La ripartizione delle imposte e la pressione tributaria in Italia

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. III

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 18/11/1913

La ripartizione delle imposte e la pressione tributaria in Italia

«Corriere della Sera», 18 e 27[1] novembre 1913, 8[2] e 13[3] gennaio 1914

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.III, Einaudi, Torino, 1960, pp. 578-609

 

 

 

 

1

 

È opinione generalmente e ragionevolmente diffusa che il problema tributario dovrà nella nuova legislatura essere discusso a fondo e dovrà fornire argomento a battaglie forse vivaci e feconde. Già s’odono le voci più diverse le quali sorgono a lamentare la cattiva distribuzione delle imposte, la sua iniqua ripartizione, per cui le classi ricche e borghesi sfuggono al loro debito tributario, mentre sono ingiustamente e sovratutto aggravate le masse.

 

 

Affinché la discussione sia proficua, sembra sia opportuno conoscere anzitutto i fatti; sapere cioè quale sia la pressione tributaria totale delle imposte esistenti; quale la sua ripartizione nelle grandi linee, sulle diverse classi sociali; quale l’altezza della sua pressione sulle diverse specie della ricchezza nazionale. Conosciuti i fatti; sarà possibile indicare i rimedi ai mali che venissero accertati; mentre può nuocere la proposta di rimedi intesi allo scopo di guarire mali inesistenti o di raggiungere una meta che per avventura fosse già toccata.

 

 

Disgraziatamente i fatti non sono così chiari e parlanti da poter darci la risposta a tutte le domande che ho posto sopra; sicché occorre procedere per via di ipotesi, schiarimenti ed approssimazioni. Molti, ad esempio, incorrono in errore, nel valutare la pressione tributaria rispettiva dei proprietari e dei proletari, tenendo conto delle sole finanze dello stato; altri supponendo che siano imposte tutto il provento delle privative del sale, dei tabacchi e del lotto, mentre la parte la quale va a compensare le spese industriali e le vincite non è imposta, ma costo di esercizio dell’industria, il quale va a carico dei consumatori diretti delle merci o delle speranze di vincita messe in vendita dallo stato. Altri farnetica di esenzioni di taluni capitalisti dalle imposte, solo perché, ad esempio, il tributo sui titoli al portatore viene pagato da enti intermediari, come, ad esempio, le società anonime, per conto dei loro azionisti ed obbligazionisti. Si odono ripetere errori grossolani da persone, le quali dovrebbero essere peritissime nel maneggiare statistiche e leggi tributarie. Sicché è necessario, innanzi di esporre un quadro della complessiva pressione tributaria italiana, avvertire che il quadro fu composto:

 

 

a)    non tenendo conto delle entrate che lo stato e gli altri enti hanno dal proprio demanio o dall’esercizio di industrie vere e proprie, come le poste, i telegrafi, i telefoni, le ferrovie, ecc. ecc. Sarebbe scorretto considerare come imposte le somme che i cittadini, in quanto utenti, pagano per ottenere i servizi dei trasporti delle persone, delle merci o delle corrispondenze; e si deve supporre che i prezzi pagati allo stato per tali servizi siano inferiori a quelli che si pagherebbero a privati che esercitassero la medesima industria, sicché l’utente non subisce nessun gravame quando il servizio gli è fornito da una pubblica amministrazione.Il criterio fu seguito fin dove era possibile; né le eccezioni cui necessariamente si dovette dar luogo, sono importanti e tali da esercitare un’influenza apprezzabile sui risultati del calcolo.

 

 

b)    deducendo dal reddito lordo che lo stato ricava dalla vendita dei tabacchi, del sale e delle speranze di vincita al lotto, il costo della produzione dei sigari, sigarette ed altre qualità di tabacchi, del sale e l’ammontare delle vincite al lotto. Se un tale spende 10 centesimi per comperare un sigaro che allo stato è costato 3 centesimi, l’imposta è eguale a 10 – 3 ossia a 7 centesimi. Per il resto l’acquirente ha avuto il vantaggio di fumare il sigaro, vantaggio identico a quello che si ha consumando vino, caffè, teatri ecc. ecc.;

 

 

c)    aggiungendo al provento delle imposte di stato quello delle sovrimposte ed imposte pagate agli enti locali. Le provincie ed i comuni invero sono organismi a cui, per evidenti ragioni di opportunità e convenienza, vengono affidati alcuni compiti, che male e con eccessivo costo sarebbero adempiuti dallo stato. E perciò a questi enti vengono assegnati taluni tributi, i quali, completando i tributi dello stato, formano con essi un tutto inscindibile. Fa senso sentire che i proprietari di terreni in Italia pagano solo 82,8 milioni di lire di imposta allo stato; ma, quando si ode che essi pagano altresì 64 milioni alle provincie, 109,9 milioni ai comuni e 5,3 milioni per aggi ed in tutto 262 milioni, il peso tributario dei proprietari di terreni appare assai più considerevole.

 

 

La somma dei tributi di stato con i tributi locali non in tutto può farsi in modo soddisfacente per la diversità del periodo di tempo a cui i dati si riferiscono. Per lo stato mi sono riferito all’esercizio finanziario 1911-12, l’ultimo di cui si hanno i dati definitivi, per le provincie ed i comuni in parte (sovrimposte e dazi consumo) al 1911 ed in parte (imposte minori) al 1907. Le fonti da cui ho ricavato i dati statistici sono la relazione generale sulla amministrazione delle finanze durante l’esercizio 1911-12 e la statistica delle finanze comunali del 1907, che sono gli ultimi due documenti ufficiali comparsi in argomento.

 

 

Le statistiche consentono di fare una sola grande ripartizione dei tributi vigenti in Italia; ripartizione la quale è ben lungi dall’essere perfetta e scientifica; ma corrisponde abbastanza bene a quella distinzione che ha maggior seguito nell’opinione pubblica, tra i legislatori ed i pubblicisti. Voglio accennare alla ripartizione tra imposta sul reddito, sul capitale e sulla ricchezza acquisita da un lato e sui consumi dall’altro. Nella prima categoria cioè si collocano tutte quelle imposte le quali cadono sui proprietari di terreni e di case, sui capitalisti, sui professionisti, sugli industriali e sui commercianti; nella seconda le imposte le quali colpiscono in genere l’uomo solo perché consuma merci o derrate soggette a dazio, a privativa, a tributo.

 

 

La distinzione non è in tutto perspicua, poiché le imposte della prima categoria sono pagate in non piccola parte da piccoli proprietari, artigiani, negozianti e professionisti; mentre le classi medie e ricche contribuiscono ed in non piccola misura al pagamento delle imposte sui consumi. Ma, pur non potendo identificare le prime imposte con quelle pagate dalla borghesia e dai ricchi e le seconde con quelle solute dalle grandi masse, si ha tuttavia un’idea approssimata della ripartizione dei tributi nel nostro paese. Si noti, se ciò ci può consolare, che nella maggior parte dei paesi civili non è possibile ottenere risultati statistici migliori di quelli che si ottengono in Italia.

 

 

Ecco ora il quadro delle imposte le quali colpiscono i redditi, i capitali e le ricchezze acquisite.

 

 

 

Stato

 

 

Provincie

 

Comuni

Totale

milioni

Imposte sui terreni 

82,8

64

109,9

256,7

Imposte sui fabbricati 

104,1

50

73,8

227,9

Aggi di riscoss. immediata 

8,9

Imposta di ricch. mobile 

 312,5

312,5

Addizione terremoto 

8,7

8,7

Ricuperi imposte dirette 

2,3

2,3

Tassa esercizio e rivendita 

9,9

Tassa valor locativo 

3,3

Tassa famiglia 

23,1

79,2

Tassa bestiame 

16,1

Altre tasse 

26,8

Imposta di successione 

50,1

Imposta di manomorta

5,6

 
Imposta di registro 

95,3

Imposta di bollo 

83,8

284,1

Imposta di surrogazione 

28,3

Imposta di ipotecarie 

11,2

Addizion. tasse sugli affari 

9,8

Totale 1.180,3

 

 

Con le imposte dirette sui redditi, sulle successioni e sulla circolazione della ricchezza lo stato e gli enti locali prelevano ogni anno circa 1 miliardo e 200 milioni di lire sui contribuenti, i quali hanno qualche proprietà immobiliare o mobiliare, piccola, media o grossa, ed esercitano professioni, industrie, commerci, negoziano e fanno affari. La somma di 79,2 milioni che si legge nel quadro pagata ai comuni a titolo di imposte minori è probabilmente inferiore al vero risalendo essa al 1907: dopo il qual anno il gettito della sola imposta di famiglia è assai cresciuto.

