La situazione del Tesoro ed i provvedimenti finanziari

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 03/11/1914

La situazione del Tesoro ed i provvedimenti finanziari

«Corriere della sera», 3 novembre 1914

 

 

 

La crisi ministeriale provocata dalle dimissioni dell’on. Rubini rende interessante esporre i dati principali relativi alla situazione del tesoro italiano. E, per non complicare il discorso con gli effetti dei grandiosi avvenimenti i quali si sono succeduti dall’agosto in poi, sembra opportuno riferirsi alla data del 31 luglio, alla vigilia cioè degli straordinari movimenti di casse, i quali hanno mutato notevolmente la fisionomia dei conti tesoro. A quella data, il fondo cassa in valuta metallica o cartacea e fondi in sé od all’estero ed effetti in portafoglio giungeva a 197.9 milioni di lire. Aggiungendovi 1.582,3 milioni di lire di crediti di tesoreria si giungerebbe alla cospicua cifra di 1.780,2 milioni di lire di attività del tesoro. È noto però che tra i crediti di tesoreria figurano somme cospicue le quali si possono considerare crediti solo contabilmente e in virtù della lettera della legge, mentre in realtà sono denari spesi dai Ministeri della guerra, della marina, delle colonie e dei lavori pubblici, sopra tutto in dipendenza della occupazione della Libia e di anticipazioni di spese attinenti ad esercizi futuri per l’esercito, la flotta e per l’acquedotto pugliese. Questi crediti interni, trascurando talune partite minori e comprendendo anche i fondi di scorta permanenti dell’esercito e della marina, ammontano a 953,3 milioni, sottraendo i quali dai 1.582,3 milioni di crediti di tesoreria, questi si riducono a 629 milioni circa. In tutto, fra fondo di cassa (198 milioni) e crediti di tesoreria veri e propri (629 milioni) le attività del tesoro potevano ragguagliarsi ad 827 milioni. A queste attività si contrappongono 1206 milioni di debiti di tesoreria, cosicché la situazione del tesoro al 31 luglio si sarebbe chiusa con forse 380 milioni di deficienze.

 

 

In tempi normali, avverto subito, la situazione non avrebbe avuto caratteri tali da impensierire:

 

 

  • 1) perché i debiti di tesoreria sono per lo più debiti in conto infruttifero verso altre amministrazioni pubbliche (casse depositi e prestiti, debito pubblico, amministrazioni diverse, conto dei biglietti di Stato) e quindi non tali da implicare urgenza di rimborso;
  • 2) perché alle spese correnti si sarebbe potuto provvedere di mese in mese con le entrate correnti, le quali dovevano rinvigorirsi per l’afflusso dei nuovi tributi consentiti dal Parlamento e per l’incremento naturale delle entrate. La situazione del tesoro richiedeva soltanto che, nel momento più opportuno, si fosse conchiuso un prestito, all’interno od all’estero, secondo le convenienze e l’interesse nazionale avrebbero indicato, per consolidare una grossa parte del debito di 380 milioni di buoni del tesoro ordinari – unica partita pesante dei 1206 milioni di debiti detti sopra – e la totalità dei 1020 milioni di buoni del tesoro quinquennali emessi nel 1912, 1913 e 1914, buoni che era speranza vana poter estinguere alla scadenza. Ove la pace fosse continuata, un prestito di consolidamento avrebbe probabilmente potuto essere conchiuso a buone condizioni: poiché il denaro tendeva ad essere più abbondante che negli anni precedenti sui mercati internazionali.

 

 

Lo scoppio della guerra ha rinviato tutto ciò ad epoca migliore; e poiché i primi buoni (1912) scadranno solo nel 1917, è da credere che prima di allora i mercati finanziari si saranno riassestati e sarà possibile compiere allora quella operazione che oggi sarebbe inopportuna.

