Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

La scelta dei chiodi su cui battere

«Corriere della Sera», 23 novembre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 938-941

 

 

 

«Il governo picchierà [con le imposte] sui chiodi meno battuti, sapendo che per questa via potrà anche alleggerire la mano su quelli che furono fin qui oggetto dei più gravi colpi».

 

 

Questa la enunciazione di principio che mi pare fondamentale nelle dichiarazioni finanziarie degli on. De Stefani e Tangorra. Avendo da anni, molti anni, ripetuto fino alla noia, ma senza alcun costrutto, la stessa verità, sono lieto di potere sperare che finalmente si cominci a far qualcosa. La responsabilità e la iniziativa del fare spettano, è vero, al ministero, il quale vuole all’uopo i pieni poteri; ma è altresì vero che la formazione di un’opinione pubblica illuminata su questo argomento può giovare assai a sorreggere il governo in questa materia. Gli errori, gli equivoci, i pregiudizi intorno all’effettiva incidenza, e distribuzione delle imposte italiane sono senza numero; né sarebbe mai possibile in un articolo, nonché esaminarli, appena enumerarli.

 

 

Se alcuno chiedesse quali siano i chiodi sui quali importa battere di più, bisognerebbe restare esitanti. Qualche giornale ha iniziato una viva campagna per segnalare la terra come la grande colpevole di sottotassazione. Tesi giusta, sostenuta qui da tempo; ma non giova guastarla confondendo categorie terriere sovratassate con altre indubbiamente sottotassate. Volendo esemplificare, con molta esitanza e con molte riserve – principalissima quella che le affermazioni vere per il gruppo spesso sono erronee per i singoli individui – citerei i seguenti casi estremi, partendo dai più tassati per giungere ai meno tassati:

 

 

Sovratassati:

 

 

  • 1) creditori antichi dello stato, di enti pubblici ed anche di privati;
  • 2) proprietari puri di terreni e di case;
  • 3) società ed industriali con bilancio controllabile;
  • 4) operai a salari minimi; professionisti e commercianti a redditi visibili.

 

 

Sottotassati:

 

 

  • 1) operai con salari superiori;
  • 2) affittuari e mezzadri di terreni;
  • 3) proprietari di terreni, non in quanto tali, ma in quanto coltivatori diretti del fondo.

 

 

Suppongo che sulla maggior parte degli esempi addotti – non compiuti né incontroversi quanto all’ordine della collocazione – esista un consenso unanime di opinioni. Che ci siano operai a salari alti i quali non pagano nulla di imposte dirette, mentre professionisti con redditi meno elevati in cifra assoluta e più incerti nel tempo sono chiamati a contribuire duramente, è notorio. Ma tale verità non deve esserci di velo all’altra verità: le masse operaie remunerate ai salari correnti pagano largamente a titolo di imposte sui consumi.

 

 

Sulle altre categorie ritornerò per giustificare la mia affermazione. Oggi mi basti giustificare una omissione e spiegare una collocazione a prima vista singolare. La omissione è quella degli impiegati pubblici. Non li ho collocati in nessuna delle due categorie dei sovra – e dei sotto-tassati. Essi reputano – concordi in ciò con tutte le altre categorie, anche quelle notoriamente sottotassate – di pagare molto. È massima nota che le imposte buone, giuste, leggere sono sempre quelle che pagano gli altri; quelle che paghiamo noi sono cattive, ingiuste, oppressive. Gli impiegati pubblici hanno ragione da un punto di vista: quello della esattezza fotografica dell’accertamento dei loro redditi. Essi pagano, per tutto il loro reddito, fino all’ultimo centesimo. Ma hanno un compenso in una circostanza capitale, da cui troppo si fa astrazione: la relativa tenuità dell’aliquota d’imposta, che oggi è circa del 10 per cento. Gli impiegati calcolano il 16%; ma del 6% non bisogna invece tener conto, perché si tratta di ritenuta pensioni, ossia di una somma che viene loro rimborsata sotto forma di pensione, con un’aggiunta notevolissima di contributo statale. Se al 10% aggiungiamo in media l’1 o il 2% a titolo di imposta di famiglia, arriviamo alla fine delle imposte dirette pagate dagli impiegati. Niente sovrimposte locali, niente tasse esercizio e rivendita, niente complementare, niente contributo straordinario di guerra ecc ecc. Siamo ad enorme distanza dai più affini al loro ceto, ossia dai professionisti, a cui si fa pagare, ove si tenga conto di tutto, aliquote che vanno dal 30 al 35%, per redditi di gran lunga più aleatori, senza diritto a pensione, senza stabilità e continuità. A ragion di logica, i professionisti a reddito incerto dovrebbero essere tassati con aliquota più bassa degli impiegati pubblici; e soltanto le valutazioni moderate dei redditi, accettate dagli agenti delle imposte per evidenti motivi di umanità, ristabiliscono una certa equità comparativa di trattamento. Tutto sommato, direi che gli impiegati pubblici non siano né troppo né troppo poco tassati, e che quell’11-12% che essi pagano in relazione al loro reddito effettivo sia oggi, in momenti così gravi, un equo contributo al pubblico erario. Essi tengono il giusto mezzo, esempio agli altri di quello che dovrebbe essere l’ideale tributario: esattezza negli accertamenti e tenuità comparativa delle aliquote complessive.