 

 

Passiamo alla seconda categoria di imposte: sui consumi. Qui possiamo fare a meno della distinzione delle entrate, a seconda delle varie qualità degli enti pubblici tassatori, poiché le provincie non hanno imposte sui consumi e per i comuni queste si riducono ad una sola, sebbene vistosa, cifra: quella del dazio consumo. Ecco i dati:

 

 

Milioni di lire

Imposte di fabbricazione 

200,3

Dazi doganali 

343,6

Dazi di consumo: stato 

52,1

Dazi di consumo: comuni 

194,9

247

247

Privative: tabacchi

 

244

 

Privative: sale 

75,1

Privative: lotto 

53,3

Privative: chinino 

0,9

373,3

 

373,3

 

Totale 1164,2

 

 

La somma complessiva di imposte sui consumi pagata dagli italiani torna all’incirca ad essere quella stessa di 1 miliardo e 200 milioni – in argomenti siffatti occorre arrotondare le cifre – che si paga a titolo di imposte sui redditi, capitali ed affari.

 

 

Questi due dati riassuntivi possono dar luogo a parecchie riflessioni interessanti.

 

 

Innanzi tutto la pressione totale tributaria in Italia, di 1.200 + 1.200 = 2.400 milioni di lire è tutt’altro che lieve. Quali si siano i nomi che si danno alle imposte, esse sono prelevate sempre e soltanto sul flusso annuo di ricchezza nuova che si viene formando ogni anno nel paese. La pressione o gravezza dell’imposta si misura in funzione di questa quantità, che è il reddito nazionale annuo. Quale sia il reddito nazionale della massa degli italiani è ignoto. Forse può sembrare un’ipotesi non troppo lontana dal vero calcolarlo in 12 miliardi, nel qual caso le imposte assorbirebbero complessivamente il 20% del reddito stesso. È molto: ed è, con tutta probabilità, il massimo a cui si possa giungere in un paese in cui lo stato non voglia essere un fattore di decadenza della ricchezza nazionale. Ma non è quel 30 o 40% che taluni immaginano e che, se fosse stato vero, avrebbe da un pezzo cagionato troppo dannose conseguenze. Sarebbe utile ridurre il 20 al 15 od al 10%; ma non vi è pericolo urgente nel mantenere la pressione tributaria complessiva al livello odierno.

 

 

La seconda considerazione la quale, sulla base delle cifre suesposte, sembra incontrovertibile è questa: che le due grandi categorie di imposte, sul reddito e sui consumi, si bilanciano quasi perfettamente. Chi ricorda i famosi discorsi sul bilancio di Gladstone, i suoi classici paragoni tra le due sorelle siamesi e cioè tra le imposte sui redditi e sui consumi, nell’equilibrio delle quali egli faceva consistere la perfezione pratica degli ordini tributari, chi sa come l’Inghilterra ha durato quasi tre quarti di secolo per giungere a ridurre le imposte sui consumi in guisa che esse non superassero le imposte sui redditi o sulla fortuna, dovrà concludere che la riforma più urgente non sta oggi in Italia nello scaricare i consumi per caricare i redditi e viceversa. Giungerà forse il momento di operare qualche spostamento di tal genere. Per ora sarebbe un lavoro pericoloso per la finanza e tutto sommato, dannoso per i contribuenti.

 

 

Che cosa, invero, ci dicono i due quadri che ho sovra costruito? Che in Italia tutte le forme di ricchezza sono tassate: dai terreni ai fabbricati, dai capitali mobiliari alle industrie ed ai commerci, dagli affari fra vivi alle successioni. Aumentare ancora le aliquote delle imposte sui redditi o sui capitali, anche per i redditi più elevati, allo scopo di potere, col maggior provento, ridurre talune tra le peggiori imposte sui consumi, sarebbe un perditempo, poiché non si possono aumentare aliquote già feroci e tra le maggiori che si conoscano al mondo. Quando i redditi dei terreni pagano, tra imposte e sovrimposta, da minimi del 15 a massimi del 50 e del 60 percento; quando i redditi dei fabbricati pagano da minimi del 25 a massimi del 200 e 300% dei redditi; quando i redditi mobiliari, i più liquidi e fuggevoli fra tutti, pagano dal 7,6 al 24%; quando, per soprammercato questi medesimi redditi sono sottoposti, nell’atto in cui i capitali che li producono passano da persona a persona per successione o compravendita, altre imposte saltuarie le quali, variando dall’1 al 22% del capitale, oscillano fra il 20 ed il 300% del reddito annuo, quando è notissimo che persino i titoli al portatore, rispetto ai quali corre una comica leggenda la quale li considera come immuni da tributo, pagano al minimo il 15% del loro reddito fisso, quando tutto ciò, che è certissimo, si medita e si ricorda, si rimane persuasi che da un semplice incremento di aliquote e magari anche dall’adozione di nuovi nomi di imposte, risolventisi in sostanza in addizionali alle imposte vecchie, non si può sperare alcun risultato apprezzabile.

 

 

Il problema non sta nel creare nuove imposte per costringere la borghesia o le classi ricche a pagare. Le classi borghesi e ricche, ogni volta che sia possibile accertarne i redditi, pagano imposte altissime e che la decenza vieta di aumentare. Il problema è diverso e sta nel confronto tra il gettito complessivo delle imposte sui redditi e sui capitali, che è di circa il 10% del reddito nazionale (un altro 10% è dato dalle imposte sui consumi e si ha così un 20% complessivo) e le aliquote formidabili, del 10, 20, 30, 50, 100, 200% e più scritte nelle leggi, nei bilanci, nei regolamenti comunali e provinciali. Le aliquote legali sono grottesche per la loro altezza; mentre l’aliquota di fatto complessiva è alta, ma ragionevole. Che cosa vuol dire ciò? Che, mentre taluni e non pochi disgraziati contribuenti pagano le aliquote enormi scritte nelle leggi, molti altri sfuggono ai tributi che legalmente dovrebbero solvere.

 

 

2

 

La spiegazione del contrasto tra i fatti approssimativamente sicuri rivelatici dalle statistiche finanziarie (relazione del 20% tra lammontare e il totale delle imposte e quello del reddito nazionale) e l’impressione generale intorno alla gravezza maggiore delle imposte italiane sta tutta nella discordanza tra i redditi veri, realmente goduti dai contribuenti ed i redditi legalmente accertati, ossia conosciuti dal fisco agli effetti delle imposte. Se i redditi veri sono di 12 miliardi, ma il fisco ne conosce solo 6, è chiaro che la proporzione ad aliquota effettiva dell’imposta sarà di 2 miliardi e 400 milioni sui 12 miliardi, ossia del 20 percento, mentre la proporzione apparente o legale sarà di 2 miliardi e 400 milioni su 6 miliardi, ossia del 40 percento. Questa la ragione fondamentale per cui le aliquote delle imposte in Italia appaiono altissime, e per cui tutte le proposte, le quali consistono nel crescere ancora codeste aliquote o nell’inventare nuovi nomi di imposte col fine sostanziale di crescere, senza dirlo, le aliquote delle vecchie imposte, sono destinate a dare scarsi frutti. È vero che le imposte talvolta si istituiscono per soddisfare a bisogni retorici di dimostrare la propria capacità inventiva tributaria ed il proprio coraggio a colpire certe classi di contribuenti; ma sembra che tutte le persone di buon senso dovrebbero essere concordi nel ritenere che siano inutili e dannosi gli inasprimenti tributari il cui unico effetto sia di accrescere le odierne evasioni e siano utili soltanto quelle riforme le quali giovano sul serio a far pagare di più a coloro i quali non pagano abbastanza, sgravando nel tempo stesso, – nei limiti del possibile e garantendo all’erario un aumento notevole di proventi, – coloro i quali sono eccessivamente tassati.

 

 

Per scoprire quali siano i punti di massima e di minima pressione effettiva nelle imposte non sarà inutile scrutare ancora un po’ più da vicino i fatti, per accertare quali siano le maglie della rete tributaria attraverso a cui più facilmente sfuggono i redditi imponibili. È questa la sola maniera pratica di crescere sul serio il gettito dei tributi, senza crescere ed anzi scemando le aliquote legali, già fantasticamente elevate.

 

 

E cominciamo col primo ramo della nostra imposta sul reddito. Dico della «nostra imposta sul reddito» poiché è una strana illusione, coltivata solo nei nostri ceti dirigenti politici, quella per cui si immagina che in Italia non esista una imposta sul reddito. È vero che i legislatori del periodo 1861 – 66 preferivano conservare ad essa i tre vecchi nomi di imposta sui terreni, sui fabbricati e sui redditi di ricchezza mobile; ma è vero altresì che la celebre imposta inglese sul reddito (income tax) si distingue, oltreché per talune importantissime circostanze particolari rispetto a cui in parte è migliore ed in parte è peggiore della nostra – dall’imposta italiana solo perché i legislatori inglesi del 1798 e del 1842 preferirono darle un nome solo, pure essendo essa, come la nostra, un conglomerato di parecchie (cinque) imposte diverse, ognuna delle quali è regolata con criteri propri. La qual verità, che in Italia esiste già una imposta sul reddito, è talmente chiara agli uomini, i quali non hanno la mente ottenebrata dal suono vano dei nomi, che gli stranieri, i quali vengono in Italia a studiarla ed a proporla, per certe sue mirabili caratteristiche, all’imitazione dei legislatori stranieri, la chiamano senz’altro the italian income tax, e cioè l’imposta italiana sul reddito. Così lo Seligman, reputatissimo scrittore americano di finanza, ed inspiratore di quella imposta sul reddito che il presidente Wilson fece recentemente introdurre negli Stati uniti. Tassando i redditi dei terreni, dei fabbricati e, sotto il nome di ricchezza mobile, i redditi dei capitali delle industrie, dei commerci, delle professioni, degli impieghi e del lavoro, la nostra imposta sul reddito non lascia immune alcuna forma di reddito. Se qualche reddito sfugge non è per difetto di obbligo a pagare, ma di attitudine pratica del fisco a conoscerlo ed a costringerlo a pagare.

