La risurrezione dell’Irlanda

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 27/06/1901

La risurrezione dell’Irlanda

«La Stampa», 27 giugno 1901

 

 

 

Da alcuni anni non si sente più parlare della famosa questione dell’home rule irlandese, che aveva tanto appassionato l’opinione pubblica britannica ed aveva condotto a grandiose battaglie parlamentari. Il partito dell’indipendenza legislativa e politica dell’Irlanda sembrò vinto per sempre quando Gladstone, sfiduciato e stanco, si ritirò dalla vita politica.

 

 

Dopo d’allora la causa dell’home rule fu abbandonata dal partito liberale; e gli irlandesi parvero rassegnarsi alla sorte avversa. La tenace razza che nella prima metà del secolo aveva costituito la terribile Lega agraria, famosa per delitti truci e numerosi, negli ultimi anni parve aver persa la ricordanza dell’odio antico contro gli anglosassoni. In un quarto di secolo appena, 65 reati agrari – fra cui 37 lettere minatorie a proprietari colpevoli di estorsioni e di evizioni a danno dei contadini – stanno a testimoniare l’esistenza di due classi ferocemente nemiche l’una all’altra: quella dei proprietari inglesi e quella dei contadini irlandesi. Costoro si sono dunque rassegnati alla loro sorte? e la verde Erinni ha perduto la speranza di riconquistare l’antica indipendenza dall’odiato dominio britanno?

 

 

Niente affatto. Lo spirito nazionalista è più vivo che mai in Irlanda; e l’antica animosità contro la razza dominatrice non si è attenuata nel cuore dei vinti. Prova ne sia la simpatia dimostrata verso i boeri, contadini come gli irlandesi, e come questi oppressi dallo stesso nemico. Ma gli irlandesi hanno visto che la via della lotta ad oltranza, della rivoluzione permanente e delle congiure segrete non li poteva condurre più in là del punto al quale essi erano già giunti.

 

 

Oramai essi hanno strappato ai dominatori tutto ciò che era possibile di ottenere. Essi hanno avuto da Governi conservatori e da Governi liberali delle leggi agrarie, le quali concedono all’affittaiuolo il diritto di avere un compenso per i miglioramenti introdotti nei terreni, il diritto di rimanere sempre sullo stesso fondo pagando un canone fissato non dai proprietari, ma da un Tribunale di periti, ed il diritto, finalmente, di riscattare la terra ad un prezzo pure fissato dai Tribunali e coll’ausilio di un imprestito concesso dal Governo.

 

 

Più ancora, i contadini irlandesi hanno avuto una specie di autonomia locale amministrativa con la creazione dei County Councils, specie di Consigli provinciali a suffragio molto esteso, ed una rappresentanza centrale nel Council of Agricolture, o Consiglio preposto alla direzione di un Ministero di agricoltura con sede a Dublino. Era qualche cosa; e, da uomini pratici, gli irlandesi pensarono di trarre tutto il partito possibile da codeste conquiste prima di avventurarsi a nuove formidabili campagne per l’ottenimento dell’home rule integrale. Così si sviluppò il programma dell’Irlanda nuova: conquistare la terra ed arricchirsi per mezzo dell’agricoltura.

 

 

«Conquistare la terra» è la prima condizione di benessere e di indipendenza per il contadino. L’impresa, difficile in passato, è ora divenuta molto più agevole. La crisi agraria, ribassando il prezzo delle derrate, ha scemato la rendita agraria ed il valore delle terre.

 

 

I contadini in massa inoltrarono appelli ai Tribunali incaricati di fissare i fitti, ed ottennero dei ribassi notevolissimi, variabili dal 20 al 50 per cento. I proprietari dovettero adattarsi; e molti, oberati da ipoteche e da gravami famigliari, andarono in rovina. Altri, che non erano andati in rovina, furono presi dal timore che un po’ per volta i fitti fossero ridotti al nulla, e si affrettarono a vendere le terre.

 

 

Cosicché oggi la terra d’Irlanda in non piccola parte è ritornata ai figli degli antichi possessori irlandesi che Cromwell aveva tre secoli addietro espropriati a profitto dell’aristocrazia inglese. Questa, impoverita, spesso ridotta alla completa rovina, è fuggita dall’Irlanda ed al più si contenta di percepire i fitti ogni giorno scemanti. La terra che ancora rimane agli antichi proprietari, in realtà però spetta ai contadini, i quali non possono essere espulsi finché pagano il canone giudiziariamente fissato. Cosicché oggi la conquista della terra da parte della razza vinta, se non è un fatto compiuto, può dirsi oramai in realtà raggiunta.

