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La Stampa

La rinnovata grandezza d’Italia

«La Stampa», 29 settembre 1898

 

 

 

In una delle sedute del Congresso economico tenuto nei giorni scorsi a Torino, un congressista incidentalmente parlò dell’apatia italiana in fatto di industrie e di commerci e della stazionarietà neghittosa della nostra agricoltura.

 

 

A molti l’accusa sembrò ingiusta, e con calore i convenuti applaudirono il professore Cognetti De Martiis quando questi, con vibrata e calda parola, rivendicò agli italiani il vanto di aver saputo creare industrie fiorenti e sdegnosamente rintuzzò l’accusa di decadenza rivolta all’Italia ed alla razza latina in genere.

 

 

È vero; gli italiani sono troppo scettici e inclini a disprezzare se stessi e le loro opere. I denigratori più acerbi del nostro paese si trovano non fra gli stranieri, ma fra i nostri connazionali, i quali sono sempre lieti di rimproverare quando possono, e di esagerare la povertà, la mancanza di iniziativa, la decadenza dell’agricoltura e dei commerci dell’Italia. è ora di finirla con questo andazzo di denigrare le nostre energie produttive, ed è ora di proclamare ben alto che nessun altro paese superò, come l’Italia, tanti ostacoli ai suoi progressi economici, nessun altro paese dovette lottare contro un ambiente così deleterio ed opprimente, raggiungendo, malgrado ciò, una meta che molti stranieri ci invidiano.

 

 

E gli ostacoli che avvenimenti storici e più colpe di governanti frapposero ai progressi materiali dell’Italia sono veramente enormi e terribili. Nessun altro paese geme sotto un regime tributario così acerbamente fiscale, il quale toglie alle classi lavoratrici il 30% circa dei meschini guadagni, raddoppia e fin decuplica il prezzo dei generi di prima necessità, e nello stesso tempo non giova alle classi industriali, le vere rappresentanti del capitalismo moderno, perché frena ogni iniziativa ed impedisce il sorgere dell’industria collo spettro pauroso dell’agente delle imposte.

 

 

Quale è quell’altro paese il quale abbia dovuto costituire tutto un meccanismo di governo e di amministrazione in così breve tempo ed abbia accumulato un debito pubblico così smisuratamente sproporzionato alle risorse nazionali; ed in quale altro Stato moderno i contribuenti furono dissanguati altrettanto spietatamente a favore di bande di politicanti insediate al Governo, e di classi proprietarie neghittosamente gaudenti all’ombra dei dazi protettori sul grano?

 

 

Malgrado ciò, malgrado tutta un’organizzazione della cosa pubblica lenta, burocratica ed addormentatrice, i figli d’Italia hanno lavorato indefessamente ed hanno prodotto alcuni dei più grandiosi fenomeni economici di cui si possa vantare il mondo moderno alla fine del secolo che volge al tramonto.

 

 

Nelle industrie manifatturiere, nelle vetrerie, nei tessuti di seta e di cotone, nelle ceramiche, nei lavori in ferro ed in acciaio i progressi compiuti dall’Italia sono stati immensi e sbalorditivi. E non sono stati progressi dovuti ai dazi protettori, perché i prodotti dell’industria italiana vincono la concorrenza straniera sul mercato internazionale solo per la bellezza artistica, il basso prezzo e la bontà intrinseca. Una nuova razza di capitani dell’industria si è sviluppata in Italia, la quale va dai grandi industriali piemontesi e lombardi che hanno saputo conquistare o soggiogare ampi mercati esteri coi tessuti, coi fiammiferi, colle macchine a vapore (veri miracoli di forza e di agilità) provenienti dall’Italia, ai produttori di mobili, di vetrerie, di ceramiche in cui brilla vivissimo il sentimento dell’arte tradizionale nel nostro paese. Gli stessi inglesi, pur così freddi e ponderati, sono costretti a riconoscere che lo sviluppo delle industrie italiane è tale da indurre un legittimo timore di vittoriosa concorrenza nell’animo dei produttori britannici.

 

 

Nel Levante e nell’America meridionale i prodotti nostri si espandono ognora più; e, grazie ai Consorzi impiantati in Milano ed in Torino, la merce italiana va lentamente espandendosi nell’Estremo Oriente. Siamo agli inizi di una fortunata espansione dei prodotti industriali italiani nei paesi nuovi e da poco aperti alla civiltà.

 

 

Così sapessero i governanti secondare questo naturale slancio delle energie produttrici italiane, togliendo gli ostacoli che vi si oppongono sotto forma di tasse di ancoraggio e di tariffe di combattimento! Mentre questo accade nel campo delle industrie, uno spettacolo non meno confortante ci presenta la nostra agricoltura.

