La riforma tributaria di un grande comune

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 11/11/1896

La riforma tributaria di un grande comune[1]

 

«La Stampa», 11 e 25 novembre[2], 7 dicembre[3] 1896 e 11 gennaio[4] 1897

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 16-31

 

 

I

 

In mezzo alle trattazioni dottrinali ed alle discussioni parlamentari sulla riforma tributaria, un grande comune italiano, Milano, ha preso una iniziativa concreta. Nella metropoli lombarda le ragioni che spingevano ad una modificazione degli ordini tributari esistenti erano gravissime. Due città di quasi eguale importanza numerica si contrappongono in Milano rispetto al dazio consumo: la città interna sottoposta al regime del dazio murato, e la città esterna soggetta al cosidetto metodo del forese o della percezione del dazio sulla minuta vendita.

 

 

Se la mancanza delle barriere daziarie pare benefica al circondario esterno, dove più folta si addensa la popolazione operaia, la esenzione tributaria di cui questa gode scompare per gli effetti del dazio forese esatto sulle minute vendite; i ricchi, i quali possono fare le provviste all’ingrosso, sfuggono compiutamente all’imposta; gli operai, costretti dalle limitate risorse del bilancio familiare a ricorrere alle compre al minuto presso i rivenditori locali, sopportano soli tutto l’onere dei dazi comunali, aggravati poi di gran lunga dalla abitudine consueta nei commercianti di aumentare i prezzi in misura maggiore del dazio pagato.

 

 

Un operaio, di condizione modestissima, paga nel circondario esterno, per dazio consumo, in media, lire 22,97 mentre il comune introita soltanto come carico individuale di ogni abitante lire 9,91. La quota pagata dai meno abbienti dovendo essere suddivisa anche sugli abbienti, i quali non pagano nulla[5], ne risulta una media generale uguale ad appena i due quinti del carico effettivo sopportato dai disgraziati che non possono sfuggire all’imposta.

 

 

La unificazione tributaria si imponeva. L’abolizione del dazio interno murato e del dazio forese esterno, insieme coll’azione di nuove spese divenute necessarie, avrebbe causato un vuoto nel bilancio comunale di circa tredici milioni.

 

 

La giunta, nel novembre 1895, presentava una relazione, in cui accennava alla possibilità di abolire totalmente il dazio consumo, sostituendovi altre tasse. Il maggior provento lo si sarebbe chiesto alle tasse sul gas, sulla luce elettrica, sui materiali da costruzione, sulle biciclette, sugli esercizi e rivendite, sugli annunzi, e, finalmente, ad una nuova imposta sul reddito.

 

 

I cittadini tutti sarebbero stati divisi in tre categorie; gli operai, manovali, ecc., avrebbero dovuto pagare 3.240.000 lire; i professionisti, commercianti, impiegati tre milioni; ed i proprietari di case 2.230.000 lire.

 

 

La giunta però non si illudeva sulla possibilità di esigere gli otto milioni con l’imposta sul reddito. Le quote inesigibili per la classe proletaria, gli occultamenti e le frodi per la classe ricca avrebbero rese vane tutte le previsioni dei finanzieri comunali ed avrebbero compromesso la stabilità del bilancio, costringendo, dopo breve tempo, a ritornare a gravare quegli stessi consumi la cui liberazione sarebbe stata salutata con tanta gioia poco tempo prima. La giunta abbandonava perciò il progetto per un istante vagheggiato e proponeva di estendere il regime del dazio murato a tutta la città con una spesa di più di quattro milioni. Sarebbero solo stati aboliti i dazi sul pane, sulle paste, sulle farine e sul riso, sgravando di 11 lire il carico medio di ogni operaio nel circondario interno e conservando al suo limite antico quello dell’operaio abitante nel circondario esterno. Il progetto, dopo lunga e viva discussione, non fu approvato dal consiglio comunale di Milano, e nella tornata del 19 dicembre il consiglio, affermando la necessità di conseguire la unificazione tributaria del comune, deferì l’esame delle proposte ad una commissione di nove membri.

