La scuola ha adempiuto al suo dovere?

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 18/11/1917

La scuola ha adempiuto al suo dovere?

«Corriere della Sera», 18 novembre 1917

Lettere politiche di Junius, Laterza, Bari, 1920, pp. 67-78

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 540-546

 

 

 

 

Signor Direttore,

 

 

oramai, quasi tutte le scuole italiane, da quelle elementari alle universitarie, si sono riaperte; e l’ora tragica, che l’Italia attraversa, ha fatto pronunciare a scolari e ad insegnanti, umili ed illustri, parole fiammeggianti di resistenza e di fede. Giungono queste parole di fede consolatrice dall’esule corpo magistrale di Udine occupata; e vanno a gara gli educatori nell’incitare i giovani ad azioni generose, a rinuncie commoventi. Ma in quest’ora, nella quale l’impulso della critica è tenuto a freno dal sentimento della concordia, io vorrei che gli italiani e sovratutto gli educatori della gioventù non rinunciassero alla più alta e feconda maniera di critica: quella che cerca in noi medesimi le cagioni del male, da cui noi siamo afflitti. Troppe volte nella storia gli italiani cercarono di gittare sui duci o sugli alleati o sui nemici la colpa delle proprie sventure, e troppo acerbi furono i frutti delle recriminazioni di cui ci compiacemmo nelle ore dolorose, poiché oggi non appaia a tutti la necessità di seguire altro cammino. Noi dobbiamo fare, ognuno di noi, il proprio esame di coscienza e chiederci: non abbiamo davvero noi nessuna parte di colpa nella sciagura che ha colpito – per breve ora – il paese?

 

 

Se gli educatori della gioventù italiana vorranno porre a se stessi questa domanda, forse dovranno riconoscere che essi, che noi, che quanti colla parola e colla penna – poiché anche il giornale è una scuola ed il pubblicista è un sacerdote – ci siamo arrogati l’ufficio augusto di formare le nuove generazioni d’Italia, abbiamo forse mancato al nostro dovere.

 

 

Fu detto che il maestro di scuola era stato il vero autore della vittoria germanica del 1870; e fu aggiunto che la colpa della guerra odierna risale al professore universitario tedesco. Ambe le affermazioni sono vere entro i limiti nei quali si può dare, nel gioco complesso di luci e di ombre dei grandi avvenimenti storici, risalto ad un fatto singolare, significativo. Ahimè! nulla di somigliante si può dire della scuola italiana rispetto alla guerra nostra. Forse il giudizio più benigno che della scuola italiana si può dare è questo: che essa fu assente nel periodo in cui si formava la generazione, la quale oggi combatte. Non parlo della scuola che ebbe a duci spirituali il De Sanctis, il Carducci, il Villari. Parlo della scuola italiana presente e limito il mio discorso ad un solo insegnamento, forse il più significativo di tutti, per l’impressione seguitata che esso potrebbe produrre sull’animo, sulla mente, sul carattere dei giovani appartenenti a tutte le classi sociali; di quelli che presto vanno ai lavori del campo e dell’officina, di quelli che formano lo stato maggiore dei commerci e dell’industria, e di quelli i quali diventano i capi politici, le guide spirituali, gli uomini rappresentativi del popolo: voglio dire l’insegnamento della storia.

 

 

Metodo, critica delle fonti, monografie erudite in alto, nelle aule universitarie; date e fatti e periodi e guerre nelle scuole medie, dall’Assiria e dall’Egitto alla Grecia, ai sette re di Roma, alla repubblica, all’impero, al medio evo ed all’evo moderno; schemi mnemonici nelle scuole elementari; sicché alla fine il giovane ha in testa alcuni pochi luoghi comuni su Garibaldi, Cavour, Mazzini, Vittorio Emanuele, infinite volte riecheggianti nei discorsi politici e commemorativi quando l’oratore vuol farsi plaudire per il dotto “saluto” alla memoria dei martiri del risorgimento. Come questo risorgimento sia accaduto; perché gli italiani abbiano trovato la forza e siano riusciti nel gioco rischioso di cacciare l’austriaco ed i piccoli imbelli sovrani nazionali, la grande massa – contadina, operaia e borghese – non sa. Al di là del mitico risorgimento, v’è il vuoto, il nulla. Perché gli austriaci dominassero in Italia e non i francesi o gli spagnoli o noi stessi; per quali accidenti sfortunati e meritati l’Italia non sia diventata uno stato nazionale sul finire del quattrocento, tutto ciò è terra incognita per coloro i quali abbandonano per la vita dei campi, delle officine, dei commerci, della politica medesima le scuole elementari e medie e, purtroppo, anche le aule universitarie. Quale sia, poi, la posizione dell’Italia nel concerto degli stati europei e mondiali, quali siano state le cagioni che hanno dato origine alla Francia, alla Germania, all’Austria, all’Inghilterra ed agli Stati Uniti; questa non è soltanto più terra incognita, è il deserto in cui abitano i leoni, pericoloso per chi tenta di traversarlo. Parlar di ciò all’italiano, anche a quegli che si crede istruito, anche a tanti giornalisti, che scrivono di politica internazionale, è come discorrere di Attila, di Tamerlano, o di Gengiskan. Nomi di re e di battaglie, date di avvenimenti storici, genealogie secche e schemi regolari, eroismi lampeggianti e decadenze fiacche ed inesplicate: ecco la storia che si insegna alle generazioni avide di sapere. Una cosa noiosa, fastidiosa, che si apprende per superar l’esame e si dimentica subito al par del greco e degli elementi di geometria di Euclide.

