di quanto non si faccia oggi, che essa e’ lasciata al buon senso, e, diciamolo pure, all’arbitrio, soventi ingiusto, dei comuni. Gli amministratori dei comuni non avrebbero avuto argomento per strillare; poiché, come oggi sono liberi di applicare una o l’altra o tutte e due o magari nessuna delle due imposte di famiglia e sul valor locativo, domani sarebbero del pari stati liberissimi di applicare o no la nuova imposta di famiglia. Unico nuovo vincolo sarebbe stato quello di applicarle secondo criteri più giusti di distribuzione sociale; e qui, a togliere il pericolo che alcuni comuni, oggi abituati a tassare la povera gente per la mancanza di gente ricca, si fossero trovati senza materia imponibile, non sarebbe stata impresa ardua escogitare qualche provvedimento transitorio, atto a giovare ai comuni veramente poveri, senza incoraggiare quelli dove i ricchi e gli agiati ci sono, ma non amano pagare le imposte.

 

 

Il Majorana ha proposto precisamente alcune di queste modestissime e buone, anzi ottime, cose; ma ha avuto il torto di innestare su di esse parecchi fronzoli inutili ed allarmanti e di decorarle col nome pomposo di «riforma dei tributi locali». Errori amendue gravissimi per un perspicace uomo politico, ma gravi sovratutto nel momento presente. Nel quale, se si possono ammettere le piccole riforme tecniche (e quante innocue ed utilissime per la pubblica finanza se ne potrebbero fare!), si ammettono a condizione di chiamarle col loro vero nome e di non volere ostacolare con esse il compimento di altre riforme sostanzialmente e subito utili ai contribuenti.

 

 

Se il Majorana si fosse contentato di apportare qualche giusta modificazione al congegno delle imposte esistenti avrebbe fatto opera utile e pratica; mentre a nulla riuscirà coll’aver di sottomano voluto introdurre nella nostra legislazione il principio dell’imposta progressiva sull’entrata, e coll’aver per giunta affidato l’incarico di attuare una così gelosa e momentosa riforma ai comuni, dimostratisi incapaci di applicare efficacemente persino quegli strumenti assai più semplici di tassazione che sono il focatico ed il valor locativo.

 

 

Tra i fronzoli inutili con i quali il Majorana ha creduto di ornare il suo disegno di legge, rendendolo invece antipatico ai più, è la pretesa di volere con la nuova imposta sull’entrata iniziare la riduzione delle sovrimposte sui terreni e sui fabbricati, del dazio consumo, delle tasse sul bestiame e di esercizio e rivendita. Bellissimi propositi per fermo, ad attuare i quali fa d’uopo però di molti denari; né questi si otterranno con la nuova imposta sull’entrata, la quale, a dir molto, darà un reddito uguale a quello delle due imposte che si vogliono con essa sostituire (26 milioni di lire per tutti i comuni italiani). Perché il proponente non si è contentato di dimostrare che con le sue proposte quei 26 milioni si sarebbero ripartiti più giustamente tra i contribuenti? Perché ha voluto mettere innanzi l’idea che invece si avrebbe avuto un gettito molto maggiore, di 50 o 60 milioni? Tutti si son detto che un risultato tanto meraviglioso si sarebbe potuto raggiungere solo dando un altro giro al torchio tributario ed, incolleriti si pensasse ad aumentare i tributi proprio dopo la conversione della rendita, dopo tante promesse di sgravi, hanno cominciato a gridare in coro la croce addosso al progetto di legge. Né si può dire che contribuenti e deputati abbiano torto, perché non è questo il momento di aumentare subdolamente le imposte, sia pure per perseguire fini, astrattamente giusti, di migliore distribuzione dei tributi.

 

 

Questo per i fronzoli inutili. Quanto al titolo di «riforma dei tributi locali» dato al disegno di legge, non poteva essere più infelice. Passiamo sopra ai ricordi di decine di progetti di legge aventi quel nome e tutti andati a male, cosicché pochissimi hanno ancora fiducia nelle riforme di quel genere. Vi è un appunto più grave da fare a quel titolo: perché affibbiare un nome così pomposo ad una riforma così modesta? Nell’opinione di molti, ed anche nella nostra, il ministero non può sottrarsi al rimprovero di aver voluto con ciò distrarre l’attenzione del pubblico dalle riforme sostanziali che esso ha diritto di pretendere.

 

 

Il pubblico chiede una riforma la quale riduca davvero l’onere tributario; cosa perfettamente compatibile con un bilancio il quale presenta, anche nel 1906-907, malgrado tutte le spese straordinarie, un grosso avanzo valutato dai tecnici da 60 a 100 milioni di lire. Invece il ministero presenta bensì la proposta di riduzione del dazio sul petrolio da 48 a 24 centesimi il kg; ma ne amareggia la gradita impressione, ostinandosi a far comparire in lontananza l’immagine d’una riforma destinata a fruttare 50 o 60 milioni invece di 26, promettendo mirabilia ai contribuenti quando vi sarà tutta quella grazia di Dio nelle casse comunali.

 

 

Qual meraviglia che negli uffici della camera il rinnovellato progetto Majorana abbia avuto accoglienze ostili, pur fra i membri di parte ministeriale e sia oramai tacitamente buttato a mare dai giornali ufficiosi? Intanto però al governo sembra di aver fatto tutto il dover suo riducendo il dazio sul petrolio della metà, con una perdita teorica di 15 milioni di lire e reale di assai meno – quasi si oserebbe dire senza alcuna perdita se si volesse badare non al presente ma ad un prossimo avvenire -; e rimandando ogni discorso sull’impiego degli avanzi alla discussione della riforma sui tributi locali, riforma che viceversa dovrebbe fruttare ai comuni un vistoso aumento di entrate. Così hanno ragione di lamentarsi tutti: tanto i fautori degli sgravi, quanto i patrocinatori di maggiori spese e sovratutto i fautori dell’avocazione delle scuole elementari allo stato. Che monta, quando col non affrontare i grandi problemi si prolunga la vita ministeriale?

 

 

 

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