La sanzione infallibile

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 30/08/1925

La sanzione infallibile

«Corriere della Sera», 30 agosto 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 449-452

 

 

 

Approvo vivamente il ministro delle finanze per il proposito manifestato di volere esercitare con azione personale quell’opera di vigilanza che egli reputasse necessaria in materia di cambi. L’on. Volpi è uomo esperto di cose finanziarie concrete e ben sa che un colloquio privato suo con i dirigenti italiani di alcuni grandi istituti può approdare a risultati assai più apprezzabili di dozzine di decreti.

 

 

I giornali hanno pubblicato un riassunto di provvedimenti presi in taluni paesi a cambi sfavorevoli per la difesa della loro moneta. È un elenco in cui si riscontrano pene restrittive della libertà personale, ammende e multe (Francia), controllo ufficiale di uffici governativi (Belgio), divieti di contratti a termine (Spagna), arresti da 3 mesi a 3 anni, e fino a 5, multe e confische, pene pecuniarie (Cecoslovacchia), restrizione della trattazione dei cambi a talune grandi banche (Ungheria e Bulgaria), pene restrittive della libertà personale e multe (Cile), divieti assoluti (Russia), pene sino all’ergastolo o alla condanna a morte dinanzi ai tribunali di guerra (Grecia). Talune delle legislazioni citate si riferiscono a paesi posti fuori della civiltà occidentale, come la Russia, o nei quali non si sa quale valore abbia la legge e quanto tempo duri, come la Grecia. Ma ai precedenti citati si può rivolgere una critica generale ed è la mancanza di ogni notizia intorno ai risultati ottenuti dalle legislazioni restrittive e punitive. Sono persuaso che, se l’indagine si facesse, si dovrebbe giungere alla conclusione che, nei casi più favorevoli, il risultato fu zero, che per lo più fu negativo ossia dannoso al paese e che, laddove pare positivo, il miglioramento fu ottenuto in virtù di ben altre e ben più feconde circostanze.

 

 

D’altro canto, nel migliorare la valuta, noi dobbiamo evidentemente badare all’esempio non dei paesi la cui valuta è deprezzata, ma a quelli in cui il miglioramento od il risanamento fu ottenuto. Dovremmo guardare all’Inghilterra, alla Svizzera, all’Olanda, alla Scandinavia, ai dominii britannici. L’esempio di questi paesi dimostrerebbe la verità del principio bene compreso dal ministro delle finanze: che cioè i decreti a nulla servono e tanto meno giovano quanto più appaiono ferocissimi. Multe, confische, ergastoli, morte servono ad aumentare il rischio dei negozi in cambi e quindi ad aumentare il prezzo del negozio medesimo. Servono cioè a spingere sui cambi.

 

 

I fattori utili sono invece fattori morali e finanziari. Morali, di buoni accordi, di rapide intese fra tesoro, banche di emissione ed alta banca privata, di mutua comprensione e di vicendevole aiuto. Finanziari: di buona gestione del bilancio e di severo controllo nel quantitativo dei biglietti in circolazione.

 

 

Di tanto in tanto può essere utile un buon colpo alla speculazione balorda che si attacca al franco, alla lira senza valutare l’intrinseca situazione della moneta attaccata. È notorio, ad esempio, che in Italia al deporto sulla sterlina e sul dollaro è succeduto specie nel mese d’agosto, un sensibile riporto. Del fatto notorio, alcuni giornali hanno dato una spiegazione giusta; ma ne hanno, a parer mio, tratto una conseguenza sbagliata.

 

 

La spiegazione del succedersi di un riporto all’antico deporto sulle monete apprezzate, pare sia la seguente.

