La riforma tributaria di una grande città allargamento della cinta e moderazione di dazi a Torino

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 25/01/1909

La riforma tributaria di una grande città allargamento della cinta e moderazione di dazi a Torino

«Corriere della Sera», 25[1] e 26[2] gennaio 1909

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 641-654

 

 

I

Quasi contemporaneamente, il problema finanziario si è imposto in parecchie grandi città italiane. A Milano, a Genova, a Torino il compimento di grandiose opere pubbliche e le conseguenze prime di talune municipalizzazioni hanno reso evidente la necessità di allargare la base del bilancio, dandogli, con nuove imposte e con rimaneggiamenti delle imposte esistenti, una elasticità maggiore di prima. È naturale che il problema sia stato risoluto in modo diverso nelle grandi città ora menzionate; poiché il materiale su cui si doveva lavorare era differente e non si era giunti dappertutto allo stesso stadio di evoluzione tributaria. Non deve perciò parere inutile, anche per i lettori d’altre città, riassumere rapidamente lo stato attuale della questione finanziaria e tributaria torinese. Le considerazioni fatte a proposito della capitale piemontese hanno una portata che va oltre la città particolarmente interessata.

 

 

La cittadinanza torinese s’interessa moltissimo al grosso problema; i comizi si succedono ai comizi ed, essendo per lo più convocati e composti da persone, che sono o reputano di esserne danneggiate, si pronunciano contro alle proposte della giunta. L’interesse si concentra però quasi soltanto sulla parte che chiamerò attiva delle proposte della giunta, ossia sull’allargamento della cinta daziaria, trascurando la parte passiva, ossia le spese cresciute e nuove a cui il maggior gettito del dazio dovrebbe far fronte. Chi scrive non è niente affatto tenero della grandiosa politica municipale che è stata inaugurata da qualche anno nella città di Torino, senza studi maturi, con progetti incompiuti e con una furia che non poteva essere giustificata se non dalla fretta di fare. Il grido d’allarme che allora fu gettato da pochi solitari non fu voluto ascoltare: cattolici, liberali e socialisti concordi approvarono a grandissima maggioranza in solenne referendum l’acquedotto municipale, l’impianto idroelettrico, il riscatto delle tramvie dalla Società dall’Alta Italia. Se i cattolici ed i liberali votarono con eccessiva furia e per amore del bel gesto l’inizio di imprese che avrebbero dovuto essere meglio e più maturamente studiate, per scegliere solo quelle promettitrici di reali vantaggi, i socialisti peccarono di poca sincerità, quando appoggiarono l’amministrazione liberale nelle sue grosse imprese, colla riserva mentale di farsene belli quando esse fossero riuscite bene e di rigettare sugli avversari la colpa dell’eventuale insuccesso.

 

 