 

 

Il primo ramo della imposta italiana sul reddito è l’imposta sui terreni. Come avvertii nell’articolo citato, l’imposta sul reddito dei terreni frutta circa 262 milioni di lire all’anno allo stato, alle provincie ed ai comuni. Dire da quale reddito netto questi 262 milioni di lire – a cui bisogna aggiungere quella parte cospicua dei 284,1 milioni di tasse sugli affari (bollo, registro, successioni, ipoteche) che grava altresì sulla proprietà fondiaria – siano prelevati è quasi impossibile. L’impossibilità nasce dal fatto che l’imposta sui terreni è distribuita prevalentemente ancora sulla base di vecchi catasti, i quali non hanno più alcun rapporto con il reddito attuale dei terreni. Se si ammette però, coll’ufficio ricostituito di statistica agraria, che il prodotto lordo della terra sia di circa 7 miliardi di lire, sembra difficile che il reddito netto spettante ai proprietari terrieri, come tali – detratte le parti del prodotto spettanti agli affittavoli, mezzadri, contadini obbligati, braccianti, giornalieri, ecc., e le spese per sementi, concimi, manutenzione, attrezzi, ecc. ecc. – sia superiore ai 2 miliardi di lire. Il catasto nuovo che si sta compiendo difficilmente scoprirà più di 1 miliardo di reddito netto dei proprietari; sicché, a raddoppiare tale cifra, pare si debba stare nei limiti del probabile. Un prelievo di 262 milioni a titolo di imposta e sovrimposta sui terreni, più una parte dei 284 milioni di tasse sugli affari, forse in tutto di non meno di 400 milioni di lire, può sembrare scarso od enorme a seconda se chi giudica è un proprietario di terreni od un professionista.

 

 

Certo l’impressione generica che fa un’imposta di circa 400 milioni per 2 miliardi di reddito netto sembra essere questa: che se si vuol ricavare dai terreni un prodotto tributario più forte, fa d’uopo non aumentarne il peso su tutti, ma solo su coloro che oggi pagano troppo poco. Si pensi ciò che si vuole intorno alla teoria dell’ammortamento dell’imposta fondiaria, secondo cui dopo una o due generazioni l’imposta non viene più pagata da nessuno; sta di fatto che in non pochi comuni, per il sovrapporsi di imposte e sovrimposte e per effetto di vecchi catasti sperequati vi sono proprietari i quali pagano sul serio il 50 o 60% e più del reddito netto al fisco, laddove altri pagano il 3 o 4% soltanto. Aumentare di uno o due decimi le imposte attuali o sovrapporre ad esse una imposta globale sul reddito vuol dire far pagare il 60 a chi pagava il 50% ed il 3,60 a chi pagava il 3 percento. Dicasi se per questa via si possa riuscire ad altro che a crescere il malcontento dei proprietari contro l’imposta. Né trattasi di poca gente. Gli ultimi ruoli dell’imposta terreni (1911) recavano nientemeno che 6.983.553 articoli, il che si suppone corrisponda all’incirca a 5.200.000 proprietà. La maggior parte di costoro, forse i due terzi, sono piccolissimi proprietari, di non più di un ettaro di terreno e sarebbe necessario sgravarli del tutto, anche perché l’esazione delle quote minime costa di più di quanto non renda al fisco. Ma allo sgravio si oppone la difficoltà che, in alcuni comuni, la proprietà è quasi tutta piccolissima: e come vivrebbero i comuni rurali se quasi tutta la terra fosse immune da tributo? Tanto più, trattandosi di milioni di persone, si impone la perequazione tributaria: ossia l’acceleramento di quelle operazioni catastali che, cominciate nel 1886, sono ancora lontane dal fine. L’argomento meriterebbe, da solo, ampia trattazione. Qui vuolsi soltanto notare che è inutile legiferare ottimamente, come nel 1886 si fece, se poi le leggi si attuano coll’intento prevalente ed artificioso di formare un catasto, il quale consenta di ridurre la imposta erariale (le sovrimposte locali sono ognora in aumento) nelle provincie del settentrione, dove i redditi invece sono, a vista di tutti, aumentati notevolmente; se il malo esempio del nord servì al sud per ottenere una diminuzione del 30% delle imposte attuali, sgravio concesso sia a chi pagava molto come a chi pagava poco; se la emulazione tra nord e sud nel diminuire gli imponibili, fa venir la voglia a talune provincie, dove si compie oggi il catasto, di opporsi con ogni mezzo alla sua formazione nelle maniere corrette volute dalla legge; e sia testimonio di ciò la provincia di Porto Maurizio, dove si giunse all’estremo di far sciogliere la giunta tecnica provinciale del catasto, perché si temeva che i risultati dei suoi lavori non sarebbero stati graditi ai proprietari.

 

 

Questo dell’estimo del reddito dei terreni è un vero caos; dal quale non si uscirà, a parer mio, se, con adeguata spesa e con assoluta indipendenza degli organi catastali – uffici esecutivi, giunte tecniche e commissioni censuarie – dalla politica, non si acceleri la fine del nuovo catasto. A che pro discorrere di giustizia tributaria, se si impedisce poi, con ogni maniera di ostacoli, che una legge ottima, come quella del 1886, abbia una seria attuazione? Credo anch’io che sia quasi impossibile perequare del tutto gli estremi del 50 e del 3 percento, che ho citato dianzi a modo d’esempio; ma se anche si riuscisse solo a ridurre il 50 al 30 ed a crescere il 3 al 25 percento, centesimi addizionali locali compresi, le ragioni della giustizia e dell’erario riceverebbero un non spregevole vantaggio.

 

 

Il secondo ramo dell’imposta italiana sul reddito è quello che colpisce il reddito dei fabbricati. Anche qui non discuterò le questioni di principio che tale imposta fa sorgere e che sono gravi e numerose. Dirò soltanto che, malgrado la legge intenda colpire il reddito netto dei fabbricati con un’imposta erariale del 16,50% – a cui si aggiungono i centesimi addizionali comunali e provinciali, che la portano al 25-30 e, in moltissimi comuni rurali, al 50-60 e persino 80 e 100% ed in taluni, cosa incredibile ma vera, al 120, 150, ecc.,% -; in realtà i redditi tassati non sono sempre i redditi veri, sicché una parte non piccola del reddito sfugge all’imposta.

 

 

Ricordo taluni dati fondamentali. L’ultima revisione generale del reddito dei fabbricati risale al 1890 ossia a circa un quarto di secolo fa. In quell’anno, prima della revisione, i redditi netti accertati erano di 424,8 milioni di lire. Nei ruoli principali del 1911 il reddito netto totale dei fabbricati italiani è iscritto per 622,4 milioni di lire, con un aumento di 197.624.969 lire. Da quali cause derivò l’aumento? Eccole spiegate in poche cifre:

 

 

Aumento derivante dalla revisione generale del1890

 

+ L. 80.245.980

id. per costruzioni nuove 

+ 164.871.251

id. per revisioni parziali 

+ 10.564.691

Diminuzione per passaggio alla categoria dei fabbricatirustici esenti

 

– 7.874.686

id. per errori materiali 

– 4.602.203

id. per demolizioni, incendi e rovine 

– 45.580.969

Aumento netto totale

 

L. 197.624.969

 

 

Si vede che il grosso dell’aumento è da due cause: la revisione generale del 1890, la quale aumentò di un colpo di 80 milioni di lire gli imponibili, che allora erano solo di circa 425 milioni di lire, portandoli a 505 milioni, e le nuove costruzioni, aggiuntesi dopo il 1890, accertate per un reddito di 164,8 milioni di lire. Si può dire che, dopo la revisione generale del 1890, il reddito accertato dei vecchi fabbricati, e cioè esistenti a quella data, non sia variato. Le revisioni parziali ne fecero aumentare il reddito di 10,5 milioni di lire (differenza fra 24,3 milioni di aumento e 13,7 milioni di diminuzione), ossia di appena il 2% circa del reddito di 505 milioni accertato in occasione della revisione generale del 1890.