 

 

Fino a qualche tempo addietro, industriali italiani, debitori di sterline o dollari per acquisti fatti, sperando che la sterlina o i dollari ribassassero, si facevano di mese in mese imprestare le sterline od i dollari necessari a fare i dovuti pagamenti. Pagavano con le sterline o i dollari ricevuti e restavano debitori verso terzi o banchieri. Per farsi mutuare per un mese sterline o dollari, gli industriali italiani usavano dare per un mese il valsente in lire italiane, di cui rinunciavano a godere gli interessi, più pagavano un tanto, fino a 28 centesimi di lira, per ogni sterlina. Chi aveva sterline disponibili, dandole a mutuo, con contratto di riporto, per un mese, aveva un doppio vantaggio: godere l’interesse sulle 110 o 120 o 130 lire italiane ricevute in cambio e intascare un premio da 7 a 28 centesimi per ogni sterlina.

 

 

Col luglio la situazione mutò. Evidentemente, gran parte degli industriali italiani che usavano prendere a mutuo sterline o dollari per prorogare il pagamento degli acquisti fatti, si stancò di aspettare il ribasso delle valute pregiate. Comprò definitivamente e pagò. Temporaneamente, il cambio poté aumentare; ma ci fu poi una minore pressione sul mercato.

 

 

D’altro canto, nacque una forza in senso opposto. Taluni, che avevano visto la sterlina od il dollaro crescere, opinarono, in Italia ed all’estero, che dovesse continuare a crescere. Epperciò vendettero lire italiane, ossia comprarono sterline, ad esempio, a 130, nella speranza di venderle a 140 od a 150 lire. Costoro, avendo venduto lire speculativamente, ossia senza possederle, debbono di mese in mese prenderle a mutuo per consegnarle al compratore; ed all’uopo danno in cambio, per un mese, l’uso di sterline o dollari. Finché essi erano in pochi in confronto di quei tali industriali italiani, di cui dissi sopra, costoro, dando sterline, avevano l’uso delle lire per un mese più il premio o deporto anzidetto sulla sterlina. Oggi, capovolta la situazione, diminuito il bisogno di prendere sterline o dollari a prestito, e cresciuto il bisogno contrario di prendere lire a prestito, questi speculatori al ribasso sulla lira sono obbligati, per avere l’uso di 130 lire per un mese, non solo a dare l’uso di una sterlina, ma a pagare un rilevante riporto sulla sterlina. Indice chiaro che esiste una speculazione allo scoperto sulla lira, la quale o perde rivendendo a 126 la sterlina che aveva comperato a 135 nella speranza di vederla rialzare a 140; ovvero tenta di prorogare la situazione perdendo fior di riporti di mese in mese.

 

 

Questa l’analisi del fatto, su cui sono tutti d’accordo. Pare a me solo sbagliata l’illusione di coloro i quali, vista così sbaragliata la speculazione sulla lira, invocano multe e carcere contro gli speculatori. Invocazione inefficace, perché i contravventori esteri non ci sono soggetti e quelli nazionali sono impalpabili ed imprendibili. Sovratutto invocazione inutile, perché la pena esiste, è automatica, è certissima, si applica senza uopo di giudizi, di sentenze, di apparati. Chi rompe paga. Chi ha speculato sulla lira, oggi paga rivendendo a 126 la sterlina comperata a 135. Su 1.000 sterline sono 9.000 lire di perdita, su 10.000 sono 90.000 lire. È una pena a cui non si sfugge, che il ministro delle finanze può, senza decreti, senza rumore, senza annunci preventivi, crescere e far applicare, aiutando, con sapienti e silenziosi accordi, il miglioramento sulla lira già spontaneamente pronunciatosi. Gli speculatori sulla lira avevano ed hanno una sola probabilità di sfuggire alla pena meritata: che il ministro italiano delle finanze commetta errori, spinga il bilancio al disavanzo, accresca la circolazione. In questo caso, essi avrebbero, invece di perdere, guadagnato. Ma siccome è doveroso supporre che il ministro italiano delle finanze non voglia commettere errori, ma intenda serbare il pareggio e vigili a frenare la circolazione, così quella unica probabilità è sfuggita ad essi di mano. Ed ora, coi riporti cari e con le ricompre di lire, essi pagano il fio dello sbaglio commesso. Che altro cercare, quando la sanzione è così sicura?

 

 

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