La sola cosa urgente

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 11/03/1925

La sola cosa urgente

«Corriere della Sera», 11 marzo 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 150-155

 

 

 

L’aumento del saggio ufficiale dello sconto dal 3 al 3,50% negli Stati uniti, dal 3 ½ al 5% in Inghilterra ha avuto una ripercussione in Italia con la elevazione del saggio dello sconto dal 5,50 al 6 e dell’interesse sulle anticipazioni dal 5,50 al 6,50 per cento. Il provvedimento fa parte di tutto un insieme di norme le quali hanno per iscopo di conseguire il risanamento monetario del nostro paese; è uno dei mezzi con cui si tende a fermare la lira nella sua discesa ed a stabilizzarla, ad un corso non inferiore e forse superiore all’attuale. Gli altri provvedimenti, di controllo dei cambi, del 25% sui contratti a termine, dello sterminio degli agenti di cambio, degli 860 milioni, girano attorno al problema; mentre il rialzo del saggio dello sconto va diritto al fondo del problema, purché, anche qui, sia osservata la condizione – che è la fondamentale, senza di cui tutto il resto vale zero via zero – della limitazione della quantità totale della carta moneta emessa. Non è certo che il rialzo del saggio dello sconto, in se stesso, abbia la virtù di limitare la circolazione. Il rialzo del saggio dello sconto dal 5,50 al 6% riduce, sì, il guadagno che l’industriale ricava da una determinata operazione. Se una unità di una determinata merce può essere venduta a 100 lire a un anno data (invece di un anno saranno tre mesi data; dico un anno per semplificare i calcoli) e costa 94,50 lire, converrà farsi imprestare il danaro necessario a produrla, se il danaro si può avere allo sconto del 5,50 per cento. Il fabbricante spende, compreso il suo profitto normale, 94,50 lire per fabbricare quella unità di merce ed incassa precisamente 94,50 lire collo sconto della cambiale da 100 lire ad un anno data che gli rilascia il suo cliente. Ma se lo sconto sale al 6%, al fabbricante non conviene fabbricare una merce che gli costa 94,50 lire, ricevendo in cambio dal cliente una cambiale che egli potrà scontare solo al 6%, incassando così 94 lire. Perciò il rialzo del saggio dello sconto limita gli affari ed è quindi mezzo efficace per ridurre la circolazione. Se le banche di emissione ricevono minori domande di sconto e di anticipazioni su titoli da parte degli industriali, dei commercianti e delle altre banche ordinarie, esse danno via minor copia di biglietti.

 

 

Contro 100 milioni di cambiali ed anticipi vecchi, i quali giungono a scadenza e fanno rientrare 100 milioni di biglietti nelle casse degli istituti di emissione, questi emettono solo 90 od 80 milioni di biglietti nuovi perché le domande nuove di sconti e di anticipazioni sono diminuite in conseguenza del rialzo del saggio dello sconto.

 

 

Ma questa rappresentazione delle conseguenze del rincaro del danaro vale oggi? Il rialzo del saggio dello sconto ha davvero il potere di ridurre la circolazione? Niente ci autorizza ad affermarlo; poiché può darsi che, contemporaneamente al rincaro del danaro, rincarino anche le merci. Se quella tal merce, la quale vale, prima 100 lire, adesso vale 101 ed il costo, per il momento, rimane fisso a 94,50, il fabbricante ha altrettanto ed anzi maggior interesse a pagare il danaro al 6%, quanto ne aveva prima a pagarlo il 5,50. Prima restava pari pari: incassava 94,50 nette e spendeva 94,50. Guadagno zero, od almeno solo quel guadagno normale, che gli economisti conteggiano di solito fra gli elementi del costo. Invece ora spende ancora 94,50, perché i salari e le spese non crescono subito; ma incassa 101 lire, che anche ridotte dello sconto del 6%, danno un incasso netto di 94,94. Quindi egli ha un super guadagno, al di là di quello normale compreso nel costo, di 0,44. Quindi ancora gli sconti aumentano, invece di diminuire, e la circolazione cresce. Il rialzo del saggio dello sconto dovrebbe perciò, per avere efficacia, essere superiore al rialzo nei prezzi delle merci. Dubito molto che ciò accada oggi col rialzo limitato dal 5,50 al 6 per cento. Dubito altresì che ciò possa verificarsi anche se lo sconto fosse portato al 7 od all’8 per cento. La ragione del dubbio è la seguente: il rialzo dei prezzi, il quale neutralizza il rialzo dello sconto, è la conseguenza, esso medesimo, in notevole parte, della larghezza degli sconti e delle anticipazioni. Quanto più cresce la domanda di sconti, diretta od indiretta, alle banche di emissione da parte di industriali, commercianti e speculatori, tanto più cresce la massa circolante di biglietti. Quanto più cresce questa massa, tanto più crescono i prezzi interni espressi in carta. L’incremento dei prezzi produce uno stato d’animo ottimista, il quale fa passare sopra all’inconveniente di dover pagare un mezzo per cento od anche l’1 o il 2% di più il danaro necessario a compiere l’operazione. Ecco come l’azione benefica del rialzo dello sconto è annullata dallo spirito ottimistico che spinge all’aumento della circolazione, laddove questo a sua volta gonfia i prezzi e intensifica l’ottimismo.

