La scienza economica ha fatto bancarotta?

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 07/10/1921

La scienza economica ha fatto bancarotta?

«Corriere della Sera», 7 ottobre 1921

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 172-178

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 385-390

 

 

 

Dal 1914 in poi, una leggenda ha corso le gazzette ed è divenuta oramai un luogo comune: la scienza economica ha fatto fallimento, le teorie classiche dell’economia politica hanno fatto bancarotta. Bisogna cambiare scienza, teorie, per adeguarle alla realtà della guerra. Taluno arrivò anche a scrivere essere uno scandalo che lo stato lasciasse sulle cattedre uomini mummificati, e per insensibilità alle cose reali capaci di farsi strumento dello straniero nella sua lotta di strangolamento della patria. A noi restò soltanto la consolazione – magra in verità – di pensare e di scrivere che il luogo comune era un’asinità conclamata e che quelli che lo pronunciavano avrebbero meritato di essere bocciati all’esame di economia politica. Venturosamente, gli innocenti da ogni impuro contatto economistico non vengono a subire l’esame di economia e preferiscono scrivere articoli sui giornali o pronunciare discorsi fuori e dentro il parlamento. Ancora ieri ne scriveva uno sui giornali da parte popolare F.C. (Filippo Crispolti?), che pure è uomo coltissimo, di una cultura squisitamente raffinata ed elegantissimo nello scrivere manzonianamente scorrevole. Perché, prima di scrivere su questioni economiche, non rilegge le pagine di quell’autore che son sicuro egli più di ogni altro sente ed ammira? Vi avrebbe forse imparato che è una ben strana definizione di “bancarotta delle dottrine economiche” quella che necessariamente la fa consistere nella verificazione precisa, stupenda di quelle teorie, verificazione operatasi in forme e dimensioni raramente vedute prima d’ora. Perché il singolare di questa faccenda della bancarotta dei principi economici è che tutti i principi scritti nei libri sacri della nostra scienza si trovarono ad uno ad uno verificati, attuati in modo così perfetto, che nei trattati futuri economici saranno abbandonati i vecchi esempi e preferiti i nuovi della guerra e del post guerra presente, come più calzanti, più conclusivi, più eleganti e visibili ad occhio nudo ai meno ammaestrati.

 

 

I principi scientifici ebbero nuove e meravigliose verificazioni nella realtà perché essi sono quanto di meno astratto, nel senso comune della parola, si possa immaginare. Furono scritti, è vero, a tavolino, per la buona ragione che, a scrivere qualcosa, ci vuol carta, penna e calamaio. Ma Adamo Smith è uno degli scrittori più permeati di realtà che si conosca; egli è un grande fondatore di scienza, perché fu un grande storicista, attentissimo ai fatti e minuto esemplificatore. E Davide Ricardo, il grandissimo teorico, l’uomo che attinse alle vette sublimi dei Galileo, dei Copernico, dei Newton, fu, prima di scrivere, agente di cambio e, dicono, uomo espertissimo di affari.

 

 

Aveano detto costoro ed altri classici e parecchi i quali, come Melchior Gioia, dei classici inglesi erano stati avversari diuturni, che le mete, i calmieri, i giusti prezzi, i razionamenti producevano un’infinità di guai, tendevano a fare scomparire la merce, a far mettere sul mercato solo le qualità peggiori, di pregio inferiore ai prezzi di calmiere ed a far nascondere, rendendole accessibili solo ai ricchi ed ai furbi, le qualità migliori? E che cosa altro, di grazia, disse la guerra ultima? Non vedemmo forse le gazzette piene delle stesse lagnanze di che sono testimonianza le grida del tempo antico ed a far cessare le quali gli economisti predicarono e riuscirono a far trionfare il principio che la migliore delle mete, il mezzo più sicuro di tornare al giusto prezzo, era il lavarsene le mani e lasciar fare alla libera concorrenza?

 

 

Il che non voleva dire – e gli economisti mai non lo dissero – che in circostanze eccezionali, come quelle di una città assediata, non fosse necessario, per far durare sino alla fine il poco cibo disponibile, mettere a razione i cittadini. Era necessario però ricordar sempre che questo era un provvedimento di guerra, imposto dalla necessità, disadatto a far rinascere l’abbondanza ma solo atto a rendere meno tremende e più equamente distribuite le privazioni; che trattavasi di norme di attuazione difficoltosissima, di riuscita meno ardua se limitate a pochissimi generi e preparate da organi competenti, devoti, pronti a considerare la propria missione come un sacrificio e decisi a sopprimerla appena cessate le circostanze eccezionali.

