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Risorgimento liberale

La sovranità è indivisibile?

«Risorgimento liberale», 22 giugno 1945

 

 

 

Dal mito dello stato sovrano non discendono solo l’errore del principio del non intervento e la sciagura della guerra perpetua. Quel mito ha turbato tutta la nostra vita nazionale dal 1860 in poi. Se noi riconosciamo che lo stato sia perfetto in sé stesso, che in esso sia riposta la sovranità piena e noi invero, a fil di logica, dobbiamo ammettere che in ogni stato unica sia la fonte della legge. Re assoluti e parlamenti eletti a suffragio universale non possono spartire il potere nello stesso territorio statale con altri re, e con altri parlamenti. Stato sovrano è sinonimo di unica autorità, in nome della quale sono emanate dal centro leggi, regolamenti, ordinanze, provvedimenti.

 

 

Nella capitale i ministri ed i dicasteri, alla periferia i prefetti che danno ordini ai questori, ai comandanti dei carabinieri, ai segretari comunali. Se il sovrano è uno solo, possono forse coesistere ordinamenti diversi in Val d’Aosta ed in Sicilia, a Trieste ed a Napoli, a Torino o Milano ed a Roma o Firenze?

 

 

Contro la funesta aberrazione che possiamo chiamare, dal gran nome di chi lo impersonò nella Europa continentale, napoleonica, noi dobbiamo affermare il principio opposto: come nessuno stato è pienamente sovrano nei rapporti internazionali, ma tutti gli stati debbono assoggettarsi all’intervento altrui negli affari proprii interni; così all’interno di ogni cosidetto stato sovrano non vi è un solo stato; ma gli stati sono parecchi, forse molti, e nessuno di essi è pienamente sovrano, perché la sovranità di ognuno si arresta dinnanzi all’uguale sovranità degli altri e deve con questa convivere.

 

 

L’esigenza delle molteplici sovranità, la insofferenza della unica sovranità, la quale tutto accentra nelle capitali degli irrazionali conglomerati politici detti «stati moderni», sono oggi in Italia vivamente sentite dopo la liberazione; e paiono e di fatto sono incomposte e pericolose. Fa d’uopo, però, nel tumulto delle parole irritate e dei fatti disordinati, non chiudere gli occhi dinnanzi all’occasione unica la quale ci è offerta di far rivivere l’Italia veramente una, perché diversa nelle sue regioni e nei suoi comuni. Non so e non sono persuaso che l’unificazione napoleonica dell’Italia dopo il 1800 e di nuovo dopo il 1860 fosse necessaria per la unità italiana. Quella unificazione abituò persino, ironia suprema, a parlare invece che in quelli di sovranità regionali e comunali, in termini di decentramento, per cui il potere centrale, sempre unica fonte della legge, delegherebbe una parte dei suoi compiti alle autorità locali. Il problema non è così sciolto, perché lo stesso potere, che ha delegato, potrebbe ritirare la delegazione ed avocare a sé nuovamente le funzioni prima attribuite agli enti locali.

 

 

Bisogna riconoscere invece che accanto a talune funzioni, le quali appartengono certamente ed esclusivamente al governo centrale, ve ne sono altre le quali, con uguale certezza, spettano ai governi locali. Nessun dubbio che la difesa del territorio nazionale spetti, sino al momento in cui si costituiscono stati federali superiori, allo stato; e non vi è dubbio del pari che la giustizia deve essere impartita in nome del re o del capo dello stato. L’universale consenso di tutti i popoli ha limitato ai minori reati od alle liti civili di scarso rilievo la competenza dei giudici di pace, conciliatori o pretori, i quali possono essere scelti od eletti localmente. Del pari, quegli stati federali, nei quali la polizia in origine spettava agli stati singoli (Stati Uniti) o ai cantoni (Svizzera), furono costretti a costituire, accanto alla giustizia, una polizia federale, destinata a poco a poco a sovrapporsi alla polizia locale. Ai delinquenti non deve essere lecito sottrarsi alla giustizia col semplice varcare i confini della regione o del cantone, dove il delitto fu commesso. Ma, altrettanto chiaramente, vi sono compiti ai quali lo stato centrale è disadatto; la igiene e la pulizia delle case, delle strade, delle persone, l’ordine della viabilità, le scuole elementari e secondarie, gli ospedali, le case di cura, le assicurazioni malattie i piani regolatori, il regolamento delle acque e delle foreste e simiglianti affari territoriali. Non vi è ragione al mondo, per cui le decisioni in materie le quali interessano le aggregazioni locali e regionali debbano attendere l’approvazione del governo centrale ed i consigli comunali e regionali non debbano in quelle materie potere legiferare, con pienezza d’autorità uguale a quella dei parlamenti nazionali.

 

 

Ardui problemi senza dubbio; ché, in questa materia, come in tutte quelle veramente importanti del governo politico ed economico di un grande paese, non v’è nessuna soluzione la quale debba essere accolta perché liberale o cristiana o comunistica o socialistica, perché reazionaria o progressista, perché democratica od oligarchica; ma esiste certamente una sola soluzione ottima, la quale sarebbe scoperta se in un consesso di periti prima ed in un parlamento poi si volesse davvero fermare quella soluzione la quale fosse meglio atta a risolvere in quel tempo ed in quel luogo quel problema concreto.

 

 

Il problema della divisione dei compiti fra stato centrale e stati regionali e comunali e dei rapporti reciproci fra di essi non è diverso da quello della socializzazione e delle altre specie di gestione pubblica o della partecipazione ai profitti dei lavoratori o della riforma agraria. Tutti questi problemi sono insolubili sinché se ne parla in termini generali e come strumento di lotta fra partitanti; diventano solubili non appena si pongono in termini di problemi specifici da risolversi caso per caso, secondo le esigenze del luogo e del momento e le possibilità di fatto. L’unità nazionale è un dogma posto al di fuori di ogni contesa; ma è parimenti fuor di dubbio l’esigenza di consentire ai valdostani, ai piemontesi, ai liguri, ai sardi, ai siciliani di decidere sulle faccende loro regionali senza chiedere il consenso di qualcuno il quale nella capitale comandi alle cose sue proprie e cioè a quelle nazionali. L’unità è morta di fatto nello animo degli italiani a causa della coatta innaturale uniformità di tipo napoleonico; deve rivivere nella libera consapevole diversità delle vicinanze, dei comuni, dei distretti, delle regioni. Solo in questa diversità potremo ricostruire l’unità che ci è tanto cara.

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