 

 

A sfogliare alcuni tra i testi di storia, i quali corrono per le scuole d’Italia, ci si sente presi da indignazione: chi sono costoro i quali scrivono così sciattamente, che si copiano in malo modo l’un l’altro, che non sanno dar rilievo ai fatti fondamentali, cui l’unica preoccupazione è di riempire in tante pagine, per un dato prezzo, i buchi del “programma” governativo?

 

 

Parve a taluno gran novità meritoria il tentativo di levarsi al disopra della pura cronologia e, per reazione ai racconti di re e di guerre, far luogo a descrizioni di usi e di costumi, a capitoli sulla “evoluzione” degli istituti politici e sociali. Ma la storia “nuova” fu nuovo argomento di riso o di martirio ai giovani, i quali si divertirono a contemplare sui libri di testo pitture stravaganti di cose misteriose ed invano cercarono di comprendere che cosa fossero il feudalismo, la borghesia, il capitalismo, il proletariato e simiglianti astrazioni. La storia “sociale”, insegnata da maestri che non sono penetrati fino addentro nello spirito delle scienze giuridiche ed economiche, si ridusse ad un altro elenco tormentoso di “parole”, da mandare a mente invece delle vecchie “date” di battaglie e delle superate “genealogie” di re.

 

 

Non così la storia può diventare una scienza formativa del carattere e della mente del cittadino. Non così i maestri d’Italia possono avere la coscienza sicura di avere adempiuto al loro dovere verso il paese. Se i soldati, se i civili francesi tengono duro, in mezzo a sofferenze indicibili, alla stanchezza lacerante di più di un milione di morti, non ultima ragione del mirabile esempio è la coscienza della cosa sacra che essi difendono; è la consapevolezza radicata nell’animo di tutti che un esercito, il quale è il frutto di sforzi e di sacrifici meravigliosi, la creazione e la ricostruzione pertinace, durata tre secoli, compiuta da uomini di prim’ordine, dal maresciallo di Turenna, traverso a Napoleone, dal maresciallo Joffre, non può, non deve a nessun costo cedere, perché esso ha un’altra creazione di secoli da difendere: la Francia, che un giorno di debolezza potrebbe ricondurre ai tristi tempi della Lega e della Fronda; quando, prima che Luigi XIV freddamente e salutarmente ne facesse cadere la testa sul patibolo per mano del carnefice, tanti capi di grandi famiglie guardavano, senza onta, alla Spagna od all’Impero per aiuto contro il proprio re e, traverso il re, contro la patria che volevano smembrata.

 

 

Che se l’Inghilterra è riuscita, fin da prima di decretare la coscrizione obbligatoria, ad arruolare milioni di volontari sotto le bandiere, e se costoro sanno farsi tagliare a pezzi piuttosto che arrendersi, si può credere che ciò accada senza che le generazioni giovani abbiano la consapevolezza della missione dell’Inghilterra nel mondo? Poeti famosi, come Rudyard Kipling, non hanno sdegnato di collaborare con storici di professione per comporre una mirabile piccola storia d’Inghilterra «per i ragazzi e le fanciulle che si interessano alla storia della Gran Bretagna e del suo impero». Su quelle pagine calde e semplici i fanciulli d’Inghilterra hanno imparato come da un deserto paese semiselvaggio la loro patria sia diventata un grande impero, una società di nazioni, che sarà degna di vivere se i suoi figli sapranno usare le ricchezze accumulate, i progressi tecnici conseguiti per diventare «migliori, più bravi, più capaci di sacrificio, più maschi, più amanti della loro casa e del loro paese». È in Inghilterra, dove per le scuole corrono, invece di assurdi testi di geografia fisica, politica e storica, ripieni fino alla nausea di nomi di città, di seni, di porti, di montagne, di fiumi, di catene, di valli dai nomi non ricordabili, i volumetti succinti, eleganti, parlanti del Mac Kinder, dove si dimostra pianamente e si fa vedere agli occhi con cartine parlanti che cosa siano le isole su cui gli inglesi vivono (Our own Islands), quali siano le terre che subito si incontrano passata la Manica (Lands beyond the Channel), quali le terre più lontane (Distant Lands) e di quali stati e nazioni sia composto il mondo moderno (The Nations of the modern World). Il ragazzo vive la vita del suo paese sulle carte, che egli studia percorrendo pagine dilettevoli, vede come esso si sia nei secoli formato; quali ne siano stati i rapporti con gli altri paesi del mondo; e quale il retaggio storico prezioso che è dovere della presente generazione di difendere e spiritualmente accrescere.

