La sincerità del bilancio e la urgente esposizione finanziaria

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 20/02/1923

La sincerità del bilancio e la urgente esposizione finanziaria

«Corriere della Sera», 20 febbraio 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 111-114

 

 

 

Il prof. Giuseppe De Flaminii, competente cultore di contabilità di stato, risolleva sulla «Vita italiana» una controversia importante intorno al significato delle cifre di disavanzo che i ministri annunciano nelle loro esposizioni finanziarie e risultano dai bilanci preventivi e dai conti consuntivi dello stato. Lasciamo stare per il momento i preventivi. Un tempo, era ambizione dei ministri del tesoro di fare previsioni da cui i consuntivi si discostassero per scarti minimi. Questa bella consuetudine è ancora osservata in Inghilterra, con grande vantaggio dell’economia nelle spese. Diminuire artatamente, come si usa fare per troppo tempo da noi, le previsioni delle entrate, allo scopo di terrorizzare il parlamento e il paese con una cifra spaventosa di disavanzo è un piccolo avvedimento inadeguato allo scopo, che sarebbe di scoraggiare le domande di nuove spese. Parlamentari e pubblico sono siffattamente persuasi della vanità della piccola astuzia, che assumono invece la cifra del disavanzo come ferma e accettata dal governo e propongono ugualmente le nuove spese, osservando: «esse non crescono il disavanzo; ma tutt’al più consumano il maggior gettito delle imposte, in confronto al previsto». E così, come quasi sempre accade con gli infingimenti, si raggiunge un intento opposto a quello desiderato.

 

 

Gioverebbe perciò ripristinare l’uguaglianza tra previsioni e realtà. La verità è sempre più educativa dell’ottimismo o pessimismo artefatto. Purtroppo, il peccato contro la verità finanziaria è divenuto ormai veniale dalla guerra in poi. Chi si scandalizzava di un divario di poche centinaia di milioni fra preventivi e consuntivi, non si scandalizzò più a sentir parlare di scarti, ripetuti di anno in anno, di miliardi. Bisogna indubbiamente ritornare anche in questo campo, alle buone regole tradizionali. Dinanzi ad una commissione il ministro De Stefani ha affermato che tale era appunto il suo proposito ed ha chiesto tre mesi di tempo per essere in grado di ripresentare bilanci esatti e rispondenti a realtà. Giusto proposito, la sua effettuazione sarà accolta con vivo plauso.

 

 

Ma, incalza il De Flaminii, a che pro chiedere maggiore corrispondenza fra preventivi e consuntivi, quando i consuntivi medesimi non hanno significato?

 

 

A questo punto, il lettore forse protesta. Egli è disposto ad ammettere che le previsioni di bilancio siano elastiche ed ipotetiche; ma non è sollecito a credere che i consuntivi non significhino nulla. Forseché i consuntivi non contengono cifre di entrate effettivamente riscosse e di spese effettivamente erogate? Qual dubbio può nascere sul significato di cifre effettive, appartenenti al passato?

 

 

Ahimè! Che la faccenda è ben diversa. Il nostro non essendo un bilancio di cassa, ma di competenza, accade che nel consuntivo si registrino non le sole entrate effettivamente riscosse, ma ancora quelle che sono rimaste da riscuotere e nelle spese non le somme di fatto erogate, ma anche quelle rimaste da erogare alla chiusura dell’esercizio. Ad esempio, nel consuntivo 1919-1920 le spese figurano in 27.882 milioni di lire; ma le somme effettivamente erogate giunsero appena a 15.403 milioni. Il resto, ossia 12.479 milioni, rimase da pagare al 30 giugno 1920 in qualità di somme impegnate e non soddisfatte. E l’on. Paratore, nella sua relazione sul bilancio dell’entrata 1922-1923 ci ha informati che al 30 giugno 1921 le somme rimaste da pagare, per residui di tutti gli esercizi precedenti, ammontavano alla cifra strabiliante di 25.557 milioni di lire.

 

 

Se tutti questi milioni e miliardi fossero davvero da pagare, sarebbe cosa preoccupante. Ma non consta che i fornitori dello stato siano in credito di somme cotanto formidabili; e parecchi indizi esistono che ci fanno ritenere in parte quelle cifre come semplici fantasmi. Sui 25,6 miliardi al 30 giugno 1921, l’on. Paratore ne eliminava senz’altro 14,3 a titolo di «regolazioni contabili», le quali sarebbero cifre di scritturazione, che non danno luogo a pagamenti o ad introiti di numerario. È una complicazione scritturale, divenuta grave durante la guerra libica e acuitasi a dismisura dopo il 1914. Conviene eliminarla ad ogni costo, se si vuole che le cifre dei consuntivi acquistino chiarezza.

 

 

Ma anche il resto richiede l’opera del chirurgo. Le somme che al 30 giugno di un qualsiasi anno risultano impegnate, perché lo sono e lo sono davvero? Molti dubbi sorgono al riguardo. E abitudine universale di tutte le amministrazioni dello stato di considerare come intangibili le somme stanziate in bilancio. In un capitolo di spesa è iscritta la cifra di un milione? Se, alla fine dell’esercizio, la spesa fatta risulta solo di 700.000 lire, invece di rallegrarsi  dell’economia fatta, come farebbe un qualunque privato, l’amministrazione pubblica si mette le mani nei capelli e dice: «Ahimè! Che non abbiamo dato fondo a tutto! Mettiamo un’ipoteca sulle 300.000 lire risparmiate. Col semplice avvedimento di considerarle spese “impegnate e non ancora erogate”, li facciamo passare nei “residui passivi” e conserviamo il diritto di disporne in avvenire». Così fanno e così nascono queste enormi cifre di spese da erogare che tanto ingrossano i disavanzi. Nell’anno successivo, quel tale capitolo disporrà nuovamente di 1 milione di lire sull’esercizio corrente, più di lire 300.000 sui residui dell’esercizio precedente. Ogni ministero di spesa gioisce quando può giocare un tiro di tal fatta al tesoro dello stato. Non si preoccupano talvolta neppure di cercar pretesti. Mandano a residui somme giustificandole con parole vaghe come: «contabilità incomplete o pervenute in ritardo» o «impegni diversi». Per lo più, ed è la cosa più grave, gli impegni nascono dopo il 30 giugno e si giustificano antidatando i decreti al 30 giugno.

 

 

I residui sono una delle maggiori culture artificiali del bacillo del disavanzo. L’ideale sarebbe di poter rendere obbligatoria la reiscrizione nel bilancio preventivo dell’anno in corso di tutte le spese non effettuate nell’esercizio precedente. Quelle spese tornerebbero a discutersi e una gran parte potrebbe essere eliminata. Se anche l’ideale non può raggiungersi, ci si può avvicinare con un rigoroso scrutinio dei residui.

 

 

Questa faccenda misteriosa dei residui attiene all’ordine formale, ma reagisce potentemente sull’ordine sostanziale del bilancio. Dipende anche dalla eliminazione dei residui il raggiungimento pronto o tardo del pareggio. A questa cote del pareggio deve essere saggiata la virtù effettiva dei governi.

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