Oggi è troppo presto ancora per poter dare un giudizio sui risultati delle nuove imprese; sembra però fuor d’ogni dubbio che la spesa supera notevolmente i preventivi, che tecnicamente si sono incontrate gravissime difficoltà nell’impianto idroelettrico, che non si è trovata tutta l’acqua che si sperava poter addurre a Torino, che le tramvie municipali danno un risultato finanziario peggiore della partecipazione antica ai prodotti dell’ex società, ecc. ecc. da sperare che in avvenire le cose mutino e che vantaggi indiretti di varia natura (qualcosa si ottiene già col ribasso del prezzo della luce elettrica e della forza motrice) compensino i sacrifici finanziari. Ma è indisputabile verità che i contribuenti debbono prepararsi a pagare lo scotto delle spese da essi consapevolmente (si suppone almeno che ne fossero consapevoli) votate; e peccano quindi di poca sincerità quei socialisti che oppongono una negativa assoluta alla domanda di nuove imposte, pur pretendendo opere ben più grandiose, a favore delle classi operaie, di quelle volute dalla giunta e quei pochi liberali i quali vanno accortamente sottilizzando sulle cifre dei bilanci, ma non si possono sottrarre alla conclusione che qualche imposta nuova od un aumento di un’imposta vecchia sia necessario per far fronte alle conseguenze di opere e di spese già approvate nel passato. Qualcosa si potrà risparmiare sui 32 milioni di lire di nuove spese straordinarie che costituiscono la sostanza della parte passiva delle proposte della giunta per il settennio 1909-15; ma in fondo non si tratta di risparmi di gran conto. I cinque milioni necessari per colmare i deficit nei preventivi per l’impianto termo-idroelettrico e per l’acquedotto sono certo dolorosi, ma non sono punto una sorpresa e sovratutto non sono oramai evitabili. I 2 milioni e mezzo per l’ampliamento della rete municipale delle tranvie si sarebbero forse potuti evitare se il municipio non avesse direttamente assunto quest’azienda; e sono adesso imposti dalla necessità di mettere in comunicazione i sobborghi col centro della città. Necessità assoluta invece non vi è per il prolungamento dei murazzi lungo il Po, che costerà altri 2 milioni e mezzo, e potrebbe benissimo essere ritardato ad un’epoca ulteriore quando l’espansione della città, sotto la spinta del nuovo piano regolatore, si sia fatta più sicura. Ma le 700.000 lire per la risoluzione della questione ospitaliera, le 600.000 per la nuova biblioteca civica, i 2 milioni ed 800.000 lire per la fognatura, i 3.070.500 lire per gli edifici delle scuole elementari sono voluti da imperiose esigenze dei servizi pubblici, mentre par scarso a molti, non a me, il milione per le case popolari. Si potrà dubitare altresì dell’urgenza assoluta di risanare i quartieri centrali con una spesa di 2.400.000 lire; come pure di dedicare due milioni ai nuovi ponti sul Po e 5.520.000 lire ai piani regolatori fuori cinta. Se si può dubitare dell’urgenza di far subito tutto ciò, pare sia dovere di amministrazione previdente di formare un piano di lavori destinato a svolgersi in un lungo periodo di tempo. O non si è gridato spesso contro i municipi che non sanno concepire un piano d’insieme, che vivono alla giornata, che fanno e disfanno? Non si è forse criticata l’amministrazione cittadina attuale di disperdere la sua attività in troppe cose, iniziando imprese aleatorie non strettamente attinenti ai compiti municipali? Se ciò è vero, con quale logica si vuole criticare ancora l’amministrazione quando – dopo aver saldata la partita dell’impianto idroelettrico e dell’acquedotto, il che era una necessità evidentissima – limita la sua azione al piano regolatore, al risanamento dei vecchi quartieri, ai ponti, agli edifici scolastici, alla fognatura, agli edifici ospitalieri, ecc., spese tutte che rientrano indubbiamente nella sfera primissima delle attività municipali? Si scaglioni pur nel tempo l’esecuzione di queste opere; ma si dia la giusta lode a chi le propone per tempo e fissa lo sguardo all’avvenire, avendo di mira la grandezza di Torino. Unica spesa, che rimane ancora da giustificare, è quella di due milioni di lire (2 su un piano di 32 milioni) richiesti dalla costruzione della nuova cinta. Qui il giudizio sulla opportunità delle spese si collega con quello della natura delle entrate scelte per farvi fronte, né è possibile discorrerne separatamente.

 

 