 

 

Quale significato ha il fatto che, mentre si costruivano in questi 21 anni tanti fabbricati nuovi, il cui reddito veniva accertato in 164,8 milioni di lire, i fabbricati vecchi rimanevano accertati secondo il loro reddito del 1890, aumentato appena del 2 percento? Questo, che il reddito legale tassato si avvicina al vero per i fabbricati nuovi e tanto più si avvicina al vero quanto più essi sono nuovi, ossia costrutti durante o dopo il notevole aumento dei fitti avvenuto dopo il 1900: mentre quella parte dei fabbricati nuovi che furono costrutti dal 1890 al 1900, e quasi tutti i fabbricati antichi, già esistenti nel 1890, sono ancora tassati secondo i fitti antichi, quali correvano verso il 189o e durarono fino verso il 1900. All’incirca, su 622,4 milioni di lire di reddito imponibile accertato nel 1911, un centinaio di milioni può ritenersi rappresenti i fitti nuovi, abbastanza conformi al vero, e cinquecento milioni i fitti antichi, accertati legalmente in una somma diversa dal vero. Diversa, il che non vuol sempre dire inferiore al vero, potendosi dare casi, non infrequenti, di edifici in cittadine e borghi stazionari ed in quartieri decaduti di città progredienti, in cui i fitti legali sono superiori ai fitti veri. È doveroso però riconoscere che i casi di aumento di fitti sono assai più frequenti dei casi di diminuzione; e che sono numerosi i proprietari di case vecchie già esistenti nel 1890, e di case nuove costrutte dal 1890 al 1900, i quali pagano su redditi inferiori al vero.

 

 

Si impone dunque una revisione generale del reddito dei fabbricati e se sarà revisione condotta con rigidezza, non perturbata da inframmettenze politiche, non ignote nel 1890, se son vere le accuse che allora ripetutamente si udirono, se ne potranno ottenere parecchi buoni frutti.

 

 

In primo luogo, il soddisfacimento del senso di giustizia, poiché la revisione dovrà consentire il dovuto sgravio ai proprietari i cui fitti diminuirono, mentre l’opinione pubblica consentirà all’aumento dell’imposta sui proprietari i cui fitti aumentarono. Né si tema che la revisione possa provocare un aumento dei fitti: poiché le case nuove già pagano tutta l’imposta di cui sono suscettibili; e quindi i costruttori di case potranno seguitare a fabbricarne, senza che su di essi l’imposta venga aumentata; mentre alle case vecchie i fitti furono già aumentati, in corrispondenza agli aumenti avvenuti nelle case nuove, che sono correttamente tassate, come se esse già pagassero tutta l’imposta dovuta. Perciò i proprietari di case vecchie non potranno aumentare i fitti, sotto pena di vedere trasferirsi gli inquilini verso le case nuove o costruende, dove l’imposta non sarà cresciuta oltre quanto già ora si paga. Ed è opportuno fare adesso la revisione perché, traversandosi un momento di ristagno edilizio, da un lato si evita di accertare fitti esagerati e dall’altro è tolta l’occasione ai proprietari di pretendere un aumento di fitti come forse farebbero in un periodo ascendente.

 

 

Un secondo non ispregevole frutto della revisione sarà l’aumento del gettito dell’imposta. Se oggi si ripetesse l’aumento del 1890, nella stessa proporzione del 20% sui vecchi imponibili, sarebbero circa 100 milioni di maggiore materia tassabile che si potrebbero accertare. Ma probabilmente l’aumento sarà maggiore perché nel 1890 si ebbe l’aumento del 20% dopo 12 anni soli (la revisione precedente erasi fatta nel 1878); nel 1914 o 1915 saranno passati 25 anni dall’ultima revisione del 1890 e quindi l’aumento sarà maggiore. Forse non del 40%, anche perché nel 1912 e 1913 le revisioni parziali, divenute più severe, dovettero dare aumenti non piccoli; ma probabilmente non inferiori al 25 percento.

 

 

Un maggiore reddito imponibile di 125 milioni di lire, con imposta erariale al 16,50 percento, darebbe allo stato 20 milioni di lire di maggior prodotto fiscale. Lo stato potrebbe rinunciare ad una parte di questo maggior provento, a 4 o 5 milioni ad esempio, per compiere una riforma, considerata necessaria da tutti coloro che si sono occupati dell’argomento: la riforma relativa al metodo di detrazione delle spese dal reddito lordo. Oggi, si detraggono ugualmente, a titolo di spese, 25 su 100 lire di fitti lordi, sia che si tratti di una casa ricca, signorile, ben costrutta, dove le spese sono relativamente scarse, ovvero di una casa popolare, dove le spese di amministrazione, riparazioni, insolvenze, ecc. ecc., sono ben più alte. Prima di concedere alle case popolari esenzioni, che in pratica riescono limitatissime e talvolta abusive, si cominci a far giustizia; e si conceda a tutte le case popolari, vecchie o nuove, definite in modo perspicuo ed oggettivo, una detrazione per spese maggiore del 25%, per esempio del 30 e 35 percento. Si assisterà allora ad un fatto interessante: che la revisione generale, mentre darà allo stato 15 o 16 milioni di lire di più all’anno, provocherà la costruzione di nuove case per le classi operaie e piccolo – borghesi e forse contribuirà a ribassare i fitti.

 

 

3

 

L’imposta più produttiva per lo stato, delle tre le quali insieme compongono l’imposta italiana sul reddito, è senza dubbio l’imposta di ricchezza mobile. Non tenendo conto dell’addizionale del terremoto, l’imposta sui terreni rese infatti nel 1911 allo stato 82,8 milioni, quella sui fabbricati 104,1 milioni; mentre l’imposta di ricchezza mobile da sola rese 312,5 milioni. Sappiamo già che ciò non vuol dire che i terreni ed i fabbricati paghino troppo poco; poiché i terreni danno inoltre alle provincie ed ai comuni 173,9 milioni ed i fabbricati 123,8: mentre la ricchezza mobiliare, non essendo passibile di sovrimposta, non dà nulla, o meglio dà soltanto ai comuni i 9,9 milioni della tassa di esercizio e rivendita ed i 26,8 milioni di tassa sul bestiame. Ma è certo che l’imposta di ricchezza mobile è, per lo stato, di gran lunga la più interessante fra le tre branche dell’imposta italiana sul reddito.

 

 

Anche per questa imposta si presenta il problema: è dessa produttiva di tutto il reddito che potrebbe fornire? Sono i redditi veri accertati esattamente o non vi sono, forse, redditi i quali sopportano tutto il carico legale dell’imposta, mentre altri scorrettamente vi sfuggono? Che l’imposta italiana di ricchezza mobile sia un insuccesso fiscale non si può certamente affermare. Una elaborazione approssimativa dei redditi netti accertati dal fisco mi ha condotto per il 1911 a questi risultati:

 

 

Milioni di lire

 

Redditi netti tassati con ruoli 

1.777

Redditi netti tassati con ritenuta diretta 

675

Redditi netti tassati con versamenti diretti 

78

 

Redditi tassati

 

2.530

Redditi di debito pubblico esenti dall’imposta 

400

Totale redditi accertati

2.930

 

 

Confesso che queste cifre hanno qualcosa dello strabiliante. Pensare che in un paese non ricco, prevalentemente agricolo, come l’Italia, il fisco, il quale a mala pena accerta forse 1 miliardo di reddito dominicale o padronale dei terreni e circa 600 milioni di redditi dei fabbricati, riesca a scoprire circa 3 miliardi di redditi mobiliari è meraviglioso. Dimostra che, attraverso a tutte le sue imperfezioni pratiche, malgrado le sue aliquote altissime, le quali sembrano fatte apposta per far nascondere sottoterra i redditi in genere ed in ispecie quelli mobiliari, per loro indole e per definizione mobilissimi, l’imposta italiana di ricchezza mobile è uno stupendo strumento tributario, capace di dare rendimenti ancora maggiori di quelli opimi che già fornisce.

 

 

Se si somma il miliardo circa di redditi terrieri, coi 620 milioni di redditi edilizi e coi 2 miliardi e 930 milioni di redditi mobiliari, vediamo che il fisco italiano accerta 4 miliardi e 550 milioni circa di redditi, circa il 40% del reddito totale del paese, che molti calcolano o suppongono di 12 miliardi. Sembra poco; ed invece è una proporzione ragguardevole; la quale, se potesse giungere, fatte alcune detrazioni nuove per redditi minimi, al 50%, toccherebbe le vette più alte che praticamente sia possibile di immaginare. Anche in Inghilterra la solita celebre income tax, od imposta sui redditi, non accerta più del 50% del reddito totale esistente nel paese. Noi siamo al 40%, e dovremmo essere al 35%, se in Italia si esentassero un po’ più largamente, fatte le dovute proporzioni alla diversa ricchezza dei due paesi, i redditi minimi. Siamo ancora lontani dalla perfezione pratica: ma non siamo neppure tanto lontani, da dover disperare di raggiungerla, quando si conoscano i difetti dei metodi vigenti e risolutamente ci si proponga di porvi riparo.