 

 

Perché il rialzo dello sconto possa funzionare occorre perciò che esso sia coadiuvato da un’altra forza: l’impossibilità assoluta degli istituti di emissione di accogliere tutte le domande di sconti e di anticipazioni che ad essi si presentano.

 

 

Qui si presenta un formidabile quesito che si può formulare così: può la Banca di emissione rifiutare lo sconto «di carta commerciale di indubbia solidità, originata da effettivi affari commerciali e scadente entro un breve e determinato tempo»?

 

 

Ho messo il quesito tra virgolette, perché la formulazione non è mia. L’ho copiata letteralmente dal celebre «Bullion Report» del 1810, il più solenne documento che mai sia stato pubblicato in materia di banca e di moneta. Dal 1800 al 1820 si agitavano in Inghilterra le stesse controversie nostre odierne. Le guerre contro Napoleone avevano fatto decretare il corso forzoso dei biglietti di banca in Inghilterra; la carta moneta era svilita; si ventilavano progetti su progetti per ritornare ad un tipo di moneta sana. Dinanzi al comitato nominato dalla camera dei comuni per indagare le cause dell’alto prezzo dell’oro (high price of bullion, da cui il nome di «Bullion Report» dato al celeberrimo rapporto) erano sfilati, uno dopo l’altro, il governatore, il vice-governatore e gli amministratori della Banca d’Inghilterra e ad una voce avevano detto: «noi non emettiamo carta moneta cattiva; neppure una lira sterlina è consegnata in biglietti se non per scontare cambiali solidissime, di firme primarie, rappresentanti sicuri affari commerciali. Le cambiali che abbiamo in portafoglio, e quindi i biglietti che le rappresentano in circolazione, equivalgono a merci reali, vendute, di cui il prezzo sarà pagato puntualmente alla scadenza. La circolazione bancaria è dunque sana e buona e noi non abbiamo nulla da rimproverarci».

 

 

L’Inghilterra si salvò allora da una ben peggiore svalutazione della carta-moneta e poté ritornare nel 1821 al tipo aureo, perché il «Bullion Report» insegnò che questo era uno spaventevole sofisma, il sofisma più spaventevole e pernicioso che in materia di banca e di moneta sia mai stato formulato.

 

 

Esso è più spaventevole di quello di chi dicesse che non bisogna emettere biglietti contro cambiali cattive. Quando in Italia si dice che i 4.115,5 milioni di lire di biglietti emessi per sovvenzionare la sezione «autonoma» del consorzio valori sono coperti da cattivi crediti verso i gobbi e gli storpi lasciati in eredità allo stato dalla Banca italiana di sconto e dal Banco di Roma si dice cosa che impressiona subito. Si fa presto a mettersi d’accordo sulla necessità di ritirare biglietti poggiati sul vuoto. Se è opinabile il tempo entro cui il ritiro dovrà farsi, il principio del ritiro sembra pacifico.

 

 

Eppure, assai più pericolosa della sezione «autonoma» è la sezione «ordinaria» dello stesso consorzio valori, la quale in realtà è un altro istituto tutto diverso, diverso persino negli amministratori, il quale sconta cambiali di gente sana, solidissima, di ditte e società famose e primarie. La sezione autonoma per lo meno si occupa di cose morte, destinate a liquidarsi. I biglietti emessi in contemplazione della sezione autonoma alla lunga sono fatalmente destinati a scemare ed a scomparire, a mano a mano che il consorzio venderà le sue attività e con queste vendite od a spese dei contribuenti saranno eliminate le perdite passate.

 

 

Invece le cambiali scontate alla sezione ordinaria ed in generale le cambiali del portafoglio interno ed i crediti per anticipazioni degli istituti di emissione sono roba sana, viva, rispondente ad effettivi rapporti commerciali. Come possono rifiutarsi gli istituti a scontare cambiali di questo genere a chi è disposto a pagare il 6%? Come i relatori del «Bullion Report» del 1810, così i dirigenti attuali debbono resistere al sottile sofisma annidato nel concetto della «carta solida, risultante da affari reali».

