La società pianificata

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Data di pubblicazione: 01/01/1949

La società pianificata

Lezioni di politica sociale, Einaudi, Torino, 1949, pp. 225-231

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 310-316

 

 

 

 

Ecco la casa ad appartamenti in città. È comoda, ben congegnata: i quartieri sono minimi, di una o due stanze, con bagno e cucinetta. Riscaldamento centrale; nella cucinetta di tre o quattro metri quadrati, ghiacciaia, cucina elettrica od a gas, acqua corrente fredda e bollente, in tutte le ore del giorno e della notte. Radio, grammofono, telefono. Al piano terreno i servizi centrali. Ad ore fisse un impiegato della casa vien su a pulire e far le stanze, a tirar su il falso letto e nasconderlo, insieme con i materassi e le lenzuola, nell’armadio, sicché sino a sera la stanza diventa salotto da stare e cosidetto studio, dove si guardano le ultime novità prese a prestito dalla biblioteca circolante. Nella cucinetta, la signora prepara rapidamente il primo asciolvere del mattino, col latte che è venuto su ad ora giusta dal servizio centrale del pianterreno. Poi, ciascuno va al suo lavoro; ed i due si rivedono alle cinque, al tè presso amici o in una sala di tè. Hanno fatto colazione, in piedi o rapidamente, nel ristorante annesso all’ufficio od alla fabbrica dove lavorano. La sera, forse, la trascorrono insieme, se la signora non si annoia troppo a preparare il pranzo, sovratutto con roba in scatola. Ma al pian terreno, il ristorante comune è accogliente e risparmia fatica. Poi il cinematografo. Una lavanderia e una stireria comune provvedono, a prezzo fisso, alle esigenze di casa. Probabilmente, nel semisotterraneo vi è anche la bottega del barbiere, del manicure, e l’istituto di bellezza per la signora. La casa è quasi un albergo, dove i servizi funzionano automaticamente. Gli inquilini non è necessario si conoscano e si frequentino. Un cenno del capo, un atto di cortesia all’incontro nell’ascensore, ed è tutto.

 

 

Sono forse costoro uomini o non invece comparse le quali si dileguano indistinte dopo essere rimaste per qualche tempo sulla scena del teatro sociale? Amici od amiche o non invece conoscenze a cui si dà del tu, che si incontrano al circolo, al caffè, nei campi del golf o della pallacorda, nelle sale di conversazione e di conferenze, e, se non si incontrano più, si dura fatica a ricordarne il nome ed il viso? Che ci sta a fare il bambino in una casa ad appartamenti? Dove gioca, dove corre e cade, dove sono i piccoli amici coetanei? Fratelli non ci sono od al più ve n’è uno. Troppa noia allattare ed allevare tanti bambini. In quel piccolo appartamento non ci sarebbe più pace. Deve forse la donna rinunciare all’impiego ed al lavoro, che consentono comodità, vestiti, calze, cinematografo e gite? Sacrificarsi e perché? A vent’anni, se femmina, la bambina d’oggi è destinata ad andare, con un altro uomo, ad abitare in un altro appartamento; e la si vedrà di rado e di furia. Se maschio, l’impiego lo porterà forse in un’altra città. Una lettera ogni tanto ricorderà che un tempo si aveva avuto un figlio, che si è reso indipendente e probabilmente considera i genitori come gente antiquata, che ha altri gusti e con cui non c’è modo di capirsi. Frattanto, non c’è la sala per i lattanti, l’asilo per i bambini? Non vi sono forse suore, magnifiche di amore per i figli altrui, nutrici ed istitutrici educate in istituti appositi, le quali sono pronte a pigliarsi cura dei bambini della gente affaccendata nel non far nulla o costretta a lavorare per guadagnarsi la vita? Per la gente facoltosa vi sono filantropi intelligenti, pronti a sostituirsi ai genitori con l’aiuto di suore cattoliche o protestanti o laiche; per i mediocri ed i poveri provvedono lo stato, il comune e le istituzioni benefiche. Nessuno deve essere abbandonato a sé; tutti i nati hanno diritto alla medesima educazione ed istruzione; dall’asilo per i lattanti all’asilo infantile, su su fino alle scuole elementari, al ginnasio, al liceo, all’università.

 

 

Poiché tutti gli uomini sono uguali, qualcuno veglia affinché le medesime nozioni siano egualmente offerte a tutti, con la scuola unica in basso, sino almeno a tre anni dopo le scuole elementari. Poi si concede, con molta ripugnanza, che taluno impari il latino ed il greco e la filosofia; meglio sarebbe se tutti, per suggerimento di genitori o di maestri che tirano al sodo, attendessero in primo luogo alle cose tecniche, utili nella vita quotidiana, alla fisica, alla chimica, alla stenografia, alle lingue moderne, alla contabilità, al disegno, alla meccanica, relegando alle horae subsicivae quelle cose che i vecchi chiamavano umanità e mettevano a fondamento della cultura.