 

 

Il problema che il ministro del tesoro deve risolvere non è però il problema del passato, bensì del presente e dell’immediato avvenire. Il passato esercita una influenza sul presente in quanto il non avere compiuto prima quell’operazione di consolidamento che ci avrebbe permesso di rimborsare quasi in tutto i buoni ordinari (a scadenza da 3 a 12 mesi) e di offrire ai portatori di buoni quinquennali il cambio in titoli a più lunga scadenza, ci impedisce di valersi oggi, così bene come avremmo altrimenti potuto, delle due armi, già largamente sfruttate, del buono ordinario e del buono quinquennale.

 

 

Tuttavia, rimangono ancora al tesoro italiano mezzi svariati per soddisfare alle esigenze supreme dei ministeri della difesa nazionale. Ne elencherò alcuni:

 

 

  • 1) aumentare le imposte esistenti. È un mezzo di scarso rendimento immediato sovratutto in un paese ad alte aliquote normali. Ma non deve essere trascurato; e bene ha fatto il Governo a non ritardare più oltre l’attuazione dei provvedimenti da ultimo consentiti dal Parlamento. Stanno aumentando le imposte gli Stati Uniti e la Svizzera e lessi che in quest’ultimo paese si applica una ritenuta straordinaria di guerra del 35 per cento sugli stipendi dei pubblici funzionari. La Svizzera imita così l’esempio più meraviglioso che durante la guerra contro la Russia diedero i funzionari giapponesi e, più anticamente, nella guerra del 1701-1713 (assedio di Torino e Pietro Micca) gli impiegati piemontesi, i quali tutti, dal Duca all’ultimo scrivano, rinunciarono da una metà ad un quarto dei loro trattamenti. Forse questo potrebbe essere altresì il momento per risolvere, con vantaggi delle finanze, con ossequio alla giustizia e col minimo contrasto, alcuni problemi che da anni si trascinano attraverso a progetti e discussioni: accenno alla revisione dell’imposta sui fabbricati, agli abbuoni agli spiriti, ecc.
  • 2) fare un prestito. È mezzo di resa più immediata e sicura. Oggi l’Inghilterra emette, a lotti di 15 milioni di sterline, buoni da 3 mesi a 1 anno: e riesce facilmente a collocarli fra le Banche e le clientele dei grossi capitalisti, i quali, per la mancanza di buoni effetti commerciali da scontare e di riporti da finanziare, hanno molto denaro disponibile. La Francia senza fare una emissione vera e propria, vende senza limitazione agli sportelli delle Casse pubbliche, buoni della difesa nazionale 5 per cento, ed il pubblico ne acquista da 10 a 15 milioni di lire al giorno. È noto poi il successo del prestito germanico 5 per cento. Ho l’impressione che, anche in Italia, se il Governo aprisse gli sportelli delle sue Casse e del già esistente consorzio bancario alla sottoscrizione di un prestito pubblico, non mancherebbe il successo. Converrebbe certamente adottare un tasso di interesse adatto al momento; poiché, quando si veggono Stati potenti finanziariamente, come la Francia, la Germania, la Svizzera offrire il 5 per cento, sarebbe fuor di luogo attardarsi su qualche frazione in più od in meno del tasso. Farebbe d’uopo scegliere altresì un tipo attraente; e poiché il buono quinquennale puro è già stato largamente utilizzato e l’emissione di rendite perpetue non è conveniente in tempi di guerra, forse un tipo misto di buono di durata non inferiore a 20 anni, senza diritto allo Stato di rimborsarlo – il che vuol dire senza il diritto di ridurre l’interesse, mercé l’offerta del rimborso del capitale – per almeno 5 anni potrebbe essere attraente. Riflettasi che in questo momento i capitalisti temono ogni investimento, che industrie e commerci non offrono grande campo ad espansioni e che ben pochi sono coloro i quali osano impiegare i loro risparmi all’estero, così come si usava sempre più largamente in Italia prima della guerra. A facilitare il successo del prestito, occorrerebbero intese con le banche e le Casse di risparmio per sospendere gli effetti della moratoria per tutte le somme che i depositanti volessero investire nei nuovi titoli di Stato;
  • 3) se il Governo saprà resistere a tutti gli incitamenti di aumentare la circolazione per fini privati, potrà sempre ricorrere all’emissione dei biglietti a corso forzoso per il fine supremo della difesa nazionale. È il mezzo meno conveniente economicamente; ma appunto perché, fra tutti, è il metodo più pericoloso, sebbene più facile si può usare solo nei frangenti estremi in cui è in gioco l’avvenire della patria. Salus rei publicae suprema lex esto.

