La speculazione automobilistica

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 09/06/1905

La speculazione automobilistica

«Corriere della sera», 9 giugno 1905

 

 

 

(Per lettera al Corriere della Sera)

 

 

Torino, 7 giugno.

 

 

Vi scrivo dal centro dove forse la febbre della speculazione automobilistica è giunta al suo più alto grado, poiché mi sembra che il fenomeno comincia a perdere il suo carattere strettamente locale per assurgere ad un’importanza assai più larga. In quest’ultima quindicina la febbre si è indubbiamente calmata: molti possessori di titoli dubbi, vista la mala parata, si sono ritirati in disparte. Ma nelle loro intenzioni si tratta di una tregua momentanea, pronti a farsi di nuovo innanzi appena l’orizzonte si sia rischiarato e nuove disponibilità si presentino sul mercato. È quindi tutt’altro che inopportuno fare una diagnosi serena del fenomeno, la quale tenga conto tanto di ciò che vi è di solido nel nuovissimo movimento economico, quanto di ciò che vi è di effimero nella insana speculazione abbattutasi sui titoli automobilistici.

 

 

Del resto nulla di nuovo sotto il sole: gli aumenti frenetici a cui abbiamo assistito nei mesi scorsi sono la riproduzione esatta delle pazzie torinesi di un ventennio addietro circa nei valori edilizi, della speculazione sulle azioni zuccheri ed acciaierie di pochi anni or sono a Genova, delle furibonde agitazioni del 1903 sui titoli di trusts a New York e delle mille e mille altre speculazioni di cui la storia economica ci narra gli esempi numerosissimi dalla Compagnia delle Indie in Inghilterra all’aggiotaggio di Law in Francia, ai tulipani d’Olanda, ecc., ecc. Né questi fenomeni mancano di una giustificazione e sono del tutto condannevoli. Non si specula mai e non si lanciano nuovi affari quando il prezzo del denaro è caro o quando i capitalisti possono impiegare i propri denari al 5 od al 6 per cento in titoli di Stato ed in buone ipoteche su stabili. È quando il prezzo del denaro discende per una serie di motivi in breve tempo al di sotto di quello che era ritenuto come un tasso remunerativo, che la gente comincia a diventare inquieta ed a cercare nuove vie. In Italia cinque o sei anni addietro i buoni impieghi al 4 e 5 per cento erano frequenti. Adesso bisogna contentarsi del 3,5 per cento. Buon segno, perché vuol dire che i capitali divengono abbondanti e che il risparmio aumenta assai di più dei 300-500 milioni annui di un decennio fa. Abbiamo cominciato a richiamare i titoli di Stato e le obbligazioni che si trovavano all’estero: il tesoro italiano che nel 1892 – 93 pagava 161 milioni di lire di interessi di consolidato 5 per cento all’estero, nel 1903-904 ne pagò solo 27.639.612 lire e nell’anno corrente ne pagò certo ancora meno. Ed ora i capitali, anche quelli più timidi, si rivolgono ai titoli industriali, bancari, di trasporto: abbandonano i titoli a reddito fisso per attaccarsi ai titoli a reddito variabile che promettono dividendi medi più elevati del 3,5 per cento – che è poi un 3,40 per cento – del consolidato. Chi oserebbe dire che questo sia un male? O non abbiamo per anni ed anni lamentata l’ignavia dei capitalisti che si addormentavano sul dolce letto dei titoli di Stato e non avevano il coraggio di tentare le vie faticose dell’industria e del commercio? O non è forse l’Inghilterra creditrice di mezzo mondo e ricchissima appunto perché ha investito i suoi capitali nelle intraprese più svariate e più aleatorie?