 

 

I difetti si possono conoscere solo facendo l’analisi di quei 2 miliardi e 930 milioni di redditi che il fisco è riuscito ad accertare, per vedere quali siano i punti di minima resa. Lasciamo da parte i 400 milioni di redditi del debito pubblico esenti dall’imposta. Questa è una esenzione data nell’interesse dello stato e non dei contribuenti. A giusta ragione, quando si fece la conversione nel 1906 del 5% lordo – allora colpito dall’imposta di ricchezza mobile del 20% e pagato al netto in un 4% si preferì convertirlo in un 3,50% netto da imposte piuttostoché in un 4,375% lordo, soggetto all’imposta del 20% e quindi ridotto ad un 3,50% netto. L’imposta, per i titoli di debito pubblico, si riduce ad un puro giro contabile e serve solo a deprezzarli sul mercato; sicché l’esenzione è utile allo stato, come quella che non toglie in sostanza nulla al fisco e mantiene elevato il credito dello stato.

 

 

Lasciamo pur da parte i 78 milioni di redditi su cui l’imposta viene esatta col versamento diretto in tesoreria (da parte di talune amministrazioni pubbliche) ed i 6 milioni di stipendi ed assegni di pubblici funzionari, su cui l’imposta viene esatta col metodo della ritenuta diretta, all’atto del pagamento dello stipendio, assegno o pensione. Su queste partite non è possibile sperare alcun accertamento più esatto, poiché già fin d’ora i redditi sono tassati nella loro interezza, fino all’ultimo centesimo.

 

 

Rimangono il miliardo e 777 milioni su cui l’imposta si esige col metodo dei ruoli; ed è da questi soltanto che si può sperare un gettito maggiore. Come si compongono essi? Lo specchietto seguente ce ne può dare un’idea:

 

 

Numero degli articoli di ruolo Ammontare dei redditi netti (in milioni di lire) Coefficiente di tassazione Ammontare dei redditi imponibili (in milioni di lire)
 Categoria

 

 

Contribuenti privati

A1 (mutui a provincie, comuni ecc.) 

A2 (mutui a privati) 

564.264

128,2

30/40

96,1

B (industriali e comm.) 

492.685

537,1

20/40

268,5

C (professionisti ed impiegati privati) 

139.652

166

18/40

74,6

D (impiegati pubblici di comuni, provincie, ecc.) 

15.507

6,4

15/40

2,4

1.212.108

 

837,7

441,7

 

 

Enti collettivi

A1 (mutui a provincie, comuniecc.)

 

217

36,2

 40/40

36,2

A2 (mutui a privati) 

58.542

190,1

30/40

142,6

B (industria e comm.) 

7.643

347,4

20/40

173,7

C (impiegati privati) 

10.929

176,2

18/40

79,3

D (impiegati pubblici) 

10.865

 189,2

15/40

71,0

88.196

939,2

502,8

1.300.304

1.776,9

944,5

 

 

Il lettore paziente può, osservando il tabellino, formarsi un’idea del modo come si formano e sono tassati i redditi mobiliari in Italia. Noto subito che le cifre dei redditi netti, stampate in corsivo, sono cifre calcolate da me e che, per varie ragioni che qui sarebbe lungo discorrerne, non sono del tutto esatte. È probabile che il miliardo e 777 milioni di reddito netto accertato sia invece di più, forse anche 1 miliardo e 900 milioni. La sola amministrazione potrebbe dirci quale ne sia la cifra esatta; e mi auguro che nelle prossime relazioni si legga la notizia. Intanto ho calcolato la cifra in 1 miliardo e 777 milioni, come la minima possibile. Come si vede dalla tabella, l’imposta non tassa l’intiero reddito dei contribuenti; ma i 40, i 30, i 20, i 18 od i 15 quarantesimi di esso, a seconda della natura dei redditi stessi, partendo dal principio che i redditi di capitale puro (A1 ed A2) si debbano tassare di più ed i redditi di lavoro puro (C e D) di meno ed in proporzioni intermedie i redditi misti di capitale e lavoro (B). È questa la caratteristica più bella della imposta italiana di ricchezza mobile, la quale vige da noi fino dal 1864 e che gli altri paesi vanno appena adesso (l’Inghilterra dal 1907) imperfettamente imitando. Perciò i redditi imponibili sono appena di 944,5 milioni, mentre i redditi netti totali sono di almeno 1 miliardo e 777 milioni.

 

 

Una osservazione capitale balza subito agli occhi: ed è che mentre i contribuenti privati sono 1.212.108 su un totale di 1.300.304, ossia sono il 94% circa del totale, i loro redditi imponibili giungono appena a 441,7 su 944,5 milioni, ossia al 47% circa del totale. Viceversa i contribuenti enti collettivi pur essendo solo 88.196, ossia circa il 6% del totale, possono vantare 502,8 milioni di reddito imponibile, ossia il 53% del reddito totale.

 

 

È evidente che il centro di gravità dell’imposta di ricchezza mobile si sposta verso gli esiti collettivi. Dieci anni fa ed ancor più venti o trenta anni fa le cose erano diverse e prevaleva il peso dei contribuenti privati.

 

 

Che cosa sono questi enti collettivi, i quali danno un provento così cospicuo al fisco? Sono le provincie, i comuni, gli enti morali, le società anonime, le società in accomandita o in nome collettivo, i quali pagano masse crescenti d’imposta per conto dei loro azionisti, obbligazionisti, creditori, impiegati, capi – operai, ecc. I contribuenti in apparenza sono pochi, perché l’imposta è pagata dall’ente collettivo; ma in realtà sono moltissimi, perché essa, sebbene pagata dall’ente collettivo, è in sostanza versata dai numerosissimi dipendenti, creditori e soci dell’ente collettivo.

 

 

Far pagare l’imposta all’ente collettivo e non al contribuente vero ecco la grande scoperta tributaria, che è il vanto massimo tecnico o pratico del legislatore inglese del 1842, che noi imitammo nel 1864 e che oggi imita il Wilson negli Stati uniti. È tecnicamente una grande scoperta, perché l’ente collettivo non può sfuggire all’imposta; coi suoi libri di commercio, con i suoi bilanci pubblici è sempre aperto all’ispezione del fisco, il quale, per mezzo suo, scopre masse cospicue di redditi, che altrimenti gli sfuggirebbero. Come afferrare l’azionista o l’obbligazionista anonimo, l’impiegato privato quando avessero già riscosso interessi, dividendi e stipendi? La maggior parte del reddito sfuggirebbe all’imposta. Invece, grazie all’avvedimento di colpire l’azionista o l’impiegato attraverso alla società od ente o comune che gli paga il dividendo, l’interesse o lo stipendio, nulla sfugge al fisco. Le evasioni all’imposta per la parte di reddito che è tassata attraverso gli enti collettivi, non sono ignote; ma non hanno importanza grandissima. Gli enti collettivi cercano, è vero, di scemare il numero e lo stipendio dei loro dipendenti, non pagano quasi nulla per conto dei loro operai, con contabilità accorte talvolta occultano parte degli interessi pagati ai loro creditori. Inconvenienti non lievi, ma a cui non è difficile trovare il rimedio, con piccole riforme di legge e con severe sanzioni per gli amministratori.

 

 

Nel complesso, per questa branca di tassazione, è sovratutto necessario che lo stato, persuaso che gli enti collettivi e specialmente le società anonime ed in accomandita per azioni sono il suo braccio destro tributario, cerchi di togliere ogni ostacolo al loro progresso e, pur premunendosi contro ogni frode, modifichi le maniere di accertamento del reddito in guisa da non vessare ma anzi da provocare il crescere del reddito in tal modo tassato.

 

 

Ben diversamente vanno le cose nella categoria dei contribuenti privati. Ivi il fisco si trova dinanzi a persone singole, le quali non pubblicano bilanci, non hanno libri soggetti a verifiche fiscali, non si prestano insomma ad alcuno di quei metodi di accertamento a cui sono soggetti i contribuenti che ricevono i loro redditi attraverso gli enti collettivi. Ed è per essi che l’imposta di ricchezza mobile non dà quel rendimento di cui sarebbe capace.

 

 

Lasciamo da parte la categoria D, la quale ha appena 15.507 contribuenti. È una categoria in decadenza, la quale comprende i piccoli impiegati, commessi, pensionati di municipi, opere pie, ecc., i quali hanno un reddito fra 800 e 1.000 lire all’anno. Coll’elevarsi degli stipendi questi piccoli stipendi vanno scomparendo; e quelli maggiori di 1.000 lire sono tassati al nome degli enti collettivi, che li pagano. Ad ogni modo, per questa categoria nessuna evasione è possibile.

 

 

Neppure sono liete le prospettive della A2, la quale comprende gli interessi dei mutui fatti a privati. Anche questa è una categoria in decadenza, perché scema il numero dei mutui ipotecari, soli conosciuti dal fisco e tassati. Debitori e creditori preferiscono i mutui cambiari, a conoscere i quali il fisco è impotente. Notisi però che la decadenza di questa categoria è compensata dal crescere della categoria corrispondente degli enti collettivi; sono miliardi di depositi presso banche e casse e di obbligazioni che sono tassati ora, mentre non lo erano in passato. Il rimedio ed il compenso alla decadenza della categoria per i contribuenti privati si trova in una più oculata tassazione degli enti collettivi.

