La ripartizione per classi sociali delle vecchie e nuove imposte

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 16/11/1921

La ripartizione per classi sociali delle vecchie e nuove imposte

«Corriere della Sera», 16 novembre 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 434-438

 

 

 

Le difficoltà maggiori del calcolo del peso tributario comparativo dell’agricoltura e delle altre attività economiche nascono da due circostanze: dall’istituzione avvenuta durante la guerra di molti tributi nuovi, di cui la ripartizione è mal nota, e dall’essere la «proprietà della terra» una cosa affatto diversa e punto sinonima di «agricoltura». Ben può darsi, come dimostrai la volta passata, che la «proprietà terriera» sia sufficientemente tassata o forse anche sovratassata e che invece l’agricoltura sia leggermente tassata, in quanto vadano quasi immuni da imposte dirette le altre classi o funzioni sociali che dall’agricoltura traggono alimento.

 

 

Invece di tener conto perciò soltanto delle tre vecchie imposte – terreni, fabbricati e ricchezza mobile -, terrò per il 1921 conto anche di tutti gli altri tributi nuovi creati durante la guerra; e cercherò di ripartirli fra le varie classi sociali a cui si riferiscono. Necessariamente, nel compiere la ripartizione, dovrò far uso di ipotesi, più o meno soggette ad errore, come sono tutte le ipotesi. Quali siano queste ipotesi e come ad una ad una si possano giustificare, sarebbe troppo lungo il dire. In generale, ho cercato di fare quelle ipotesi che esagerassero, invece di rimpicciolire, il carico della agricoltura. Ad esempio, ho supposto che gli affittuari agricoli ed i coloni parziari contribuiscano il 5% del provento complessivo dell’imposta di ricchezza mobile. In realtà il loro contributo deve essere notevolmente inferiore se si pensa che il restante 95 per cento sarebbe dato da tutte le industrie, da tutti i commerci, da tutte le professioni e da tutti gli impieghi pubblici e privati esercitati in Italia, per somme di gran lunga maggiori spesso per una sola industria di quelle delle sole affittanze agricole o molto meglio accertabili, come accade per gli impieghi privati. Pure esagerando, ho attribuito agli affittuari agricoli il 7% del provento dell’imposta sui sovraprofitti di guerra, a cui il massimo contributo fu fornito dalle società anonime. L’imposta patrimoniale l’ho distribuita per il 60 per cento a carico dei proprietari di titoli e di mobili, per il 15 per cento a carico della proprietà rustica, per il 22 per cento a carico della proprietà edilizia e per il 3 per cento a carico delle scorte agricole. A primo aspetto ciò sembra sminuire oltre il vero il carico della terra. In realtà, a causa del coefficiente 325, scarsissima fu la percentuale dei proprietari di terreni obbligati al pagamento dell’imposta; ed a parer mio è una manifesta esagerazione affermare, come feci, che per il 1921 essi abbiano contribuito il 15 per cento del rendimento totale dell’imposta. Tengasi anche conto che i proprietari terrieri ed edilizi pagano in 20 anni e quelli mobiliari in 10 anni e che quindi il contributo effettivo di questi ultimi fu doppio di quello dei primi. La ripartizione degli altri tributi, come quello personale straordinario di guerra e quello complementare sui redditi superiori a lire 10.000, presenta minori difficoltà e può riputarsi tollerabilmente fondato sul verosimile. Una piccolissima quota della tassazione sugli amministratori e sui dividendi avrebbe dovuto far carico alle due forme di proprietà rustica ed edilizia; ma, oltreché amministratori ed azionisti partecipano della natura dei contribuenti mobiliari, l’errore è piccolo e si può ritenere compensato da quello commesso in senso inverso attribuendo tutto alla terra il carico delle imposte sui canoni e sulle riserve di caccia che forse doveva essere collocato nella categoria mobiliare.

 

 

Dopo le quali avvertenze, ecco il quadro della ripartizione delle imposte e sovrimposte dirette per il 1921 (in milioni di lire):

 

 

Proprietari di terreni

Proprietari di fabbricati

Affittuari agric., coloni parziari ed altre classi agricole

Industriali, commerc., profession., impiegati, propriet. di titoli di stato e privati

Totale generale

Imposta sui terreni

802,5

802,5

Imposta sui fabbricati

583,7

583,7

Imposta di ricchezza mobile

52,5

998,0

1.050,5

Imposta sui sovraprofitti di guerra

131,5

1.746,8

1.878,3

Imposta sul patrimonio

109,3

160,3

21,8

437,1

728,5

Imposta sui redditi superiori a lire10.000

47,9

47,9

5,7

90,2

191,7

Imposta personale straordinaria di guerra

9,3

6,8

0,9

11,3

28,3

Imposta sugli amminist. o dirigenti

25,9

25,9

Imposta sui dividendi

45,4

45,4

Imposta sui terreni bonificati

0,7

0,7

Imposta sui canoni enfiteutici

1,4

1,4

Imposta sulle riserve di caccia

0,5

0,5

Totale

971,6

798,7

212,4

3.354,7

5.337,4

 