 

 

Ma… ci sono dei ma. È necessario che questo movimento di capitali verso le industrie ed i commerci si compia con misura e sia ben guidato e disciplinato dalle Banche, a cui spetta appunto la funzione di scernere il loglio frammezzo al frumento, di scoprire e presentare al pubblico i titoli solidi e seri, scartando inesorabilmente quelli che sono creati a scopo di pura speculazione. Ed è necessario anche che il pubblico sappia capitalizzare convenientemente i dividendi dei quali gli si parla a proposito dei titoli industriali e commerciali. Ci sono titoli che è giusto e conveniente capitalizzare al 4 per cento, altri per cui occorre il 6 per cento, ed altri ancora per cui sarebbe folle, assurdo capitalizzare anche al 10 per cento.

 

 

Non vi voglio fare esempi nazionali per non aver l’aria di favorire interessi privati mentre si vuole esercitare una funzione di educazione pubblica. Ma chi non vede come le azioni della Banca d’Inghilterra e di Francia sono giustamente capitalizzate a poco più del 3 per cento: ed a ragione sono calcolate al 4 per cento di reddito netto circa le azioni delle principali Banche di sconto di quei paesi? Si tratta di istituti che hanno un passato, i cui bilanci sono una garanzia di solidità a tutta prova, che hanno accumulato ingenti riserve, che distribuiscono dividendi costanti: i cui titoli, oltre al dividendo, lasciano sperare, col decrescere del tasso dell’interesse, la possibilità di un progressivo, per quanto moderato, aumento del valor capitale. Così pure si può capire che si capitalizzino dal 4 al 5 per cento i titoli di industrie antiche a produzione costante o quasi con una clientela assicurata, non soggetta ai pericoli di una rivoluzione improvvisa nei metodi industriali: ovvero non soggette alla concorrenza perché godono di qualche concessione esclusiva dallo Stato o dai Comuni: e di ciò si trovano esempi nelle Società di assicurazione, nell’industria cotoniera, nelle imprese di illuminazioni e di tramvie.

 

 

Ma sarebbe assurdo, direi quasi colpevole, incoraggiare l’impiego dei capitali anche a tassi molto superiori in titoli di industrie nuove, appena in via di formazione, in cui la concorrenza non ha ancora potuto ricondurre i profitti al livelli normale, od in cui una nuova invenzione può magari aumentare il valore del capitale sociale, od un cambiamento capriccioso della moda può ridurre il consumo o costringere a costose trasformazioni interne ovvero nelle quali la morte o le dimissioni del dirigente bastano ad annullare i profitti dovuti alla sua valentia tecnica o commerciale.

 

 

Intendiamoci bene: non è che mai in questa categoria sia consigliabile di investire i capitali al 5 per cento; ma bisogna essere molto prudenti e avere le cognizioni e la pratica del mestiere necessarie per sapere discernere quella che, su dieci imprese predestinate ad andare a rotoli, saprà affermarsi progredire e battere la concorrenza.

 

 

Non si può certamente affermare che in questi ultimi mesi in Italia e specialmente qui a Torino si siano seguite le regole dettate dalla più elementare prudenza nella valutazione dei titoli automobilistici. Si tratta di un’industria nuova, posta in Italia nel 1899 e che ebbe sino a due anni fa una vita agitata e difficile. Su cinque imprese create in quell’anno, due, la Prinetti e Stucchi di Milano e la Miari e Giusti di Padova, cessarono di fabbricare automobili non avendovi trovato la loro convenienza: due, l’Isotta e Fraschini di Milano e la Florentia di Firenze, dovettero trasformarsi ed aumentare il capitale per cercare di rendere attiva una fabbricazione – per quanto apprezzata – passiva: ed anche quella che ottenne più brillanti risultati, la Fiat di Torino, dovette conquistarli a prezzo di sacrifici non indifferenti. Creata con un capitale di 800 mila lire, nel 1900 perdette 18 mila lire, nel 1901 ne perdette 9 mila, nel 1902 ottenne un utile di 64 mila lire e nel 1903 di 91.525 lire, di cui 28.326 furono assegnate al fondo di riserva. Il bilancio del 1904 superò ogni aspettativa: 749.846 lire di utili, di cui con norma prudenziale 535.720 furono impiegate in ammortamenti straordinari che ridussero ad 1 lira il valore di bilancio dei fabbricati di Torino e Milano, delle macchine ed attrezzi dei disegni, modelli e brevetti, del mobiglio ecc. e 10.766 lire furono assegnate al fondo di riserva.