 

 

Il grosso del problema è nelle categorie B e C dei contribuenti privati. È possibile che 492.685 industriali, commercianti ed artigiani, tutti provveduti di un reddito superiore a 534 lire, abbiano un reddito totale netto di appena 537 milioni? Ossia, all’incirca, in media di 1.000 lire ognuno all’anno? Come farebbero costoro a vivere, se queste cifre fossero vere? È possibile che in Italia vi siano soltanto 492.685 persone le quali esercitino industrie, arti, commerci, botteghe, rivendite, affittanze agricole, ecc. ecc., e guadagnino più di 534 lire all’anno? Peggio, è possibile che vi siano in Italia soltanto 139.652 professionisti, o impiegati salariati privati che abbiano un reddito di almeno 640 lire all’anno – quelli che hanno reddito inferiore sono esenti – od operai liberi che guadagnino più di 3,50 lire al giorno? È logico supporre che queste 139.652 persone – le quali, a quanto pare, costituiscono l’aristocrazia del loro ceto – guadagnino appena 1.200 lire a testa? Come farebbero, in tempi di caro viveri, a pagare l’affitto, il conto del sarto, del fornaio, del macellaio, ecc. ecc.? Trattasi di cifre veramente inverosimili.

 

 

La stranezza delle cifre comincia dall’alto. La redazione della rivista «La Riforma Sociale» ha eseguito, nei fascicoli di gennaio – febbraio 1912 ed ottobre – novembre 1913, una inchiesta sulla imposta di ricchezza mobile pagata dai nostri parlamentari. La inchiesta ha assodato che, su 169 deputati avvocati, per cui si poterono avere dati, solo 5 guadagnano più di 20.000 lire, 17 guadagnano da 10 a 20.000 lire, 42 da 5 a 10.000, mentre 42 lucrano appena da 2.000 a 4.800 lire, 21 scendono al disotto di 2.000 lire, e per molti non si ebbero dati. Le spiegazioni di queste curiose cifre possono essere soltanto due: o i redditi accertati sono inferiori al vero ed i deputati avvocati non avrebbero dato un esempio ammirando ai professionisti italiani, già troppo propensi ad occultare il loro reddito; ovvero le occupazioni politiche li assorbono per modo da scemare grandemente la loro attività professionale.

 

 

Che i contribuenti privati delle categorie B e C sfuggano in parte all’imposta dovuta è cosa certa. Sfuggono tutti, con commovente concordia: grossi e piccoli. Se è fatto mirabile che nella camera passata solo 5 avvocati guadagnassero più di 20.000 lire all’anno, è fatto altrettanto mirabile che dei parecchi milioni di operai e contadini viventi in Italia nessuno guadagni più di 3,50 lire al giorno. Nei ruoli delle imposte non si vede traccia dei miglioramenti avvenuti nei salari nel primo decennio del nuovo secolo. Appena un commesso od usciere di una pubblica amministrazione supera le 800 lire di salario all’anno, ossia le 2,19 lire al giorno, è tassato. Nessuno dei non pochi operai, i quali lucrano più di 3,50 lire al giorno, è tassato né al nome proprio né al nome della società od impresa presso cui lavora, perché la legge la quale riguarda gli impiegati, gli scrivani, i commessi, gli uscieri, ecc., non è applicabile agli operai. Ora è certo che l’imposta diretta sul reddito non si può praticamente applicare ai redditi inferiori alle 1.000 o 1.200 lire all’anno; ma, al disopra di quei limiti, che sono poi i limiti adottati in Germania, tutti vi debbono sottostare; e nessuno vi si deve sottrarre, qualunque sia il nome della classe a cui appartiene. Una delle maggiori sorprese a cui vanno incontro gli operai italiani, emigrati in Svizzera o in Germania, si è quella di essere sul serio costretti a pagare l’imposta sul reddito. Erano abituati a sentire parlare in Italia di una ferocissima «ricchezza mobile»; ma non l’avevano mai pagata. In Germania v’è la moderna e progressiva einkommensteuer (imposta sul reddito), gloria e vanto, come narrano i trattati di finanza, del ministro riformatore Miquel. Il guaio si è che bisogna pagarla sul serio, ciascuno secondo la propria misura; e le frodi sono punite con multe severe, e talvolta col carcere. In Italia quest’ultimo non sarebbe tollerato; come neppure sarebbe sopportabile lo spionaggio che altrove è organizzato. Ma una via d’uscita occorre trovarla. Per i piccoli e per i grossi contribuenti.

 

 

4

 

I lettori ricorderanno che i due grandi gruppi, in cui si possono dividere le imposte, sul reddito e sul consumo, si equivalgono all’incirca da noi. Tenendo conto delle imposte e sovrimposte comunali e provinciali ed escludendo i rimborsi delle spese di fabbricazione nelle privative, si riuscì ad un totale di circa 1 miliardo e 200 milioni per il primo gruppo e di altrettanto per il secondo gruppo. Quali siano i pregi ed i vizi del primo gruppo già dissi, discorrendo delle imposte sui terreni, sui fabbricati e di ricchezza mobile. Dovrei, in verità, ancora parlare delle imposte comunemente dette sugli affari (successione, manomorta, registro, bollo, surrogazione, ipoteche, ecc.), le quali fruttano circa una quarta parte del miliardo e 200 milioni forniti dalle imposte sul reddito. Sebbene il nome e le apparenze esteriori siano diversissimi, le imposte sugli affari sono vere e proprie imposte sul reddito, o, meglio, su quella parte speciale del reddito che proviene dal capitale. Pagare invero il 10% di un reddito di 5.000 lire all’anno equivale a pagare il 0,50% del capitale di 10.0000 lire corrispondente al reddito di 5.000 lire; e pagare ogni anno il 0,50% del capitale equivale ancora a pagare il 5% del capitale ogni 10 anni, il 10 ogni 20 anni, il 30 ogni 30 anni, ecc. ecc. Le imposte di successione, di registro, di bollo, ecc., le quali colpiscono i capitali quando si trasferiscono tra vivi o per causa di morte, altro non sono che imposte sul reddito, prelevate a periodi indeterminati, sui capitali produttivi di reddito. Esse sono perciò un complemento delle imposte sul reddito, dalle quali non si può fare astrazione quando si voglia giudicare della pressione tributaria sulla cosidetta ricchezza acquisita. Molto si potrebbe dire a lor riguardo, poiché desse presentano vizi e sperequazioni ed asperità non piccole. Ma poiché si tratterebbe di osservazioni minute, quasi sempre tecniche, non mi ci fermerò sopra per il momento, salvo a parlarne quando si discutesse qualche proposta concreta di riforme.

 

 

Ora volgasi lo sguardo al miliardo e 200 milioni di imposte sui consumi che fanno da contrappeso alle imposte sui redditi e sui capitali. Ci sono forniti da quattro grandi rami:

 

 

Milioni di lire

Privative 

373,3

Imposte di fabbricazione 

200,3

Dazi doganali 

344,6

Dazi di consumo 

247

 

 

Totale 1165,2

 

 

Il primo e l’ultimo gruppo, privative e dazi di consumo, danno luogo ai minimi dibattiti; e questi hanno indole prevalentemente retorica. Ed invero tanto le imposte esatte col metodo delle privative (tabacchi per 244 milioni, sali per 75 milioni, lotto per 53 milioni), quanto i dazi di consumo esatti all’entrata nelle cinte delle città chiuse ed all’atto della minuta vendita soddisfano ad uno dei requisiti fondamentali delle vere imposte, di costare cioè ai contribuenti non più di quanto rendono allo stato. I fumatori pagano 244 milioni di balzello al fisco per soddisfare all’abitudine di fumare, oltre il rimborso del costo dei tabacchi; ma sono sicuri che tutti i 244 milioni sono pagati nelle casse dello stato; e lo stesso dicasi per il sale, il lotto ed i dazi consumo, salvo per questi ultimi alcune eccezioni, di cui in questo momento non mette conto discorrere.

 

 

Nel loro complesso, queste imposte non presentano neppure difetti gravissimi. Tutti sono d’accordo nel ritenere che l’imposta sui tabacchi sia l’ottima fra le imposte immaginabili praticamente; come quella che è pagata volentieri da persone le quali, col fatto di fumare, dimostrano di avere un reddito, o ricchezza o capitale o somma di denaro che essi non impiegano nel soddisfacimento di bisogni ritenuti dall’universale urgenti per mantenersi in vita, o necessari per l’allevamento o l’istruzione della famiglia. Sarebbe del pari una esagerazione di affermare che i dazi di consumo, dopo aboliti i dazi sui farinacei, traendo il massimo loro provento dal vino e dalle carni, incidono soltanto le classi più disagiate o gli uomini che hanno appena di che sfamarsi. Chi non voglia fare della rettorica deve riconoscere che i due termini imposte sui consumi ed imposte gravanti sulle classi più disagiate non si equivalgono sempre e non si equivalgono affatto per i tabacchi ed i dazi di consumo; i quali gravano su persone fornite di entrate certo superiori al minimo necessario per la vita fisica, persone che spesso non pagano le imposte dirette sul reddito e le quali nessuno ha dimostrato debbano sfuggire all’onere tributario. Molti comuni ancora dovrebbero imitare l’esempio di Milano, il quale ha sfrondato largamente la tariffa dei suoi dazi consumo, togliendo tutto ciò che poteva avere carattere odioso di imposta sulla fame; ed alla lunga è certo che si otterrebbero altrove i buoni risultati finanziari che si sono ottenuti in quella città, le migliori imposte sui consumi essendo quelle le quali colpiscono poche voci, di largo consumo, sebbene non di prima necessità. Ma da queste invocazioni di accorte e proficue riforme ad una condanna generica dei dazi consumo assai ci corre.