A dare la necessaria elasticità al bilancio – che, ripetiamolo ancora una volta, oggi mancherebbe anche se non si spendesse neppure un centesimo per nuove opere straordinarie, oltre quelle richieste dalle necessità dei servizi pubblici e dall’urgenza di colmare i preveduti disavanzi dei preventivi delle aziende municipali – due programmi si contrappongono: quello socialista e quello della giunta. Lascio da parte il programma degli esercenti fuori cinta, i quali vorrebbero non far nulla, limitandosi tutt’al più a dare un altro giro di torchio al dazio di minuta vendita nel forese, portandolo da lire 275.000 a forse 450.000. Questo sistema di rattoppi non accomoda nulla; lascia sussistere l’attuale dannosa divisione fra il centro e i sobborghi ed è contrario, come dire poi, alla più elementare giustizia distributiva. Lascio da parte anche l’abbozzo di programma esposto sulla «Stampa» dall’ing. Sincero, un colto industriale e consigliere comunale. A differenza della parte critica, irta di cifre e di calcoli complicati e non persuasiva, malgrado la studiata sua diligenza, la parte ricostruttiva del programma dell’ing. Sincero (che si potrebbe chiamare il portabandiera dei pochi liberali dissidenti), è singolarmente povera di dati e di calcoli precisi, cosicché nulla si può dire dei probabili risultati delle sue vaghe proposte. Sul programma socialista, esposto dall’on. Nofri, i socialisti medesimi per ora amerebbero far poco rumore; poiché è certo più popolaresco combattere l’estensione della cinta e del dazio murato voluto dalla giunta, che venir fuori a proporre tutto un piano di nuovi tributi. A farla in breve i socialisti vorrebbero abbattere completamente la cinta, conservando il dazio soltanto sulla minuta vendita del vino, delle uve, delle bevande e delle carni, la tassa di macellazione, il dazio sui foraggi riscosso per capi, il dazio sui materiali da costruzione esatto sulla muratura dei nuovi edifici, e le tasse sulla birra, acqua gazosa, gas e luce elettrica riscosse presso i produttori. Il reddito totale preventivato dal Nofri (cito le sue ultime cifre da una lettera alla «Stampa») sarebbe di lire 9.225.000 con una perdita di lire 5.106.000 sull’accertamento del 1907. Uno studio assai ponderato della direzione del dazio torinese ed un opuscolo pieno di buon senso, di esperienza e di dottrina del consigliere Alberto Geisser (largamente diffuso di questi giorni col titolo Il programma finanziario di Torino e l’allargamento della cinta daziaria) hanno messo in chiarissima luce la fallacia delle previsioni e la ingiustizia fondamentale delle previsioni socialiste. I comuni che in Italia hanno abolito la cinta, a cui hanno sostituito la riscossione colla minuta vendita e cogli accertamenti detti, hanno dovuto diminuire di una buona metà i preventivi, né gli accertamenti hanno corrisposto alle previsioni, pure ridotte. Como ridusse i preventivi da lire 648.145 a 305.000; Bergamo da lire 555.000 a 225.000; Casale Monferrato da lire 445.000 a 128.000 ed Alessandria da 1.176.000 a 772.000, riscuotendone poi solo 675.419. È probabile che anche a Torino il reddito diminuirebbe almeno della metà, tenendo conto della molto maggior facilità di frode da parte delle migliaia di esercizi sparsi in tutto il territorio. Dal punto di vista della giustizia distributiva e della tecnica finanziaria, il dazio sulla minuta vendita è infinitamente più vessatorio ed ingiusto del dazio murato. Ben fece Milano a non volerne sapere nel 1898; e ben farà Torino a respingere la proposta. Il Geisser ha calcolato che ognuno degli spacciatori di bevande dovrebbe pagare alla gabella comunale lire 1.540 all’anno e lire 30 per settimana; trasformandosi da esercente in gabelliere municipale con vessazioni e sperequazioni gravissime e con la rovina economica di tutti gli esercenti che fossero meno furbi o più onesti degli altri. Vessatorio dal punto di vista fiscale, il metodo della minuta vendita è ingiusto socialmente, perché i ricchi e gli agiati sfuggirebbero in gran parte agli oneri daziari, facendo le provviste all’ingrosso o facendosele pervenire direttamente dalle proprie campagne o dai fornitori rurali. Volere far passare la trasformazione del comune chiuso in comune aperto come una riforma democratica è fare troppo a fidanza sulla ignoranza del pubblico e sulla sua propensione a prendere la retorica delle parole mitingaie per verità sostanziale.

 

 

