La scalata alle banche

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 04/06/1918

La scalata alle banche

«Corriere della Sera», 4 giugno[1], 2 luglio[2] 1918

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 394-399

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. 683-691

La difficile arte del banchiere, UTET, Torino, 1993, pp. 49-52

«Libro aperto», XVII, n. s., n. 11, ottobre-dicembre 1997, pp. 60-63

 

 

I

Come le cronache dei giornali narrano, si è accesa sui giornali italiani una polemica viva intorno ad un fenomeno interessante a cui si è dato il nome di «scalata alle banche». Prima della guerra ci lamentavamo che le banche fossero padrone dell’industria; oggi si depreca la tendenza contraria, per cui taluni grandi gruppi industriali vorrebbero o sarebbero riusciti a rendersi padroni delle banche.

 

 

Che esista una tendenza di taluni grandi gruppi industriali, di quella che in Germania direbbesi l’industria «pesante» del ferro, di ottenere una posizione di padronanza sulle banche italiane parmi indubitato.

 

 

Che questa tendenza sia pericolosa parmi altrettanto indubitato. Ho sempre guardato con pochissima simpatia al tentativo di affidare alle banche ordinarie il compito del credito «industriale», ossia delle sovvenzioni di denaro alle imprese industriali, non per il giro corrente dei loro affari, ma per impianti ed immobilizzazioni. Con molta prudenza, per una parte del loro capitale proprio, sia; con larghezza e coi denari dei depositanti, no. L’esperienza italiana in tal materia è scottante. Perché dimenticarla così presto? Con ancor minore simpatia bisogna guardare ai tentativi di specializzazione delle banche, ossia di trasformazione di esse, da strumenti di credito per le industrie in generale, in banche di credito per talune speciali industrie: le banche elettriche, le banche ferroviarie, le banche siderurgiche, le banche per l’esportazione sono difficilissime a crearsi ed a farsi bene funzionare. Se una crisi colpisce quella industria, lo scredito si estende anche alla banca sovventrice. In un paese come il nostro, la compensazione dei rischi si impone ancor più che in Svizzera ed in Germania e nel Belgio, dove esiste qualche esempio fortunato di banche specializzate.

 

 

E finalmente, con ancor minor simpatia devono guardarsi i tentativi di dominazione delle banche da parte dei clienti delle banche stesse. Industriali e commercianti sono i dirigenti meno adatti delle banche. In Inghilterra, la quale, vogliasi o non, è ancora maestra al mondo in materia di banche, esiste, è vero, una eccezione grandiosa alla regola: come si sa, la corte dei direttori della Banca d’Inghilterra è composta di mercanti e non di banchieri, i quali anzi ne sono rigidamente esclusi. Ma la eccezione conferma la regola; poiché la corte dei direttori di fatto si recluta per cooptazione, ossia per chiamata nel proprio seno da parte dei direttori in carica, come fanno i professori di università e quindi non servirebbe a niente comprare molte azioni per entrare nel consiglio; ed in secondo luogo la banca d’Inghilterra ha per clienti gli altri banchieri e non i mercanti. La regola aurea è: che i clienti industriali, i quali debbono comprare il credito non debbono fissarne essi medesimi il prezzo e le modalità. Quando mai si è visto il compratore di scarpe fissare esso il prezzo, mentre il calzolaio sta a vedere? Purtroppo, di questi tempi si va persino all’eccesso opposto ed il cliente non può aprir bocca in faccia al calzolaio. Ma se questo è un eccesso, l’altro di vedere spadroneggiare nelle banche i clienti industriali è assai più pericoloso: poiché significa che i clienti possono adoprare a lor posta e magari sprecare i denari dei depositanti. Se il pubblico se ne accorge e prende paura, addio credito ordinario! I depositi si rifugerebbero esclusivamente nelle casse di risparmio e nelle banche popolari, che sono mirabili istituzioni, che in fondo compiono in Italia gran parte degli uffici che in Inghilterra spettano a quelle che là sono chiamate «banche»; ma che non possono supplire a tutte le funzioni per cui il credito ordinario è utile, anzi indispensabile.

 

 

Il pubblico non ha, a ragione, molta fiducia nei senatori, nei deputati e negli industriali come governatori di banche; e se l’andazzo presente continua, rischiamo di vedere nei consigli delle banche assai pochi banchieri ed invece molti uomini figurativi da un lato e parecchi grossi clienti dall’altro.

 

 

Dopo ciò, il lettore chiederà: quale rimedio proponete al malanno denunciato? Confesso che, per quanto ci abbia pensato, non sono riuscito a scoprire alcun rimedio legislativo, il quale sia efficace.