 

 

Gioverebbe ad attenuare i noti pericoli della emissione sovrabbondante della carta, seguire in ciò il sistema odierno tedesco. Non che la Germania abbia da vantarsi oltre misura del metodo seguito, poiché è assai più glorioso l’esempio dell’Inghilterra, la quale sinora poté fare a meno di ricorrere al torchio. Ma, necessità consigliando, si può imitare l’esempio di una nazione, per fermo ammiranda anche nei suoi preparativi finanziari per la guerra. E l’esempio dice che bisogna emettere i biglietti in guisa di interessare direttamente i capitalisti alla loro estinzione. È certo che i risparmiatori tedeschi non avevano oggi disponibili tutti i 4 miliardi e più di marchi che sottoscrissero pel prestito di guerra. Che cosa fece il Governo tedesco? Offrì di anticipare ad es. 100 mila marchi in buoni suoi di cassa al capitalista desideroso di sottoscrivere, purché egli depositasse in pegno sufficiente quantità di titoli di Stato od altri presso la Cassa di prestiti. In tal modo il capitalista, il quale oggi non ha denaro disponibile ma possiede un patrimonio in titoli e valori diversi e sa che nei prossimi anni è in grado di fare dei risparmi per l’appunto per 100 mila marchi, porta i suoi titoli alla Cassa di prestito e riceve biglietti in prestito su cui paga l’interesse del 6 per cento. Col ricavo del prestito egli acquista il nuovo titolo 5%. In tal modo egli, finché non abbia estinto, negli anni prossimi, il prestito, perde la differenza fra il 6 per cento di interesse passivo ed il 5% di reddito dei titoli acquistati ma è poi sicuro, una volta estinto il prestito, di godere di un reddito del 5% per un certo numero di anni. D’altro canto il Governo in apparenza ha compiuto un circolo vizioso, poiché, invece di emettere direttamente biglietti e con quelli fare i suoi pagamenti, li stampa e poi li impresta al capitalista, il quale glieli riconsegna per acquistare il titolo 5%; e, solo dopo che il capitalista glieli ha riportati, li può spendere. Ma, con questo circolo vizioso, il Governo tedesco ha ottenuto uno scopo di primissimo ordine: poiché, negli anni prossimi, i capitalisti, allo scopo di estinguere il loro debito verso la Cassa e godersi al netto il reddito dei titoli 5% ora acquistati, saranno interessati a risparmiare ed a riportare così i biglietti alla Cassa emittente. La quale li brucerà, riducendo così a poco a poco l’esuberanza della circolazione. Insomma, il Governo tedesco ha posto un’ipoteca sul risparmio futuro del paese; il che, quando i risparmi presenti non bastano – non dappertutto si hanno le risorse liquide dell’Inghilterra – è un metodo di gran lunga preferibile al semplice dar di piglio al torchio.

 

 

È da augurare – ed, ove intervenga una adeguata preparazione dell’opinione pubblica, ritengo per fermo – che il paese saprà virilmente rispondere all’appello che un Governo ascoltato ed energico gli rivolgerà in nome degli interessi supremi del paese; sì da assegnare all’Italia non ultimo posto nella scala delle nazioni che seppero congiungere alla preparazione tecnica, militare e morale, anche la preparazione finanziaria i suoi più alti destini.

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