 

 

Di grazia e di nuovo, che cosa ha dimostrato di diverso la guerra ultima? La bancarotta dell’economia politica è proclamata soltanto da quegli scervellati cronisti di giornali, i quali, appena una merce rincara, ancor oggi, dopo tante esperienze fatte di interventi non riusciti o riusciti al rovescio, gridano: «Che cosa fa il governo, che cosa fa il comune? Perché non reprime con mano ferrea le immonde speculazioni?», e così fanno montare ancor più su i prezzi e non perdono il tempo a cercare i modi ed i limiti dell’intervento pubblico, che, poveretti, solo gli economisti cosidetti “teorici” si affannano a ricercare, a studiare, a confrontare, per vedere se esistano e quali siano i mezzi “efficaci” a soddisfare l’incomposto vociare dei “pratici”.

 

 

A proposito dei quali “pratici” e “teorici” una osservazione forse non priva di interesse mi venne fatta ripetutamente e la voglio qui scrivere: che non mi accadde mai di discorrere con un “pratico” delle cose della “sua” industria, del “suo” commercio, della “sua” banca senza che dalla sua bocca uscissero sentenze sennate e logiche perfettamente consone ai principi della scienza; che se quel pratico comincio a scantonare ed a dir cose vaghe o spropositate, si fu sempre quando egli presunse di uscire dalla “sua” esperienza, per dire che cosa dovevano fare gli “altri”, quali dovevano essere i provvedimenti di governo, quali le leggi da emanarsi. Lo stesso uomo, che, discorrendo delle cose da lui vissute, delle cose sue, parlava come un libro stampato, scritto da un classico, o neoclassico o settatore delle teorie dell’equilibrio economico, appena uscito di casa sua spropositava. Perciò gli articoli scritti dagli industriali, di solito danno ai nervi a noialtri economisti. Essi credono di far cosa inutile dicendo le proprie esperienze, in che sono maestri e rispetto a cui noi tanto desidereremmo di diventare loro discepoli; ma escono dal proprio campo, teorizzano, progettano e, facendo ciò, cessano di essere uomini pratici, diventando cattivi teorici, cattivi perché privi di quella preparazione logica e filosofica che a teorizzare è necessaria. II bello si è, che, come i genitori amano sovratutto e giustamente i propri figli più disgraziati, questi ottimi pratici e cattivi teorici tengono in poco conto la propria pratica stupenda e, attaccatissimi alla propria spropositata filosofia, odiano a morte gli economisti, i quali non sanno decidersi a farla propria.

 

 

Un’altra legge economica odiata dai pratici è quella detta della “teoria quantitativa della moneta”; la quale in parole semplici dice che quanto più, a parità di altre condizioni (traffico, previsione del futuro ammontare della quantità circolante, velocità di circolazione della moneta propria e dei surrogati), cresce la quantità di moneta circolante in un paese, tanto più l’unità monetaria svilisce ed i prezzi salgono. Intorno a questa legge hanno attaccato tra di loro assai brighe gli economisti, come è giusto, non per negare la legge, ma per esporla in modo sempre più perfetto ed adeguato alla realtà. Ma la negarono solo i pratici, che in questa materia sono gli industriali del torchio dei biglietti. Costoro, ossia i ministri del tesoro così infelici, o deboli, o ignoranti da ricorrere a tal metodo, hanno sempre, accusato la speculazione o l’umor psicologico nero delle plebi od altrettali entità misteriose del rinvilio della moneta. Che cosa ha provato, sia chiesto con sopportazione dei bancarottieri dell’economia politica, la guerra ultima? Forseché il rublo russo, di cui si emisero miriadi di milioni, è andato su ed il dollaro nord americano, rimasto convertibile in oro e quindi non aumentabile a libito dei governi, è andato giù? Forseché la corona austriaca è salita da 1,06 a 2 lire e la sterlina invece di valere 25 lire ne vale solo 5? Ohibò! Le cose sono andate precisamente come avevano predetto gli economisti; e le monete si schierano appunto in serie decrescente rispetto alle parità nominali, a seconda della prudenza od imprudenza passata nelle emissioni, ed alle previsioni che si possono fare introno alla condotta futura del torchio dei biglietti dei rispettivi paesi.