 

 

Ispezioni? Decreti che proibiscano di dar credito eccessivo agli uni e non agli altri? Provvedimenti per concedere un credito speciale ai siderurgici? Divieto, a chi possiede i denari, di comprare azioni di banche, ed a chi crede, ai prezzi correnti, opportuno disfarsene, di venderle? Obbligo della nominatività delle azioni per sapere chi sono i loro possessori? Empiastri illusori, che non risolverebbero nulla ed aggraverebbero il male. Lo spediente, il quale più probabilmente sarà adottato, pare debba essere quello della nominatività obbligatoria delle azioni di banche. L’on. Nitti, che lo mise innanzi, non diede alcun motivo della sua opinione; sicché io debbo continuare a credere che non sia possibile rispondere alle obiezioni che da me e da altri ripetutamente furono mosse contro siffatto spediente. Oggi, con la facilità di abusare dei decreti luogotenenziali per scopi che non hanno nulla a che vedere colla guerra, si renderanno nominative le azioni delle banche. Ma nessun decreto riuscirà a rendere ragionevole ciò che è cervellotico, fecondo ciò che è sterile, savio ciò che nessuna esperienza di nessun paese giustifica. Quante volte, ad esempio, dovrò ripetere che la nominatività delle azioni, non necessaria fiscalmente – ché qualunque imposta sul reddito, sul patrimonio e di successione può ripartirsi equamente anche colle azioni al portatore, mentre la nominatività non garantisce affatto la equa ripartizione – non ha impedito altrove, Stati Uniti, cose ben peggiori di quelle denunciate tra noi?

 

 

Anche se lo conoscessi, sarei peritante ad esporre un rimedio specifico, perché quasi certamente sarebbe male applicato. Forse due sole volte in vita mia ho invocato su questo giornale un intervento dello stato in materie economiche. La prima volta fu quando dissi che a certe condizioni un monopolio dei cambi sarebbe stato utile. Me ne pento amaramente e faccio pubblica ammenda di quel trascorso momentaneo. Tutti parlano male dell’istituto dei cambi; il quale, al solito, fa il padreterno, inasprisce i cambi, crea una macchina burocratica spaventosa per il dopo-guerra e ci lascerà alla firma della pace senza un bioccolo di cotone, senza un filo di lana, senza una pelle, ecc. ecc. Almeno questo è quanto si sente dire dappertutto ed ho paura non siano esagerazioni. L’altra volta che proposi un intervento dello stato, fu per invocare la proibizione delle nuove emissioni di azioni senza il consenso personale del ministro del tesoro. Volevo che in Italia, come nei paesi nostri alleati, il ministro del tesoro giudicasse rapidamente, sotto la sua personale responsabilità, se una data emissione fosse compatibile con le necessità di denaro del tesoro. Unica ragione del proposto divieto era la necessità di incanalare tutto il denaro disponibile verso il tesoro. Non avessi mai scritto una ingenuità simile! A Roma afferrarono l’idea, per costruirci su un’altra di quelle commissioni che si diranno in avvenire non più piaghe d’Egitto, ma piaghe della guerra e del dopo-guerra. Una serqua di funzionari, a priori incompetenti e senza la possibilità di acquistar competenza, giudica quali siano le azioni degne di essere emesse, tenendo anche conto della necessità di impedire concorrenze eccessive ecc. ecc. Queste enormità un tempo sarebbero state giudicate assai severamente, come quelle che assoggettano lo sviluppo dell’economia italiana al beneplacito ed al sospetto di favoritismo dei soliti padreterni irresponsabili del ministero dell’industria.

 

 

Perciò se io avessi un rimedio specifico contro la scalata alle banche, forse non oserei metterlo fuori, per paura di aiutare ancor più i gruppi industriali più procaccianti e più vicini al potere ad entrare nella piazza forte del credito. Per fortuna non sono riuscito ad indovinare il nome di nessuno dei rimedi specifici che pare esistano abbondanti a nostra portata; e non debbo perciò superare nessuno scrupolo di coscienza: tacere per paura di peggio o tirar fuori il farmaco? I soli rimedi efficaci non sono legislativi, ma di costume e di controllo vigile dei depositanti, degli azionisti e della opinione pubblica seria: tutte cose che, se non ci sono, non si creano a colpi di decreti luogotenenziali. Tutt’al più posso aggiungere di conoscere un solo rimedio generico, molto generico, molto vecchio e perciò guardato di malocchio, contro gli abusi del credito e della speculazione: ed è il rincaro del denaro. Il denaro è spaventosamente a buon mercato oggi in Italia. Vi è una filza di titoli oggi tra noi che fanno deporto; oggi che si possono vendere a 100 a contanti e ricomperare a 99,50 o meno a fine mese, godendo per niente ed anzi con un abbuono, il denaro per un mese intiero. E su molti altri titoli i riporti sono al 3, al 4 o al 4 1/2%. Lo stato paga il 6% sui suoi prestiti; ed i privati speculatori che vogliono comprare azioni e tenerle per la speranza del rialzo trovano denaro al 4%! Ed il denaro è così abbondante che altri trova comodo e non troppo costoso dare il denaro gratuitamente e per giunta un premio per ottenere la disponibilità delle azioni necessarie a dare la scalata alle banche ed ai consigli di amministrazione di questa o quella società!