Sperperati in questo malo modo, 5 milioni a suo parere o 7 milioni secondo l’opinione di più autorevoli amministratori, l’on. Nofri procede a colmare i vuoti del bilancio istituendo due nuove imposte, quella di famiglia, che dovrebbe rendere 2.600.000 lire, e quella di esercizio, il cui reddito sarebbe di 500.000 lire ed accrescendo da 44 a 100 i centesimi addizionali della sovrimposta fondiaria, con un provento di lire 2.435.000. Anche qui il programma socialista tenta di far passare sotto la bandiera della giustizia sociale una merce in parte immatura (imposta di famiglia) ed in parte avariata (tassa di esercizio). Nessuno nega che la imposta di famiglia sia un tributo equo, specie se ripartito bene e con saggia moderazione; e parve all’opinione pubblica lodevole la giunta milanese per le sue saggie proposte su tal materia. La situazione di Torino è per ora radicalmente differente da quella di Milano, dove la imposta di famiglia venne 10 anni dopo il fortunato allargamento della cinta; mentre a Torino sarebbe richiesta soltanto, per qualche anno almeno, dalla artificiosa ed ingiusta sostituzione del dazio a minuta vendita al dazio murato. Si sopportano le imposte nuove e giuste, quando esse siano a ragion veduta dimostrate necessarie, non quando siano soltanto la cervellotica conseguenza di una abolizione della cinta fatta per sprecar denari, senza raggiungere un intento di perequazione tributaria, anzi aggravando enormemente la sperequazione esistente. La imposta di famiglia verrà a Torino a suo tempo, quando si sarà intieramente percorsa la via, a capo della quale si trova Milano, di ampliamento della cinta e di contemporanea riduzione, più o meno larga, di dazi; ed è da augurare che, prima d’allora lo stato abbia veduto la opportunità di avocare a sé la imposta famiglia, assai più adatta ad un’organizzazione estesa a tutto il paese, dando ai comuni altri cespiti di entrata. La seconda nuova imposta voluta dal Nofri, ossia la tassa di esercizio, non è nuova in altre città; ma non si può certamente affermare che sia una gemma del nostro sistema tributario locale. È una brutta copia parziale dell’imposta sui redditi di ricchezza mobile ed, appunto per essere parziale, ha una forte tendenza a ripercotersi sui consumatori, trasformandosi in una non desiderabile aggiunta al dazio, or ora criticato, sulla minuta vendita. Né dalle critiche si salva l’aumento della sovrimposta fondiaria da 44 a 100 centesimi. Ben a ragione la giunta milanese non volle accogliere il partito di aumentare la sovrimposta sui fabbricati; e con altrettanta ragione è dello stesso parere la giunta torinese. Se vi è cosa certissima, data l’attuale legislazione e la natura stessa della sovrimposta sui fabbricati, è questa: che la sovrimposta in una grande città, come Torino, si trasferisce sugli inquilini, e vi si trasferisce con tanta maggior facilità quanto più si tratta inquilini appartenenti alle classi operaie ed al medio ceto. Si affretti quanto si vuole la costruzione di case operaie; ma non si riuscirà ad impedire la ripercussione della sovrimposta sulla grande maggioranza degli inquilini! Affermare, dopo ciò, come fa il Nofri, che la resistenza all’aumento della sovrimposta sia l’indice di una devozione eccessiva agli interessi delle classi padronali e reddituarie è dare ulteriore prova di quella scarsa sincerità e di quel consapevole travisamento del vero per cui si distinguono i nostri socialisti ed i popolari con essi confederati.

 

 

II

Di fronte ai programmi negativi degli esercenti e dei pochi liberali dissidenti ed al disastroso ed ingiusto progetto socialista, il programma della giunta torinese fa assai migliore impressione e si raccomanda per ossequio alla giustizia distributiva e per modernità di vedute, se almeno giustizia e modernità non si identificano con le declamazioni pseudo-scientifiche inspirate dalla mania di scimmiottare a sproposito i pretesi grandi esempi stranieri. Ecco in breve la sostanza del programma. I 32 milioni di nuove spese dovranno farsi ricorrendo per 24 milioni al prestito, scaglionato dal 1909 al 1915, ed alle disponibilità del bilancio per il resto. Siccome gli avanzi di bilancio devono provvedere non solo a queste opere, ma anche ai residui di altre già prima deliberate, così la giunta ritiene necessario che la disponibilità di bilancio (ossia il supero delle entrate al di là delle spese ordinarie, supero da consacrarsi alle spese straordinarie) non cada al disotto dei due milioni di lire all’anno. Sinora, negli anni dal 1906 al 1909, la regola fu potuta osservare; ma l’incremento degli oneri ordinari di bilancio (interessi sui mutui passivi, deficit delle aziende municipalizzate, ecc. ecc.) fa ragionevolmente temere che nell’avvenire il margine dei due milioni di lire non possa conservarsi ove non crescano le entrate. La giunta propone di rimaneggiare le tariffe per le occupazioni delle aree pubbliche in guisa da ricavarne 150.000 lire di più all’anno; e su questo punto non furono sollevate obiezioni di peso, trattandosi di un atto di saggia amministrazione del demanio cittadino. Più ancora propone di costruire una nuova cinta, assai più ampia dell’odierna, in guisa da comprendere tutta l’area del nuovo piano regolatore, approvato con legge del 5 aprile 1908. Ove le voci della tariffa non venissero mutate in nulla, l’allargamento della cinta darebbe subito un maggior provento di lire 1.550.000; da cui si dovrebbero però dedurre lire 275.000 di cessato reddito dell’odierno dazio forese sulla minuta vendita e lire 300.000 di maggiori spese d’esercizio, d’interesse ed ammortamento della nuova cinta, con un maggior reddito immediato di lire 980.500. Poiché tutta questa somma non è subito necessaria, la giunta propone di cogliere l’occasione per sfrondare la tariffa daziaria, diminuendo il numero delle voci colpite, con una perdita variabile, a seconda dell’ampiezza della riduzione, da 400 a 600.000 lire; cosicché il maggior provento immediato del dazio varierebbe da 600 a 400.000 lire all’anno.