 

 

La relazione or ora pubblicata della maggioranza della commissione propone di dichiarare aperto il comune oggi chiuso per i 3/5 della popolazione. Abolito il dazio murato per la città interna, ed il metodo di percezione del forese per la città esterna, si conserva solo una linea amministrativa daziaria per le bevande e le carni. La commissione fa sua la proposta della giunta di abolire il dazio sulle farine, paste, pane e riso e la estende a molte altre voci. Nella città interna si toglierebbero inoltre i dazi sugli olii, burro, zucchero, suini, ovini, carni salate, lardo, strutto, formaggio, pesce, caffè, coloniali, legna da fuoco, carbone di legna, coke, ecc., per un totale di 3.136.000 lire; nella città esterna sui suini, ovini, carni salate, lardo, strutto, caffè e zucchero per quasi 600 mila lire.

 

 

È inutile soffermarci a lungo a dimostrare la bontà delle proposte della commissione; coll’abolizione dei dazi sul pane, sulle paste, sullo zucchero e sui combustibili si è cercato di sgravare maggiormente i consumi popolari; ed all’iniziativa feconda devesi plaudire specialmente in un paese dove la cattiva distribuzione dei carichi pubblici sulle diverse classi della popolazione si ripercote sinistramente sul benessere del ceto operaio.

 

 

Dichiarato Milano comune aperto agli effetti della tariffa, occorrerà, a garanzia dell’erario, al quale è sempre dovuto lo stesso canone, che lo stato riconosca come dazio d’entrata sulle carni quello che si paga all’ingresso delle bestie nel macello comunale e che autorizzi il comune alla riscossione del dazio sui vini, mosti ed aceti alla loro introduzione in comune, il quale diventa così in massima, e salvo qualche frazione staccata e lontana, tutto un territorio designato da limiti amministrativamente fissati. Con questo ordinamento sussiste bensì la necessità del confine finanziario, ma è tolta per sempre quella di una barriera materiale.

 

 

Il concetto di una linea daziaria sprovvista di opere di muratura non è nuovo e fu già applicato con successo in parecchie grandi città, come Lione, Marsiglia, Havre, Vienna, Colonia, Stoccarda, Breslavia.

 

 

La sostituzione di una linea daziaria amministrativa all’attuale metodo del dazio murato costoso e restio ai cambiamenti ha incontrato l’approvazione unanime della commissione; la spesa di sorveglianza non è aumentata e si risparmiano ben quattro milioni, che sarebbero stati necessari per costruire una nuova cinta.

 

 

Conservato il dazio sulle bevande e sulle carni, esatte direttamente le imposte sul gas e sulla luce elettrica, trasformato il dazio sui foraggi in tassa diretta sul consumo presunto dei cavalli, ed il dazio sui materiali in tassa sul valore delle costruzioni, gravate le biciclette ed i cavalli di lusso di un diritto di circolazione, ottenuto un maggiore introito dalla tassa esercizi e rivendite, la commissione si è trovata di fronte alla necessità di colmare un disavanzo i 1.430.000 lire. La sovrimposta sui fabbricati dovrebbe nell’intendimento della commissione fornire 230 mila lire.

 

 

La tassa di famiglia, nuova per Milano, dovrebbe finalmente dare le 1.200.000 lire che ancora mancano a raggiungere il pareggio finanziario. Lunga fu la discussione fra gli oppositori di ogni nuova imposta diretta e la maggioranza della commissione. Rigettata l’imposta sul valore locativo perché poco elastica, di poca resa, indiziaria, la commissione propose di assidere la tassa di famiglia sulle seguenti basi:

 

  • 32 classi o gradi di agiatezza e di imposta per la ripartizione e classificazione delle famiglie contribuenti;
  • il minimo della agiatezza tassabile comincia a 3.000 lire di reddito

stimato;

  • il massimo della tassa e la classe più alta sono assegnati al reddito

stimato in 100 mila lire annue e più;

  • l’aliquota della tassa è uniforme all’1% in tutte le 32 classi.

 

 

Unificazione tributaria del comune, dazio conservato solo per le carni e le bevande, imposte dirette sul gas, luce elettrica, foraggi, materiali da costruzione, tassa di famiglia sulle popolazioni agiate, ecco i capisaldi del progetto della commissione.

 

 

II

 

La relazione della maggioranza (8 membri su 9) della commissione milanese,propone dunque la abolizione del dazio murato, la conservazione del dazio sulle carni e sulle bevande, l’esonero di tutte le altre voci, eccetto i foraggi e sui materiali da costruzione, e la imposizione di una nuova tassa di famiglia.

