La situazione attuale del porto di Genova

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 09/04/1908

Il dazio sul grano e sulle farine

«Corriere della Sera», 10 aprile[1] e 17 maggio[2] 1905

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. II, Einaudi, Torino, 1959, pp. 207-215

 

 

I

 

Ritorna sul tappeto la questione del dazio sul grano. L’aumento recente dei prezzi, facilmente preveduto da chi aveva tenuto dietro alle vicende dei raccolti ed alla situazione statistica dei mercati internazionali, ha già provocato una interrogazione alla camera e nuove recise risposte dell’on. Majorana, deliberato a respingere assolutamente ogni proposta di diminuzione, provvisoria o definitiva, dell’attuale dazio. Certo non si può affermare che, dal punto di vista del momento presente, la situazione sia pienamente rassicurante; né d’altra parte aveva torto il ministro delle finanze quando affermava che una riduzione provvisoria del dazio non avrebbe portato alcun giovamento ai consumatori. I lettori possono seguire giorno per giorno sui bollettini commerciali i prezzi del grano. Qui, per dare un’idea comparativa del movimento dei prezzi calcolati su una base uniforme, ricorderemo soltanto che l’ultimo listino ufficiale del ministero d’agricoltura porti queste cifre (in lire per quintale di frumento):

 

 

26 dicembre 26 dicembre 31 dicembre 18 marzo

1900

1902

1904

1905

Parigi

19,00

21,12

23,62

23,62

Budapest

17,11

15,19

22,46

20,47

Chicago

12,20

14,58

21,84

21,62

Odessa

—-

14,90

17,12

16,07

 

 

La campagna del 1904 segna un rialzo notevolissimo sulle campagne precedenti. Non sembra però, che vi sia la probabilità di un rialzo ulteriore (i prezzi di marzo 1905 sentono già l’influenza del nuovo raccolto e sono meno alti di quelli di dicembre 1904); e una riduzione, anche forte, del dazio doganale, mentre danneggerebbe gravemente le finanze, non gioverebbe oggi ai consumatori. Già lo dicemmo in modo esplicito l’autunno scorso. Il momento per sospendere il dazio sul grano non è la primavera: quando la speculazione non può far giungere in fretta grandi quantità di grano senza passare per le forche caudine delle compagnie di navigazione, che assorbono in noli tutto il beneficio della riduzione. Novembre e dicembre sono i mesi propizi; poiché allora la concorrenza fra importatori ed armatori può agire tranquillamente e provvedere il mercato interno a sufficienza di frumenti ai noli normali. Oramai cosa fatta capo ha; e non resta che da augurarci una stagione favorevole al raccolto nuovo, la quale tenga lontano il grosso guaio di un rialzo ulteriore dei prezzi al disopra del livello odierno.

 

 

Non è la riduzione temporanea del dazio ciò che oggi più preme. È infatti chiarissimo che da qualche tempo è posta – e sempre più si imporrà – la questione di un ribasso permanente del dazio. Già le cifre addotte sopra indicano quale rivolgimento si sia verificato nei prezzi del grano nell’ultimo quinquennio. Forse ci si potrebbe obbiettare che si tratta di un fatto isolato, dipendente dalla campagna infelice del 1904. Per far vedere che il rialzo odierno si ricollega con un movimento assai più ampio, abbiamo costruito la seguente tabellina, che sembra persuasiva:

 

 

Numeri indici del frumento

in Inghilterra riferito alla media degli anni 1867-77 (= 100) in Italia riferito alla media degli anni1862–66 (= 100) Dazio doganale italiano d’importazione per ogni quintale di frumento e data delle sue variazioni

1882

?

100

Dal 16 giugno al 21 aprile 1887 L.1,40

1887

60

84

Dal 21 aprile 1887 L. 3

1889

55

90

Dal 10 febbraio 1888 L. 5

1890

50

88

1891

68

96

1892

56

94

1893

48

82

1894

41

78

Dal 21 febbraio 1894 L. 7

1895

42

79

Dal 10 dicembre 1894 L. 7,50

1896

48

86

1897

55

99

1898

62

103

1899

47

97

1900

49

9

1901

49

99

1902

52

91

1903

49

92

 

 