 

 

La riforma proposta dalla giunta torinese ricorda nel suo concetto essenziale – allargamento della cinta e moderazione di dazi – la memoranda riforma operata dalla giunta conservatrice milanese nel 1898 e raffermata, con nuovi parziali allargamenti, nel 1908. Gli oppositori dicono che l’esempio milanese non può essere invocato per confortare l’odierna proposta torinese, perché a Milano si trattava di unificare i due circondari interno ed esterno, già uguali per importanza, il primo retto a comune chiuso ed il secondo col regime della minuta vendita; mentre a Torino l’entro cinta al 31 dicembre 1903 comprendeva 305.655 abitanti ed il fuori cinta appena 62.081, di cui solo 41.460 abitanti sarebbero compresi entro la nuova cinta e 20.621 ne rimarrebbero ancora esclusi. Il che è verissimo; ma fa concludere solo che Torino è in condizioni infinitamente migliori di Milano per compiere la saggia riforma. Milano aspettò ad annettersi tributariamente i Corpi santi, quando ogni ulteriore ritardo sarebbe riuscito incomportabile, mentre gli amministratori di Torino godono ancora oggi i frutti dell’opera lungimirante dei loro predecessori i quali nel 1854, quando la popolazione era appena di 160.000 abitanti, allargarono la cinta sino a comprendere una superficie di 1.705 ettari, di cui 1.185 erano terreni coltivati. Adesso la popolazione è cresciuta a 367.736 abitanti e l’incremento maggiore si verifica nei sobborghi aumentati in meno di sette anni da 52.570 a 62 081 abitanti. Se si lasciasse la cinta dove è, in un ventennio alle porte della città, fuori dazio, si agglomererebbe una popolazione di forse un centinaio di migliaia di abitanti; le spese pubbliche andrebbero crescendo a dismisura nel suburbio, senza un corrispondente aumento di tributi e la sperequazione fra le due parti della città acquisterebbe un carattere acuto. Se fosse possibile abolire del tutto la cinta, senza sostituire il dazio murato con l’infelice surrogato del dazio sulla minuta vendita e senza imporre – attraverso i centesimi addizionali sui fabbricati – un tributo gravosissimo sull’uso delle abitazioni, sarebbe benvenuta l’abolizione. Ma poiché ciò è impossibile, almeno fintanto che lo stato non intervenga a sbrogliare l’arruffatissima matassa con una riforma dei tributi generali e locali, la scelta si ha soltanto fra l’allargamento della cinta e la conservazione dello statu quo con tutti i pericoli di una crescente sperequazione fra circondario esterno e circondario interno della città, i cui abitanti oggi pagano 41 lire i primi e lire 4,55 i secondi di dazio. La riforma, che allarga la superficie della zona urbana entro cinta da ettari 1.705 ad ettari 4082 non è più audace di quella compiuta nel 1854 ed è altrettanto previdente. Essa permette l’attuazione integrale del piano regolatore che sarebbe altrimenti ostacolato, chissà per quanto tempo, dall’esistenza del muro e delle strade di cinta, dalle zone vincolate per la sorveglianza daziaria e dai mille ostacoli che alla circolazione ed al commercio oppone la mancanza di continuità nelle strade e nei corsi. È interessante osservare come i partiti i quali, a loro detta, rappresentano l’avvenire, siano stati presi da una strana mania di orrore per il grande e l’esteso e da un amore insospettato per le cose piccole e meschine. Si dice che entro la cinta odierna ci sono ancora molte aree fabbricabili ed è vero. Il fatto che aggruppamenti estesi di abitazioni si sono costituiti e rapidamente allargati fuori cinta non prova forse che per una città in via di espansione, non vi è forza artificiale che possa indurre la fabbricazione a svilupparsi piuttosto in vicinanza del centro che alla periferia quando le naturali circostanze portano ad uno sviluppo eccentrico? Della fabbricazione tumultuaria nella zona esterna non è responsabile forse, in parte, la cinta stessa odierna troppo ristretta, la quale ha reso troppo care le aree interne ed ha spinto industriali e costruttori a cercare al di fuori aree meno care? Quando la cinta sia invece allargata così da comprendere praticamente tutte le aree adatte alla fabbricazione, anche questa si svilupperà in modo più regolare; non vi saranno più spazi vuoti nell’interno ed agglomeramenti artificiosi fuori barriera e il progresso edilizio della città diventerà più normale e meno costoso, per l’erario cittadino, di quanto non sia adesso con la fioritura sporadica di tante cittadine periferiche. Con la istituzione di nuovi ampi magazzini generali, e con l’istituto dei rimborsi si potrebbero poi togliere, come è nei propositi, in parte già tradotti in atto, degli amministratori attuali, gl’inconvenienti del dazio murato per gli industriali e per i commercianti, inconvenienti assai minori del resto di quelli che sarebbero cagionati dal metodo del dazio sulla minuta vendita.

