La scissione dei liberali inglesi

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 25/06/1901

La scissione dei liberali inglesi

«La Stampa», 25 giugno 1901

 

 

 

Da molto tempo i liberali inglesi non erano più una falange organizzata e compatta. Tutt’al più costituivano una folla che stava insieme per l’onore della bandiera, per virtù di ricordanze oramai storiche e perché, essendo all’opposizione, non erano posti nella necessità di esporre un programma d’azione, ma potevano contentarsi di fare delle critiche. La guerra anglo-boera non aveva, sino a poco tempo fa, mutata questa condizione di cose.

 

 

Dinanzi all’unanime spirito bellicoso di tutta la nazione, i liberali non avevano osato fiatare. Il Corpo elettorale era arrabbiato imperialista; e pochissimi liberali avevano osato alzare la voce contro l’imperialismo trionfante. Quei pochi avevano passato un brutto quarto d’ora nelle ultime elezioni; sicché i sopravvissuti avevano creduto bene di ridursi al silenzio, in attesa di tempi migliori.

 

 

Quei tempi sono finalmente venuti. Il pubblico inglese è oramai stanco ed annoiato dalla guerra; i contribuenti si lamentano delle forti tasse che devono pagare. I padri e le madri desidererebbero che finisse presto l’ansietà di ogni mattino, quando essi aprono il giornale per vedere se sulla lista delle casualties (morti e feriti) della guerra vi sia il nome di un loro caro.

 

 

Cosa inaudita, già si possono tenere dei pubblici Comizi a favore della pace; ed il Daily News apre le sue colonne alle pietose narrazioni di miss Hobhouse – di cui noi abbiamo riprodotto alcune parti l’altro giorno – sui dolori dei campi di concentrazione nell’Africa del Sud.

È il momento per i liberali di riacquistare l’uso della favella e di dire francamente la loro parola sulla guerra e sulla pace. Appena però ricominciano a parlare, ecco che i liberali inglesi si appalesano profondamente divisi.

 

 

Da una parte la vecchia guardia del liberalismo inglese, i fidi seguaci delle idee gladstoniane: sir William Harcourt, sir Henry Campbell-Bannermann, leader del partito alla Camera dei Comuni, e John Moriey. Costoro, fedeli alla dottrina pura del liberalismo classico, non avevano condannato la guerra che sembrava imperiosamente voluta dal popolo sovrano; ma ora denunciano il Governo come colpevole di averla provocata, colla convivenza di lord Milner, quando con accorte trattative si sarebbe egualmente potuto raggiungere lo scopo della pacificazione dei diritti nella Repubblica transvaaliana.

 

 

Più ancora, essi condannano il Governo come autore di atrocità inutili, come l’abbruciamento delle farms ed i dolori dei campi di concentrazione; e vorrebbero che ai boeri fossero concesse onorevoli condizioni di pace e garanzie di autonomia per porre fine ad una guerra che da troppo tempo dura.

 

 

Di fronte ai capi del liberalismo classico, appoggiati eziandio dal radicale Labouchere, si è levato con audacia giovanile l’Asquith. L’Asquith proviene dalle file del radicalismo più acceso; fu ministro degli interni con Gladstone e Rosebery negli ultimi Gabinetti liberali; ed ora, con evoluzione singolare, ma non nuova, si avvicina ai conservatori, dichiarandosi liberale imperialista.

 

 

Egli non crede che la guerra sia stata artificiosamente procurata, ma la ritiene imposta dalla necessità di creare un’Africa australe inglese forte ed unita. Egli difende Chamberlain, Milner e Kitchener dalla accuse di malafede e di crudeltà.

 

 

In guerra non si possono sovente usare metodi troppo misericordiosi; e chi vuole la guerra deve volerne le conseguenze, anche se non del tutto accette ai cuori sensibili.

 

 

Quanto alla pace, l’Asquith la desidera; ma la vuole dignitosa. Al Transvaal dovrà concedersi l’autonomia; ma solo dopo tutto il tempo – necessariamente molto lungo – richiesto per togliere ogni pericolo di rivolta. Così l’Asquith innalza la bandiera del liberalismo imperialista. Come già nel 1886 il radicale Chamberlain abbandonava Gladstone per fondare il gruppo dei liberali unionisti, contrari alla politica dell’Home rule per l’Irlanda, così ora il radicale Asquith abbandona i leaders liberali, contrari all’imperialismo.

 

 

Amendue ambiziosi, Chamberlain ed Asquith credono che col liberalismo ci sia scarsa speranza di acquistare una posizione eminente e cominciano ad evolvere.

 

 

L’evoluzione di Chamberlain ha finito alla fusione quasi completa dei liberali unionisti coi conservatori; ed è molto probabile che l’evoluzione di Asquith condurrà allo stesso risultato.

 

 

È vero che i liberali imperialisti affermano di separarsi dal partito solo momentaneamente, per quanto si riferisce alla guerra anglo-boera. Ma anche i liberali unionisti avevano detto la stessa cosa nel 1886; eppure la loro unione coi conservatori divenne permanente.

 

 

Con quale mezzo potranno i liberali scongiurare il pericolo di scissione e di indebolimento che li minaccia?

 

 

Grave problema di cui, per ora, non si scorge bene la soluzione.

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