Abbiamo preferito di dare non i prezzi per quintale, ma i numeri indici, ossia il rapporto percentuale fra i prezzi di ogni anno ed i prezzi di un periodo base (1867-77 per l’Inghilterra e 1862-66 per l’Italia) uguagliati a 100. I numeri indici sono quelli di Sauerbeck per l’Inghilterra e del Geisser-Magrini per l’Italia. La tabella è parlante. Dopo il 1880 comincia la grande inondazione dei grani nord-americani sul mercato europeo; sul mercato libero dell’Inghilterra i prezzi discendono da 100, punto di partenza, a 60 nel 1887, ed anche in Italia, dove il dazio sino allora era mitissimo (lire 1,40 per quintale) il numero indice scende ad 84. Allarmati gli agricoltori italiani, come i francesi, i tedeschi, ecc., chiedono protezione ed ottengono un aumento a 3 lire nel 1887 a 5 nel 1888. Per l’Italia il dazio arresta per un po’ la discesa dei prezzi; non così sui mercati liberi, dove il prezzo, salvo la breve punta all’insù del 1891, ribassa continuamente, sino a toccare l’estremo fondo nel 1894 con 41. Il ribasso si ripercuote anche sull’Italia. Malgrado il dazio, il grano tocca l’indice di 73. Il che vuoi dire un prezzo, compreso il dazio, di lire 19,22 per quintale. Gli agricoltori protestano che il prezzo non è sufficiente; che, se essi vendono il grano a meno di 22-23 lire per quintale, lavorano in perdita. Ed ottengono così il rialzo del dazio a lire 7 ed a lire 7,50 per quintale. Non discutiamo qui le loro ragioni. È certo però che essi non avrebbero ottenuto l’aumento del dazio a lire 7,50 se il grano nel 1894 non fosse stato ridotto al prezzo infimo che dicemmo. Forse non l’avrebbero ottenuto nemmeno allora, se nel 1894 il tesoro non si fosse trovato in pessime acque e non avesse veduto nel desiderio degli agricoltori il mezzo per impinguare un po’ le proprie entrate.

 

 

Dopo il 1894 le cose cambiano. Il livello dei prezzi sui mercati liberi e sui mercati protetti sale, riguadagnando in Inghilterra metà ed in Italia tutto il terreno perduto dopo il 1887, quando era ritenuta sufficiente una protezione oscillante fra 3 e 5 lire. Se nella tabella avessimo aggiunto anche i prezzi del 1904 il movimento sarebbe stato ancor più accentuato; non lo facemmo per non essere tacciati di esagerazione.

 

 

Il fatto certo, indubitato è dunque questo: che dal 1894 è cominciato un periodo di ripresa nei prezzi del grano. Noi non sappiamo quali sorprese ci prepari l’avvenire; né vogliamo fare i profeti a buon mercato. Tutto però fa ritenere che il movimento verso l’ascesa dei prezzi non sia giunto al suo termine. Non ripeteremo qui gli allarmi del grande chimico inglese Crookes, il quale prevede a non lungo andare prezzi altissimi pel grano, se una qualche benefica rivoluzione nella chimica agraria non darà il mezzo di produrre pane a buon mercato. Le materie fertilizzanti azotate diventano sempre più care; il guano del Perù è esaurito; il nitrato di soda del Cile è tutt’altro che eterno. Sovratutto vi sono paesi che una volta inondavano l’Europa con grani a bassi prezzi e che ora un po’ per volta si ritirano dal commercio di esportazione. Non è un’affermazione gratuita. Guardisi il listino dei prezzi pubblicato in principio di questo articolo; fra i quattro mercati, quello su cui si verificò il rialzo più violento è Chicago (da 12,20 a 21,62 lire per quintale). La ragione del fatto vogliamo dirla colle parole del direttore generale delle nostre gabelle, il quale nell’ultima sua relazione per l’esercizio 1903-904 scrive che il rialzo dei prezzi sui mercati americani «si spiega con le mutate condizioni della produzione e del consumo del cereale negli Stati uniti, per le quali questi andarono perdendo il carattere, che da tanto tempo possedevano, di grande paese esportatore di grano. Coll’affievolirsi della corrente di esportazione, in quanto ciò provenga, com’è il caso, delle cresciute esigenze del consumo interno, è naturale che negli Stati uniti i prezzi del grano tendano a sollevarsi dall’antico basso livello regolatore internazionale, e ad assumere il carattere di prezzi nazionali, come quelli di ogni altro paese consumatore».

 

 

Potrà accadere dunque che i ricchi e popolosi Stati uniti si tengano per sé il loro grano. L’Europa ricorrerà, è vero, all’Argentina, alla Russia, all’Australia, alla Siberia; ma dovrà pagare prezzi più elevati, sia per le maggiori spese di trasporto dei mercati più lontani, sia perché questi avranno un formidabile concorrente di meno.