 

 

Sconfitti su questo campo della convenienza dell’allargamento della cinta per lo sviluppo edilizio della città, gli avversari della giunta si rifugiano in quello della giustizia tributaria e proclamano essere contrario alla scienza ed allo spirito dei tempi moderni l’inasprimento dei dazi consumo. L’equivoco è evidente. L’inasprimento non esiste salvo che per una parte degli abitanti del suburbio, quelli che, facendo le loro provviste all’ingrosso, sfuggono ora al dazio sulla minuta vendita. Essi che ora pagano poco o nulla pagheranno di più ed anche gli altri che già pagano il dazio sui generi comprati alla bottega pagheranno maggiormente perché il dazio murato colpirà un numero maggiore di voci. Astrazion fatta dal possibile alleviamento delle tariffe daziarie, è da osservare che i foresi oggi sono privilegiati, poiché il loro contributo all’erario cittadino è minore delle spese fatte a lor favore dal municipio, ed il privilegio crescerebbe col tempo, se non vi si ponesse prontamente riparo.

 

 

A parte l’equivoco, è poi vero che scienza ed esperienza sieno d’accordo nel condannare i tributi comunali sui consumi? Il consigliere comunale Alberto Geisser nel citato opuscolo su «L’allargamento della cinta» ha messo insieme alcuni fatti che gli pseudo-scienziati popolareggianti montati in cattedra troppo spesso dimenticano nella loro apologia dei tributi diretti.

 

 

L’Inghilterra non ha dazi consumo comunali, ma ha una imposta sulla proprietà immobiliare che io non auguro a nessuno dei nostri grandi comuni e che assorbe delle percentuali elevatissime, fino al 75% del reddito lordo delle case, la quale si ripercote totalmente sugli inquilini, ed anzi è pagata direttamente da costoro. È davvero tanto migliore un tributo sul consumo della casa che un tributo sul consumo delle bevande alcooliche? Il primo limita l’uso di un elemento della vita sano e moralmente elevatore ed è perciò condannabile; mentre il secondo è un tributo che per ragioni congiunte di igiene e di reddito fiscale va incoraggiato e prende sempre più piede in tutti gli stati moderni. La crisi vinicola non potrà curarsi con pericolose ed ingiuste abolizioni del dazio sul vino, ma con la riduzione e il miglioramento della produzione. Non c’è proprio alcun motivo ragionevole perché le grandi città rovinino le loro finanze per dare un momentaneo sollievo ai viticultori. Per ritornare alle città inglesi, queste, se non hanno dazi consumi, ricevono però sussidi dallo stato, sussidi che giungono al 25% dei loro bilanci e che sono per più di metà alimentati dai tributi governativi sui consumi. Il che dimostra una verità nota a chi studi, senza preconcetti declamatori, le finanze degli stati moderni: essere impossibile far fronte alle crescenti spese pubbliche, centrali e locali, con le sole imposte dirette, poco elastiche ed espansive, ma essere d’uopo lasciar sempre un notevole posto ai tributi sui consumi. In Prussia, la celebrata riforma di Miquel, che attribuiva agli enti locali le imposte reali ed allo stato le imposte sul reddito e sul capitale, tradisce oggi la sua crescente debolezza, con i disavanzi continui da cui sono afflitte le finanze delle città, dello stato e dell’impero. L’ultimo disegno tributario minaccia ai tedeschi una fitta gragnuola di tributi sui consumi. Nella Svizzera stessa, i comuni, che dal dazio aborriscono, impongono non di rado un testatico uguale per ogni adulto (a Lugano 18 lire a testa), che equivale ad un vero dazio, senza la sicurezza e la generalità della percezione, e spesso si giovano delle aziende municipalizzate per far pagare il gas e la energia elettrica a prezzi di monopolio, i quali comprendono un forte guadagno, che non è per nulla diverso da un’imposta sui consumi.