 

 

Fu questo utile, certo ingentissimo per un capitale di 800 mila lire, che diede la spinta alla creazione di numerose altre imprese automobilistiche, quelle di cui ora si disfrena tutta la campagna speculativa. Alle imprese esistenti Isotta e Fraschini, Fiat e Florentia, altre si aggiunsero: la Zust di Intra, la Fiat-Ansaldi, l’Itala, la Rapid, la Krieger, la Ceirano Junior, le Clement, le Alessio, la Società a motori gas povero di Milano, l’Elvetica e Calzoni di Bologna ed altre nuove si vanno di giorno in giorno costituendo. Fin qui nulla di male: non si guadagna il 100 per cento in un anno senza mettere sull’avviso capitalisti che hanno denari in serbo o gli industriali con impianti trasformabili. Lo scopo della concorrenza è appunto di moltiplicare i produttori per ridurre i profitti eccessivi. Il male venne dopo: quando dal campo della produzione e dell’investimento, sia pure rischioso di capitali, si volle passare alla vendita dei titoli al pubblico grosso e, naturalmente con un notevole profitto per i promotori.

 

 

Quando si vede che la più antica di queste società, la Fiat, converte i propri titoli da L. 200 già saliti a L. 3.300 in titoli dal taglio più piccolo di L. 25 ed il prezzo sale ben presto a L. 950, quando si vedono le Ansaldi da L. 200 valore nominale, balzare ai massimi di L. 625, le Zust da 25 a 146, le Rapid da 25 a 178, le Itala da 25 a 274, le Isotta da 200 a 560, le Florentia da 25 a 121 è lecito chiedersi se non sia corso un po’ troppo in fretta e non si siano scontati con eccessiva disinvoltura fatti ancora incerti e futuri. Anche la Borsa si è accorta di avere esagerato: e l’ultima quindicina ha visto un piccolo tracollo dei valori automobilistici: le Fiat cadute da 950 a 930 circa, le Ansaldi da 625 a 508, le Zurst da 146 a 108, le Rapid da 178 a 149, le Itala da 274 a 248. Ma siamo ancora a prezzi enormemente superiori all’effettivo versato. Le azioni fanno ancora dei premi di cinque, dieci, fino a trentasette volte il capitale versato.

 

 

Anche qui è questione di misura. non si può pretendere che i promotori di una società anonima si tengano i titoli nel forziere indefinitamente, senza metterli in vendita. La funzione dei promotori è diversa: creare le intraprese, fornire i capitali, e quando le intraprese sono bene avviate e si può fare affidamento su un avvenire sicuro, vendere le azioni ai capitalisti in cerca di impiego stabile, con un guadagno legittimamente correlativo ai rischi corsi: e coi capitali realizzati creare altre imprese.

 

 

Ma altro è compiere questa legittima e necessaria funzione, altro è creare delle intraprese, non collo scopo di ottenere profitti lavorando e producendo, ma di buttare subito in Borsa i titoli o magari anche soltanto i certificati e le promesse di riparto dei titoli e con manovre di Borsa farne rialzare i prezzi tre, quattro, cinque volte il prezzo versato e ciò nella speranza di ipotetici profitti che si dovranno realizzare in avvenire.

 

 

Questo è stato fatto per i titoli automobilistici. Ed anche questo non sarebbe senz’altro assurdo quando i titoli fossero venduti a chi è pratico dell’industria, quando fosse molto probabile un’espansione del consumo ed il mantenimento di un livello di prezzi sufficiente a dare un beneficio commerciale alle nuove intraprese e quando questi benefici fossero capitalizzati in proporzione ai rischi che si corrono. Ma tutte queste condizioni esistono e queste precauzioni si osservano nell’odierna emissione in Borsa di titoli automobilistici! Ve ne discorrerò un’altra volta.

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