La riforma del dazio consumo

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 02/08/1905

La riforma del dazio consumo

«Corriere della Sera», 2 agosto[1] 1905

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 230-234

 

 

Il ministro Majorana aveva concepito un disegno audace, dati i nostri costumi parlamentari: riuscire ad una riforma non irrilevante del dazio consumo giovandosi di una circostanza che rendeva assolutamente necessaria l’approvazione a scadenza fissa di una legge da parte del parlamento. È noto infatti come al 31 dicembre di quest’anno scada il consolidamento decennale, stabilito dalla legge dell’8 agosto 1895, dei canoni che i comuni debbono pagare allo stato per il dazio di consumo governativo. Essendo urgente sistemare la materia per regolare i rapporti finanziari fra stato e comuni, bene si poteva unire alle proposte in tal senso, altre che pure riguardassero il dazio consumo e valessero a proseguire e rafforzare l’opera riformatrice iniziata dalle leggi del 1894 e del 1902. Di qui il disegno di legge dell’on. Majorana, il quale si proponeva, oltre il consolidamento dei canoni per un altro decennio, la sistemazione migliore delle aziende locali del dazio, la limitazione della facoltà dei comuni di colpire i generi di prima necessità e le materie prime delle industrie, l’incoraggiamento ad abbattere le cinte daziarie dei comuni chiusi e la riforma del dazio nei comuni aperti.

 

 

Programma ambizioso, a cui nocque la strettezza del tempo nel quale si pretendeva fosse esaminato dal parlamento. La camera dei deputati, premuta dai molti disegni di legge urgenti, i quali aspettavano di essere discussi ed approvati nelle ultime tornate estive, non osò lanciarsi in una discussione che sarebbe stata forse lunghissima, e stralciò dal disegno di legge governativo quelle sole parti che strettamente toccavano il consolidamento dei canoni e la sistemazione delle aziende daziarie, queste approvando e rimandando tutto il resto alle tornate autunnali.

 

 

Forse fu un bene, perché non furono confuse materie pacifiche con altre che meritavano più larga discussione da parte della stampa e del parlamento di quella che non si fosse potuta fare nel mese scorso. Sull’opportunità di prorogare per un altro decennio l’attuale consolidamento del canone non cadeva dubbio. Per quanto infatti la legge distingua il dazio consumo in governativo e comunale, è certo che il dazio è un’imposta locale, strettamente legata con la ricchezza ed i consumi del luogo ed adatta a riforme compiute per iniziativa dei comuni. Grazie al consolidamento stabilito dalla legge del 1895 lo stato venne quasi a disinteressarsi del dazio, abbandonandolo completamente ai comuni in compenso di un canone annuo fissato nella cifra di 50 milioni circa. I comuni, per lo sviluppo del commercio e dei consumi, videro a grado a grado aumentare il gettito della parte governativa del dazio, sicché essi, pur pagando sempre solo 50 milioni, incassavano una somma che progredì da 6 milioni nel 1897, ad 80 milioni nel 1902, ed a 77 milioni nel 1903. Oramai sono circa 30 milioni di guadagno annuo che i comuni fanno mercé l’appalto a loro concesso dal dazio governativo. Prendere l’occasione della scadenza del consolidamento decennale per avocare allo stato tutto o parte del guadagno dei 30 milioni sarebbe stato atto di poco accorta politica. I comuni si sono abituati a fare assegnamento sul maggior gettito del dazio governativo ed hanno sistemato le loro finanze in base a queste previsioni. D’altro canto, per le cose dette, è bene che il governo a poco a poco si disinteressi del dazio consumo.

 

 

Di qui la proposta di consolidare per un altro decennio il canone nella cifra dei 50 milioni. Alcune modificazioni si apportarono tuttavia alla legge vigente. Ricorderemo la più importante, relativa al modo di distribuire fra i comuni il guadagno di 30 milioni fatto nell’esazione dei dazi governativi. Adesso, siccome ogni comune si tiene il guadagno ottenuto sui dazi governativi esatti nel proprio territorio, nascono sperequazioni grandissime: dai comuni che pagano allo stato quasi il 100% del dazio governativo si va ad altri che pagano meno del terzo. Tutto ciò è ingiusto – si disse -; perché lo stato deve regalare somme così vistose ai comuni in misura disuguale? O non sarebbe meglio ripartire i 30 milioni uniformemente a norma di giustizia? Si avvertì subito che una ripartizione uniforme avrebbe sconvolto le finanze comunali; avrebbe tolto ogni incitamento ai comuni migliori ad amministrare bene, con parsimonia, il dazio governativo ed avrebbe rafforzato per il dazio il carattere di imposta governativa, che invece si vuol eliminare. La legge approvata dal parlamento segue una via di mezzo: nessun comune sia tenuto a pagare allo stato un canone superiore ai 9 decimi del dazio governativo, in guisa da garantire a tutti almeno il guadagno di 1 decimo; e nessun comune possa pagare meno di un terzo del provento del dazio, cosicché il guadagno non possa superare i 2 terzi, del dazio governativo. Le commissioni provinciale e centrale già esistenti provvedano a rivedere i canoni entro questi limiti ragionevoli ed equi.