 

 

Ciò che si può ragionevolmente pretendere dalle imposte sui consumi è che esse non colpiscano generi di prima necessità, non costituiscano una inutile vessazione per i contribuenti, limitandosi non troppe voci, di uso relativamente non di prima necessità. L’esempio della città di Milano dove la tariffa daziaria venne ridotta a poche voci, è certo un ideale; ma importerebbe alle finanze torinesi una perdita di 2.520.000 lire. La relazione della giunta osserva che si potrebbero conservare i dazi sul burro, zucchero, caffè, confetti, conserve, formaggi, frutta secca ed in composta, funghi freschi e secchi, miele, tartufi, glucosio e melassa, sciroppi, carbone e legname, mobili, profumerie, thè, carta da parato, cristalli e vetri; e certamente molte di queste voci non corrispondono a consumi di prima necessità e potrebbero essere conservate, data la maggior facilità di riscossione che si avrebbe a Torino colla cinta murata in confronto di Milano, dove la cinta simbolica ha ridotto la convenienza fiscale di molti dazi. La lista delle voci da abolire potrebbe allungarsi parecchio, abbracciando ad esempio le voci che non danno un apprezzabile risultato fiscale, e sono collocate nella tariffa per proteggere certe industrie torinesi dalla concorrenza esteriore (confetti, cioccolato, mobili, ecc.). Può essere discussa la convenienza di un protezionismo di stato; ma è sicuramente stranissima la protezione concessa a pochi interessi torinesi sul mercato cittadino, contro le industrie delle altre parti d’Italia. È uno scandalo che dovrebbe cessare al più presto. Certo il risultato finanziario dell’allargamento della cinta discenderebbe, ove si largheggiasse nella riduzione delle voci, alle 400.000 lire indicate nella relazione della giunta; e queste paiono meschinelle a molti, anche agli avversari dell’allargamento, i quali dicono non valer la pena di così grande sconquasso per una cifra tanto piccola. La cifra i piccola appunto perché si prevedono parecchie cospicue abolizioni di voci daziate; e la piccolezza si riferisce tutta ai primi anni. Passati i quali, il dazio, su un’area tanto più vasta e coll’impulso dato dall’attuazione del piano regolatore al progresso edilizio, non mancherà di dare proventi vie maggiori, malgrado l’inevitabile riduzione di voci.

 

 

La piccolezza dell’aumento immediato e la sua graduale ascesa dappoi è anzi un bene per me che sono d’accordo cogli avversari della giunta nel criticarne la mania un po’ troppo spendereccia per fini diversi da quelli indubbiamente spettanti ai comuni. La mancanza di mezzi tratterrà dal promettere nuove grosse e pericolose imprese ed il progressivo maggior gettito dei tributi metterà la città in grado di attuare a mano a mano le opere necessarie connesse col piano regolatore. Non so perciò associarmi all’augurio che parecchi giornali e molte associazioni commerciali fanno di questi giorni a Torino: che il sindaco abbia il coraggio di ritirare il progetto od almeno sospenderne la discussione. Non sarebbe questo certamente un atto di coraggio; e dimostrerebbe soltanto che alla concezione sana degli interessi cittadini si sovrappongono meschine considerazioni elettorali e il rispetto a piccoli interessi momentaneamente offesi dall’allargamento della cinta. L’amministrazione comunale di Torino doveva essere criticata prima, quando preparava troppo frettolosamente disegni di imprese problematiche; ma deve essere lodata oggi che, rispetto a quelle imprese, si limita a presentare l’inevitabile conto delle spese da saldare, e dimostra di avere di mira, un programma di opere strettamente attinenti ai fini della vita municipale, un programma degno dell’avvenire di una grande città moderna e dimostra di volerlo attuare con una riforma tributaria equa, semplice e per nulla contraria ai dettami della finanza democratica.

 

 


[1] Con il titolo Il problema finanziario e la riforma tributaria di una grande città. [ndr]

[2] Con il titolo Allargamento della cinta e moderazione di dazi. La riforma tributaria a Torino. [ndr]

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