 

 

È oramai divenuto di moda gridare contro i coltivatori, come a gente neghittosa ed ignorante, perché mantiene il saggio medio della produzione del grano a 9 ettolitri per ettaro. è naturale che stimolando coll’enorme dazio protettivo di L. 7,50 al quintale la produzione del grano, questo venga coltivato nelle terre sterili, sui pendii scoscesi, dove nessuna forza umana, nessuna ideale perfezione di sistemi culturali giungerà mai ad innalzare la produzione al disopra di pochi ettolitri per ettaro. La colpa della deficiente produzione granifera per ettaro è dovuta alla strana idea di voler produrre in Italia tutto il grano che vi viene consumato, come se il grano non fosse il prodotto dei paesi nuovi, mezzo deserti, situati ai limiti della coltivazione. I paesi vecchi, a popolazione densa, non possono con profitto produrre cereali, e devono dedicarsi alla produzione di derrate fini e costose.

 

 

Sotto questo rispetto l’Italia agricola è andata fin troppo innanzi: la piana lombarda, dove la cultura supera di gran lunga in perfezione le più celebrate plaghe del Belgio e dell’Inghilterra, le colline delle prealpi, del Monferrato, della Toscana, delle Puglie e della Sicilia litoranea sono testimoni della tenacia e dell’abilità con cui il coltivatore italiano ha saputo trasformare terreni sassosi o paludosi in marcite, vigneti, oliveti ed agrumeti, ai quali difficilmente si potrebbe contrapporre qualcosa di più modernamente perfetto nelle nazioni più progredite.

 

 

E queste non solo ci invidiano i nostri campi, ma rimangono ammirati dinanzi alla perfezione ed alla complessità dei congegni indirizzati ad aiutare il colono italiano nella sua faticosa opera di conquista della natura. è con legittimo orgoglio che la provincia di Parma può asserire di essere la prima del mondo in fatto di istituzioni cooperative a sussidio

dell’agricoltura.

 

 

Nemmeno la Danimarca e la Francia, pur così famose per le lotterie sociali ed i Sindacati agricoli, possono vantare un complesso di istituzioni così bene congegnato a favore dell’agricoltura come a Parma, dove Casse di risparmio, Banche popolari, cattedre ambulanti, Casse di prestanze agrarie, Sindacati d’acquisto e di vendita si danno la mano e mutuamente si correggono per stimolare la coltura scientifica e sapiente del terreno e per attribuire al lavoratore l’integrale frutto dell’opera sua, sottraendolo all’usura del fisco ed alla miseria.

 

 

Ed anche quando la miseria desolante, la povertà del terreno e l’ombra aduggiante del latifondo costringono alla fuga a torme immense i contadini ed i braccianti, noi non dobbiamo gridare disperati, come se dalle ferite della patria nostra sgorgasse il sangue che solo dà vita e vigore, ma dobbiamo esultare perché i milioni dei nostri emigranti stanno fondando all’estero un’Italia nuova, più grande dell’antica.

 

 

Forse agli occhi degli storici contemporanei non si offerse mai spettacolo più grandioso della colonizzazione coraggiosa e tenace della grande pianura americana da parte della razza anglo-sassone. In meno di un secolo, dove prima cacciavano gli indiani e pascolavano i bisonti, si estese a fecondare col lavoro i campi e le città un popolo potente di lavoratori, di industriali e di commercianti. In questi momenti in cui gli Stati Uniti fanno pompa dinanzi all’Europa attonita della loro grandezza materiale e morale, sia lecito additare all’Italia l’opera di colonizzazione iniziata dai suoi figli, opera non minore di quella compiuta dalla razza anglo- sassone.

 

 

L’Argentina sarebbe ancora un deserto, le sue città un impasto di paglia e di fango senza il lavoro perseverante, senza l’audacia colonizzatrice, senza lo spirito di intraprendenza degli italiani.

 

 

Figli d’Italia sono stati coloro che hanno creato il porto di Buenos Ayrese, che hanno colonizzato intere province vaste come la Francia e l’Italia; sono per nove decimi italiani quei coloni che hanno dissodato la immensa provincia di Santa Fè, donde ora si diparte il grano che inonda i mercati europei; sono italiani coloro che hanno intrepidamente iniziato la cultura della vite sui colli della provincia di Mendoza; sono italiani moltissimi fra gli industriali argentini, ed italiani tutti i costruttori e gli architetti delle città dell’America del Sud; italiano finalmente è quell’imprenditore, il quale, emulo degli inglesi, ha costruito sulle rive del Plata per più di mezzo miliardo di opere pubbliche.

 

 

Alla rinnovata grandezza d’Italia è bene mandare, in questi momenti di sfiducia e di scetticismo, un saluto fidente, solo augurando che allo spirito di intraprendenza, alla energia produttrice, alla genialità artistica ed alla potenza colonizzatrice del nostro popolo più non si oppongono all’interno le vessazioni e le dilapidazioni delle classi politicanti ed all’estero le pazzie africane e la incuria colpevole delle colonie spontanee, dove si matura la formazione di nuove Italie.

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