 

 

Così, a venti od a ventidue anni, il giovane si presenterà a correre la gara della vita alla pari con ogni altro giovane, maschio o femmina, tutti egualmente formati fisicamente ed intellettualmente, tutti uguali per vestito, scarpe ed acconciatura di testa. Tutti destinati a trascorrere le ore lavorative nell’ufficio o nello stabilimento, pubblico e privato, dove la carriera, dato l’uguale punto di partenza, sarà offerta con diversità nei punti di arrivo a seconda del merito. L’uno percorrerà solo i gradi dovuti all’anzianità; l’altro diventerà direttore generale o membro del consiglio di amministrazione. Ma ogni uomo vivrà con una donna in una casa ad appartamenti; l’uno fruendo di una stanza sola e l’altro di tre o quattro, arredate con maggior lusso e con maggior comodità di servizi comuni. L’uno avrà una sola vettura automobile e l’altro ne possederà una per ciascuna persona di famiglia. Ma nessuno avrà più di uno o due figli; e nessuno avrà gran casa, ché i domestici privati sono scomparsi, da quando gli uomini hanno cominciato ad apprezzare l’indipendenza. Il cameriere o la cameriera che fanno i servizi di pulizia giungono anche essi in automobile e, compiuto il servizio secondo l’orario stabilito, ritornano nella propria casa ad appartamenti, lontanissima, che si possa verificare quell’unicum, che fece riuscire l’esperimento in Germania? No. Vi sono, si, un milione circa di lavoratori disoccupati; ma dove sono, salvoché nell’industria tessile, la quale non ha bisogno di credito da nessuno, le scorte in attesa di lavorazione? Dove è il carbone giacente sui piazzali? Dove sono le macchine inerti? Dove è l’energia elettrica offerta dai produttori e rifiutata dagli utenti?

 

 

Perciò, se oggi si stampassero 300 miliardi di biglietti nuovi per offrire credito nuovo, aggiuntivo all’industria, l’effetto non sarebbe creazione di nuovo lavoro; ma famelico assalto degli industriali, provvisti di nuovo credito e di nuovi biglietti, alle materie prime esistenti, al carbone di mese in mese assegnatoci, all’energia elettrica, di cui oggi si lamenta la scarsezza. L’effetto unico sarebbe non l’aumento della produzione, ma l’aumento dei prezzi di ciò che è necessario all’industria per lavorare. Che cosa sta al disotto dell’aumento dei prezzi, il quale potrebbe essere un fatto puramente nominale, di numeri grossi sostituiti a numeri piccoli? Sta la continuazione del fenomeno più doloroso, anzi più atroce, più socialmente disintegratore tra tutti quelli i quali hanno sconvolto la società italiana in questo triste dopoguerra.

 

 

Chi paga l’aumento dei prezzi? Se tutti i prezzi, se tutti i salari, se tutti i redditi aumentassero nella stessa misura, sarebbe mera polvere negli occhi, sarebbe il solito manzoniano alzarsi in piedi di tutti i comizianti per veder meglio l’oratore. Ma così non è. Vi sono intiere vaste classi sociali, i cui prezzi, le cui remunerazioni non aumentano, o non aumentano proporzionatamente, all’aumento dei prezzi.

 

 

Vi sono i contadini delle Puglie, i quali lavorano 150 giorni all’anno per salari lentissimi a muoversi.

 

 

Vi sono i vecchi, le vedove, i bambini, i ragazzi i quali vivono del reddito fisso di risparmi passati e stanno lentamente morendo di fame, perché sarebbe stato necessario che gli appartenenti ai ceti medi indipendenti avessero risparmiato in passato dieci milioni di lire ciascuno dove alla lor volta i servizi sono compiuti da addetti dello stesso loro tipo.

 

 

Una società così composta può essere, per accidente una società libera; ma è accidente storico. Essa è, fatalmente, destinata ad essere governata secondo un piano, un programma bene congegnato, bene incastrato in tutti i suoi elementi.

 

 

La casa ad appartamenti è essa stessa un programma. A seconda del numero degli abitanti, delle vie, delle distanze, della localizzazione degli uffici, degli stabilimenti, dei luoghi di lavoro, vi deve essere un optimum nelle dimensioni di ogni singola casa. Trenta, quaranta appartamenti, con altrettante coppie di uomo e donna; tanti pasti in comune e tanti separati, tanti servizi di lavanderia, di stireria, di rammendo, di bucato. Il perito ingegnere od architetto costruisce la casa; altro perito maggiordomo organizza i servizi interni. E così per i servizi esterni: di ristorante, botteghe di caffè e di tè, teatri, cinematografi, asili, scuole, circhi, fori per adunanze e spettacoli. Parimenti per le fabbriche, le manifatture e le imprese agrarie. Uomini periti calcolano i chilogrammi di pane, di pasta, di carni, di pesce, di verdura, di frutta, i capi di vestiario e di scarpe, le lenzuola, i grammofoni, i dischi, le radio, gli apparecchi telefonici, le automobili, ecc. ecc., bisognevoli per ogni abitante in media. Poiché i desideri degli uomini sono suppergiù per ogni gruppo di reddito, statistici e contabili fanno i calcoli del fabbisogno; periti tecnici valutano gli ettari, le macchine, le superfici coperte occorrenti per la produzione; e nei luoghi opportuni, tenuto conto dei mari, dei fiumi, dei canali navigabili, delle ferrovie, delle distanze, delle montagne, costruiscono dighe, creano laghi artificiali, fanno impianti idroelettrici, fanno sorgere città industriali, dissodano ed arano e coltivano terreni. Perché l’uomo dovrebbe ribellarsi alla vita comoda, che gli è offerta al minimo costo, nella casa ad appartamenti, con gite in automobile, radio, grammofono, telefono e libri a prestito; e con i bambini curati in scuole ed asili luminosi e sani sino all’età nella quale potranno cominciare anch’essi a condurre la vita tranquilla e contenta in una casa ad appartamenti nuova di zecca, più comoda e meglio organizzata di quella dei genitori?