 

 

Una parte della maggioranza, per assicurare maggior elasticità al bilancio, è propensa a mantenere temporaneamente il dazio sui combustibili, sui foraggi e sui laterizi. A noi non pare che le previsioni della maggioranza siano troppo rosee; forse il dazio sui foraggi più equamente potrebbe esigersi all’entrata nella città che non per mezzo di una imposta di capitazione sui cavalli. La esazione ne sarebbe più sicura ed il maggior provento è calcolato da tutti in lire 300 mila. Un membro dissenziente della commissione, il De – Capitani, ha presentato una relazione speciale, in cui cerca di dimostrare che il gettito delle imposte sarà minore ed il fabbisogno maggiore di quello previsto dalla commissione.

 

 

A noi basti accennare alle controversie che si agitano intorno alla bontà delle modificazioni proposte.

 

 

È ingiusto, secondo il De-Capitani, esonerare compiutamente i suini e le carni salate, mentre si colpiscono gravemente le soriane, le quali, pel mite prezzo, servono di alimento alle classi meno agiate della popolazione. Le carni suine sono tra le più fine e ricercate e si prestano a manipolazioni ed a trasformazioni varie e proficue; solo una terza parte entra a costituire il lardo, elemento di consumo comune.

 

 

I combustibili darebbero largo alimento all’erario municipale; coll’esenzione del carbon fossile si eviterebbe di gravare indebitamente l’industria cittadina. Lo zucchero e il caffè, il pollame e la selvaggina, il pesce fresco ed il pesce all’olio, l’olio vegetale, le uve mangerecce e gli agrumi non costituiscono certamente consumi di prima necessità; anzi per la maggior parte sono destinati all’alimentazione più ricercata.

 

 

Da tutte queste voci potrebbe il comune ritrarre largo provento ed evitare di imporre la nuova tassa di famiglia che al De – Capitani sembra ingiusta, vessatoria, poco proficua e foriera di gravissimi danni. La tassa di famiglia, poco usata nella Lombardia e pressoché dimenticata nella provincia di Milano, dà un gettito massimo nei comuni rurali, in quei minori centri dove è facile assegnarla e ripartirla equamente, con criteri di notorietà.

 

 

Nelle grandi città le autorità comunali devono necessariamente fondarsi su elementi noti, su indizi forniti dalle altre tasse vigenti; dimodoché essa si risolve in una palliata sovraimposta. Calcoli accurati sulla distribuzione delle imposte dirette in Milano, indizi desunti dalle abitazioni e dalla loro rispettiva ampiezza inducono il De – Capitani a ritenere che il reddito imponibile non potrebbe in alcun modo superare i 60 milioni. Occorrerebbe un’aliquota ben più alta dell’1%, proposta dalla commissione, per coprire il disavanzo comunale; sarebbe necessario spingersi fino al 5% ed aggiungere un’altra alle molte tasse vessatorie e dannose che già gravano sull’industria e sul commercio milanesi. È bene non dimenticare che la nuova tassa potrebbe diventare un’arma in mano ai partiti municipali per debellare economicamente gli avversari.

 

 

A molti che hanno seguito la breve e compendiosa esposizione delle varie proposte di riforma tributaria in Milano parrà tenue il risultato raggiunto. Le cause di ciò sono evidenti. Lo stato coi suoi canoni di abbonamento, spesso altissimi, costringe le città che più vi fossero restie a tassare i consumi popolari; coll’avocazione a sé dell’imposta di ricchezza mobile li induce a valersi di poste dirette secondarie, come il valor locativo, il focatico, la tassa esercizi e rivendite, di scarso reddito e di poca potenzialità espansiva; colle altissime aliquote sui fabbricati e sui terreni impedisce ai comuni di giovarsi della sovraimposta fondiaria.

 

 

Costretta entro inesorabili limiti dalle esigenze del potere centrale, ogni iniziativa che parta dai comuni deve necessariamente essere monca e parziale; è impossibile abolire totalmente i pesi gravanti sui consumi, e, d’altro canto, si deve ricorrere ad imposte dirette aventi scarsa elasticità per colmare i disavanzi cagionati dalla parziale soppressione dei dazi.

 

 

Dati questi limiti insuperabili, le proposte della commissione milanese ci paiono degne del più alto encomio e della approvazione di tutti coloro i quali credono sia finalmente necessario sostituire al barocco ed antiquato regime daziario un sistema più semplice di tassazione, inspirato a criterii di giustizia distributiva e suscettibili di modificazioni e di miglioramenti graduali.