 

 

Né la Germania e l’Austria son da meno in questa preparazione spirituale del cittadino; e chi ricordi quanta parte, nella resistenza tedesca alle privazioni materiali, abbia la persuasione che questa è una guerra combattuta per impedire che la Germania ritorni ad essere il campo di battaglia dei francesi e degli austriaci, degli inglesi e degli svedesi, – ed è combattuta da un esercito nazionale, erede di quello prussiano che primo ruppe la tradizione ingloriosa degli eserciti mercenari, venduti dai principi tedeschi al più alto offerente, a Spagna, a Francia, ad Inghilterra, per combattere su terre straniere per interessi stranieri – non riterrà davvero che sia stata spesa invano la fatica durata nell’insegnare ai giovani, del popolo e della borghesia, le ragioni di vita della Germania moderna.

 

 

Persino l’Austria ha saputo dare un’anima alla sua storia. E poiché vi fu un tempo, gloriosissimo tempo per il nostro nemico, in cui l’Austria adempì ad una grande missione storica, da un lato facendosi paladina, insieme con la Spagna retta dalla medesima dinastia, della controriforma contro il protestantesimo e quindi di taluni beni ideali cattolici e latini, degni di essere serbati in vita contro l’ideale protestante, e d’altro lato gagliardamente lottando, scudo d’Europa, contro l’invasione turca: poiché in questo tempo l’Austria seppe giovarsi dei servigi dei migliori soldati d’Europa, come il Montecuccoli ed il principe Eugenio di Savoia; poiché un’altra volta l’Austria cooperò all’ufficio europeo di tener testa a Napoleone e di rintuzzare le sue mire di dominio universale, così nelle scuole austriache ed ungheresi queste benemerenze storiche sono fatte servire allo scopo di perpetuare, nei popoli soggetti e degni di una propria indipendente vita nazionale) la credenza di una oramai scomparsa missione della monarchia danubiana nel mondo. I ricordi del passato diventano così il cemento ideale di un presente contrassegnato dalla oppressione dei due popoli dominanti, il tedesco ed il magiaro, sulle repugnanti razze soggette.

 

 

Che cosa ha fatto la scuola italiana per dare ai giovani, attraverso ad un caldo, logico, ben costrutto insegnamento della storia, la consapevolezza delle ragioni di vita del nostro paese? Anche noi abbiamo una storia gloriosa e questa non si chiude tutta nei cinquant’anni del risorgimento. Al di là dell’epopea garibaldina, dei fasti di San Martino e Solferino, noi abbiamo secoli di sforzi perseveranti, sebbene disgiunti, per creare dal disordine susseguente alla dissoluzione dell’impero romano, uno stato unitario. Ribollono in mezzo le passioni e le discordie delle repubbliche e delle signorie toscane e lombarde e dettano a Nicolò Machiavelli gli immortali consigli al principe, chiamato a difendere l’Italia con la creazione delle milizie nazionali. Ai tre estremi della penisola si compie, più rapidamente nel Mezzogiorno, più lentamente in Venezia ed in Piemonte, un moto di aggregazione di piccole signorie e di comuni discordi in un aggregato politico più vasto e capace di resistere alle forti monarchie straniere. Perché Venezia e Napoli abbiano mancato allo scopo, perché Venezia abbia, insieme con la scomparsa gloria marittima, tramandato all’Italia nuova la triste eredità dei mal segnati confini, quali sacrifici di vite e di tesori costi oggi la repugnanza a combattere dei veneziani dei secoli dal XVII al XVIII; perché invece il Piemonte abbia saputo e voluto formarsi un esercito nazionale, in quali battaglie e traverso a quali dolori i capi di questo esercito siano riusciti ad abolire le iniquità del confine occidentale, più stridenti e pericolose di quelle rimaste infisse nella carne viva della patria, del confine orientale; tutta questa storia, dolorosa e gloriosa come quella delle maggiori nazioni del mondo, dovrebbe essere narrata e fatta sentire alle nuove generazioni; finché in Italia non vi sia nessuno, che non sia protervo od assorto nel puro culto del ventre, il quale ad ogni momento non sappia e non senta che questa nostra terra l’hanno costrutta i nostri avi, che essa non è un dono della natura, ma un edificio cementato dal sangue di trenta generazioni, il quale deve essere, finalmente, inviolabile, trasmesso intatto alle venture generazioni.

 

 

Junius

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