 

 

Strana, in apparenza, è la collocazione al gradino più alto nella categoria dei contribuenti sovratassati. Come si può affermare che siano sovratassati i creditori pubblici, esenti in gran maggioranza, dalle imposte? Notisi dapprima che non sono esenti da tutte le imposte, per esempio, dalla patrimoniale e dalla successione. Sovratutto, ed è qui il punto essenziale, essi furono i più duramente colpiti, con conseguenze disastrose, da quella che fu la imposta tipica di guerra, la svalutazione della moneta. Siamo troppo facili a dimenticarla questa tragica imposta, solo perché non figura nell’elenco dei tributi palesemente prelevati dallo stato. Ma in sostanza, i vecchi creditori dello stato, i quali, prima della guerra, possedevano 14 miliardi di lire buone, oggi non posseggono, per il ribasso dei corsi, che il 75% di tal somma nominale, ossia 10,5 miliardi; e questi valgono appena da 2,5 a 3 miliardi di lire buone d’un tempo. Essi hanno perso il 75% dei loro redditi e l’80% del loro capitale effettivo. Gli 11 miliardi e più, sui 14 originari, che essi hanno perso, sono stati una vera imposta, una spaventosa leva sul patrimonio. Col tempo, con la rivalutazione della lira, in parte essi potranno riavere il perduto. Frattanto, sarebbe una atroce ingiustizia chiedere a questa categoria un nuovo contributo. Se, battendo su altri chiodi, si potrà accelerare una parziale reintegrazione del loro patrimonio, si farà anzi opera doverosa. Ho citato il caso dei creditori antichi dello stato. In vario grado, tenendo conto della data a cui i singoli prestiti furono emessi, o stipulati i contratti di mutuo privato, una situazione analoga si presenta per le altre categorie di percettori di redditi in cifra fissa.

 

 

Per quanto la cosa sia oscura e mascherata, ad ogni nuovo miliardo di carta-moneta emesso dallo stato, si svalutavano le specie di ricchezza espresse in cifre precise e non aumentabili col variar dei prezzi. Il che vuol dire che lo stato si appropriava, con il tortuoso e insidioso metodo delle emissioni di carta, una parte della ricchezza posseduta dai suoi creditori, e dai creditori di altri enti e di privati. Nonché chiedere, a costoro bisogna restituire, nell’unico modo consentito, che è la rivalutazione graduale, non catastrofica, della moneta. La rivalutazione non deve essere troppo rapida, per non far fallire lo stato, come accadrebbe indubbiamente, con danno irreparabile in primissimo luogo degli stessi creditori pubblici. Ma deve avvenire. Ad ogni modo sta fermo il punto: che i creditori pubblici non possono essere colpiti da nuove imposte, non solo perché ad essi fu promessa la esenzione, ma perché, contrariamente alla fatta promessa, in modo insidioso essi furono, durante gli ultimi otto anni, soggetti ad una vera parziale confisca.

 

 

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