Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V

Corriere della Sera

La società delle nazioni e il dogma della sovranità

«Corriere della Sera», 5 gennaio, 10 luglio, 29 agosto e 28 dicembre 1918; 23 giugno 1920[1]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. V, Einaudi, Torino, 1961, pp. 940-980

 

 

 

I

 

La società delle nazioni è un ideale possibile?[2]

 

Signor direttore,

 

 

Messaggi di presidenti, discorsi di cancellieri e di ministri degli esteri, articoli di giornali farebbero supporre che uno degli scopi o dei risultati della guerra odierna possa essere la nascita di una «società delle nazioni» destinata a far regnare la giustizia e la concordia laddove oggi imperano la forza e la lotta fratricida. Agli Stati uniti d’America si dovrebbero contrapporre od associare gli Stati uniti d’Europa, in attesa di veder nascere in un momento ulteriore dell’incivilimento umano gli Stati uniti del mondo. Perché non dovrebbe essere possibile di rifare in Europa ciò che fu fatto dalle 13 colonie americane ribellatesi all’Inghilterra? Taluno, più restio ad ammettere i tedeschi nella nuova società delle nazioni, ha affermato che questa esiste già: le 27 nazioni grandi e piccole rappresentate alla recente conferenza di Parigi offrirebbero appunto il quadro di una esistente e viva e combattente società delle nazioni.

 

 

Ahimè! Come l’esempio prova la difficoltà dell’impresa e la difficoltà estrema di definire persino che cosa vogliano dire le parole «società delle nazioni»! Che cosa è una società nella quale alcuni associati sacrificano vite ed averi, altri averi soltanto, altri soltanto vite, mentre alcuni stanno a vedere e taluno persino realizza guadagni non piccoli, limitandosi a vendere provviste di guerra ed a far voti di vittoria? Dovrebbe essere chiaro a tutti che, prima di discorrere della «società delle nazioni» come di uno degli ideali scopi della guerra presente, farebbe d’uopo sapere quale in verità sia lo scopo per raggiungere il quale siamo decisi a spargere sangue ed a profondere tesori. Troppe volte è accaduto, durante la guerra presente ed in amendue i campi belligeranti, che fossero malcerti ed instabili gli scopi per cui si combatteva, perché oggi, avvicinandosi il giorno della stretta finale, non giovi precisare chiaramente ciascuno di quegli scopi.

 

 

Può sembrare ingenuo dire, a proposito della auspicata «società delle nazioni», che si deve lottare soltanto per costruire qualche cosa che sia vitale e vantaggiosa. Ma non è. I più, quando discorrono di «società delle nazioni», pensano ad una specie di perpetua alleanza o confederazione di stati, la quale abbia per iscopo di mantenere la concordia fra gli stati associati, difenderli contro le aggressioni straniere e raggiungere alcuni scopi comuni di incivilimento materiale e morale. Tutti implicitamente ammettono che gli stati alleati o confederati debbono rimanere pienamente sovrani ed indipendenti; che non si debba costituire un vero super-stato fornito di una sovranità diretta sui cittadini dei vari stati, con diritto di stabilire imposte proprie, mantenere un esercito super-nazionale, distinto dagli eserciti nazionali, padrone di una amministrazione sua diversa dalle amministrazioni nazionali. I più non pensano a questa seconda specie di «società delle nazioni», perché non a torto ritengono che questa non sarebbe una «società» di nazioni ugualmente sovrane, ma un unico stato sovrano di cui le nazioni attuali diventerebbero semplici provincie. Si vogliono, sì, gli Stati uniti d’Europa, ma ogni stato deve essere indipendente, sicché la Francia non sopraffaccia l’Italia, od amendue, insieme con l’Austria e la Russia, non diventino provincie dell’Inghilterra o della Germania, o, anche, degli Stati uniti d’America, se il nuovo ente politico dovesse comprendere il continente americano.

 

 

Ora, se l’esperienza storica dovesse essere davvero la maestra della vita, tutti i discorsi sulla «società delle nazioni» fatti in questi ultimi mesi di guerra sarebbero senz’altro apparsi vani, quando si fosse ricordata la fine miseranda dei tentativi sinora compiuti e durati talvolta per pochi anni e tal’altra per secoli di «società delle nazioni» intesa nel senso, che oggi appare unicamente possibile e desiderabile, di confederazione di stati sovrani, ed il successo magnifico di quell’altro tipo di società delle nazioni, il quale culmina nella trasformazione dei preesistenti stati sovrani in provincie di un unico più ampio stato sovrano. L’esperienza storica prova, cioè, che ciò che oggi si considera come ideale non è possibile, non è duraturo e può essere funesto; e che soltanto è possibile, duraturo e benefico ciò che dai più oggi si considera repugnante.

 

 

Una prova nettissima della verità delle mie affermazioni è data da quei medesimi Stati uniti, a cui si volgono gli sguardi di quanti sperano giorni migliori per l’umanità dilaniata. Leggesi in tutte le storie delle costituzioni come gli Stati uniti siano vissuti sotto due costituzioni: la prima disposta dal congresso nel 1776 ed approvata dagli stati nel febbraio 1781; la seconda approvata dalla convenzione nazionale il 17 settembre 1787 ed entrata in vigore nel 1788. Sotto la prima, la unione nuovissima minacciò ben presto di dissolversi; sotto la seconda gli Stati uniti divennero giganti. Ma la prima parlava appunto di «confederazione e di unione» dei 13 stati, come oggi si parla di «società delle nazioni», e dichiarava che ogni stato «conservava la sua sovranità , la sua libertà ed indipendenza ed ogni potere, giurisdizione e diritto non espressamente delegati al governo federale». La seconda invece non parlava più di «unione fra stati sovrani», non era più un accordo fra governi indipendenti; ma derivava da un atto di volontà dell’intiero popolo, il quale creava un nuovo stato diverso e superiore agli antichi stati.

 

 

«Noi, – così dice lapidariamente il preambolo della vigente costituzione federale, – noi, popolo degli Stati uniti, allo scopo di fondare una unione più perfetta, stabilire la giustizia, assicurare la tranquillità interna, provvedere per la comune difesa, promuovere il benessere generale e garantire le benedizioni della libertà per noi e per i posteri nostri, decretiamo e fondiamo la presente costituzione per gli Stati uniti d’America».

 

 

Ecco sostituito al «contratto», all’«accordo» fra stati sovrani per regolare «alcune» materie di interesse comune, l’«atto di sovranità del popolo americano tutto intiero», il quale crea un nuovo stato, gli dà una costituzione e lo sovrappone, in una sfera più ampia, agli stati antichi, serbati in vita in una sfera più ristretta.

 

 

Ve n’era urgente bisogno. Quei sette anni di vita, dal 1781 al 1787, della «società» delle 13 nazioni americane erano stati anni di disordine, di anarchia, di egoismo tali da far rimpiangere a molti patrioti il dominio inglese e da far desiderare a non pochi l’avvento di una monarchia forte, che fu invero offerta a Washington e da questi respinta con parole dolorose, le quali tradivano il timore che l’opera faticosa sua di tanti anni non dovesse andare perduta. La radice del male stava appunto nella sovranità e nell’indipendenza dei 13 stati. La confederazione, appunto perché era una semplice «società» di nazioni, non aveva una propria indipendente sovranità, non poteva prelevare direttamente imposte sui cittadini. Dipendeva quindi, per il soldo dell’esercito e per il pagamento dei debiti contratti durante la guerra della indipendenza, dal beneplacito dei 13 stati sovrani. Il congresso nazionale votava spese, impegnava la parola della confederazione e per avere i mezzi necessari indirizzava richieste di denaro ai singoli stati. Ma questi o negligevano di rispondere o non volevano, nessuno tra essi, essere i primi a versare le contribuzioni nella cassa comune.

 

 

Dopo brevi sforzi, – così scrive il giudice Marshall nella sua classica Vitadi Washington, riassumendo le disperate ripetute invocazioni e lagnanze che a centinaia sono sparse nelle lettere del grande generale e uomo di stato, – dopo brevi sforzi compiuti per rendere il sistema federale atto a raggiungere i grandi scopi per cui era stato istituito, ogni tentativo apparve disperato e gli affari americani si avviarono rapidamente ad una crisi, da cui dipendeva la esistenza degli Stati uniti come nazione… Un governo autorizzato a dichiarare guerra, ma dipendente da stati sovrani quanto ai mezzi di condurla, capace di contrarre debiti e di impegnare la fede pubblica al loro pagamento, ma dipendente da tredici separate legislature sovrane per la preservazione di questa fede, poteva soltanto salvarsi dall’ignominia e dal disprezzo qualora tutti questi governi sovrani fossero stati amministrati da persone assolutamente libere e superiori alle umane passioni.

 

 

Era un pretendere l’impossibile. Gli uomini forniti di potere non amano delegare questo potere ad altri; ed è perciò quasi impossibile, conchiude il biografo, «compiere qualsiasi cosa, sebbene importantissima, la quale dipenda dal consenso di molti distinti governi sovrani». Ed un altro grande scrittore e uomo di stato, uno degli autori della costituzione del 1787, Alessandro Hamilton, così riassumeva in una frase scultoria la ragione dell’insuccesso della prima società delle nazioni americane: «Il potere, senza il diritto di stabilire imposte, nelle società politiche è un puro nome».

 

 

Vogliamo noi combattere per un nome o per una realtà? Ammettasi che la realtà di uno stato europeo o anche solo di uno stato composto di tutti o parecchi degli attuali alleati sia difficilissima a raggiungersi. Tuttavia gli sforzi fatti per costruire uno stato vivo di vita propria, con indipendente diritto di ripartire imposte sui suoi cittadini senza dipendere dal beneplacito di altri stati sovrani, fornito di un esercito proprio, atto a mantenere la pace interna ed a difendere il territorio contro le oppressioni straniere, dotato di una amministrazione sua doganale, postale, ferroviaria, sarebbero almeno sforzi compiuti per raggiungere uno scopo concreto, pensabile, se pure oggi irraggiungibile. Mentre invece gli sforzi fatti per creare una società di nazioni, rimaste sovrane, servirebbero solo a creare il nulla, l’impensabile, ad aumentare ed invelenire le ragioni di discordia e di guerra. Alle cause esistenti di lotta cruenta si aggiungerebbero le gelosie per la ripartizione delle spese comuni, le ire contro gli stati morosi e recalcitranti. Una delle ragioni di decadenza dell’Olanda nel secolo diciottesimo non fu forse la repugnanza della maggior parte delle «Provincie Unite» a pagare la propria quota nel tesoro comune, sicché il peso maggiore delle guerre ricadeva quasi solo sulla provincia più ricca, l’Olanda, sì da impoverirla e consigliarla ad una politica estera di rassegnazione e di silenzio?