 

 

La necessità e la opportunità di ricorrere ad una imposta diretta complementare per far fronte al disavanzo è stata contestata con argomenti di dubbio valore ed ispirati a considerazioni di classe. Se anche l’aliquota della tassa di famiglia fosse, come a Roma ed a Firenze, graduata in misura leggermente progressiva, essa non potrebbe mai diventare, essendone fissati il minimo ed il massimo, strumento di confisca dei capitali della popolazione agiata e raggiungere un punto tale da impaurire i capitali desiderosi di impiegarsi nella industre metropoli lombarda. Alla imposta di famiglia sarebbe, sotto alcuni rispetti, preferibile un’imposta sul valore locativo; non occorre notare come in una grande città essa sia di più facile e sollecita esazione e possa fornire minor campo agli occultamenti ed alle frodi; negli studi recenti intorno alla riforma tributaria si è andato sempre più affermando il concetto che la materia imponibile per eccellenza dagli enti locali sia costituita dalla ricchezza immobiliare, urbana e rustica. In un ordinamento dei tributi locali e generali equo ed opportuno è manifesto che allo stato specialmente si addicono le imposte sul reddito; il reddito generale di un cittadino è formato da elementi così diversi, e le fonti sue possono essere così lontane fra di loro che solo lo stato può riuscire ad evitare i pericoli delle doppie imposizioni.

 

 

Il valore locativo è un indizio grossolano e spesso fallace dell’agiatezza familiare, ma è pure il solo indizio certo il quale permetta di non errare di troppo; e se nella sua applicazione si adottassero provvedimenti speciali per esonerare o sgravare le famiglie numerose, forse potrebbe palesarsi più produttivo e più equo della imposta di famiglia.

 

 

Una singolare dimenticanza ha commesso la commissione municipale: nella relazione della giunta si era accennato chiaramente alla necessità di sottoporre ad un contributo speciale i proprietari di terreni e case per i lavori di miglioramento eseguiti dal municipio. Il municipio spende ogni anno somme ingenti nel preparare le sedi per nuove costruzioni, nel tracciare rettifili, nell’aprire nuove strade, nell’allargare le già esistenti. I lavori stessi ridondano certamente a vantaggio della generalità dei cittadini, e per questa ragione devono da questa essere in parte pagati. Non è possibile però negare che spesso il beneficio maggiore è risentito dai proprietari confinanti che veggono accrescersi il valore dei loro terreni.

 

 

L’assessore Ferrario si riprometteva da tale cespite un provento di 125 mila lire; e la previsione non è troppo audace se si pensa che Chicago, nel 1891, ne ha ricavato 44 milioni di lire nostre, Nuova York 12 milioni, Filadelfia 5 milioni, e San Francisco 7 milioni circa.

 

 

Noi speriamo che nel consiglio municipale di Milano, in occasione delle discussioni sul progetto di riforma tributaria, si levi una voce autorevole per consigliare l’adozione di un provvedimento equo, e per far sue le considerazioni egregiamente svolte dalla giunta nella sua relazione.

 

 

In tal modo Milano a maggior ragione potrebbe vantarsi di avere per la prima iniziata una riforma tributaria ispirata a concetti di giustizia sociale.

 

 

III

 

In seguito alle proposte di riforma del regime tributario milanese, la giunta comunale ha presentato una relazione, nella quale non accetta le proposte della commissione nominata dal consiglio, e si tiene in gran parte fedele al suo antico programma. La disputa verte sulla determinazione sia del fabbisogno come dei mezzi più opportuni per farvi fronte.

 

 

La unificazione tributaria del comune di Milano è però sempre il postulato a cui si devono subordinare tutte le modificazioni eventuali al regime attuale.

 

 

Dopo il 1860 Milano ha avuto uno sviluppo straordinario; grandiosi mutamenti ed ampliamenti edilizi vennero compiuti; la città risorse abbellita sotto forme più belle e moderne. Il comune non poteva rimanere estraneo al movimento di progresso, e furono decretati ed iniziati edifici scolastici, bagni, lavatoi pubblici, acqua potabile, fognatura.