 

 

Restano le due macchie nere del gruppo delle privative: il lotto ed il sale. Intorno al primo dei quali, ripetutamente ebbi ad affermare però un mio convincimento non recente, essere cioè il lotto non una vergogna sibbene un pregio del nostro sistema tributario; poiché non si può chiamare, parlando secondo la logica comune, vergognosa una imposta la quale, diminuendo i guadagni dei giocatori, tende a scemare lo stimolo a giocare. Poiché la opinione pubblica reputa abbominevole e dannoso il giuoco, deve reputare lodevole l’azione dello stato, il quale preleva a suo profitto il 50% in media dell’ammontare delle vincite, che teoricamente spetterebbero ai giocatori. Se a giocare si guadagnasse il doppio di quanto ora si riceve dal lotto di stato, non è forse vero che si giocherebbe di più? È invero lamentevole che sia difficile tassare le vincite fatte nei luoghi frequentati dalla gente ricca e scioperata ed è lamentevole che la direzione generale delle privative ogni tanto istighi nelle sue relazioni il legislatore ad abbassare il limite minimo delle giocate, dimenticandosi così che lo scopo dell’imposta è di frenare e non di favorire la tendenza del popolino a giocare; ma questi difetti non possono farci scordare che l’imposta sul lotto, tassando i guadagni dovuti alla sorte è una vera e propria imposta progressiva sul reddito (le vincite coi quaterni sono tassate al 90%, quelle dei terni al 60%, mentre gli ambi e gli estratti pagano solo il 40% circa d’imposta), ed è un freno ad una passione che dai più è reputata dannosa.

 

 

La sola e vera capitazione, tra le privative, è l’imposta sul sale. Ricchi e poveri, operai e contadini consumano sale in quantià poco differenti; e, pagando perciò in media ognuno 2,30 all’anno d’imposta sul sale, pagano gli uni una proporzione tenuissima su 10.000 o 20.000 o più lire di reddito e gli altri una proporzione sensibile su 500 o 1.000 lire. Se noi fossimo un popolo ricco, se il bilancio dello stato fosse in avanzo, l’imposta sul sale dovrebbe aver vissuto la sua vita. Nelle condizioni attuali del bilancio nostro, è assurdo parlare di abolizione od anche di riduzione del prezzo del sale. Ce ne possiamo consolare, riflettendo:

 

 

1)    che se è vero che tutti gli italiani pagano, malgrado la diversità delle loro fortune, lire 2,30 a testa, è altresì vero che coloro i quali hanno redditi o fortune maggiori pagano, in aggiunta, imposte sui tabacchi, sulle bevande alcooliche, sulle carni ed, in seguito, imposte sui terreni, sui fabbricati, di ricchezza mobile, sulle successioni, di registro, di bollo, ecc. ecc., che i più poveri non pagano, sicché i pesi all’incirca finiscono per equilibrarsi;

 

 

2)    che vi sono altre imposte, ben peggiori di quella sul sale, la cui abolizione o riduzione arrecherebbe più cospicuo vantaggio ai contribuenti ed una perdita di gran lunga minore all’erario. La riduzione di 10 centesimi nel prezzo del sale vorrebbe dire una perdita di 22 milioni al fisco ed un guadagno di altrettanto e non un soldo di più ai contribuenti. Vi sono imposte, in cui, per dare un vantaggio di 22 milioni ai contribuenti, basta far subire al fisco una perdita di 5 o 4 milioni o fors’anco nessuna perdita.

 

 

Sono giunto così al punto più delicato ed imbrogliato di tutto il sistema tributario nostro: alle imposte di fabbricazione ed ai dazi doganali.

 

 

Specifichiamo le cifre date prima in blocco. Le imposte di fabbricazione diedero nell’esercizio 1911 – 12 ben 200,3 milioni di lire, così ripartite:

 

 

Zucchero 

L. 113.399.000

Spiriti 

41.452.000

Gas, luce ed energia elettrica 

15.479.000

Fiammiferi 

11.238.000

Birra 

10.523.000

Polveri piriche ed esplodenti 

3.692.000

Cicoria preparata e prodotti similari 

2.985.000

Acque gassose 

138.000

Glucosio 

1.405.000

Oli minerali 

2.000

Apparecchi di accensione 

6.000

Totale 200.319.000

 

 

I dazi doganali di confine diedero i seguenti risultati:

 

 

Dazi di importazione 
Grano 

L. 84.970.000

Caffé 

35.630.000

Petrolio 

21.352.000

Spiriti 

1.471.000

Zucchero 

1.912.000

Contone greggio 

6.409.000

Totale dei prodotti fiscali

 

151.744.000

Altri prodotti non fiscali 

169.791.000

321.535.000

Diritti di statistica e proventi diversi 

8.072.000

Dazi di esportazione (compresi oggetti di antichità e zolfi) 

1.380.000

Diritti marittimi 

13.696.000

Totale 344.683.000

 

 

 

A primo aspetto, le due sole voci grano e petrolio, sembrano offensive contro i canoni più comunemente adottati di giustizia tributaria. Le altre imposte indicate specificatamente colpiscono consumi che, in Italia, sono reputati di ordine superiore e non dovrebbero perciò incorrere nel biasimo di chi crede essere le imposte sui consumi una assoluta necessità e tanto meno di chi abbia voluto dimostrare la eccellenza delle imposte sui consumi in confronto alle imposte sui redditi. Le stesse due imposte sul grano e sul petrolio, sebbene condannabili in un paese avente un grado notevole di ricchezza, potrebbero, per le ragioni già dette per il tributo del sale, essere considerate come sopportabili, perché necessarie a compiere il miliardo e 200 milioni che gli enti pubblici hanno bisogno di ricavare da questo gruppo di imposte.

 

 

Potrebbero, ho detto; e la ragione dell’uso del modo condizionale sta nella circostanza che i due grandi blocchi delle imposte sui redditi (1 miliardo e 200 milioni) e delle imposte sui consumi (1 miliardo e 200 milioni) sebbene in apparenza siano uguali ed anche in realtà abbiano uguale peso per lo stato, hanno un peso differentissimo per i contribuenti.

 

 

Guardando un bilancio dello stato inglese, si nota che i proventi delle imposte sui consumi furono nel 1911 – 12 di 72 milioni di lire sterline ed anzi di 77 milioni, tenendo conto altresì di 5 milioni di lucro sui servizi postali, lucro il quale è una vera e propria imposta sui consumi, mentre le imposte sui redditi e sui capitali fornirono 83 milioni di lire sterline. Con questa constatazione, della approssimativa uguaglianza dei due grandi gruppi di imposte, il confronto generale sarebbe compiuto, poiché nessun elemento estraneo viene in Inghilterra a crescere il peso per i contribuenti delle imposte, oltre la somma riscossa dallo stato. Si può ammettere che il canone dell’ugual peso, sebbene suffragato dalla grande autorità di Gladstone, sia un canone empirico; e si potrà discutere se convenga aumentare la pressione dell’un gruppo e diminuire quello dell’altro gruppo; ma è almeno un fatto certo che le imposte sui consumi fruttano all’incirca allo stato una somma identica al gettito delle imposte sui redditi.

 

 

Anche in Italia è certo che il gettito per gli enti pubblici è uguale; ma non è certo che il costo per i contribuenti sia identico. Costano assai di più le imposte sui consumi, perché all’imposta pagata allo stato si aggiunge l’onere della protezione che è connessa con l’esazione dei dazi doganali. Qui non si vuole discutere la questione diversa del protezionismo o del libero scambio; ma soltanto porre in luce il fatto della pressione reale delle imposte sui consumi. Ad esempio, il dazio sul grano figura per un reddito di circa 85 milioni di lire ottenuti sul grano importato dall’estero. Ma poiché i contribuenti consumarono altri 50 milioni di quintali di grano prodotto all’interno e pagarono anche questi ad un prezzo superiore di lire 7,50 al prezzo che avrebbero dovuto pagare se avessero potuto procacciarsi liberamente il grano estero senza onere di dogana, così furono assoggettati ad un’imposta ulteriore di lire 7,50 x 50 milioni di quintali e cioè di 375 milioni di lire. Questi 375 milioni, benché pagati dai contribuenti, non figurano nel bilancio dello stato, perché andarono a favore dei cerealicultori, messi in grado dal dazio di vendere il grano più caro. Anche ove si ammetta – ed è l’ipotesi più larga possibile – che per un terzo quel pagamento sia stato figurativo perché pagato dai consumatori a se stessi in qualità di piccoli proprietari coltivatori, non v’è dubbio che il dazio sul grano costa ai contribuenti 85 milioni pagati al tesoro e 250 milioni di lire pagati ai proprietari, a titolo di sussidio per l’incremento dell’agricoltura nazionale. Qui non discuto se quei 250 milioni siano bene o male spesi – è abbastanza noto che noi liberisti li riteniamo male spesi, mentre i protezionisti reputano quell’impiego utilissimo -; e solo si constata il fatto che i contribuenti pagano non 85 bensì, al minimo, 85 + 250 = 335 milioni di lire, a titolo di imposta sul consumo del grano.