 

 

Quella che ora è stata descritta non è una caricatura. È l’ideale onesto di molti uomini. Una società, nella quale una parte degli uomini e delle donne abbia ideali simili a questi, non è una società corrotta e decadente. Questi uomini e queste donne, che lavorano in uffici ed in fabbriche e ivi danno un rendimento uguale perlomeno al salario ricevuto, possono tenere la testa alta. Non sono parassiti. Hanno gusti uniformi, desiderano i beni ed i servizi che tutti desiderano; non sono pronti a sacrificarsi troppo per le generazioni venture. Poiché lo stato provvede alla istruzione dei figli e li mette in grado di partecipare, a parità con altri, alla gara della vita, perché essi dovrebbero sacrificarsi di più? Poiché tutti coloro che lavorano sono sicuri di una carriera decorosa, poiché qualcuno provvede ai casi di malattia, di infortuni, di disoccupazione, poiché è assicurata una pensione di vecchiaia, vi è ragione di rinunciare a usufruire oggi dei beni della vita per un futuro posto al di là del termine della vita? I figli non godranno dei medesimi vantaggi e maggiori di quelli di cui fruirono i genitori?

 

 

Il vizio di una società cosiffatta è quello di essere composta di onesta gente di tipo normale. Gli uomini nudi o normali hanno l’animo dell’impiegato. Sono nati ad ubbidire. È normale che molti uomini, forse i più, siano nati ad ubbidire. Un esercito è composto di molti soldati e di un solo generale; e guai se tutti i soldati pretendessero di comandare e di criticare gli ordini del generale. Correrebbe diritto alla disfatta. Ma guai anche ad un esercito, di cui i soldati e gli ufficiali subalterni e superiori, su su sino al comandante in capo, attendessero sempre, prima di muovere un passo e sparare un colpo di fucile o di cannone, l’ordine del superiore gerarchico! L’esercito sarebbe sopraffatto dall’avversario più agile, più deciso, i componenti del quale fossero forniti, ciascuno entro i limiti del compito ricevuto, di spirito di iniziativa. Vedemmo centinaia, talvolta migliaia di uomini armati arrendersi a un pugno di uomini. Ma i primi aspettavano gli ordini degli ufficiali subalterni, e questi dei superiori e gli ufficiali superiori invano chiedevano nell’ora del pericolo istruzioni al comandante supremo; laddove i secondi erano guidati da un caporale risoluto, il quale aveva visto essere urgente ed efficace intimidire il nemico numeroso con l’uso pronto della mitragliatrice.

 

 

Così è in una società. Accanto agli uomini che ubbidiscono, i quali compiono degnamente il lavoro ad essi assegnato, adempiono scrupolosamente all’ufficio coperto, vi debbono essere gli uomini di iniziativa, i quali danno e non ricevono ordini, compiono un lavoro che nessuno ha ad essi indicato, creano a se stessi il compito al quale vogliono adempiere. La società ideale non è una società di gente uguale l’una all’altra; è composta di uomini diversi, i quali trovano nella diversità medesima i propri limiti reciproci. La società ideale si compone di gente che comanda e di gente che ubbidisce, di uomini al soldo altrui e di uomini indipendenti. La società non vivrebbe se accanto agli uni non vi fossero gli altri. Essa deve espellere dal proprio seno soltanto i criminali, i ribelli ad ogni disciplina sociale, gli irregolari incoercibili; e poiché espellerli non può, deve creare le istituzioni giuridiche necessarie a ridurre al minimo il danno della loro mala condotta. Per tutti gli altri, ossia per la grandissima maggioranza degli uomini viventi in società, l’ideale è la varietà e la diversità.

 

 

Non esiste una regola teorica la quale ci dica quando la diversità degenera nell’anarchia e quando la uniformità è il prodromo della tirannia. Sappiamo soltanto che esiste un punto critico, superato il quale ogni elemento della vita sociale, ogni modo di vita, ogni costume, che era sino allora mezzo di elevazione e di perfezionamento umano, diventa strumento di degenerazione e di decadenza.

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