 

 

I beneficii delle nuove opere pubbliche sono evidenti; la mortalità, che nel 1876 giungeva all’altissima proporzione del 32 per 1.000 abitanti, è gradatamente diminuita, a mano a mano che progrediva il lavoro di risanamento, al 24,5 per mille. Risultato splendido, il quale viene a provare che i beneficii che devono derivare alla salute pubblica dai lavori intrapresi per il risanamento della città non sono ubbie esistenti soltanto nella mente di qualche raffinato igienista, ma sono fatti veri e reali, che incominciano già a farsi sentire e si possono facilmente controllare.

 

 

Importa però non arrestarsi nel cammino intrapreso; se il 24,5 per mille rappresenta una mortalità più debole dell’antica, vi sono città le quali si trovano in condizioni ancora più favorevoli di Milano: così a Parigi muore ogni anno solo il 21,2 per mille degli abitanti, a Londra il 19,8, a Berlino il 20,3, a Nuova York il 21,1 ecc.

 

 

Col progredire delle opere di fognatura scompare a poco a poco quasi dappertutto una delle malattie più funeste all’umanità: il tifo.

 

 

Se tutti sono d’accordo nella necessità di proseguire alacremente le opere pubbliche iniziate, gravi sono i dissidii riguardo al modo di farvi fronte. Dal 1860 a tutto il 1895, i debiti della città di Milano sono aumentati di circa 72.000.000 con un incremento annuo di 2.000.000.

 

 

Seguitare in un andazzo così pericoloso per le finanze comunali sarebbe cattivo partito; eppure a ciò giungono necessariamente le proposte della commissione consiliare, la quale raccomandava di attingere ad operazioni di credito i mezzi per far fronte alle spese straordinarie. La giunta, invece, crede sia necessario porre definitivamente termine all’usanza di contrarre nuovi debiti, i quali verranno a gravare indebitamente le generazioni avvenire; alle spese ordinarie e straordinarie deve provvedere contemporaneamente il bilancio delle entrate effettive.

 

 

Noi non sappiamo dar torto alla giunta milanese: il sistema di contrarre prestiti per far fronte a spese straordinarie, le quali poi si ripetono ogni anno, se è pericoloso per lo stato, non è meno dannoso per gli enti locali, perché riesce a paralizzare le disponibilità dei bilanci futuri ed a ridurli in una condizione perpetuamente instabile e malsicura.

 

 

La giunta, però, contraddice a se stessa quando, col pretesto di ottenere la uniformità nei tipi di debito cittadino, propone di rimandare al 1960 la scadenza di un prestito di 7 milioni e mezzo di lire, estinguibile nel 1930 essa spera di guadagnare per 34 anni una somma di 80 mila lire e consente a cuor leggero a gravare i posteri per trenta lunghi anni, dal 1930 al 1960, di un canone annuo di 420 mila lire circa.

 

 

Peggio ancora, la giunta propone di prendere a prestito le lire 3.250.000 per la trasformazione delle tranvie, distribuendone, sempre per amore della uniformità, l’ammortamento dal 1896 al 1960, mentre si tratta di un impianto industriale, il quale, secondo le norme più sane della economia industriale, andrebbe ammortizzato in un periodo non maggiore di un ventennio.

 

 

Pur accettando la proposta di circondare simbolicamente Milano di una linea daziaria amministrativa senza mura e difesa materiale, la giunta non crede che il fabbisogno annuo a cui si deve far fronte sia minore di 13.145.000 lire.

 

 

Essa, a farvi fronte, calcola di ottenere 740 mila lire circa da proventi diversi, e chiede 12.400.000 lire al dazio consumo. Questo viene generalizzato a tutto il comune esterno ed interno; e sotto tale aspetto scompaiono, anche nelle proposte ultime della giunta, le stridenti disuguaglianze esistenti fra le due parti della città; ma permane gravissimo l’inconveniente ed il danno di imporre una tassa nuova e gravosa sugli abitanti dell’attuale circondario esterno.

 

 

I consumi indispensabili alla vita rimangono esenti; il pane, la pasta, la farina ed il riso, il pesce salato, il glucosio, le confetture, le mostarde, il petrolio, il sego, la maiolica, le vernici, i formaggi, gli stracchini, il burro, ecc., rimarrebbero esenti; lo sgravio presunto pel consumatore milanese sarebbe di 2 milioni circa.