 

 

Basta questa circostanza per distruggere l’uguaglianza di peso tra il gruppo delle imposte sui consumi e il gruppo delle imposte sul reddito. Se si riflette invero che i 250 milioni pagati, a titolo di sussidio, all’agricoltura costituiscono, nell’intenzione di chi richiese e di chi votò il dazio sul grano, un compenso alle esorbitanti imposte sui redditi fondiari, ne discende che il vero peso delle imposte sui redditi si ridurrebbe a 1 miliardo e 200 milioni pagati al tesoro meno i 250 milioni di rimborso ricevuto dai contribuenti a titolo di sovraprezzo sul grano e così 950 milioni. Mentre il vero peso delle imposte sui consumi sale a 1 miliardo e 200 milioni pagati al tesoro più i 250 milioni pagati ai proprietari cerealicultori ed in totale a 1 miliardo e 450 milioni.

 

 

Ragionando esattamente, le cose non stanno precisamente cosi. Non tutti coloro i quali pagano i 400 milioni di lire di imposte gravanti sulla terra ricevono il rimborso dei 250 milioni di sovraprezzo del grano, poiché non tutti i proprietari sono cerealicultori e non tutti i cerealicultori producono grano in proporzione all’imposta pagata. Venire a capo di questa difficoltà di calcolo della vera pressione tributaria è quasi impossibile, tanto più che non la sola imposta sul grano dà luogo ad aggiunte di pressione le quali non figurano nei bilanci pubblici. Non c’è voce doganale, salvo forse il caffè ed il cotone greggio, per cui non si possano notare pressioni invisibili, ossia gravanti sui contribuenti, senza corrispondente incasso per il tesoro. Così per lo zucchero, dato un consumo di 1.650.000 quintali (nel 1911-12), l’imposta pagata dai consumatori – contribuenti ai fabbricanti di zucchero ammontava a 27,85 lire per quintale e cioè a circa 46 milioni di lire, le quali si aggiungevano ai 113,4 milioni pagati allo stato per imposta di fabbricazione ed al 1,9 milione pagato a titolo di dazio doganale. Dove le aggiunte sono maggiori si è nel blocco chiamato nelle statistiche ufficiali degli «altri prodotti non fiscali», quasi ad indicare che, anche nell’opinione dei compilatori delle relazioni governative, la parte minore del gravame sopportato dai contribuenti è quella che figura nei bilanci pubblici e la parte maggiore è invisibile e va a beneficio dei produttori.

 

 

Accresce la difficoltà di un calcolo esatto la possibilità che il dazio doganale non produca sempre la conseguenza di un aumento di prezzo del prodotto interno a carico dei consumatori. L’aumento è completo: 1) nel caso del grano, perché il raccolto interno non basta al consumo ed occorre rivolgersi all’estero, sicché il grano interno equivale al prezzo estero più il dazio; 2) nel caso dello zucchero, perché il mercato interno è dominato od almeno fu dominato, sino a questi ultimi mesi, da un consorzio, il quale teneva i prezzi al livello di quelli esteri coll’aggiunta del dazio; 3) e nel caso di tutte quelle altre merci, e sono moltissime, le quali si avvicinano ai casi tipici del grano e dello zucchero. L’aumento è incompleto ed anzi perfino è nullo, quando l’industria interna, ad opera dei dazi protettori, si è sviluppata per modo da potere ridurre i costi al livello dei costi stranieri e contemporaneamente la concorrenza interna ha costretto gli industriali a vendere all’interno a prezzi uguali ai prezzi stranieri. Pare che questo sia oggi il caso dell’industria cotoniera, per cui riuscì solo a mezzo il tentativo di costituire una unione tra i fabbricanti per tenere alti i prezzi. In questi casi la pressione tributaria invisibile sui consumatori è piccola e talvolta nulla.

 

 

Per queste difficoltà io ritengo sia quasi impossibile un esatto calcolo della vera pressione tributaria italiana. Conosciamo la pressione visibile, risultante dai bilanci dello stato, delle provincie e dei comuni ed è di 2 miliardi e 400 milioni di lire, ripartiti in parti uguali fra imposte sui redditi e sui consumi. Non conosciamo la pressione invisibile, non scritta sui bilanci, risultante dagli aumenti di prezzi che i consumatori – contribuenti pagano a titolo di sussidio alle varie branche protette dell’agricoltura e dell’industria. Taluni autori fanno salire questa pressione invisibile ad almeno 1 miliardo; mentre altri ritengono più vicina al vero una cifra assai minore, ridotta forse alla metà di un miliardo. Tenendo conto di alcune cifre sicure per alcune voci, sembra certo difficile scendere al disotto di mezzo miliardo; come pure sembra improbabile che il vantaggio o rimborso di imposte sui redditi ricevuto dai proprietari od industriali, grazie ai dazi doganali, sia inferiore a circa trecento milioni. Assumendo queste cifre come quelle in cui si corre il minimo rischio di errori, si otterrebbero i seguenti risultati:

 

 

Milioni di lire 
Pressione tributaria visibile per imposte sui redditi  1.200 
A dedurre: per rimborso dai dazi doganali invisibili 300 
 Pressione netta

 

900

 

900
Pressione tributaria visibile per imposte sui consumi

 

 

 

1.200

Ad aggiungere: per pressione invisibile dei dazi dog.   

500

 

Pressione netta

 

1.700 1.700
 Pressione totale 2.600

 

 

Le risultanze sono grossolanamente approssimate; ma bastano a darci un’idea della reale struttura del nostro sistema tributario; il quale sarebbe nelle grandi linee perequato, per la parte visibile, ma diventa gravemente sperequato, per eccesso di peso sui consumi, a causa della pressione invisibile dei dazi doganali e del rimborso, pure invisibile, che per tal modo ricevono taluni contribuenti sui redditi. Sembra che, a togliere od a scemare siffatta sperequazione, il metodo migliore sia di scemare la pressione invisibile e quindi i rimborsi invisibili cagionati dai dazi doganali, cominciando da quelle industrie in cui la protezione non produsse alcun beneficio o già esaurì il suo compito od è manifestamente cagione di danni. Il che si puo’ fare senza toccare il bilancio dello stato, ogni qualvolta il dazio non produce alcun reddito fiscale od il reddito è controbilanciato dai danni che lo stato, a causa dei dazi, subisce nei suoi approvvigionamenti. Così si spiega l’affermazione sovra fatta che, mentre la riduzione del prezzo del sale di 10 centesimi arrecherebbe un vantaggio ai contribuenti di 22 milioni ed un danno di 22 milioni al tesoro, la riduzione di altre imposte potrebbe produrre benefici notevoli ai contribuenti e piccoli sacrifici all’erario. La riduzione del dazio sul grano da 7,50 a 5 lire per quintale farebbe perdere al fisco lire 2,50 su ognuno dei 10 milioni di quintali importati dall’estero, ossia 25 milioni di lire; ma i contribuenti, oltre a questi 25 milioni, lucrerebbero il terzo dei 250 milioni pagati ai proprietari cerealicultori, ossia più di altri 80 milioni di lire. Del pari, se si riducesse di 10 lire il dazio doganale sullo zucchero estero, senza toccare l’imposta di fabbricazione, il fisco non perderebbe un centesimo, poiché di zucchero dall’estero non ne entra, ed i consumatori guadagnerebbero, a causa della riduzione di prezzo provocata dalla possibile concorrenza dello zucchero estero, 10 lire x 1.800.000 quintali – consumo attuale – ossia 18 milioni di lire. Per i due gruppi delle imposte di fabbricazione e dei dazi doganali, v’è dunque tecnicamente il mezzo di arrecare larghi sollievi ai contribuenti, senza danneggiare sensibilmente il fisco. Il problema non è perciò tributario, ma economico; e va giudicato secondo i vari criteri che possono governare la politica doganale del paese.



[1] Con titolo Pressione e sperequazioni nella imposta italiana sul reddito. I due primi

rami dell’imposta: terreni e fabbricati [ndr].

[2] Con titolo I Risultati ed i difetti della imposta di ricchezza mobile [ndr].

[3] Con titolo La Pressione delle imposte sui consumi. Come l’equilibrio tra imposte

sui consumi ed imposte sui redditi viene rotto [ndr].

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