 

 

Evidente la conclusione del nostro discorso. Oggi, se il dazio fosse ancora a 3 od a 5 lire, a nessuno verrebbe in mente di chiederne l’aumento; e, se da qualche agricoltore troppo esigente si chiedesse, non sarebbe concesso. Perché ostinarsi allora a conservare il dazio ad un’altezza, giustificata dagli stessi agricoltori solo grazie ad un livello basso di prezzi che oggi non esiste più per cagioni permanenti? Non sarebbe opportuno ritornare al punto di partenza: almeno alle 5 lire del 1888 se non alle 3 lire del 1887? La via del ritorno non dovrebbe essere percorsa d’un salto; nessun uomo ragionevole vorrebbe perturbare improvvisamente le aziende agricole, e cagionare perdite dolorose di capitali. Se la riduzione avvenisse gradatamente, a 50 centesimi all’anno ad esempio, gli agricoltori in 5 o 9 anni avrebbero tempo di prepararsi al nuovo stato di cose, organizzando meglio le loro intraprese, riducendo i costi, facendo quello insomma che fanno tutte le intraprese di questo mondo quando debbono adattarsi a nuove condizioni di vita. Anche lo stato – il quale non può e non deve sin d’ora far calcolo preventivo sul provento del dazio sul grano al disopra dei 50 o 60 milioni all’anno – potrebbe gradatamente adattarsi alla inevitabile riduzione dei suoi introiti.

 

 

Forse saremo giudicati visionari e temerari. In verità siamo più imprudenti noi o chi non sospetta nemmeno la possibilità di rialzi di prezzo nel futuro e di moti di piazza che costringono a abolire in fretta ed in furia il dazio, con quali perdite degli agricoltori e dello stato è facile immaginare?

 

 

II

 

La promessa fatta alla camera dall’on. ministro Majorana di presentare un disegno di legge per la riduzione del dazio doganale sulle farine ha suscitato una vivissima agitazione fra i mugnai, timorosi che i propositi del governo possano riuscire funesti all’industria molitoria.

 

 

Una questione della massima importanza, in cui sono in gioco interessi rilevanti dei consumatori di pane e dei produttori di farine; e vale la pena di sentire ambe le parti nelle ragioni che esse hanno da mettere innanzi in difesa della loro tesi.

 

 

Intanto è opportuno avvertire che la protezione delle farine è una conseguenza necessaria del dazio sul grano. Dato che questo esista nella misura di lire 7,50 al quintale – e sulla opportunità di ridurlo gradatamente, già ci pronunciammo – è evidente che un dazio deve essere messo sulla quantità di farina corrispondente. Se no, le farine estere prenderebbero il posto del grano e rimarrebbe frustato l’intento che il legislatore si proponeva mettendo il dazio sul grano. L’intento potrà essere giudicato buono o cattivo, ma, una volta ammesso, non è possibile negare la necessità di mettere il dazio sulle farine. La questione è nella misura.

 

 

Dicono i consumatori e sembra voglia dire il governo: l’attuale dazio sulle farine di lire 12,30 al quintale è troppo elevato in proporzione al dazio di lire 7,50 sul grano e lascia ai mugnai una protezione supplementare eccessiva. Vediamo come. Si può ammettere (citiamo i calcoli di un progetto Wollemborg del 1901) che per ottenere 100 kg di farina siano necessari 135 kg di grano. Per mettere importatori di grano o importatori di farine nella stessa condizione bisogna far pagare a un quintale di farina l’ugual dazio che a 135 kg di grano. E siccome 135 kg di grano pagano 1,35 x lire 7,50 ossia lire 10,15 di dazio, così il quintale di farine dovrebbe pagare pure lire 10,15. E poiché le farine estere pagano invece lire 12,30, è chiaro che il mugnaio nazionale gode di una protezione di lire 2,15. Non basta. Il mugnaio che paga lire 10,15 di dazio per 135 kg di grano, ne ricava, oltre i 100 kg di farine, anche 35 kg di crusca. Una parte del dazio serve a proteggere pure la crusca; e conteggiandolo pure a sole lire 3,50 al quintale, noi avremo che il mugnaio acquisitore di 135 kg di grano ha pagato lire 10,15 di dazio, di cui lire 9 per la farina e lire 1,15 per la crusca. Egli è quindi protetto contro l’importazione della farina estera (che paga lire 12,30, ricordiamolo) non dalla differenza fra lire 12,30 e lire 10,15, ma da quella fra lire 12,30 e lire 9; e può quindi aumentare i prezzi delle farine di tutto l’ammontare del dazio, godendo dell’alta protezione di lire 3,30 al quintale. Stringendosi insieme, i mugnai si sono accordati per tenere alti i prezzi. I consumatori che si lagnano del dazio sul grano, dovrebbero ancor più lagnarsi della protezione eccessiva ai mugnai, per nulla in rapporto col costo della macinazione.