 

 

D’altro canto, però, continuerebbero ad essere gravati i generi seguenti, che, secondo il progetto della commissione, sarebbero invece esenti: il pollame, la selvaggina, il pesce fresco per 400.000 lire; lo zucchero ed il caffè per 400.000 lire; i combustibili per lire 900.000. Nessuna esenzione verrebbe concessa per le carni suine e le macellate fresche, ed il dazio sui foraggi e sui materiali da costruzione verrebbe ad essere esatto all’introduzione nel comune.

 

 

Contro queste ultime proposte non si possono elevare obbiezioni; è lecito però maravigliarsi come la giunta abbia creduto più opportuno mantenere il dazio su alcuni generi di larghissimo consumo, come lo zucchero, il caffè, i combustibili, le carni di minor valore, che non imporre una fra le due imposte di famiglia o sul valore locativo. Lo zucchero ed il caffè non costituiscono punto un alimento di lusso; i bilanci familiari non solo di nazioni straniere ricche e potenti, ma anche dell’Italia provano che questi generi entrano largamente a far parte dell’alimentazione popolare; ancora più esiziale poi è il mantenimento dei dazi sui combustibili che servono a riscaldare la popolazione nell’inverno.

 

 

In nessuno dei comuni dove venne applicata, afferma la giunta, la imposta di famiglia ha fatto buona prova. Dappertutto ha avuto ed ha un andamento stentato; dappertutto ha suscitato e suscita una infinità di proteste; ed è un vanto per Milano d’esserne andata immune fin qui. La imposta di famiglia è assai più vessatoria del dazio consumo nel senso che assoggetta il cittadino a una quantità di investigazioni infinitamente più seccanti delle eventuali richieste che deve subire entrando da una porta daziaria. Non è di reddito sicuro, avendo la giurisprudenza fornito il mezzo legittimo a tutte le famiglie facoltose di sottrarsi al pagamento della tassa non coll’emigrare materialmente dalla città, ma soltanto colla finzione giuridica di trasportare il domicilio legale in altro comune; di modo che la tassa verrà pagata unicamente dagli impiegati, dai professionisti e da coloro i quali non hanno la possibilità di procurarsi una residenza fuori comune e che certamente non sono i cittadini più ricchi.

 

 

Dopo aver criticato così brillantemente la imposta di famiglia, perché la giunta non si è ricordata che essa poteva appigliarsi alla imposta sul valore locativo, che pure aveva dichiarato nella stessa sua relazione preferibile alla prima? L’avversione istintiva verso ogni imposta diretta non si spiega se non con la paura di far cadere sui redditi mobiliari, sui ceti professionisti e liberali una parte maggiore dei carichi cittadini.

 

 

Mentre i proprietari di case ed i consumatori meno agiati sono ora gravemente colpiti, i detentori di titoli al portatore, gli avvocati, i medici, i banchieri ed i professionisti in genere riescono a sfuggire in gran parte all’imposta; la imposta di famiglia non riuscirebbe certamente a colpirli, il valore locativo, invece, colla materialità anche grossolana dell’indizio, fornirebbe un mezzo meno disadatto per costringere le surricordate categorie di persone a contribuire alle spese comuni.

 

 

Concludendo, le proposte della giunta di Milano, se pure commendevoli per la manifestata intenzione di provvedere alle opere pubbliche straordinarie colle entrate effettive del bilancio ordinario, e per lo sgravio di quasi due milioni di lire imposte ora sui consumi popolari, presentano il grave inconveniente di continuare a colpire consumi resi oramai necessari alla vita e di trascurare l’occasione propizia per sostituire almeno in parte le imposte indirette gravanti sulle classi meno fortunate della popolazione con una imposta diretta sulla parte di essa più ricca e meno colpita.

 

 

IV

 

La fine immatura dell’assessore Ferrario, mente larga e serena di finanziere, ha indotto la giunta milanese ad attenersi rigidamente al programma di riforma tributaria tramandato da esso a guisa di testamento.