 

 

Conquistata la terra, importava utilizzarla. E qui si videro i miracoli della piccola proprietà unita allo spirito di cooperazione. Un uomo energico, Mr. Horace Plunkett, deputato al Parlamento inglese e vice- presidente del nuovo Ministero irlandese d’agricoltura, iniziò una decina d’anni fa una campagna coraggiosa a favore della cooperazione agricola. Il tentativo sugli inizi parve ai più disperato.

 

 

Come trasformare il rozzo contadino irlandese, abituato a trarre dalla terra soltanto grano per il lontano signore e patate per la sua famiglia, nell’agricoltore intelligente, atto a sostenere l’urto della concorrenza straniera sul ricchissimo mercato di Londra e delle città inglesi?

 

 

L’Inghilterra assorbe in quantità smisurate latte, uova, burro, formaggi, carne, frutta, tutte derrate adattatissime al suolo irlandese; ma da quando era stata abolita la protezione doganale, l’Irlanda aveva abbandonato del tutto il mercato inglese alla Danimarca, alla Francia, e persino alle lontane colonie. Come riconquistare il terreno perduto?

 

 

La spinta fu data dalla trasformazione del contadino da servo della gleba in proprietario o coltivatore indipendente. L’antico produttore di patate, sempre vicino a morir di fame, diventò un altro uomo quando sentì che la terra era sua, e che oramai il signore non poteva più defraudarlo dei frutti del suo sudore col rialzare i fitti. Ed il mezzo fu dato dalla cooperazione, la quale permise di produrre derrate di qualità e quantità tali da poter essere esportate.

 

 

Il Plunkett aveva visto una nazione di piccoli agricoltori, la Danimarca, arricchirsi e conquistare il mercato inglese mercé la pratica della cooperazione. E volle imitarne l’esempio nell’Irlanda. Adesso le cooperative agrarie irlandesi contano 50,000 soci, divisi in 520 Società confederate, con un movimento annuo di affari di 32 milioni di lire. Vi sono 75 casse rurali del tipo Raiffeisen, le quali imprestano denaro agli agricoltori al 5 per cento, mentre le Banche locali esigono il 10 per cento.

 

 

I risultati ottenuti in così breve volgere di tempo sono veramente splendidi, data l’ostilità dell’ambiente nel quale si doveva operare. Le cooperative per la produzione del burro hanno già ottenuto segnalate vittorie sul mercato inglese contro la concorrenza straniera; e così pure le cooperative per la produzione e la vendita delle uova e del pollame contribuiscono efficacemente ad accrescere la ricchezza agricola. Di tutti i tre Stati che compongono il Regno Unito, l’Irlanda è quella che meglio ha resistito alla bufera della crisi agraria. I proprietari sono andati in rovina; ma fu poco male, perché la loro rovina volle dire la fine della supremazia di una casta di proprietari stranieri.

 

 

Dalla crisi gli agricoltori irlandesi uscirono più forti e più agguerriti. Essi posseggono ora due meravigliosi strumenti di progresso: l’educazione tecnica impartita dal Ministero elettivo di agricoltura per mezzo di Comitati sparsi in tutti i villaggi; e la pratica della cooperazione redentrice.

 

 

Gli irlandesi sono oramai incamminati sulla via della ricchezza. Chissà che su questa via essi non trovino il modo di conciliare il loro nazionalismo separatista coll’interesse economico che li mantiene uniti all’Inghilterra. Finché erano miserabili o soggetti a padroni di altra stirpe, l’unico mezzo di elevamento pareva essere la separazione assoluta dalla Gran Bretagna. Ma ora che il Landlords se ne sono andati o se ne vanno via dal sacro suolo della patria, e che i piccoli proprietari irlandesi trovano uno sbocco crescente e sicuro ai loro prodotti sui ricchi mercati inglesi, non sembra probabile che molte ire si attenueranno, molti odii verranno meno, e che il grido dell’home rule cesserà di essere il pomo di discordia tra l’Inghilterra e l’Irlanda?

 

 

Senza notare che ad una popolazione arricchita e contenta gli uomini di Stato potranno trovare conveniente di concedere una certa autonomia politica che poteva sembrar pericoloso attribuire a sudditi inaspriti dalla povertà e dagli odii di classe.

Torna su