 

 

A che andare, del resto, cercando esempi forastieri del danno di creare entità politiche esistenti solo di nome e prive di potere effettivo, quando pur ieri, con ineffabile tracotanza, il segretario tedesco agli esteri von Kühlmann invocava le tradizioni imperiali degli Hohenstaufen e le loro bramosie di terre italiane? Quell’invocazione avrebbe dovuto suscitare in lui il ricordo del sogno più infausto e più vano di dominazione universale che abbia visto il mondo: il sogno irreale del Sacro romano impero. Dopo un breve periodo di splendore e di potenza reale, dall’800, data dell’incoronazione a Roma di Carlo Magno come imperatore, quel sogno fu per centinaia d’anni un incubo gravante sulla Germania e sull’Italia. Inghilterra e Francia e Spagna, rimaste fuori dell’unità nominale dell’impero, diventarono, fin dall’ultimo medio evo, stati forti sovrani rispettati. La Germania e l’Italia, amendue vissute sotto l’ombra del sogno imperiale, rimasero disunite dilaniate serve, sinché in ognuna di esse uno stato sovrano, sotto le due case di Brandeburgo e di Savoia, non poté a poco a poco assorbire estensioni sempre più vaste del territorio nazionale e finalmente confondersi con la nazione stessa, divenuta una. Ma, nel frattempo, quanto male produsse la vana chimera di una monarchia universale, vagheggiata anche dalla mente sovrana di Dante Alighieri! Quel Sacro romano impero, morto solo nel 1806, dinanzi alla realtà imperiosa degli eserciti napoleonici, fu per 1.000 anni un tentativo sterile di costituire, sotto l’egida di un unico imperatore, una vera società delle nazioni. L’imperatore, erede degli antichi imperatori romani, doveva mantenere la pace e la tranquillità interna in tutto il mondo conosciuto, impedire le sopraffazioni dei principi, sollevare i poveri ed i deboli, far trionfare il regno di Dio in terra. Ma come poteva far tutto ciò, quando i veri sovrani erano i principi, i vescovi, le libere città? Con quale esercito poteva egli impedire le lotte intestine? Con quali denari mantenere l’esercito, egli il cui reddito principale erasi ridotto al ricavo del prezzo di vendita di vani diplomi di nobiltà e di privilegi privi di contenuto; egli, le cui entrate imperiali nel 1764 giungevano appena a 13.884 fiorini e 32 grossi? L’esistenza di un’autorità formale, destinata a far regnare la pace e la giustizia nel mondo, fu una delle cause le quali per secoli impedirono che si costituisse in Germania ed in Italia una autorità reale, fornita di mezzi finanziari e di armi, la quale potesse davvero dar pace ai popoli tribolati.

 

 

Non abbiamo forse noi italiani il ricordo più vicino di un altro tentativo di società delle nazioni, fortunatamente durato meno a lungo del Sacro romano impero? Il preambolo del trattato della Santa alleanza, conchiuso il 26 settembre 1815 a Parigi fra gli imperatori d’Austria e di Russia ed il re di Prussia, rammentava come i tre monarchi si fossero impegnati «in ossequio ai precetti del vangelo, i quali ordinano a tutti gli uomini di amarsi come fratelli,a rimanere legati con l’indissolubile nodo di una amicizia fraterna, a prestarsi vicendevole assistenza, a governare i loro sudditi come padri, a mantenere sinceramente la religione, la pace e la giustizia. Essi si considerano membri di una unica nazione cristiana ed incaricati, ognuno, dalla provvidenza divina di reggere un ramo della stessa famiglia. Essi incitano tutte le potenze a riconoscere questi principii e ad entrare nella Santa alleanza». Ben presto il tentativo apparve non solo ipocrita – non per tutti, ché l’imperatore Alessandro di Russia aveva accarezzato davvero in un impeto generoso il sogno della pace universale ed i popoli per un istante avevano plaudito, – ma anche vano. Tornata la discordia tra i membri della affermata società delle nazioni, ché questo e non altro era nella sua essenza la Santa alleanza, dove si trovò la forza per reprimere le lotte intestine e per serbare pace ai popoli europei?

 

 

Dopo 2.300 anni si ripeteva in America ed in Europa l’insuccesso che aveva travolto il tentativo delle città greche di costituire una confederazione, capace di mantenere la pace nel mondo greco e di difendere questo contro i persiani. Le città greche avevano deliberato anzi qualcosa di più di quel che era contenuto nella costituzione americana del 1781 e nel trattato della Santa alleanza del 1815; poiché, nel 470 avanti Cristo, Aristide era riuscito a fissare le quote di contribuzione delle singole città nel tesoro comune raccolto nel tempio di Delo. Mancò però un governo comune, scelto dai delegati delle città, per amministrare il tesoro comune; mancò un esercito federale; ed i contributi dipendevano dal buon volere dei confederati. Il sinodo di Delo non aveva un potere effettivo, come non l’avevano il congresso americano del 1781 e la dieta del Sacro romano impero. Fu un’ombra di stato; né poté impedire le lotte fra Atene e Sparta, fra Sparta e Tebe e la comune caduta, invano deprecata da Demostene, sotto l’impero macedone.

 

 

Di fronte a questi «nomi vuoti» di società di nazioni, quali unioni vere e salde ci presenta la storia? L’impero romano fondato colla spada di Cesare e di Augusto, ma di cui disse Bacone che «non fu Roma a coprire il mondo, ma il mondo a coprire Roma» per significare il fatto principe della storia romana: la volontà dei popoli di mettersi sotto le ali protettrici di un popolo capace di far leggi e di farle rispettare. Lo stato francese, fondato non su trattati tra i grandi signori feudali, ma sul potere affermato contro ad essi da successive forti dinastie di re. L’impero germanico, di cui gli odierni piani protervi di conquista non ci devono far dimenticare che esso coronò gli sforzi meritori di ricostruzione dell’unità germanica durati secoli da parte di una dinastia energica e perseverante. L’Italia, anch’essa frutto di aspirazioni ideali da parte di un’eletta di pensatori e di sforzi secolari di una famiglia dimostratasi capace di creare un vero stato ai piè delle Alpi.

 

 

Forse questi non sono gli esempi, a cui oggi si può ispirare chi, pur sognando, voglia mirare ad un ideale dimostrato dalla esperienza storica possibile. Bisogna riandare colla mente ad esempi di stati sovrani, i quali abbiano volontariamente rinunciato alla loro sovranità per scomparire nel seno di un nuovo stato sovrano di ordine più elevato. Nel 1707 l’unione della Scozia con l’Inghilterra, due paesi abitati da razze in gran parte differenti, parlanti in parte lingue diverse, animati da sentimenti di rivalità commerciali, divisi da ricordi di lotte e di odi fierissimi, salvò l’Inghilterra dal pericolo di essere assalita alle spalle da uno stato, il quale aveva tradizioni antiche di alleanza con la Francia, diede alla Scozia parità di diritti nel più grande stato, la Gran Bretagna, risultato dalla fusione, diede agli scozzesi la possibilità di guidare le sorti del maggiore impero del mondo, preservò le tradizioni, il patrimonio ideale, le istituzioni giuridiche proprie della Scozia; e rimane ancor oggi l’esempio europeo più bello di creazione di uno stato nuovo e più ampio in seguito a discussioni ed a trattative complicate ed ardue fra uomini di stato consapevoli della grandezza dell’impresa a cui si accingevano e delle sue difficoltà. L’altro esempio è la già citata costituzione data nel 1787 agli Stati uniti d’America, trasformando quella che era un’ombra, una irreale società di nazioni pronte a dividersi ed a combattersi in un unico stato d’ordine superiore ai 13 stati confederati. Vuole la tradizione che, apponendo il 17 settembre 1787 la sua firma al progetto approvato dalla convenzione nazionale, il quale doveva ancora ottenere il consenso dei singoli stati, Washington esclamasse: «Se gli stati respingeranno questa eccellente costituzione, mai più un’altra potrà essere formata in pace. La nuova costituzione sarà redatta nel sangue».

 

 

Il vaticinio di Washington è destinato ad avverarsi per la futura costituzione degli Stati uniti d’Europa? Io lo ignoro e non so se non converrebbe per ora limitarci ad immaginare creazioni di stati latini, germanici, slavi d’ordine più elevato dei piccoli stati europei, che tutto fa presumere destinati a divenire stelle di seconda o terza grandezza, se la società delle nazioni britannica saprà trasformarsi – problema grandioso, da cui dipende la vita o la morte del mondo anglo-sassone – in un vero stato, se gli Stati uniti sostituiranno alla dottrina di Monroe la estensione dell’unità federale alle altre parti dell’America e se i giapponesi diventeranno il fermento organizzatore del mondo cinese. La guerra presente è la condanna dell’unità europea imposta colla forza da un impero ambizioso; ma è anche lo sforzo cruento per elaborare una forma politica di ordine superiore. Questa deve essere il frutto degli sforzi di uomini convinti che soltanto le cose impossibili riescono ed hanno fortuna; ma devono essere sforzi indirizzati non ad affermare maschere false di verità, ma ideali concreti, saldi, storicamente possibili.

 

JUNIUS

 

 

II

 

La dea «potenza» e la dea «giustizia»
(a proposito della prammatica sanzione medieuropea)[3]

 

Signor direttore,

 

 

Non mi era, a suo tempo, sembrato che i titoli i quali riassumevano i commenti dei giornali all’accordo conchiuso il 12 maggio al gran quartiere generale tedesco fra Germania ed Austria rispondessero alla grandezza dell’ora ed al trionfo della causa per cui noi combattiamo. «L’Austria vassalla», la «dedizione dell’Austria alla Germania», la «abdicazione degli Absburgo alla sovranità», la «bavierizzazione dell’Austria»: così suonavano quei titoli; ed ancor oggi che la sconfitta dell’Austria sul Piave la rende sempre più vassalla della Germania, quelle parole mi paiono dare un suono falso. Anche Navarra e Borgogna si diedero a Francia; anche la Lombardia e i Ducati e Toscana e le Due Sicilie furono accusate d’essersi piemontesizzate; anche la Scozia rinunciò, unendosi all’Inghilterra, alla sua indipendenza; e gli stati sudisti furono «costretti» a rientrare nell’unione nordamericana, così come l’Austria oggi dovrebbe rientrare a capo chino nella confederazione germanica, di cui non molti decenni or sono pensava essere padrona. Eppure Francia, Italia, Gran Bretagna e Stati uniti diventarono e rimangono salde compagini nazionali, cementate indissolubilmente dalla volontà dei popoli che le compongono.

 

 

Poco importerebbe la ragione per cui l’Austria è costretta a rinunciare alla sua sovranità, se il fine della unione potesse essere raggiunto; se davvero la bavierizzazione dell’Austria potesse diventare un fatto compiuto. In verità le potenze centrali hanno tentato di risolvere il 12 maggio il vero, il grande problema posto dalla guerra presente: sostituire alla imprecisione, alla scioltezza dei rapporti internazionali, alla anarchia dei molti stati indipendenti, la quale conduceva a guerre frequenti ed a condizioni di vita ristrette e meschine, una maggiore coordinazione, una più salda unità politica, per cui gli stati cooperino tra di loro, agiscano in comune e si promuova un fervore di vita spirituale e materiale assai più grande di prima. La guerra d’oggi è uno sforzo verso l’unità del mondo, verso la creazione di una società delle nazioni. Ed ecco che, mentre noi si è ancora nello stadio delle aspirazioni verbali, Germania ed Austria-Ungheria si accingono alla creazione del super-stato dell’Europa centrale. Il problema è gigantesco; ma se noi li lasceremo fare, se non sapremo opporre idea ad idea, se non sapremo iniziare l’attuazione di organismi politici più saldi e perfetti, i nostri nemici, spinti dalla mala sorte di uno di essi, sempre più tenteranno di venire a capo dell’impresa gigantesca bensì, ma non insolubile. Per vincere il nuovo super-stato non basta la forza delle armi, fa d’uopo altresì la forza di una idea più alta, più perfetta di quella dei nostri avversari.