 

L’impressione generale di squilibrio che si ricava leggendo questo schema è messa in luce meglio dal confronto che si può fare del carico del 1921 con quello del 1914, seguendo per quest’ultimo anno gli stessi criteri di ripartizione e facendo il 1914 uguale a 100:

 

 

1914

1911

1921

 

Tenendo conto solo delle tre vecchie imposte

Tenendo conto delle imposte vecchie e nuove

Proprietari di terreni

100

277,4

335,9

Proprietari di fabbricati

100

209,8

287,2

Affittuari agricoli ed altre classi agricole

100

382,9

1.550,3

Industriali, commercianti, professionisti, impiegati e possessori di titoli

100

382,9

1.287,2

Carico complessivo

100

289,5

634,2

 

 

Si ripetono qui, accentuate, le osservazioni altra volta già fatte. Il carico medio generale delle imposte e sovrimposte dirette fu moltiplicato per 6 1/3, il che corrisponde abbastanza bene all’aumento dei prezzi ed al rinvilio della moneta. Un carico 6 1/3 volte maggiore di prima è solo nominalmente più pesante; in realtà è uguale all’incirca a quello di prima. Appunto per la gran differenza che vi è tra incremento nominale ed incremento reale, si può affermare che i contribuenti più duramente colpiti dal crescere delle imposte sono i proprietari di fabbricati, i quali pagano meno di tre volte tanto il carico antico. Pagano poco in moneta; ma, siccome incassano i fitti monetari di prima o poco più, in realtà pagano troppo. Dei proprietari terrieri, alcuni pagano troppo poco e sono quelli che poterono aumentare fitti e redditi; altri pagano troppo e sono coloro i cui fitti sono vincolati da contratti in corso. A mio avviso, coloro i quali pagano troppo poco sono quelli che ebbero l’aumento apparente più forte e cioè gli affittuari agricoli e le altre classi agricole (mezzadri, coloni parziari, braccianti e gli stessi proprietari di terreni, non in quanto proprietari, ma in quanto esercenti direttamente l’industria agricola). L’aumento appare forte, solo perché nel 1914 queste classi non pagavano nulla; miserabili 13-14 milioni di lire, che erano una vera irrisione in confronto agli altri contribuenti. Oggi pagano un po’ più di 200 milioni; ma trattasi pur sempre di una cifra irrisoria, se si pensa che il valore annuo della produzione agricola italiana supera certamente i 30 miliardi di lire, di cui non più di 3 o 4 vanno a favore dei proprietari, i quali pagano 971 milioni di imposte, mentre gli altri 26 o 27 rimangono nelle mani delle altre classi agricole, il cui carico è appena di 212 milioni di lire.

 

 

Il che si vede meglio dal seguente quadretto di percentuali:

 

 

1914

1921

1921

 

Tenendo conto delle sole tre vecchie imposte

Tenendo conto delle imposte vecchie e nuove

Proprietari di terreni

34,36

32,94

18,20

Proprietari di fabbricati

33,04

23,95

14,96

Affittuari agricoli ed altre classi agricole

1,63

2,15

3,98

Industriali, commercianti, professionisti, impiegati e possessori di titoli

30,97

40,96

62,86

Totale

100

100

100

 

 

Riassumendo, la equità nella ripartizione delle imposte dirette richiede che si faccia un passo risoluto sulla via di far pagar di più non alla proprietà della terra, ma alle altre classi sociali – compresi i proprietari di terre, in quanto coltivatori di terreni proprii – le quali traggano redditi dalla agricoltura. Mentre si assolve questo compito, non bisogna dimenticare che, entro ogni gruppo, la ripartizione tributaria è quanto mai cervellotica. Accanto alle sperequazioni di massa, vi sono le sperequazioni di individui. Vi sono proprietari che pagano fino alla rovina ed altri che pagano poco; vi sono gli impiegati pubblici che pagano sull’intiero reddito e vi sono gli operai i quali pagano zero. È difficilissimo togliere d’un colpo tutte queste diseguaglianze, a cui solo il lavoro di decenni potrà parzialmente porre riparo. Ma che proprio non si possa cominciare a colpire la parte dei salari operai e dei redditi agricoli eccedenti le 3 o le 4 o le 6 mila lire all’anno? Anche dopo questa tassazione, la classe operaia e quelle agricole rimarrebbero privilegiate. Gioverebbe ad ogni modo che il privilegio non serbasse figura di immunità assoluta.

 

 

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