 

 

Erano state fatte parecchie proposte di conciliazione, anche da membri appartenenti alla maggioranza della commissione dei nove. Il consigliere Negri, rilevando come la differenza sostanziale nelle idee della giunta e della commissione, relativamente alla valutazione del fabbisogno, si fosse ridotta a 400 o 500 mila lire, proponeva di colmare l’eventuale disavanzo accogliendo, fra le proposte dell’assessore Ferrario, quelle relative al mantenimento del dazio sulle carni suine, sui combustibili, sul pollame, la selvaggina e l’olio, e sostituendo alla tassa di capitazione sui cavalli il dazio sui foraggi, con un maggior reddito presunto di lire 300 mila. Accettando le proposte del Negri, la controversia si assommava unicamente nell’aumento della tassa esercizi e rivendite, e nella nuova imposta di famiglia o sul valore locativo. Non era difficile trovare un punto di contatto. Alla imposta di famiglia, di cui si temevano le velleità inquisitorie si poteva sostituire quella sul valore locativo. Il consigliere Castiglioni aveva esposto al circolo liberale suburbano un piano concreto di applicazione della tassa sul valore locativo, i cui principii sarebbero

stati i seguenti:

 

  • stabilire pel comune di Milano la spesa minima delle famiglie in ragione di cinque volte l’affitto delle abitazioni;
  • aggiungere a tale prodotto delle cifre fisse, per le persone addette alle famiglie in qualità di segretari, pedagoghi, istitutrici, dame di compagnia, camerieri, domestici, serventi, ecc., come computo dell’aggravio complessivo che ciascuna di dette persone può importare;
  • aggiungere pure a detto prodotto altre cifre fisse per l’uso di ogni cavallo e di ogni carrozza di lusso, quali rappresentativi delle spese dipendenti e derivanti dal godimento di tali comodi;
  • computare in più alle famiglie che passano una parte dell’annata l’annata in villeggiatura, in case di campagna, in stazioni balnearie o climatiche, un sesto della somma rappresentata dal cumulo dei coefficienti di cui alle lettere a, b, c, e ciò per tener conto delle manifestazioni di maggiori agiatezze. Con apposito regolamento si sarebbero dovute stabilire delle norme di compensazione, avuto riguardo al numero dei membri che compongono le famiglie; assegnando le persone sole e i coniugi senza figli in classi superiori di qualche grado a quelle che spetterebbero loro, portando, per contro, a classi inferiori di qualche grado quelle famiglie composte di un numero di membri superiore a sei, escluse le persone di servizio.

 

 

La morte del Ferrario mandò a vuoto tutti i tentativi di conciliazione; in tre successive votazioni la giunta ottenne compiuta vittoria. A grande maggioranza fu approvata la cifra del fabbisogno in lire 12.900.000. Con 39 voti contro 28 e due astenuti si respinse il concetto di introdurre nell’organismo finanziario comunale una nuova imposta diretta. Con soli 12 voti contrari finalmente venivano approvate tutte le proposte della giunta.

 

 

È inutile ricordarle di nuovo; basti il dire che del dazio consumo furono solo abolite le voci che si riferiscono al pane, alle paste, alle farine, al riso, ai formaggi, ai burri ed a 39 altre voci di scarso reddito; la parte scoperta del fabbisogno rimase coperta con il diritto di concessione sulle biciclette e colla tassa sulle costruzioni.

 

 

Ma se fu risolta la questione finanziaria, non fu definita la questione tributaria; le proposte di introduzione di una imposta diretta comunale non cesseranno di farsi vigorosamente sentire; e cresceranno a mano a mano le lagnanze della popolazione operaia dei corpi santi, sottoposti ora ad un gravame prima ignoto nella sua forma, e più crudo. È vero che il sindaco ha preso impegno formale di consacrare l’eventuale maggior gettito del dazio consumo allo sgravio dei combustibili e dei generi più necessari alla vita; ma si tratta di promesse presto dimenticate, e che solo riescono a far nascere desiderii destinati a rimanere inascoltati per il continuo accrescersi delle spese pubbliche. Una imposta diretta avrebbe posto un freno a tale irrefrenabile incremento, rendendo subito avvertiti i contribuenti del nuovo aggravio.

 

 

Forse giova ad epilogo dell’esame finora fatto, ricercare le cause dell’insuccesso del tentativo di riforma tributaria compiutosi a Milano. È già stato detto più su come il caso del Ferrario abbia offerto ai membri della giunta un’eccellente arma di resistenza.