 

 

Le vicende della guerra presente provano invero quanto sia falsa la contradizione che i «politici realistici» hanno preteso di ritrovare tra i principii della forza e quelli della giustizia. Ancor recentemente Benedetto Croce in una sua prefazione alla terza edizione dei suoi saggi sul materialismo storico e sull’economia marxistica si è divertito a dileggiare «le insipidezze giusnaturalistiche, antistoriche e democratiche, i cosidetti ideali dell’89, i sermoni moralistici, e le ideologie e ciarle illuministiche» ed ha confermato la sua gratitudine a Carlo Marx «per aver conferito a renderci insensibili alle alcinesche seduzioni della Dea Giustizia e della Dea Umanità, e per avere fermamente asserito il principio della forza della lotta e della potenza». Ed io sono con lui, e con Treitschke, poiché amendue vogliono che la forza e la potenza, di cui dobbiamo essere armati, siano forza e potenza mentale culturale etica ed economica. Sono con lui perché son convinto che se fossimo stati imbelli e non avessimo voluto brandire le armi di ferro e di fuoco e non avessimo voluto sacrificare le nostre vite, avremmo meritato di diventare servi. Perché oggi rimaniamo muti di ammirazione dinanzi allo spettacolo della Francia che indomita respinge l’avversario potentissimo? Sì, noi ammiriamo i grandi capi ed i meravigliosi soldati del suo esercito. Ma fummo altresì colpiti dalla rivelazione di una Francia ritenuta decrepita corrotta affetta da incurabile tabe parlamentaristica, la quale invece grida al mondo: meglio morire, meglio scomparire dal novero delle nazioni libere colle armi in pugno immolando fin l’ultimo uomo che diventare una grassa provincia di un impero mondiale. È questa rivelazione di una Francia fiera, risoluta a morire lottando, risoluta a vivere, dopo la vittoria, in povertà, che ci rende superbi. Sono le undici battaglie dell’Isonzo e la resistenza sul Grappa e la vittoria sul Piave che ci confortano e ci fanno persuasi che anche noi sappiamo difendere con le armi in pugno i nostri ideali di vita. È l’esercito di quattro milioni di volontari inglesi, è la risposta entusiastica e libera dei canadesi, dei sudafricani, degli australiani, è la rinuncia americana ai vantaggi materiali della neutralità , che ci fanno lieti e persuasi di essere degni di difendere il nostro comune patrimonio spirituale. Se noi avessimo preteso che i tedeschi si inchinassero innanzi a ciarle di «immortali principii» saremmo stati risibili. Invece noi vogliamo essere, pur noi, forti potenti lottatori e vogliamo che il nemico ci rispetti, perché e finché noi stiamo con le armi in pugno.

 

 

Ma perché noi abbiamo impugnato quelle armi ed immoliamo sui campi insanguinati di mille battaglie il fiore vermiglio delle nostre verdi giovinezze? Non si è forti, non si è potenti se non si è mossi da qualche ideale, se non ci scalda il cuore la fiamma di qualche meta da raggiungere. La dea «giustizia» e la dea «nazionalità» a cui irridono i filosofi della potenza, gli scrittori «realistici» ed i politici, che hanno le scarpe grosse da montanaro e credono di avere il cervello fino di un Machiavelli, hanno dimostrato di essere due vere, due grandi forze il giorno in cui i popoli dell’Intesa hanno sul loro altare immolato sacrifici non di discorsi ma di sangue. La potenza non è fine a se stessa, neppure quando sia potenza morale od economica; è un mezzo per raggiungere l’ideale che i popoli nei successivi momenti storici si propongono. Oggi quell’ideale è la instaurazione della giustizia nei rapporti internazionali. E quell’ideale non è una vana frase, non è una ciarla, non è una pura ideologia; è una forza, che è entrata nel nostro sangue, che di sé informa la nostra mente, che ci spinge ad agire. Noi con orgoglio possiamo opporre alla concezione del super-stato medieuropeo, in cui la razza o meglio il ceto dominante vuol guidare alla felicità le torme dei sudditi, la concezione di un organismo statale, in cui le nazioni associate sono veramente uguali, perché in ognuna di esse già è profondamente radicato il principio della libertà del cittadino e della uguaglianza del cittadino allo straniero. «Lo straniero è ammesso a godere dei diritti civili attribuiti ai cittadini» – ecco il principio immortale sancito dal codice civile italiano fin dal 1865; e sarà gloria in eterno dell’Italia averlo alto proclamato. Ma una lunga vicenda aveva condotto a quella affermazione in seno ai popoli anglo-latini. Mi sia lecito ricordare una delle prime tappe di quel cammino ed una delle ultime stupende deduzioni che noi soli ne ricavammo durante la guerra presente. Chi non si esalta nel rammentarli e non rimane dal loro ricordo persuaso che noi possiamo, ove si voglia, dar vita ad un aggregato politico in cui la personalità umana, veramente libera ed uguale, saprà assurgere ad un grado mai più visto di potenza e di forza materiale e spirituale?

 

 

Siamo nel 1773; e l’isola di Minorca nelle Baleari è una colonia inglese. Fra tutti gli abitanti spagnuoli dell’isola, il «suddito più sedizioso, più turbolento, più malcontento» è per fermo Antonio Fabrigas. Egli è chiamato per antonomasia il «patriota dell’isola di Minorca». Il governatore inglese, gen. Mostyn, arresta Fabrigas, lo mette su una nave e lo deporta, senza giudizio, a Cartagena in Spagna. Fabrigas chiede giustizia ai magistrati di Londra e cita il governatore dinanzi alla corte dei giudizi ordinari come colpevole di violazione personale e di arbitrario incarceramento. Il difensore del governatore Mostyn non mancò di ricordare al giurì le supreme necessità militari e politiche e commerciali del dominio inglese nell’isola di Minorca:

 

 

«Voi sapete come gli abitanti di Minorca siano mal disposti verso gli inglesi e verso il governo inglese. Non è da far di ciò meraviglie. Essi discendono dagli spagnuoli: e considerano la Spagna come la patria a cui dovrebbero naturalmente appartenere; né possiamo meravigliarci che non siano ben disposti verso gli inglesi, che essi riguardano come conquistatori… Ora il patriottismo è una bellissima cosa per noi inglesi, e noi dobbiamo ad esso le nostre libertà… Né il governo ha il potere di privarci delle libertà che noi abbiamo conquistato. Ma noi, – continuava il difensore, – dobbiamo preoccuparci di conservare le nostre conquiste straniere. Se lo spirito di patriottismo prevalesse in Minorca, noi perderemmo quell’isola, e con essa perderemmo il nostro commercio nel Mediterraneo».

 

 

Non torna alla mente, leggendo le parole del difensore del generale Mostyn, la frase del cancelliere tedesco: necessità non ha legge?

 

 

Ma già nel 1773 i giurati inglesi erano chiamati ad applicare le leggi del paese e non a tutelare gli interessi dello stato e dei suoi ceti dominanti, e condannarono il governatore Mostyn, riconosciuto colpevole di un atto non consentito dalle leggi britanniche, assegnando 3.000 lire-sterline al Fabrigas, a titolo di danni. In appello, dinanzi al banco del re, la sentenza è confermata, ed in quella occasione Lord Mansfield pronuncia le seguenti parole, le quali rimarranno mai sempre memorabili, fin che sarà in onore la giustizia, a tutela dei sudditi contro i dominatori:

 

 

«Affermare dinanzi ad una corte inglese di giustizia una proposizione così mostruosa come quella che un governatore, solo perché agisce in virtù di lettere patenti emanate sotto il gran sigillo, può fare ciò che a lui piace; dire che egli è responsabile solo verso Dio e verso la propria coscienza; sostenere qui che ogni governatore in ogni luogo può agire da autocrate, che egli può spogliare, saccheggiare, impadronirsi dei corpi dei sudditi e diminuire la loro libertà, senz’essere delle sue azioni responsabile verso nessuno – no, non è questa una dottrina sostenibile. Se egli non potesse essere costretto a rendere ragione del suo operato dinanzi a questa corte, non sarebbe responsabile in nessun luogo… Come si può pretendere che, in un impero così esteso come il nostro, il governatore di qualsiasi colonia o provincia appartenente alla corona britannica sia assolutamente dispotico e non possa essere chiamato alla sbarra, quasiché egli fosse un re di Francia?».

 

 

In questa solenne sentenza fu consacrato per sempre il diritto di qualsiasi abitante di qualsiasi terra dell’impero di far giudicare dai magistrati «ordinari» ogni disputa insorta fra di lui ed il governo britannico ed i suoi rappresentanti. Era questa nel 1773 ed è ancor oggi novità così grande da parere quasi sovrannaturale. Raccontasi che il governo (inglese) dell’India contrastasse ad un villaggio indigeno il diritto alle terre che i suoi abitanti coltivavano ed avesse ottenuto sentenza favorevole alla sua tesi dalla suprema corte dell’India. Trattavasi di una tribù primitiva, ed i suoi membri già erano persuasi che il «governo» avesse da sé deciso la causa in proprio favore, quando il loro avvocato li persuase ad appellare dalla corte indiana al comitato giudiziario del consiglio privato in Londra, che ha suprema autorità in questa materia. La sentenza fu revocata ed i poveri indiani videro subitamente riconosciuti tutti i loro diritti da una autorità invisibile, di cui essi non erano in grado di intuire la natura e dinanzi a cui persino il viceré si inchinava senza fiatare. Essi, ragionando con le loro idee primitive, conclusero che questo potere, misterioso e benefico, era un potere divino, e d’allora in poi il comitato giudiziario del consiglio privato divenne in quella tribù oggetto di cerimonie religiose. Questa può essere leggenda che idealizza le idee che paiono più sublimi e benefiche ai popoli. Ma non sono una leggenda le sentenze da cui essa è nata.

 

 

Il 15 maggio 1917 il giudice Coleridge emetteva un’altra di queste storiche sentenze, nelle quali si riassume tutta l’idea imperiale inglese. Trattavasi di un certo Gruban, di nascita tedesco, e naturalizzato inglese dopo la dichiarazione della guerra europea. Si lagnava egli che un suo socio l’avesse costretto a cedergli, senza compenso, la sua parte nell’importante azienda industriale da lui diretta in Inghilterra, minacciandolo altrimenti di farlo internare e di fargli confiscare la sua proprietà; e promettendogli, se l’avesse ceduta, di serbargliene a suo favore gli utili. Il Gruban si sottomise al ricatto e cedette la sua proprietà. Dopo una settimana fu ugualmente internato e si vide rinnegate dal socio tutte le fatte promesse. Il socio era di nascita inglese e per di più uomo politico autorevole: membro della Camera dei comuni, di parte radicale.

 

 

Reclamò il tedesco Gruban ed ottenne dal governo la revoca dell’internamento. Liberato, chiamò in giudizio l’ex socio e deputato, con azione di danni. Il giudice Coleridge, chiudendo la esposizione del caso durata due ore e mezza, così diceva ai giurati:

 

 

«L’attore è un tedesco naturalizzato di recente. Noi siamo in guerra col suo paese nativo e noi combattiamo un nemico non ordinario. Noi combattiamo un nemico senza cuore, senza pietà, barbaro, spoglio degli istinti comuni dell’umanità. L’attore è dunque grandemente pregiudicato dinanzi ai nostri occhi. Ma voi vi mostrerete superiori, dandogli il vantaggio del vostro giudizio imparziale. Il convenuto è un uomo pubblico, eminente nella vita politica, ed è naturale perciò che egli abbia molti amici e molti nemici. Ma le preferenze le predilezioni le antipatie le animosità gli affetti debbono tutti essere banditi quando un giurì è chiamato a decidere sulla base di prove e su queste soltanto. Nel centro di questa nostra città di Londra ha sede la più alta corte criminale del paese. Sulla sua cupola, alta sopra le dimore affaccendate degli uomini, è posta la statua dominatrice della giustizia. Da una parte essa tiene la spada, con cui abbatte i malfattori; dall’altra mano essa regge le bilancie della giustizia. Nel decidere sul caso presente voi non permetterete, signori giurati, che nessun pregiudizio turbi la giusta uguaglianza di queste bilancie».