 

 

Questa la tesi dei consumatori e crediamo anche del governo, il quale ne trae argomento a volere ridurre il dazio sulle farine, non sappiamo quanto al disotto delle lire 12,30, in guisa da metterlo in più equo rapporto col dazio sul grano. Sappiamo però già che i mugnai non si danno per vinti ed oppongono calcoli a calcoli.

 

 

Innanzi tutto essi non vogliono si parli della crusca. È un artificio, essi dicono, separare le lire 10,15 che pagano i 135 kg di grano in lire 9 pagate per i 100 kg di farine e in lire 1,15 per i 35 kg di crusca. In realtà i mugnai, quando vendono la crusca non ottengono un centesimo di più di quello che ottengono i loro colleghi dell’estero, quando forse non la vendano a minor prezzo. La crusca non fa parte del mercato dei cereali e delle farine, ma di quello del bestiame, dei foraggi, delle biade e dei cereali inferiori. Quindi se essi han pagate le lire 10,15 di dazio sui 135 kg di grano, le devono ripigliare tutte sui 100 kg di farina, non potendo sperar nulla dalla crusca. Ecco ridotta la protezione dei mugnai da 12,30-9 a 12,30-10,15 ossia a lire 2,15, secondo il primo calcolo.

 

 

Non siamo ancora alla fine. Dei 100 kg di farina ottenuti dai 135 kg di grano, solo 91 circa è farina panificabile. Il resto (9%) sono farinette in minima proporzione atte a fabbricar pane di qualità inferiore e in massima parte destinate all’alimentazione del bestiame, insieme agli altri cascami e non protette. Tenendo conto di ciò, noi vediamo che i mugnai, pagando lire 10,15 di dazio per introdurre 135 kg di grano, debbono rifarsi in definitiva di questa spesa su una vendita netta di soli 91 kg di farine, tutto il resto essendo farinette e crusca, a cui l’esistenza del dazio non fa né caldo, né freddo. Per non rimetterci, il dazio per ogni quintale di farina buona dovrebb’essere, fatte le debite proporzioni, almeno di lire 11,15. Invece esso è di lire 12,30, ed essi godono perciò di una protezione di lire 1,15 per quintale. La quale, come tutti vedono, è molto lontana dalle lire 3,30 asserite dal governo e dai consumatori.

 

 

Abbiamo riassunto così le ragioni dei consumatori e dei produttori. Malgrado il nostro desiderio e pur lasciando in disparte molti calcoli secondari, non ci è stato possibile di essere più chiari. È facile vedere che si tratta di una quistione aggrovigliata, come tutte quelle di parificazione dei dazi, in cui i dati del problema cambiano a seconda del punto di vista dal quale ci si mette. Né vogliamo perciò concludere senz’altro in pro di una delle due tesi. La posizione del problema ci si presenta assai poco chiara; e meriterebbe di venire maggiormente dilucidata, dando una risposta precisa, non controvertibile ad alcune domande che ci permettiamo di formulare così:

 

 

Qual è la precisa proporzione di farine, di farinette e di crusca che si ricava da un quintale di frumento?

 

 

È vero che le farinette e la crusca in Italia non godono menomamente della protezione che viene ad esse concessa sia direttamente sia colla protezione del frumento?

 

 

A noi sembra che dovrebbe essere compito di qualche ente autorevole ed imparziale eseguire una ricerca su questi punti e sugli altri che i competenti vorranno suggerire. Un esame dei prezzi del grano, delle farine, delle farinette e della crusca su alcune principali piazze italiane ed estere in paesi protezionisti e liberisti e per un periodo abbastanza lungo, dovrebbe mettere in sodo se i prezzi si risentano della protezione doganale anche per le farinette e per la crusca, ed offrire dati preziosi per una soluzione del problema. Altrimenti dinanzi all’agitazione dei mugnai dovremo sempre rimanere in dubbio se si tratti di calcoli sbagliati del governo o di ingordigia di lucri eccessivi degli industriali.

 

 

 


[1] Con il titolo Il dazio sul grano. [ndr]

[2] Con il titolo Il dazio sulle farine. [ndr]

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