 

 

La venerazione ossequente verso un illustre defunto non avrebbe però avuto una influenza così decisiva sulle deliberazioni del consiglio se i suoi membri non avessero avuto paura di fare un salto nel vuoto. Il salto nel vuoto era la nuova imposta diretta; ed era grandissima la paura che della nuova imposta potessero eventualmente servirsi altri partiti poco devoti alle istituzioni e nemici dell’ordine sociale attuale. I consiglieri milanesi avrebbero però dovuto pensare che dopo la conquista del potere politico ed amministrativo i socialisti potranno a loro posta radicalmente mutare gli ordini tributari nell’ambito delle leggi vigenti. Avrebbero ancora dovuto pensare che il miglior mezzo di far cessare le lagnanze dei diseredati dalla fortuna consisteva nell’applicare alla materia tributaria criteri di giustizia sociale.

 

 

Nell’Inghilterra, dove non vi sono dazi interni comunali; dove le dogane governative colpiscono unicamente generi di lusso, come vino, tè, caffè, spirito, acquavite; dove il governo non interviene nelle lotte fra capitalisti e lavoratori; dove lo zucchero si vende a 50 centesimi al chilogramma, piglia sempre più salde radici una nuova forma di pace sociale, basata non sul patronato degli industriali, ma sulle libere contrattazioni di potenti, rispettate associazioni di operai e di fabbricanti, che trattano da paro a paro e cercano di determinare quale sia, nelle condizioni momentanee di un’industria, la partecipazione al prodotto totale spettante ai vari fattori che concorsero alla produzione. Come è possibile che sorgano tali istituti in Italia, dove una insigne parte del salario quotidiano del lavoratore è insidiosamente condotto ad impinguare le casse dello stato o dei comuni?

 

 

Se la composizione sociale del consiglio comunale di Milano e le lotte fra i varii partiti cittadini ci spiegano l’insuccesso delle proposte di riforma, altri elementi devono essere esaminati per giungere ad un concetto esatto dei recenti avvenimenti. Il prof. Alessio, in un articolo comparso sull’ultimo numero de «La riforma sociale», ha dimostrato come il comune milanese consacri ben 2.900.000 lire ai servizi della pubblica istruzione, ad uffici di pubblica sicurezza e di giustizia, a contributi per la leva e per gli alloggi militari, cioè il 17% del suo bilancio complessivo ad uffici che appartengono razionalmente allo stato. Si comprende in tal modo come ripugni a coloro che vi dovrebbero partecipare con una imposta diretta il sostenere un fabbisogno che provvede anche all’adempimento di funzioni di stato.

 

 

L’esempio di Milano ha provato ancora una volta la necessità urgente e grandissima di separare nettamente le funzioni dello stato e degli enti locali, attribuendo a ciascuno fonti tributarie speciali da cui attingere per la copertura del relativo fabbisogno. Gli studi compiuti in occasione della controversia tributaria milanese non saranno stati del tutto vani se avranno contribuito a radicare la convinzione della necessità per lo stato di iniziare una coraggiosa riforma tributaria allo scopo di fare scomparire molte istituzioni dannose e lasciare libero il campo alle feconde iniziative locali tendenti ad applicare gli insegnamenti che grandi nazioni straniere ci porgono oramai a dovizia con ordinamenti tributari progressivi e scientifici.

 

 



[1] L’argomento degli articoli raggruppati sotto questo titolo è stato ripreso dall’autore in uno studio pubblicato col titolo «La riforma tributaria di Milano» nel fascicolo decimo dell’anno 1896 de «La riforma sociale». Si segue la lezione originale degli articoli, anche perché lo studio inserito nella rivista allora diretta da Francesco Nitti e da Luigi Roux si fermava, a causa della data di sua pubblicazione, alla materia compresa nei primi due articoli qui raccolti. Pare tuttavia opportuno ricordare i titoli dei documenti tenuti presenti nella redazione degli articoli: 1) Esame del fabbisogno finanziario e proposte di modificazioni nell’ordinamento tributario del comune, tipografia Prolo, Milano 1895; 2) Relazione della commissione nominata dal consiglio comunale nella seduta del 19 dicembre 1895 per la unificazione tributaria e per l’assestamento del bilancio del comune di Milano, Stabilimento tipografico del comune di Milano, Milano 1896, di pp. 150; 3) E. De Capitani, Relazione e controproposte di un commissario dissenziente, Libreria Picolo, Milano 1896, pp. 145.

[2] Con il titolo La critica di una riforma tributaria.

[3] Con il titolo Contro una riforma di tributi comunali.

[4] Con il titolo La fine d’una riforma.

[5] Perché potendosi provvedere dal di fuori o all’ingrosso, non erano soggetti al dazio sulla minuta vendita [Nota del 1958].

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