 

 

Il giurì condannò il deputato inglese a pagare 4.750 lire-sterline di danni al suo ex socio, di nazionalità tedesca, da poco naturalizzato.

 

 

Sui campi di Francia e d’Italia, inglesi, francesi, italiani e belgi e czechi combattono per preservare intatto e per far trionfare nel mondo un ordinamento politico di cui le citate sentenze sono una manifestazione esteriore che tocca le cime del sublime e del divino. Sarebbe una sventura inenarrabile se i capi politici di nazioni, le quali hanno codificato nelle sentenze dei loro magistrati i principii immortali dell’uguaglianza del suddito al governante, del cittadino allo straniero, delle razze inferiori alle razze superiori, non fossero capaci di concepire ed attuare forme di super-stato atte a rivaleggiare con quelle che i nemici hanno tentato di creare il 12 maggio al gran quartiere generale tedesco. Sarebbe una sventura ed una vergogna. Poiché mentre i nemici sinora hanno dato prova di incapacità a creare stati che siano cementati non solo dalla forza ma anche dalla volontà dei popoli, mentre la Germania teneva a freno l’Alsazia solo collo sbattere delle sciabole e la Polonia colla espropriazione delle terre polacche e l’Austria stringeva colla forca i vincoli tra i suoi popoli discordanti, noi abbiamo dalla parte nostra esempi meravigliosi di creazioni politiche: due stati unitari, Francia ed Italia, creati e serbati dalla volontà di popolazioni appartenenti alla medesima schiatta; una confederazione, quella nordamericana, in cui si fondono armonicamente, come in un crogiuolo, uomini bianchi e di colore, discendenti di inglesi, irlandesi, italiani e slavi, in cui alle parti è lasciata massima libertà ed al tutto è concesso, coi poteri di un presidente eletto, il massimo di forza accentrata; abbiamo finalmente, in quello che si è convenuto di chiamare l’impero inglese, l’immagine vivente della futura società di nazioni, una vera commonwealth of nations, per razze per lingue per cultura per sviluppo economico diversissime, le quali vivono indipendenti le une dalle altre, non vincolate da tributi obbligatorii da pagarsi alla madrepatria, o da questa alle colonie; ma collaboranti, attraverso a tentativi faticosi ed istruttivi, per via di discussione e di consenso, ad un’opera comune. Noi che possediamo, già in parte attuata, la forma politica dell’avvenire, lasceremo che la medieuropa compia tranquilla l’opera sua di cementazione e di ricostruzione? Ci contenteremo di far dell’ironia sul vassallaggio dell’Austria o non vorremo dimostrare ai czechi, agli slavi meridionali, ai romeni, ai polacchi, ai finlandesi ed agli altri popoli che la medieuropa vuole attirare a sé, che il tentativo medieuropeo è pericoloso per le nazionalità non dominatrici, è tutto imperniato sul predominio non della Germania o dell’Austria, ma di una ristretta classe politica ungaro-tedesca, la quale afferma e crede di essere la sola atta a riorganizzare il mondo? Se noi non sapremo agitare ideali, se noi, che siamo stati capaci di creare forme politiche così alte, non sapremo fare un passo innanzi e non tenteremo di attuare l’idea di uno o di parecchi organismi statali di ordine superiore, in cui le piccole nazionalità possano trovare difesa, da uguali ad uguali, grave è il pericolo che quelle piccole e disperse nazionalità si acquietino, per amore o per disperazione, alla protezione, larvata di autonomia, che sarà per concedere loro contro l’anarchia e le guerre intestine, il nuovo super-stato medieuropeo. Per abbatterlo, per impedirgli di nascere forte e vitale, non basta la forza delle armi. Questa è forza esteriore. Occorre la forza interna, che è quella delle idee.

 

JUNIUS

 

 

III

 

Perché gli americani combattono in Europa?[4]

 

Signor direttore,

 

 

L’intervento degli americani deve avere cagionato ai tedeschi una stupefazione più grande assai di quella da cui erano stati colpiti a causa dell’inopinato intervento inglese nell’agosto 1914. Per questo era pronta da mezzo secolo la spiegazione. Da Marx e da Treitschke in poi, il «borsellino» non era stato l’unico movente delle azioni dei cugini britannici? E perciò l’invidia inglese nel vedere riempirsi rapidamente anche il borsellino germanico era la vera ed unica ragione per cui l’Inghilterra era scesa in campo. Ma gli americani? Per qual matta frenesia si eran decisi a buttar dalla finestra i miliardi che la neutralità aveva loro fruttato per due anni e mezzo?

 

 

Dopo lunghe incertezze pare che ora la teoria si sia fissata nella patria della critica storica; e, se son vere le relazioni stampate per le gazzette, l’imperatore Guglielmo ne avrebbe comunicato ai popoli i risultati ultimi: causa dell’intervento sarebbe l’errore commesso dagli americani nell’eleggere a lor presidente un «professore», invece di un vero uomo politico. Un «uomo di stato» non si sarebbe così scioccamente lasciata sfuggire l’occasione magnifica di mettersi d’accordo con la Germania, per saltare addosso all’Inghilterra e, distruggendone la potenza navale, appropriarsi una buona metà dell’opimo bottino coloniale divenuto così disponibile. E, se vogliamo essere giusti, tutti coloro tra noi che in fondo al cuore conservano non poco disprezzo verso il «professore» italiano – o non era questo il saluto che all’on. Salandra indirizzava un antico presidente del consiglio? – il quale aveva rinunziato per vaghe idealità a far bottino di Nizza, Corsica e Tunisi, non sono ancora riusciti a capacitarsi della misteriosa ragione per cui gli americani del nord non abbiano seguito i consigli della Germania.

 

 

Bei matti e simpatici, pensano gli uni, da sfruttare, facendoci imprestare più quattrini che ci sarà possibile ed aiutare nel distribuire la carta d’Europa a nostra soddisfazione. Accorti mercanti, ribattono i furbi, i quali pensano che, dopo tutto, gli americani sono corsi in aiuto dei loro debitori, per salvarli dalla sconfitta e dal fallimento e metterli in grado di far fronte ai loro impegni.

 

 

Che l’invidia del rapido arricchimento tedesco sia stata la causa dell’entrata in guerra dell’Inghilterra è oramai una teoria coltivata soltanto dai tedeschi ed in Italia dai socialisti ufficiali e dai neutralisti costituzionali, soli superstiti zelatori della un tempo acclamatissima teoria del materialismo storico. Un calcolo spinse, è vero, gli inglesi nel paese di Fiandra; ma fu l’istesso calcolo che aveva spinto Elisabetta contro Filippo secondo, Guglielmo d’Orange contro Luigi quattordicesimo, Pitt contro Napoleone: il calcolo di chi preferiva di immolare subito vita e ricchezze pur di non correre in avvenire il pericolo di cadere vittima della potenza egemonica europea. Finché gli inglesi saranno capaci di sacrificare il quattrino presente alla ricchezza futura le nazioni non egemoniche conserveranno libertà ed indipendenza in Europa. Il giorno in cui, simili ai cartaginesi del tempo d’Annibale, essi pregieranno i loro traffici e lucri immediati più del bene sacro della libertà patria, sarà libero il campo al popolo sopraffattore per soggiogare prima l’Europa e poi schiacciare l’Inghilterra. Gli inglesi, dunque, combattono nelle Fiandre e sulla Somme e sull’altipiano d’Asiago per salvare se stessi, il loro impero e la libertà delle venture loro generazioni; e così combattendo, giovano ora, come giovarono nel ‘600, nel ‘700 e nell’800, alla causa della libertà europea.

 

 

Ma se questa è oramai verità incontroversa, quale è la ragione dell’intervento americano? Perché, contrariamente ai buoni consigli germanici, gli Stati uniti non hanno seguitato a lucrare miliardi, rimanendo neutrali, e non hanno colto l’occasione per stendere le mani – e si sa quanto lunghe sieno le braccia e le gambe dello zio Sam – sul Canada e sull’Australia, lasciando l’Africa e l’India alla Germania? L’enigma è tanto più misterioso quando si pensi che, per venire in Europa, gli americani hanno dovuto far gitto di tutta una loro tradizione secolare di politica estera. Rimonta questa tradizione al famosissimo discorso di addio pronunciato nel 1796 da Washington.

 

 

«La regola aurea della nostra condotta riguardo alle nazioni forestiere sia, pur estendendo con esse relazioni commerciali, di avere secoloro i minimi rapporti politici che sarà possibile. L’Europa coltiva interessi, i quali non hanno alcuna o tenuissima importanza per noi. Perciò essa è frequentemente impigliata in contese, le ragioni delle quali ci sono sostanzialmente estranee. Sarebbe perciò poco saggio imbrogliarci, con legami artificiali, nelle vicissitudini ordinarie della sua politica o nelle consuete combinazioni e collusioni delle sue amistà o inimicizie. La nostra situazione staccata e lontana ci invita e ci dà il mezzo di seguire una via differente. La nostra vera politica sta nel tenerci lontani da alleanze permanenti con qualsiasi parte del mondo straniero».

 

 

Fu, per citare solo l’applicazione più importante del messaggio d’addio di Washington, in ossequio ad esso che il presidente Monroe declinò nel 1823 l’invito del segretario britannico agli affari esteri, Roberto Channing, di cooperare con l’Inghilterra per opporsi ai tentativi della Santa alleanza di ristabilire il dominio spagnuolo sulle rivoltose colonie dell’America del sud. L’invito cadeva in terreno simpatico, poiché già allora l’ideale panamericano brillava dinanzi alle menti degli uomini di stato d’oltre oceano. Ma nonostante che i maggiori politici di quel tempo, e basti citare Jefferson, il grande presidente democratico, e Madison, il formulatore, con Hamilton e Jay, della costituzione, opinassero che l’Inghilterra fosse l’unica nazione al mondo con cui gli Stati uniti avessero comunanza d’ideali e nutrissero cordiale amicizia, fu più forte l’ossequio alla ammonizione washingtoniana, che Jefferson stesso nel 1801 aveva formulato taglientemente così: «Pace, commercio ed amicizia onesta con tutte le nazioni, alleanza con nessuna». E così fu che Monroe nel celebre messaggio del 2 dicembre 1823, respingendo l’offerta d’alleanza dell’Inghilterra, dichiarava che l’America non intendeva intervenire in Europa nella contesa tra la reazionaria Santa alleanza e le potenze liberali e nel tempo stesso affermava che il nuovo mondo era oramai chiuso a nuove colonizzazioni da parte del vecchio. Gli Stati uniti riconoscevano così che l’invito dell’Inghilterra ad opporsi ai tentativi della Santa alleanza di opprimere le rivoltose popolazioni del Sud America era giusto e nobile; ma vollero apertamente significare al mondo che essi si facevano paladini della libertà delle antiche colonie spagnuole, perché né essi volevano aver voce negli affari europei, né soffrivano che l’Europa la serbasse negli affari americani.