 

 

Io non dico che il denaro caro farebbe scomparire tutto ciò. Non ho, ripeto, alcun cerotto da offrire al pubblico. Ma dico che il denaro a vil prezzo crea un ambiente speculativo, di allegria, di ottimismo in cui tutte le imprese sono possibili.

 

 

Rendere il denaro caro è oggi compito e dovere dell’on. Nitti. Compito non facile, lo ammetto. Ma tale che bisogna affrontare. Perché seguitare a pagare in biglietti i fornitori ed i clienti dello stato? Paghi in buoni del tesoro non una quarta od una terza parte ma i due terzi o la totalità. Paghi per i contratti vecchi, se occorre, un sovraprezzo del 6 o del 7% per indennizzarli della perdita che dovranno subire scontando i buoni alle banche. Ma freni l’aumento della circolazione in tutti i modi possibili. Ogni biglietto emesso in più ingrossa i depositi delle banche, è uno stimolo alla speculazione, ai progetti pazzeschi, ai tentativi di dominazione. Ogni buono, invece, emesso al posto dei biglietti, obbliga chi lo riceve a ricorrere per sconto alle banche, e costringe queste a limitare i fondi disponibili per speculazioni borsistiche. Il dilemma è chiaro e preciso.

 

 

II

Un comunicato del ministero del tesoro ha annunciato che tra la Banca commerciale, il Credito italiano, la Banca italiana di sconto ed il Banco di Roma, fu, per invito del ministro Nitti, conchiuso un accordo col quale, pur rimanendo integra l’assoluta indipendenza di opere e di direttive di ciascun istituto, si coordina e si disciplina la esplicazione delle loro singole attività durante la guerra e nei due anni susseguenti alla cessazione delle ostilità. I quattro istituti dovranno esaminare insieme le condizioni praticate per le principali categorie di operazioni bancarie, le fissazioni di limiti comuni più favorevoli alla clientela per le aperture di credito, per le anticipazioni, per le provvigioni di conti correnti, per i mutui di rilevante importanza e di interesse generale del paese, per i prestiti ad enti pubblici, e quelli industriali di notevole importanza per l’economia nazionale. Il comunicato conclude annunciando la costituzione di un’associazione fra banche e banchieri italiani, la quale dia opera ad estendere l’accordo ad altri istituti, banche minori e ditte bancarie private.

 

 

L’avvenimento, che così si comunica al pubblico, può diventare il fatto più importante da lunghi anni accaduto nel campo bancario ed industriale italiano; e merita perciò un breve commento.

 

 

Che la costituzione di un’associazione fra i banchieri italiani – grandi e piccoli – fosse utile, non v’è dubbio. Associazioni consimili esistono in Inghilterra, in Francia, in Germania, negli Stati uniti, ed hanno per iscopo lo studio dei problemi interessanti l’industria bancaria, la proposta e la critica di provvedimenti legislativi, l’incoraggiamento agli studi bancari da parte dei giovani e la preparazione, con conferenze, con corsi di lezioni, con premi, di un personale bancario scelto ed istruito. Si può anche affermare che una associazione siffatta farebbe cosa utile facilitando le informazioni sulla clientela, promuovendo – entro certi limiti di riservatezza – scambio di notizie sulla esposizione cambiaria e creditizia di taluni clienti. Epperciò, se l’intesa promossa dal ministro del tesoro risponde a queste esigenze, deve essere lodata.

 

 

Ossequio alla verità ed al bene pubblico comandano però di mettere chiaramente in luce come l’accordo promosso dal ministro del tesoro vada ben al di là di questi che sono i compiti delle più salde associazioni di banchieri esistenti all’estero. Nel comunicato ministeriale si parla di «accordi», di «coordinamento», di «disciplina» della attività delle banche federate; si parla persino di «cartello» delle quattro grandi banche che «per la prima volta concordi in un armonico programma» dovrebbero imprimere durante la guerra e per due anni di poi un indirizzo unitario all’industria bancaria italiana. Si dice che quest’azione concorde dovrà «avviare la produzione italiana a non essere tributaria dell’ estero, a creare enti per la conquista di nuovi mercati ed a compiere azione solidale perché i fini nazionali dello stato siano assecondati dal comune accordo delle banche».

 

 

Delle intenzioni non giova occuparsi, ché si deve sottintendere siano ottime. Ma il mezzo adottato è idoneo a raggiungere davvero fini di utilità nazionale?