 

 

Che cosa dicevano gli economisti rispetto al commercio internazionale? Che le merci ed i servigi si comprano con merci e con servigi, che normalmente non v’è altro modo di pagarli; che i pagamenti con moneta effettiva hanno una importanza limitatissima; che non è possibile, salvo parzialmente e per tempo limitato, pagare con debiti. Non si sa che la guerra abbia mutato di un ette queste norme venerabili, dedotte non dalla fantasia degli economisti, ma dalla esperienza dei secoli scorsi. La guerra accaduta ha soltanto smentito una superstruttura romanzesca che uno scrittore divenuto celebre prima della guerra, Norman Angell, aveva edificato su quelle norme. Del fatto che prima del 1914 esisteva tra i paesi europei una intensa divisione del lavoro, e che ogni paese viveva solo comprando dagli altri ed a questi vendendo, cosicché ad esempio l’Inghilterra aveva la sua miglior cliente nella Germania e viceversa, l’Angell aveva dedotto frettolosamente che le guerre erano oggi divenute impossibili; perché, a guerra scoppiata, banche, borse, industrie, commerci, tutto sarebbe stato sconvolto, si da rendere la vita impossibile. Previsioni codeste che non riguardano affatto gli economisti; né l’Angell ha mai preteso di essere. La guerra si fece, malgrado i suoi danni economici, perché gli uomini fanno le guerre, precisamente perché preferiscono la rovina economica, la distruzione dei beni materiali all’onta ed alla vergogna di servire lo straniero. Ma, decisa la guerra e presa la deliberazione di sottostare piuttosto all’estrema rovina economica, che piegare il capo al giogo straniero, forseché i superstiti scambi internazionali si svolsero con regole diverse dalle solite? Nessun paese poté vivere di vita autonoma. Mai rifulse con tanto tragico bagliore la interdipendenza tra i popoli. Mai si tremò tanto per il pericolo della sconfitta come quando i sottomarini tedeschi minacciavano di isolare l’Europa dalle sue fonti oltremarine di approvvigionamento. Finché durò la guerra, potemmo comprare a credito le merci di cui abbisognavamo, perché gli Stati Uniti avevano interesse ed obbligo di ricevere non merci ma promesse di pagamento in cambio delle merci. Meglio, avevano interesse di ricevere, in cambio delle loro merci, sotto il “nome” apparente di promesse di pagamento, la “realtà” di servigi bellici, di guerra guerreggiata cogli uomini nostri in nostra ed in loro difesa. Pagammo quelle merci col sangue dei nostri figli, che è una sublime e nel tempo stesso concreta maniera di scambio economico.

 

 

Ed oggi, forseché la tragedia dell’economia mondiale non si riassume tutta nella necessità di ristabilire l’antico equilibrio tra merci e servigi di un paese contro le merci ed i servigi degli altri paesi? Francia, Inghilterra e Italia non rinunciano alle indennità tedesche; ma è impossibile, è assurdo che la Germania paghi altrimenti che mandando merci gratuite od offrendo il lavoro gratuito dei suoi lavoratori. Ma contro tale danno insorgono industriali e lavoratori dei paesi vincitori, timorosi di vedersi ridotti alla rovina ed alla disoccupazione, Questa non è una bancarotta della scienza, la quale constata ciò che oggi la realtà dimostra ineluttabilmente vero, che cioè i pagamenti si fanno solo con merci o servigi. È la bancarotta di quegli uomini politici, i quali vogliono le indennità tedesche e non vogliono, contraddizione stridente, essere pagati in merci o servigi. Hanno torto gli stipulatori di trattati e gli uomini politici, i quali vogliono la luna; o gli scienziati, i quali dicono che quella è luna e non terra? Hanno torto gli economisti, i quali osservano che gli Stati Uniti da sé si sono inflitto il danno milioni di disoccupati e di crisi estesissime di industrie, pretendendo di vendere, unilateralmente, merci all’Europa e negando, con dazi cresciuti, di ricevere in cambio merci dall’Europa? Ed abbiamo torto noi che diciamo che l’Italia non può pretendere di vendere all’estero, quando con una tariffa proibitiva si vieta agli stranieri di pagarci con le merci che essi producono a più buon mercato? Se il mondo è matto e delibera lo squilibrio, mentre la necessità più urgente è di ristabilire un nuovo equilibrio, la bancarotta è degli economisti, i quali cercano di predicare la parola della saviezza, ovvero dei politici e dei pubblicisti, i quali insanamente rinfocolano le ragioni di odio e di sconcerto e di rovina?

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