 

 

Se perciò il Wilson durò , traverso a molte incertezze, una fatica di quasi tre anni per persuadere gli americani a romper guerra con la Germania, fa d’uopo riconoscere che non era possibile offendere a cuor leggero una tradizione fondata su così solenni documenti e serbata inviolata per centoventi anni. E se finalmente la tradizione fu rotta e gli Stati uniti per la prima volta uscirono dal loro splendido secolare isolamento, ciò accadde perché il «teorico» presidente di oggi vide ergersi di nuovo sull’orizzonte un pericolo che da lungo tempo più non esisteva quando Washington formulava e Jefferson e Monroe ribadivano la teoria del «non Intervento». Nel 1790 erano passati 33 anni da quando la pace tra Inghilterra e Francia aveva ridotto il Canada francese allo stato di colonia inglese; e da 33 anni era cessata ogni ragione perché i coloni americani sentissero minacciata la loro libertà civile e la loro indipendenza nazionale da una potenza militare straniera. Finché quel pericolo durava, finché gli arditi ed intraprendenti capi militari francesi minacciarono di fondare un impero coloniale che dal San Lorenzo attraverso i grandi laghi ed al Mississipi poteva congiungersi colla colonia pur francese della Luisiana sul golfo del Messico, finché gli indiani trovarono aiuto e consiglio negli avventurosi guerrieri della francese Quebec, i coloni anglosassoni avevano guardato alla madrepatria come a guida ed a schermo. Fino allora nessuno pensava che l’America potesse fare a meno dell’Europa o straniarsi dalle contese europee. Quelle contese erano anche contese americane, perché l’istesso nemico minacciava la madrepatria in Europa ed i coloni in America. La cessione del Canada francese all’Inghilterra ruppe la solidarietà fra America ed Europa. Rimasti per un secolo e mezzo senza nemici immediati, liberi di espandersi liberamente sulle immense pianure del far-west, che sempre più si dilungava verso l’occidente, gli Stati uniti poterono illudersi di non avere nulla da spartire nelle contese della vecchia Europa. I vicini erano americani anch’essi, privi di ambizioni territoriali: canadesi viventi liberi nel seno della grande federazione dei popoli britannici: messicani, occupati nelle loro intestine discordie od intesi ai progressi materiali sotto la guida di un geniale «tiranno», il generale Porfirio Diaz.

 

 

Dal sogno dell’isolamento li scosse rudemente la diana di guerra del 1914. Forse, se a capo degli Stati uniti si fosse trovato un uomo politico ordinario, uno dei veterani delle battaglie elettorali tra repubblicani e democratici, gli americani non avrebbero visto nulla e si sarebbero contentati di trarre profitto dalla neutralità , vendendo ad amendue i belligeranti, al più alto prezzo possibile, i frutti del lavoro americano. Era la politica che oggi tanti ancora invidiano alla Spagna, la quale senza rischi arricchisce e vede la sua peseta salire al primo posto tra le monete del mondo.

 

 

Ma, per ventura somma di noi e sovratutto delle venture generazioni degli americani, a capo della repubblica c’era un veggente, uno scrittore di storie della sua patria, un erede non della lettera, ma dello spirito dell’azione dei suoi grandi predecessori, dei Washington, dei Jefferson, dei Lincoln. Egli vide che di nuovo gli Stati uniti erano minacciati a tergo da un nemico più formidabile di quello che da Quebec nella prima metà del secolo diciottesimo insidiava la vita delle tredici giovani colonie. Più formidabile, dico; perché il nemico d’un tempo era semplicemente ambizioso guerriero ardito cavalleresco: combatteva per la voglia di menar le mani e di acquistar gloria alla Francia, piantando su nuove città e su nuovi forti la bandiera dei fiordalisi. Ma non era mosso da un’idea, non era animato dallo spirito della propaganda, della evangelizzazione, della cattolicità. Il nemico d’oggi è più pericoloso, perché è un’idea incarnata in un popolo convinto della propria superiorità spirituale su tutti gli altri popoli, l’idea che il popolo «eletto» abbia il diritto di vivere libero, di avere il suo posto al sole senza dipendere dalla volontà di nessun altro popolo e senza venire con questi ad accordi ed a transazioni. Poiché nel mondo moderno dell’economia divisa, degli scambi rapidi e frequenti, la vita «libera», «autonoma» è una fallacia assurda, poiché ad ogni popolo, che non voglia sopraffare gli altri, è giuocoforza venire con gli altri a transazione e ad accordi, dare per ottenere, lavorare per gli altri per ottenere che gli altri lavorino per lui, poiché l’«indipendenza» assoluta è un mito irrealizzabile, dovendosi dipendere dagli altri per avere ciò che in casa non si possiede, per dare altrui ciò che in casa si ha di troppo, così per deduzioni logiche ferree il popolo che vuole essere «libero», che non vuol riconoscere di dover dipendere dagli altri per avere il proprio posto al sole, quel popolo deve aspirare al dominio universale. L’irrequietudine tedesca degli ultimi vent’anni, quel loro continuo lamentarsi, in mezzo ad inauditi trionfi economici, di non potere trarre liberamente il fiato, di non avere abbastanza posto al sole, di non potere vivere «da sé», senza dipendere da altrui, quelli erano i contrassegni caratteristici dell’idea peculiare che della «libertà» si fanno i popoli eletti da Dio. Questa libertà non si acquista se non quando un popolo solo acquista a mano a mano il dominio del mondo e diventa bastevole a sé, libero assolutamente di muoversi, perché, essendo il suo territorio esteso a tutto l’orbe, fuori di esso non esiste più nulla di cui si abbia bisogno e da cui perciò si sia dipendenti, di cui si sia schiavi, che tolga, anche in minima parte, il fiato e limiti il posto al sole.

 

 

È una terribile creatrice di guerre, l’idea della libertà illimitata e senza freni: e da essa trassero origini le realtà e le immagini di impero universale che si chiamano impero d’Alessandro, impero romano, di Carlo quinto, di Luigi quattordicesimo, di Napoleone primo; tutti combattenti per la libertà dei popoli, che essi volevano raggiungere e che talvolta, come al tempo di Roma, effettivamente ottennero, trasformando il mondo conosciuto in un mondo di unica civiltà greco-latina. Wilson vide che bisognava soffocare l’idra rinascente in sul nascere. All’idea della libertà del popolo eletto egli e noi opponiamo l’idea della libertà che è vincolo, che è servitù, che prima di essere e per essere godimento, è sacrificio. Noi vogliamo essere liberi, ma vogliamo che anche gli altri siano liberi, e perciò noi riconosciamo che è sorte comune degli uomini di essere servi gli uni degli altri. Nessun popolo eletto e tutti i popoli fratelli nella servitù degli umili riti della vita materiale e nelle gioie delle conquiste ideali.

 

 

Venendo in Francia ed in Italia, gli americani sanno di combattere per se stessi ed insieme per noi ed anche per il nemico. Combattono per sé, poiché l’esperienza insegna come ai sogni di dominio universale non vi sia fatalmente alcun limite. I romani conquistarono la Spagna e l’Africa e poi la Macedonia e poi l’Oriente e poi l’Egitto e la Gallia nolenti, perché non era possibile ad essi far a meno di conquistare. E Napoleone non diceva di essere «costretto» a far guerra? e non era forse egli in gran parte sincero nel dir ciò, quando si pensi che sicurezza assoluta di vita non v’è per alcun stato, che per un popolo non v’è libertà assoluta se non quando tutti gli altri stati siano debellati e tutti i popoli costretti a servire? Gli Stati uniti combattono oggi la guerra per la libertà dell’Europa per non essere «costretti» a combattere fra cinquant’anni una guerra assai più dura e fiera contro la potenza che in Europa, senza il loro intervento, avrebbe forse ora conquistato l’egemonia. Mentre salvano noi dall’aggressione e dalla scomparsa del nostro tipo di civiltà, salvano se medesimi da una lotta più cruenta e forse perduta. Ma combattono anche per i nemici. Contro uno di essi, il più forte ed il solo degno, essi e noi combattiamo una lotta d’idee, la quale finirà il giorno in cui anche i tedeschi si saranno persuasi che la libertà non è dominazione, ma è servizio. Servizio reciproco, ma servizio. La guerra sarà vinta da noi quando i tedeschi si saranno persuasi che è un folle, un criminoso sogno il pretendere di essere sovranamente liberi; che fa d’uopo cercare quella libertà che è compatibile con la libertà degli altri, quel posto al sole che non ruba il posto che altri si è conquistato e vuole tenere per sé e dimostra, lottando, di meritare di tenere per sé.

 

 

Contro l’altro nemico, la guerra che si combatte è necessariamente una guerra di annientamento. Le voci di milioni di antichi sudditi austro-ungarici rifuggitisi nell’ospitale contrada nordamericana hanno persuaso il presidente Wilson e il suo popolo che l’impero austro-ungarico è una sopravvivenza arcaica degli stati di famiglia dei secoli scorsi. Utile baluardo contro il turco ed il moscovita, quel tipo di stato ha chiuso il suo ciclo. Non ha la forza di aspirare alla monarchia universale e di attuare in terra il verbo della libertà assoluta per il popolo eletto; e non può vivere se non comprimendo la libertà dei popoli a forza tenuti riuniti dagli odi e dalle discordie reciproche.

 

 

Noi italiani che, sovratutto, per ragioni di vicinanza e per la liberazione dei fratelli soggetti, combattiamo questa maschera di stato, siamo perciò gli alleati naturali degli Stati uniti. Ma importa non dimenticare mai la verità fondamentale: che gli Stati uniti sono nostri alleati perché e finché noi combattiamo per la libertà nostra ed insieme per la libertà altrui. Il pericolo per gli Stati uniti è lo spettro della monarchia universale. Lo spettro non svanirebbe se l’Austria, pur restituendoci Trento e Trieste, continuasse a vivere vassalla della Germania imperiale di oggi. Perciò gli Stati uniti non hanno interesse a combattere per noi per aiutarci soltanto a liberare i fratelli nostri o ad attuare le altre esigenze del patto di Londra; sì, hanno interesse ad aiutarci ad attuare i nostri ideali, in quanto essi siano compatibili con la superiore necessità della liberazione dei popoli oppressi dalla monarchia austro-ungarica, senza di cui questa, rimanendo fida vassalla della Germania, continuerebbe a consentirle nel futuro quell’egemonia medieuropea, che è un primo e gran passo verso l’egemonia europea. La ferrea logica vuole che, ove si voglia efficacemente tagliar la strada all’attuarsi dell’ideale della libertà assoluta dei dominatori del mondo, bisogna serrarsi uniti sotto la bandiera della libertà che è reciproco servizio. Noi non possiamo diventare veramente liberi se non guarentendo la uguale libertà degli altri. In difesa di questo principio sono scese sulla Marna e sul Piave le schiere americane ed in difesa di questo principio dobbiamo combattere pur noi, se vogliamo che i nostri fini di guerra non siano quelli stessi di dominazione e di sopraffazione per cui combattono tedeschi ed austriaci.