 

 

Non basta che una cambiale sia solida e reale perché il presentatore abbia diritto a vedersela scontata. A questa stregua, se il livello dei prezzi è a 100, basta scontare, ad esempio, 2.000 milioni di cambiali; ma se il livello dei prezzi sale a 200, bisogna scontare 4.000 milioni di cambiali. A prezzi cresciuti, il fabbisogno di circolante non è forse cresciuto? L’industriale non è sicuro di incassare prezzi doppi e la sua cambiale per cifra doppia non è altrettanto sicura della cambiale di metà valore di prima? Se i prezzi crescono al livello 500, forse che non ci sarà bisogno di scontare cambiali solide e reali per 10.000 milioni? Forseché qualunque cifra di cambiali non è sempre solida e reale ad un livello di prezzi sufficientemente alto? Finché dura questa teoria perversa, la quale si insinua inavvertita in tanti discorsi di banchieri, industriali e uomini di affari seriissimi, noi non abbiamo alcuna possibilità di frenare la circolazione.

 

 

La teoria che bisogna sostituire a quella che la circolazione è sana finché sono sane le cambiali scontate può essere formulata:

 

 

  • in modo definitivo, dicendo che gli Istituti di emissione possono scontare carta commerciale solo fino a quel punto che è compatibile con l’osservanza dell’obbligo di cambiare in oro, alla pari, a vista ed al portatore, i biglietti emessi;

 

  • in modo provvisorio e finché non sia possibile attuare la norma definitiva, dicendo che gli Istituti di emissione possono scontare carta commerciale solo fino a quel punto, oltrepassando il quale, il cambio della lira carta discenderebbe sotto 21, o 25 o 30 centesimi o quell’altro livello su cui i dirigenti ritenessero opportuno fissarsi.

 

 

Quando il prezzo in oro della lira carta diminuisce, ciò vuol dire che ci sono troppe lire carta e che bisogna astenersi dall’emetterne altre. Se ci sono ancora persone degne e solide che hanno bisogno di sconto, bisogna avere il coraggio di rispondere no. Si aggiustino. Si rivolgano alle banche ordinarie, a quelle popolari, alle casse di risparmio; esauriscano i mezzi di credito esistenti; ma non possano ottenere la creazione di nuovi mezzi di credito con biglietti di banca. Se, a causa della restrizione del credito, non si potranno fare certi affari buoni; se non si potranno costruire certe ferrovie, se non si potranno fare certi impianti industriali, pazienza. Sarà un male immensamente minore dell’applicazione della teoria dell’affare buono a cui deve tener dietro la creazione del biglietto.

 

 

Per questa via l’Inghilterra ha ritrovato, per la seconda volta 115 anni dopo il «Bullion Report», la parità della sterlina coll’oro.

 

 

Oggi, in Italia, i freni automatici alla circolazione non funzionano. Suppongo, sebbene nella babele dei decreti, circolari e convenzioni sia difficile accertarsene, che non funzioni neppur più, rispetto agli sconti alla sezione «ordinaria», il freno della tassa uguale allo sconto. È scomparso certamente, da tempo, il freno della tassa superiore al saggio dello sconto. Non esiste, se non vaghissimo, il freno della limitazione dei biglietti «di scorta».

 

 

Questi freni sono stati ad uno ad uno eliminati od allentati, dal 1914 in poi, per ragioni di tesoro o per salvataggi imposti dal tesoro agli istituti di emissione. La responsabilità statale dell’aumento dei prezzi in carta e dello sconvolgimento sociale prodotto dallo svilimento della moneta è diretta ed esclusiva. Fino a ieri il tesoro poteva addurre a sua discolpa la ragione od il pretesto della salute pubblica. Oggi non più. Oggi sarebbero delittuosi altri salvataggi. Da oggi comincia dunque un’altra responsabilità del tesoro: quella del gonfiamento della circolazione o della resistenza allo sgonfiamento per troppo larghe operazioni di commercio dei banchi di emissione. Dubito che troppo si sia largheggiato già sotto questo rispetto; e che il rialzo del saggio dello sconto sia un monito contro tali larghezze. Ma il monito per se stesso è fioco. Finché gli antichi freni alla circolazione non siano ristabiliti, il meccanismo è sbandato ed è impossibile «dominare» i cambi. Meglio di novità strepitose ad ogni pomeriggio di sabato, gioverà il ritorno alle norme tradizionali della circolazione.

 

 

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