 

 

Assai più controverse si presentavano le altre riforme rinviate alle tornate autunnali. L’on. Majorana, visti i buoni risultati della legge del 1902 in virtù della quale i dazi comunali sui farinacei sono stati completamente aboliti grazie ad un concorso del governo di 18.930.677 lire e le cinte daziarie sono state abbattute in 95 comuni che ricevono dallo stato un sussidio annuo di 1.215.941 lire, avrebbe voluto fare un altro passo innanzi sulla stessa via; e proponeva norme che avrebbero incitato i comuni a ridurre od abolire i dazi su altri generi di prima necessità e ad abbattere le cinte daziarie. Parecchi i mezzi indicati per raggiungere l’intento; né è possibile nemmeno accennarli tutti in breve spazio. Ne indichiamo soltanto qualcuno per dimostrare quanto il disegno di legge meriti di essere accortamente studiato dalle amministrazioni comunali per evitare sorprese spiacevoli in seguito.

 

 

È noto come talune provvide riforme tributarie si poterono compiere in seguito all’allargamento delle cinte daziarie. Orbene, il progetto Majorana – obbedendo al preconcetto che le cinte siano sempre nefaste – stabilisce il divieto assoluto per il futuro di ampliare le cinte. Così i comuni finiranno per toglierle del tutto. Per aumentare il reddito del dazio nei comuni aperti si stabilisce, fra le altre molte cose, che il limite per la minuta vendita, che ora è di 25 litri, sia portato a 100. Chiunque nei comuni aperti venderà 100 litri o meno di vino sarà colpito dal dazio consumo; mentre ora è colpito solo se vende quantità non maggiori di 25 litri. Il semplice annuncio dell’aumento del limite ha messo in agitazione le regioni vinicole; né certo è destinato a crescere simpatie ai disegni di riforma del dazio il vederli indissolubilmente congiunti ad inasprimenti di aliquote.

 

 

Ancora: per incoraggiare la soppressione delle cinte, lo stato concede un sussidio pari ad una quota parte del dazio prima riscosso. Qui è in gioco una questione di principio: è un bene che si continui nel metodo dei sussidi dati dallo stato ai comuni, i quali compiono una riforma tributaria? Il ministro proponente riconosce che il sistema è cattivo e che meglio sarebbe stato provvedere alla bisogna cedendo ai comuni imposte aventi carattere locale ed alleggerendoli di compiti pertinenti allo stato ed ora indebitamente accollate agli enti locali. Si sarebbe potuto aggiungere che è strano crescere la dipendenza dei comuni dallo stato e far loro elemosinare sussidi governativi proprio mentre tanto si discorre di autonomie locali; né si doveva dimenticare che il sistema dei sussidi, per la sua facilità, è come le piante parassite, le quali non abbandonano più l’albero che le nutrisce. Testimone l’Inghilterra: che riluttante accolse il sistema dei sussidi e riluttante ogni anno lo allarga. È tanto facile chiedere l’elemosina; e così insidiosa la voglia degli enti più grossi di dominare sugli enti minori, legandoli a sé con mille tentacoli! L’on. Majorana non ha trovato nessuna ragione a sostegno della sua proposta se non che aveva fretta e gli altri sistemi, indubbiamente migliori, erano prematuri. Come se fosse prematura una riforma della quale si discorre almeno dalla costituzione del regno d’Italia! Andando di questo passo, il momento della maturità non giungerà mai; ed il problema finanziario locale, che altrove fu risoluto abbastanza bene e per cui non mancano da noi studi larghissimi, andrà diventando sempre più intricato a furia di compensi, concorsi, sussidi, rimborsi, ecc. ecc. Francamente uno stato che deve indennizzare tutti, comuni, società ferroviarie, consorzi, ecc. ecc., ad ogni mutamento economico imposto dai tempi nuovi, non ci è simpatico. Che non sia possibile scegliere una via migliore?

 

 



[1] Con il titolo La riforma del dazio consumo. La legge approvata e le riforme sospese. [ndr]

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