 

JUNIUS

 

 

 

IV

 

Il dogma della sovranità e l’idea della Società delle nazioni[5]

 

Signor direttore,

 

 

Anche in Italia, associazioni e congressi cercano di chiarire e diffondere l’idea, bandita dal presidente americano, della società delle nazioni. Affinché tuttavia quell’idea possa attuarsi e, attuata, dar frutti quali si propongono i suoi apostoli, uopo è che ne sia ben chiara la significazione e nitidamente siano esposti i risultati effettivi ai quali essa ci può recare. Vi è un metodo sicuro per saggiare le veracità delle adesioni che oggi si moltiplicano d’ogni parte all’idea della società delle nazioni, anche e forse sovratutto per opera di chi fino a ieri credeva alla invincibilità ed alla missione divina tedesca, ed oggi crede o finge di credere che la social democrazia tedesca, giunta a sostituire il suo stato allo stato imperiale, abbia il compito di rinnovare il tessuto sociale e politico dell’Europa: ed è di chiedere fino a qual segno i novissimi neofiti siano disposti a rinunciare al dogma della sovranità assoluta dello stato imperiale, democratico o proletario. Fa d’uopo chiedere se essi credano che lo stato goda di una sovranità perfetta ovvero solo di una sovranità relativa, condizionata all’esistenza ed alla cooperazione di altri stati sovrani. Nelle pagine della sua Politica Treitschke scrisse sarcasmi feroci contro le teorie di coloro i quali pretendevano che dopo il 1871 Baviera e Sassonia, Baden e Wurttemberg fossero ancora veri stati: vero stato essendo ai suoi occhi soltanto quello a cui spetta il diritto della pace e della guerra. L’appellativo «signore della guerra», che davasi all’imperatore tedesco, significava appunto l’attributo sovrano che egli solo possedeva, a differenza di tutti gli altri principi confederati tedeschi, ed a somiglianza degli altri sovrani o presidenti di stati indipendenti, di dichiarare la guerra e di firmare la pace. Dal quale attributo discendono tutte le altre qualità dello stato sovrano e perfetto: di potere, esso solo, esigere ubbidienza assoluta dai suoi cittadini, far leve e riscuotere tributi, impartire giustizia, senza essere soggetto ad alcuna corte giudiziaria posta al disopra di sé; far leggi obbligatorie per tutti gli enti morali e le persone fisiche viventi entro la cerchia del territorio nazionale; negare la sovranità indipendente di qualsiasi corpo, come la chiesa, esistente entro il territorio suo; stipular trattati con altri stati sovrani e denunciarli.

 

 

Questo, in brevi parole, il dogma della sovranità dello Stato, indipendente dagli altri stati, unità perfetta in se stesso, che si ammira nei trattati scolastici e si custodisce gelosamente, come la gemma più preziosa del patrimonio nazionale. Forse appunto perché esso è riuscito a penetrare, quasi inconsapevolmente, nel patrimonio spirituale degli uomini d’Europa, urge dimostrare che esso è in contrasto insanabile con l’idea della società delle nazioni. Poiché, se fu necessario sconfiggere il nemico, se assai ha giovato che l’augurio fatto in altra mia lettera affinché venisse cacciata la dinastia tedesca siasi così rapidamente avverato, sovra ogni altra cosa è necessario distruggere le idee da cui la guerra è stata originata. Tra le quali idee feconde di male, se condotte alle loro estreme conseguenze, quella del dogma della sovranità assoluta e perfetta in se stessa è massimamente malefica.

 

 

In un popolo equilibrato e non fantasioso, come l’italiano, quel dogma può restringere forse la sua malefica virtù nel persuadere qualche cultore di diritto pubblico a compiere una costruzione elegante che sarà imparata con stupefazione dagli studenti e battuta in breccia dallo estensore di una ancor più ardita ed elegante memoria accademica; potrà dare lo spunto, in occasioni solenni, a formali rivendicazioni della dignità nazionale alla tribuna parlamentare. Ma qui non si ferma la virtù venefica del dogma della sovranità presso i popoli, che sovrani filosofi politici ed economisti hanno fatto persuasi della loro missione divina e rigeneratrice. Le razze elette, come quella germanica era stata persuasa di essere dalla letteratura pangermanistica, adoperano quel dogma come uno strumento affilatissimo di conquista e di supremazia, la quale non può aver piena soddisfazione, se non quando diventi mondiale.

 

 

«Poiché, – giova spesso seguire il filo del ragionamento che ancor non sappiamo se sia ben morto nello spirito dei nemici, – se lo stato germanico doveva essere veracemente, e non soltanto per forma, sovrano, doveva avere non la sola potestà , ma anche la capacità a far la guerra. Quindi fu necessità strappare alla Danimarca anche le provincie danesi dei ducati dello Schleswig-Holstein, affinché con sicurezza potesse costruirsi il canale dell’imperatore che permette alla flotta di passare dal mar Baltico al mare del Nord. Fu necessario che Bismarck cedesse a Moltke, il quale nel 1871 volle, oltreché Strasburgo, pure Metz, vitale per la difesa della frontiera. Se fu perdonabile allora, per l’ignoranza tecnica del pregio dei giacimenti di minerali di ferro fosforoso, non impadronirsi del bacino di Briey, sarebbe stata oggi inescusabile la ripetizione del medesimo errore, il quale avrebbe lasciato la Germania fra qualche decennio o secolo priva dei mezzi di condurre la guerra. Chiusa nel mar Baltico, con la breve riva sul mare del Nord soggetta a facili sbarramenti, la Germania non ha respiro; e la sua flotta non può uscire in alto mare. Anche la dominazione della costa belga e francese sino a Calais e l’assorbimento dell’Olanda nell’impero sono necessità assolute, ove si voglia che questo sia davvero sovrano e libero dalle sopraffazioni britanniche. Troppo è vicino il confine polacco al cuore della Germania, alla capitale, che è sede degli organi sovrani del paese. Nonché quindi restituire la Posnania, urge sottomettere al protettorato tedesco la Polonia russa e rivendicare le provincie baltiche, le cui classi dirigenti son tedesche e ben atte a trasformare, come già accadde dopo il 1000 nella Prussia occidentale, in germaniche le razze inferiori dei lettoni e lituani».

 

 

Ma a questo punto il dogma della piena sovranità politica impone che tratti così estesi di territori non rimangano interclusi da territori di potenze straniere e separati dal mare caldo, navigabile in ogni stagione, che è condizione di vita libera in tempo di pace e di guerra. Quindi si conducano i protettorati tedeschi sovra la Finlandia e la Carelia sino alla costa murmana libera dai ghiacci e sovra la Ucraina sino al mar Nero.

 

 

Né qui si ferma la potenza diabolica dell’idea fissa della sovranità. La quale non può essere politicamente e militarmente, se non è altresì economicamente. Lo stato commerciale chiuso non è soltanto una astrazione ideologica del filosofo Fichte. Deve diventare una realtà, se lo stato germanico deve essere veramente sovrano ed indipendente; se non deve rassegnarsi a vivere grazie alla tolleranza degli stati stranieri e principalmente dell’impero britannico. Non solo ferro, ma cotone e grano e rame e gomma elastica e le altre innumeri cose necessarie a condurre la guerra ed a vivere in pace, deve l’impero possedere entro i suoi confini. Come altrimenti potrebbe adesso vivere di una vita piena e sicura come si addice ad uno stato sovrano?

 

 

Così, per via di deduzioni impeccabili, il dogma della sovranità aveva condotto i teorici tedeschi, i grandi politici ed economisti del secolo diciannovesimo ad allargare via via il sogno della più grande Germania di Federico List del 1841 fino al disegno dell’Europa centrale del Naumann, sino alla supremazia sull’Austria, sui Balcani, sulla Turchia, infino allo sbocco sul golfo persico, senza che a questo punto potessero fermarsi le aspirazioni di predominio. La pazzia ragionante non ha confini alle sue logiche deduzioni. Sicurezza esige sicurezza. La Mesopotamia non è sicura senza il dominio della Persia e dell’Egitto. Né la Persia e l’Egitto si difendono efficacemente senza la dominazione dell’India e dell’Africa mediterranea e centrale. Sempre fa difetto, pur nel territorio ampliato, qualche materia prima, che si rintraccia soltanto in paesi più lontani: il riso o la seta, il nickel o il cobalto, il manganese o la juta. La sovranità piena ed assoluta si raggiunge solo col dominio del mondo: ed a questo sogno furono spinti, dalla logica ferrea della piena sovranità ed indipendenza, i popoli conquistatori di cui la storia racconta le gesta.

 

 

Il sogno di dominazione dei tedeschi è caduto; ma potrebbe risorgere sott’altra forma, inaspettata e mascherata, ove noi non distruggessimo nei cuori degli uomini le idee ed i sentimenti da cui esso trasse origine. Che altro è lo spirito di propaganda dei comunisti frenetici russi e dei socialisti tedeschi se non la novella forma dell’idea che nessuno stato possa vivere se la sua potenza – ieri potenza di armi, domani dittatura del proletariato – non sia perfetta e non si estenda perciò a tutto l’orbe terraqueo? Bisogna distruggere e bandire per sempre il dogma della sovranità perfetta, se si vuole che la società delle nazioni nasca vitale. Lo si può e lo si deve, perché esso è falso, irreale, parto della ragion ragionante. La verità è il vincolo, non la sovranità degli stati. La verità è la interdipendenza dei popoli liberi, non la loro indipendenza assoluta. Per mille segni manifestasi la verità che i popoli sono gli uni dagli altri dipendenti, che essi non sono sovrani assoluti ed arbitri, senza limite, delle proprie sorti, che essi non possono far prevalere la loro volontà senza riguardo alla volontà degli altri. Alla verità dell’idea nazionale: «noi apparteniamo a noi stessi» bisogna accompagnare la verità della comunanza delle nazioni: «noi apparteniamo anche agli altri». Il motto «Deutschland über alles», divenuto mortifero per l’interpretazione che ne diedero non i poeti che lo crearono, ma i filosofi che lo teorizzarono, conduce all’autocrazia universale; ma il motto «Sinn fein» – noi soli – che gli irlandesi hanno innalzato come grido di guerra contro la comunità britannica delle nazioni è l’antesignano dell’anarchia; ed i suoi frutti si vedono nello sminuzzamento della sovranità dei soviet russi, preda immancabile al cesarismo dell’avvenire. Lo stato isolato e sovrano perché bastevole a se stesso è una finzione dell’immaginazione; non può essere una realtà. Come l’individuo isolato non visse mai, salvoché nei quadri idillici di una poetica età dell’oro, come l’uomo primitivo buono e pervertito dalla società fu un parto della fantasia di Rousseau; mentre invece vivono soltanto uomini uniti in società con altri uomini; e soltanto l’uomo legato con vincoli strettissimi agli uomini può aspirare ad una vita veramente umana, solo l’uomo-servo può diventare l’uomo-Dio; così non esistono stati perfettamente sovrani, ma unicamente stati servi gli uni degli altri; uguali ed indipendenti perché consapevoli che la loro vita medesima, che il loro perfezionamento sarebbe impossibile se essi non fossero pronti a prestarsi l’un l’altro servigio. Come potrebbero gli uomini, come potrebbero gli stati vivere, senza retrocedere di millenni, senza ritornare a condizioni di miserabile barbarie, se ognuno di essi non chiedesse agli altri derrate alimentari, materie prime, servigi postali, telegrafici, telefonici, pronto a dare in cambio merci e servigi equivalenti? Come, in tanto fervore di progressi scientifici, si può immaginare per un istante una nazione concentrata unicamente nel perfezionare un suo esclusivo «genio nazionale» senza che ben presto quella nazione vegga le altre, le quali serbarono i mutui rapporti di scambi intellettuali, precederla di gran tratto sulla via delle conoscenze?