 

 

Prima della guerra, se si interrogavano industriali e commercianti, una delle ragioni più sentite, sebbene per ragionevoli motivi meno apertamente manifestate, di malcontento era precisamente l’opinione, in cui essi vivevano, che esistesse un tacito accordo tra le banche, il quale limitava le agevolezze di credito e dava alle banche eccessive potestà di controllo sulle industrie. Oggi invece di «banche padrone delle industrie» si parla di «scalata alle banche». Ma per quanto la posizione sembri rovesciata, il primo atto di governo compiuto in seguito alla polemica per la scalata alle banche – ed è precisamente il «cartello» promosso dall’on. Nitti – non sembra tale da assicurare il mondo dell’ industria e del commercio.

 

 

Si pensi: «Le maggiori imprese italiane, quelle che vantano capitali di 50, di 100 ed ora di 500 milioni di lire, sono oramai più o meno tutte interessate nelle grandi banche e rappresentate nei loro consigli. Alla loro volta le grandi banche sono oramai riunite in un cartello – voce tedesca, corrispondente all’americana trust, alla francese sindacato ed all’italiana consorzio -, a cui si vuole siano affiliate anche le banche minori ed i banchieri privati. Il cartello pare debba fissare norme comuni per gli sconti, per le anticipazioni, per le aperture di credito. Da esso dipenderà grazie alla eliminazione delle maniere inutili e dannose di concorrenza – il giudizio intorno al credito che il tale e tale altro industriale meriterà, da esso l’insieme del credito da farsi alle industrie di notevole importanza nazionale, da esso l’incoraggiamento alle esportazioni all’estero».

 

 

È tutta una visione di una industria italiana che nel dopo guerra muoverà alla conquista del mondo sotto la guida di un «cartello» bancario, nei cui consigli noi sappiamo già essere dominanti le maggiori imprese industriali del paese. Una campagna giornalistica partita dalla preoccupazione di garantire i miliardi di depositi bancari contro il pericolo della padronanza di pochi industriali avrebbe concluso col mettere sotto il patronato di un solo gruppo, o cartello, o trust bancario anche i depositi delle piccole e medie banche e, per giunta, tutta la clientela industriale e commerciale!

 

 

Tutto ciò sa molto di «disciplina», di «coordinamento», di «armonie» e di «nazionalizzazione» tipo germanico; ma dubito assai che la piccola, la media ed anche la grande, se non forse la grandissima, industria italiana, lo abbia a trovare di suo gradimento. Sovratutto non so comprendere perché l’on. Nitti spenda tanta parte delle sue attività in cose, le quali non sono precisamente quelle di cui si interessa oggi l’opinione pubblica e che veramente importano all’interesse nazionale. Oggi, in tema di tesoro, le questioni che interessano sono quelle dei cambi, dei prestiti a gitto continuo per mezzo di buoni del tesoro, delle imposte nuove da creare e delle vecchie da riformare. Gli italiani attendono dal ministro del tesoro un’azione continua in questo campo; nessuno pensava alla preparazione di un forte trust bancario che nel dopo guerra tenga in mano, ammettasi pure coi migliori propositi di questo mondo, tutta l’industria e tutto il commercio del paese.

 

 

Non sono soltanto gli italiani a vedere un pericolo in questi tentativi di monopolio bancario. In Inghilterra l’opinione pubblica si è vivamente commossa nel vedere il moltiplicarsi delle fusioni di banche, che facevano sorgere all’orizzonte lo spettro di un Money Trust, di un cartello bancario, come alla tedesca si ama dire da noi. Dal 1891 al 1917 le banche private in Inghilterra erano diminuite in numero da 37 a 6 e le banche per azioni da 106 a 34. Se finissero per diventare tanto poche che un accordo tra loro fosse possibile, quale sarebbe la sorte dell’industria e del commercio; dove se ne andrebbe la libertà e la scioltezza del mercato monetario londinese, che fecero dell’Inghilterra il centro finanziario del mondo?

 

 

Le preoccupazioni parvero tanto fondate, che il governo nominò un comitato di inchiesta; il quale già riferì e già propose provvedimenti atti a frenare la tendenza alle fusioni bancarie ed a fomentare la concorrenza tra le banche a vantaggio dell’industria.

 

 

In Italia sembra che sia invece diventato un canone che occorre reprimere «le forme inutili e dannose di concorrenza» e promuovere accordi e cartelli bancari. E quel che è più singolare la tendenza alla trustificazione dell’industria bancaria è promossa da quel ministro il quale dovrebbe tutelare gli interessi generali del paese.

 

 


[1] Con il titolo La scalata alle banche. Malanni e rimedî. [ndr]

[2] Con il titolo L’accordo fra le banche. [ndr]

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