 

 

In pace, tutti gli stati avevano diggià dovuto riconoscere limiti e vincoli numerosi alla loro sovranità assoluta; e che cosa sono le convenzioni postali, sanitarie, ferroviarie, sulla proprietà industriale ed intellettuale, sui marchi di fabbrica, se non rinuncie alla sovranità piena ed assoluta dei singoli stati, se non abdicazioni sostanziali, seppure mascherate, dei parlamenti al diritto di legiferare a proprio piacimento entro i limiti del territorio statale? A brandelli era già stata fatta quella veste sontuosa di cui gli stati amavano adornarsi; ma la guerra ne ha strappato loro di dosso fin gli ultimi cenci. Sappiamo tutti che cosa fossero divenute, per necessità ferrea di vita, le sovranità dell’Austria, della Bulgaria e della Turchia. Ma non riflettiamo abbastanza che anche la sovranità assoluta degli stati dell’intesa è divenuta, persino nell’apparenza, un ricordo di tempi trascorsi, per desiderio nostro, per comando dei popoli persuasi che la vittoria stava nell’unità delle fronti economica, politica, militare. Se di qualcosa ci lamentiamo si è di non essere proceduti abbastanza innanzi sulla via della abdicazione alla sovranità. Se i parlamenti si sono rapidamente trasformati in camere di registrazione, quella trasformazione, già iniziatasi del resto prima della guerra, fu imposta dalla necessità. Quando le materie soggette a discussione ed a deliberazione hanno carattere internazionale non possono essere discusse e decise da parlamenti municipali. Sopra agli stati, divenuti piccoli, quasi grandi municipi, ed ai loro organi deliberanti, debbono formarsi, si sono già costituiti idealmente stati più ampi, organi di governo diversi da quelli normali. In Inghilterra accanto al consiglio di guerra britannico sorge il consiglio imperiale di guerra: nell’intesa si crea un comandante supremo degli eserciti; e si convocano conferenze dei primi ministri e dei segretari di stato agli esteri. Oggi Wilson parla da continente a continente, in nome del mondo intiero sorto in arme contro un tentativo di sopraffazione mondiale sgorgato dritto dal dogma della sovranità.

 

 

Già nel 1913 ben 135 convegni internazionali avevano discusso e taluno di essi, avendo carattere ufficiale, aveva regolato, con la riserva puramente formale della sanzione dei poteri deliberanti dei singoli stati cosidetti sovrani, materie internazionali. Ma quanto son cresciute quelle materie durante la guerra! Coloro che, invasati della mania ragionante della sovranità nazionale, avevano nei primi istanti della guerra farneticato di un inabissamento di tutti gli ideali rapporti fra nazioni, di un ritorno allo stato chiuso, ben dovettero ricredersi, poiché subito si vide che la nostra vita medesima, la nostra resistenza alla schiavitù straniera, le nostre vittorie dipendevano esclusivamente dalla nostra capacità a mantenere quei vincoli e quei rapporti con i paesi di là dal mare. Se un tempo ci fu, in cui parve si dovesse disperare dell’avvenire, quello non fu dopo la disfatta russa, dopo l’invasione del Friuli, dopo l’offensiva del marzo scorso. Fu nel primo semestre del 1917, quando i sottomarini minacciavano di rompere i vincoli fra il continente e le isole inglesi, fra l’Europa e l’America. A nulla avrebbe valso lo sforzo magnifico degli Stati uniti; a nulla avrebbe giovato il martirio eroico dei soldati di Francia e d’Italia se i vincoli fra le diverse parti del mondo fossero stati rotti.

 

 

«In lotta con le imperiose necessità della guerra, – disse Lord Robert Cecil, – le nazioni dell’intesa crearono un organismo economico complesso che permise loro di avere la padronanza del tonnellaggio, delle finanze, degli acquisti, della distribuzione delle materie prime per il bene comune di tutta l’alleanza. Un’organizzazione di questo genere, sovratutto se altre nazioni che non ne fanno parte venissero a riunirvisi, potrebbe servire per costringere tutte le nazioni a far parte della progettata società ed a facilitare la coercizione economica di qualsiasi paese meditasse aggressioni».

 

 

Né, a guerra finita, questo sarà il solo ufficio degli accordi, i quali dovranno moltiplicarsi fra stato e stato. Trattati di lavoro per la tutela dei milioni di lavoratori che le necessità della ricostruzione metteranno in moto, da una contrada all’altra; trattati di commercio per la ripartizione delle materie prime e degli alimenti;trattati coloniali, affinché più non si contempli l’onta di popoli civili intesi allo sfruttamento delle popolazioni nere accorse a difendere in Europa la causa della civiltà; trattati di navigazione sui grandi fiumi, come il Danubio, od attraverso gli stretti; trattati portuali per garantire ai popoli dell’entroterra l’uso dei servigi di quei porti che per ragioni di nazionalità sono collocati entro il territorio del popolo abitante sulla costa; trattati tributari per impedire ai cittadini di uno stato di fuoruscire allo scopo di sottrarsi al pagamento dei tributi imposti dalla guerra. Nessuno di questi trattati sarà una vera menomazione dello spirito di nazionalità. Perché solo le nazioni integrate, consapevoli di se stesse, potranno fare rinuncie volontarie che siano innalzamenti e non atti costretti di servitù. Soltanto le nazioni libere potranno vincolarsi mutuamente per garantire a se stesse, come parti di un superiore organo statale, la vera sicurezza contro i tentativi di egemonia a cui, nella presente anarchia internazionale, lo stato più forte è invincibilmente tratto dal dogma funesto della sovranità assoluta.

 

JUNIUS

 

 

V

 

La guerra tra i due ideali continua

 

Signor direttore,

 

 

L’uomo, che oggi ritorna al governo in Italia, ha una fortuna che egli forse, per la notissima sua repugnanza alla fatica filosofica, non apprezza adeguatamente: non solo può contare intorno a sé pochi ma devoti seguaci e pecorelle numerose, sebbene per buon tratto di tempo smarrite; non solo è proclamato l’unico uomo capace di salvare il paese nel terribile frangente odierno; ma è detto tale, quasi egli sia stato l’unico uomo pubblico il quale in Italia abbia avuto fin dall’inizio l’esatta visione di quella che fu l’intima sostanza della guerra mondiale. Di fronte alla gente fatua, la quale vide nella guerra il combattimento fra lo spirito del bene e lo spirito del male, fra il diritto e la forza, fra la giustizia e l’iniquità; di fronte agli scervellati, i quali mossero i popoli a radunarsi in difesa del principio di nazionalità e dovettero assistere, stupefatti, allo scempio che di esso si fece a Versailles, si erge come un colosso quest’uomo, il quale, alieno dai dogmi delle religioni democratica e nazionalistica, vide subito che la guerra altro non era che il cozzo fra opposti ed uguali imperialismi, tra due gruppi capitalistici ansiosi di conquistare il dominio del mondo, e trepidò fin dal primo momento per le sorti della patria nostra, destinata da uomini di governo «privi di coscienza e di intelligenza» a finir vittima della potenza anglo-sassone divenuta egemonica dentro e fuori di Europa.

 

 

Ahimè!, signor direttore, come i critici «realistici» delle religioni democratiche e nazionalistiche sono atti a crearsi essi medesimi una religione; sebbene l’applicare, come oggi si fa con tanta signorile condiscendenza, la «religione» alla comune propaganda elettorale sia un calunniare atrocemente la mistica profondità del sentimento religioso. No, non occorreva il genio del pensatore, ne la visione aquilina dell’uomo di stato per riscoprire, ad armistizio concluso, fra i tritumi degli articoli antimilitaristi delle raccolte ventennali dei diversi «Avanti!» d’Europa, la spiegazione semplicistica che di ogni fatto, di ogni avvenimento grande o piccolo, di una crisi ministeriale nella repubblica del Venezuela, come di una spedizione coloniale contro una tribù nera africana, della guerra dell’oppio come della secolare lotta fra Cartagine e Roma, della rivoluzione francese come della riforma protestante o delle guerre del risorgimento italiano, delle crociate come della guerra mondiale vengono ripetendo quei perfettissimi pappagalli che dalla pubblicazione del vangelo marxista in poi sono divenuti i teorici del socialismo cosidetto, per ischerno verso i metodi della scienza, «scientifico». La più scempia e divulgata risposta della dottrinella a uso dei circoli per l’allevamento della gioventù comunista viene elevata a canone supremo di interpretazione della storia e si proclama l’attitudine di un uomo a ricostruire la patria sua perché gli si fa il torto di avere, «unico» tra gli uomini di governo italiani, visto che la chiave di ogni verità stava nell’aver bene imparato quella spiegazione.

 

 

Naturalmente od «evidentemente», come usa dire il nostro presidente del consiglio, quella oramai riconosciuta e ripetuta da tutti è una spiegazione che non spiega nessun grande avvenimento del passato, che nessuno storico di marca, repugnante dalle falsificazioni marxistiche, ha mai fatto sua se non con tante attenuazioni e riserve da trasformarla anzi rinnegarla, compiutamente; e chi di essa soltanto sia munito è predestinato a comprendere della intima sostanza della grande guerra assai meno di quanto possano fare gli spregiati sacerdoti delle religioni democratiche e nazionalistiche. Ci furono centinaia di migliaia e milioni di uomini, i quali diedero il loro sangue per un ideale nazionale, per riunire alla madrepatria i fratelli oppressi dallo straniero, per difendere il piccolo eroico Belgio dalla prepotenza nemica, per rigettare le orde germaniche dal sacro suolo della Francia e quelle russe dalla sacra, pur essa, terra germanica. E finché il mondo viva e uomini sentano e combattano, quelle forze ideali le quali spinsero milioni di uomini a sacrificarsi non potranno essere recise fuori dal racconto, che degli avvenimenti recenti faranno gli storici.

 

 

Gli storici diranno che se la brama di dominare economicamente il mondo fu una delle cause della guerra, lo fu per un errore commesso non dalle classi dirigenti della Germania e dell’Inghilterra, ma da pochi libreschi detentori di cattedre economiche e politiche e da anacronistici uomini d’arme e di governo della distrutta monarchia tedesca. Immaginarono costoro contro ogni ragionevole previsione, contro i fatti agevolmente constatabili fin da allora, contro gli avvertimenti dei grandi mercanti, navigatori e organizzatori del loro paese, che la Germania soffocasse, che le mancasse l’aria e il sole e che una forza fatale la spingesse a gettarsi sul mondo per salvarsi, dominandolo, dal morire. Fantasia di menti allucinate e di dilettanti impulsivi, che ebbero parte purtroppo nello scatenare la guerra, ma restano fantasie e allucinazioni. Dinanzi all’irrompere delle passioni tacquero, e fu un loro grave torto, i veri fattori della grandezza economica tedesca e lasciarono chiacchierare stoltamente economisti e sociologi; ma potremo per ciò solo asserire che la banca, che l’industria, che il commercio tedesco siano responsabili di una guerra, in fondo alla quale essi non vedevano se non ruine e disastri? E potremo noi onestamente affermare che la guerra sia stata voluta dai grandi gruppi dell’economia anglosassone, quando sono aperte e chiare le carte in cui i più autorevoli rappresentanti di quei gruppi dichiaravano per tempo che la guerra era una dura necessità di vita, che da essa si sarebbe usciti poveri e fiaccati; ma purtuttavia il sacrificio doveva essere sostenuto per la difesa dell’impero e per la salvezza della nazione?

 

 

No. Non fu economico il fondamento primo della guerra. Fu politico, fu nazionale. La guerra fu un combattimento tra opposti ideali politici e morali, fu il crogiuolo in cui si elaborarono i germi di nuove costruzioni politiche. Forse noi non assisteremo al fiorire di quelle nuove creazioni, come i combattenti delle guerre puniche non videro l’impero romano, i crociati non conobbero i nuovi stati monarchici cristiani sorti dalla rovina del feudalesimo, e a volta a volta ideologie confuse nascosero agli occhi dei contemporanei il vero significato delle lotte combattute di cento in cento anni sul tragico suolo d’Europa. Oggi è nel mondo un grande tramestio di idee e di popoli; sicché, attraverso l’esperienza comunista russa, le convulsioni ungheresi e germaniche, le insurrezioni nell’Irlanda, in Egitto e nelle Indie, il fermento sociale e l’anarchia spontanea in Italia, noi stentiamo a riconoscere la vittoria del bene sul male, della giustizia sulla forza che gli ingenui poeti e scrittori politici di parte nostra predicevano durante la guerra. In verità, la creazione di un mondo nuovo è una grave fatica e una pace scritta, anche quando fosse giustissima e sapientissima, non potrebbe accorciare di un giorno la fatica, che appena ora comincia, di porre le fondamenta di un mondo più bello al posto di quello che ebbe termine nel 1914. Appena nel 1848 si vide quale era il termine dei rivolgimenti e delle guerre iniziatesi nel 1789; e noi saremo così impazienti e illogici da volere nel 1920 già vedere compiuta la nuova struttura politica mondiale, sostituente quella morta nel 1914?

 

 

Possiamo tutt’al più scorgere le forze che, sotto il nome di diritto e di forza, di giustizia e di iniquità, di imperialismo germanico e di navalismo anglosassone, tennero e tengono gli uomini esagitati e furibondi. La guerra fu uno sforzo sostenuto per ricreare l’unità spirituale dell’Europa che, dopo essere stata costruita da Roma e serbata dal cristianesimo, era venuta meno, prima per la caduta di Costantinopoli nel 1453, dopo la millenaria gloriosa resistenza degli imperatori romani d’oriente, e poi per la riforma protestante la quale nel cinquecento aveva lasciati i popoli d’occidente privi di quel cemento ideale che la chiesa cattolica aveva sostituito al cemento statuale del morto impero romano d’occidente, invano riesumato dalla pallida ombra del Sacro romano impero. Già tre volte, dalla Spagna di Carlo quinto e di Filippo secondo, dalla Francia monarchica di Luigi quattordicesimo e dalla Francia rivoluzionaria di Napoleone, quel tentativo era stato fatto invano. Ancor più vanamente fu ripreso il tentativo dalla Germania imperiale, quando il mondo si era oramai smisuratamente ingrandito e il tentativo era destinato a frangersi, qualora non avesse mirato alla conquista del globo terraqueo. Più non bastava ricostituire l’unità europea. Troppo piccolo è il giardino d’Europa perché il mondo intiero tolleri a lungo di restringere ad esso la sua storia. Nuovi popoli sono venuti a irrigare col loro sangue il vecchio giardino; ma noi avevamo il torto di non comprendere che non per noi ma per una causa più alta essi avevano sparso il loro sangue. Americani, canadesi, sudafricani, australiani, indiani non combatterono per salvare la Francia o l’Italia o per ridurre la Germania entro i suoi confini o distruggere l’impero austriaco. Questi giovani popoli, la cui storia recente e i cui ideali politici noi non ci curiamo di conoscere, combattevano perché essi avevano un’idea di stato da difendere e reputavano che l’imperatore tedesco fosse l’incarnazione dell’idea contraria. Erano venuti a debellare l’anticristo in terra. Svanito il fantasma dell’imperatore tedesco, dissolto il miraggio corruscante del suo meraviglioso esercito, dispersa la onesta, solida e stolida burocrazia tedesca, non per ciò è chiusa la guerra. La vera, la grande guerra rimane ancora da combattere, ed è fra due idee di stato, fra due metodi di trarre l’uomo dall’abbiezione e dalla miseria, che gli è connaturata, alla perfezione morale verso cui egli tende.

 

 

Il cozzo tra i due imperialismi anglo-sassone e germanico è l’apparenza passeggera del fatto profondo; è il modo volgare con cui gli avvenimenti sono veduti dal neofita nudrito della dottrinella marxistica. Ricchi e poveri, faccie allampanate da lunghi digiuni e stomachi guasti da cibi troppo succulenti si ebbero e si avranno nei più diversi regimi politici, nelle tenebre più fitte della cultura e nelle epoche splendide di fioritura letteraria ed artistica. La guerra e la rivoluzione fatta per scambiare di posto i berretti ed i cappelli, i grassi e i minuti, avrebbe un ben scarso significato se non volesse anche dire un rivolgimento profondo nel modo di vivere, di pensare e di operare, nei sentimenti e nelle idee degli uomini. Orbene, noi siamo ora appunto al partirsi delle vie.

 

 

Da una parte vi sono coloro i quali vogliono creare lo stato e la società da una premessa: l’uomo naturalmente buono e pervertito dalle istituzioni politiche, l’uomo proletario o nudo od uguale agli altri uomini. E su questa premessa costruiscono una società di uguali, uno stato giacobino e tirannico.

 

 

Leggendo le fredde, inesorabili, rettilinee dimostrazioni di Lenin della necessità della dittatura proletaria, dell’abolizione della libertà di stampa, della distruzione delle classi non proletarie, della eliminazione di chiunque non pensi e non viva così come pensano e vivono i puri apostoli della società comunistica sembra di rileggere i discorsi con cui Robespierre chiedeva la testa di coloro che ai suoi occhi dottrinari non sembravano abbastanza «puri», abbastanza «repubblicani», e «virtuosi». I dottrinari i quali spinsero l’impero tedesco alla rovina non ardevano anch’essi per il desiderio di diffondere nel mondo il tipo dell’uomo tedesco, dell’uomo perfetto, unico capace ad organizzare ed a rendere felici gli altri uomini?

 

 

Contro a questa concezione teocratica del popolo eletto, scelto da Dio o dalla storia, armato di una fede o di una dottrina, per attuare la perfezione in terra, sta la concezione romana, cristiana, anglo-sassone dell’uomo reale, misto di virtù e di vizi, di ragione e di passioni, dell’uomo storico, quale si è formato nei millenni, quale è plasmato dalla terra, dalle istituzioni del passato, dalle generazioni precedenti. Contro la ragion ragionante, la quale considera peccaminosa, impura, iniqua, sfruttatrice la persistenza di società diverse da quella perfetta del popolo ebraico o germanico eletto da Dio o dalla repubblica proletaria universale dei consigli degli operai o dei contadini, si erge lo stato tollerante, lo stato giuridico, lo stato conservatore delle tradizioni nazionali, e promotore delle relazioni amichevoli internazionali. La guerra è stata, fino al giorno dell’armistizio, una guerra di difesa di ciò che i popoli hanno più caro, la lingua materna, il tenace vincolo tra l’uomo di razza antica e la sua terra, l’ardente desiderio di possedere per sé il cielo, la terra, le città, le cattedrali, i musei del proprio paese, immuni dalla contaminazione della gente zingaresca che ha per patria il proprio cervello e non vede ciò che non esiste secondo i canoni della ragion ragionante. Nel conflitto tra la ragione e la storia, tra la perfezione uscita dal cervello di un sapiente tedesco e la irregolarità bizzarra ricevuta in eredità dai nostri antenati, vinsero gli istinti antichi della razza e della tradizione; e popoli ritenuti antistorici per eccellenza, popoli devoti agli idoli vuoti delle dee giustizia, libertà ed uguaglianza, come sono quelli francese ed italiano, popoli nuovi venuti su da poco su terre disabitate, come quelle d’America e di Australia, lottarono per conservare la libertà di vivere secondo le inclinazioni dettate dalla storia propria millenaria o dalle vecchie tradizioni importate dalla antica madrepatria. Fu una vittoria della tradizione contro la ragione, dello stato nazionale, storicamente elaborato attraverso secoli di sforzi, dello stato il quale lentamente si avvia a rinunciare a favore della nascente società delle nazioni il governo delle cose materiali infranazionali od universali al solo fine di poter serbare intatto il culto delle tradizioni nazionali e la sovranità propria sugli uomini e sui valori spirituali. E fu vinta la ragion ragionante, fu vinta la bruta idea economica che gli uomini vivano per ingrassare e siano disposti a rinunciare alla libertà e all’indipendenza solo perché un impero universale è meglio atto a fornire panem et circenses alle moltitudini contente dei piaceri della tavola e del circo.

 

Ma, dopo il grande sforzo compiuto, i vincitori, che avevano rivissuto in pochi anni la vita delle generazioni passate ed avevano avuto il pregio supremo di conservare intatto il retaggio trasmesso a noi attraverso secoli di dolori e di trionfi nazionali, giacciono prostrati dinanzi al nemico vinto. Il nemico non è più la Germania imperiale; poiché in verità quello non era mai stato il nemico vero. Né il nemico è oggi la Russia comunista. Il nemico è in noi; nella nostra carne e nelle nostre passioni, nelle idee dissolvitrici le quali ci persuadono che a nulla giovano il sacrificio e il dolore, ed è vana la pazienza nel sopportare la gravosa eredità del passato; ma importa godere e vivere. E poiché, se le moltitudini lasciano volontieri ai pochi la palma del sacrificio e del martirio, e difficilmente si persuadono che la felicità in terra è il retaggio di alcuni pochi privilegiati spregiatori dei beni materiali, ecco sfrenarsi la corsa al piacere e trionfare le passioni dell’invidia, della concupiscenza e dell’odio. Ecco farsi avanti gli apostoli dell’uguaglianza perfetta, i predicatori del comunismo, i dissolvitori di quei sensi di devozione, di sacrificio, di rispetto alla tradizione che sono il cemento delle società umane. Ecco perché, signor direttore, la dottrinella dei due imperialismi mi sembra, oltreché sbagliata, dannosa al nostro paese. In un momento in cui le forze ricostruttive della nazione debbono essere intente a ricreare un’Italia vigorosa, legata al suo passato, vivente della sua tradizione paesana e capace di portare un contributo di esperienze schiette e di valori spirituali indigeni nel gran concerto delle nazioni, non giova dire all’italiano: tu sei debole, tu sei rovinato perché della tua carne fecero scempio i rivali maggiori di te, che ti vollero umile pedina nel loro giuoco mortale e perché tu oggi sei il servo del vincitore. L’uomo di stato non deve spiegare le vicende del mondo con una falsa dottrina e non deve servirsi della dottrina falsa per inoculare nel sangue dei suoi concittadini il germe dell’invidia e della disperazione, dell’invidia contro il potente e della disperazione per la nostra impotenza a rivoltarsi contro di lui ed a calpestarlo. Così si spingono i popoli ad inani rivolte, a sogni assurdi di felicità, ad ansie millenarie di dissolvimento. L’uomo di stato deve ripetere l’insegnamento del Cristo: il superbo sarà umiliato e l’umile sarà esaltato. Combattemmo e vincemmo gli austriaci perché sapemmo vincere la nostra ignavia, il nostro desiderio di vita comoda e materiale. L’istinto di una razza antica e gentile, l’amore alla nostra terra povera e bella, il senso della tradizione ci aiuteranno a vincere la battaglia più difficile che ancora ci attende: quella contro la superbia mentale e la mala passione che, pretestando una meta di universale uguaglianza e felicità , distruggerebbero l’Italia storica, che gli avi crearono ed i figli cementarono col sangue.

 

JUNIUS

 

 



[1] Con il titolo Perché la guerra continua [ndr].

[2] Ristampato in Lettere politiche di Junius, Bari, Laterza, 1920, pp. 79-94; in La guerra e l’unità europea, Milano, Edizioni di Comunità, 1948, pp. 11-22 [ndr].

[3] Ristampato in Lettere politiche di Junius, Bari, Laterza, 1920, pp. 95-109 [ndr]..

[4] Ristampato in Lettere politiche di Junius, Bari, Laterza, 1920, pp. 111-125 [ndr]..

[5] Ristampato in Lettere politiche di Junius, Bari, Laterza, 1920, pp. 143-156; in La guerra e l’unità europea, Milano, Edizioni di Comunità, 1948, pp. 23-33; in Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 603-610 [ndr]..

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