La strage degli innocenti

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. III

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 12/01/1911

La strage degli innocenti

«Corriere della Sera », 12 gennaio 1911

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.III, Einaudi, Torino, 1960, pp. 189-196

 

 

 

 

Gli innocenti sarebbero i vitelli di età inferiore all’anno, di cui invero si fa strage non piccola nel nostro e probabilmente in tutti i paesi del mondo. Si calcola che in Italia il consumo medio della carne, da chilogrammi 21,11 nel 1903, sia salito a chilogrammi 25,38 nel 1908 e non sia oggi molto lontano dai 30 kg. Per far fronte al tanto minor consumo del 1903 era d’uopo macellare 7.305.498 animali all’anno, e cio è 1.492.369 bovini, 4.273.192 ovini, 1.504.427 suini e 35.110 equini. Ora la macellazione dei bovini non può essere ritenuta inferiore a 2 milioni di bovini all’anno; e di questi una buona metà sarebbero vitelli sotto l’anno. Se si pensa infatti che ad Udine la proporzione dei vitelli di meno di un anno raggiunge l’80% dei bovini macellati, a Parma il 74%, a Milano, a Mantova, ad Alessandria il 60%, a Napoli il 58%, a Firenze il 52%, a Roma il 36%, sembra ragionevole concludere essere indiscutibile il tragico fato del milione di vitellini condotti al macello quando appena cominciavano ad assuefarsi alle dolcezze della stalla.

 

 

Nessuno crederà che la commozione, da cui molti uomini sono stati presi da un anno a questa parte al pensiero della infelice sorte riservata agli innocenti vitelli, sia dovuta a bontà d’animo ed a sincera commiserazione verso gli scomparsi in età immatura. Purtroppo, la ragione del clamore sorto intorno alle stragi che quotidianamente si compiono nei civici ammazzatoi è dovuta al pensiero che un vitello, ammazzato quando pesa 100 chilogrammi, non può diventare un bue del peso di 600 o 700 chilogrammi. Essendo di tanto più scarsa la carne che viene sul mercato, gli uomini sono costretti a comprare il bue, saporoso e rossigno, a caro prezzo, perché troppi vitelli furono ammazzati quando la loro carne era ancora bianca e tenera. La strage dei vitelli sott’anno sarebbe dunque una delle principali responsabili del rincaro degli alimenti carnei, di cui tutti ci lamentiamo. Ed ancora di altri delitti sarebbe colpevole; poiche`, se non si allevano vitelli, non si potranno più avere buoi per i lavori della terra, e, dove questa non può essere lavorata dai cavalli o dove èimpossibile l’applicazione degli aratri meccanici, la cultura diventerà sempre più costosa, producendo l’immiserimento dei contadini e dei proprietari.

 

 

Contro questo malanno il rimedio, si afferma, èchiaro. Poichédue sono i responsabili della strage: i ricchi, i quali vogliono consumar carne bianca e tenera, ed i caseifici, i quali inducono i contadini a vendere i vitellini appena nati per la ingordigia di riscuotere subito il prezzo della vendita dei vitelli e per il vantaggio di utilizzare invece il latte nella confezione del burro e del formaggio, si proibisca addirittura la macellazione dei vitelli al disotto dell’anno o del peso dei 200 o 100 chilogrammi (son discordi i propositi degli amici dei vitelli su questo preciso punto) o mettasi una buona tassa, di almeno 10 lire, sulla macellazione, affinchéla gente, tanto golosamente efferata da preferire la carne bianca alla rossa, sia degnamente punita.

 

 

Quando lessi per la prima volta sui giornali agrari dei malefici effetti della strage dei vitelli sott’anno e vidi che persino un deputato socialista, memore delle campagne condotte sul suo giornale umoristico contro il catechismo e la storia sacra, si apprestava ad interrogare il governo sul biblico argomento, interrogai a mia volta, come èmio costume, un amico contadino, al quale ricorro per consiglio in siffatte contingenze. «Perche`, – mi rispose egli, – si fa tanto discorrere di strage degli innocenti a proposito dei vitelli da poco nati? O non sono forse innocenti anche i buoi grassi quando li conducono all’ammazzatoio? Costoro, in fondo, di null’altro sono colpevoli fuori che di mangiare più fieno di quanto non valga il loro lavoro od il loro aumento in peso di carne; e perciò noi contadini, che ragioniamo a soldi e denari, li portiamo al macello. I vitelli soggiacciono alla stessa sorte per la medesima cagione; sono ammazzati perchél’aumento di peso della loro carne vale di meno del latte che consumerebbero. O non è una pazzia spendere 100 di latte per avere 50 di carne? Se proibissero – per commiserazione verso i vitelli o piuttosto verso gli uomini della città, che si lagnano di dover pagare la carne troppo cara – la macellazione dei bovini sotto l’anno o sotto i 100 o 200 chilogrammi o la colpissero di gravi tasse, i signori della città si accorgerebbero di aver commesso un grosso sproposito. Poichéchi di noi contadini vorrebbe ancora allevare vitelli, quando non fosse sicuro di poterli, senza impaccio e senza tasse, condurre al macello? I vitelli sono talvolta, come i bambini, degli esseri curiosi. Cessano di crescere o crescono poco o vengono su male, con difetti tali, che difficilmente se ne potrebbero trarre buoi da lavoro o da ingrasso; e dovremmo seguitare a mantenerli a ufo solo perché non hanno ancora toccato l’età della ragione e cioè della macellazione? Talaltra essi vengono su bene; ma quella che viene su male è l’erba nei prati; ed allora bisogna vuotare con giudizio a poco a poco le stalle, perché altrimenti, mancando il fieno, le bestie alla fine morirebbero di fame, con danno nostro e dei cittadini mangiatori di carne. Noialtri contadini siamo ignoranti e non abbiamo il tempo di leggere i libri stampati; ma sappiamo per esperienza che i signori della città hanno torto di lamentarsi del rincaro della carne nelle annate di abbondante raccolto di foraggi. Se si trovassero al nostro posto, farebbero lo stesso, ossia terrebbero nella stalla ed ingrasserebbero vitelli e buoi negli anni di foraggio a buon mercato e li venderebbero negli anni di foraggio caro. Foraggio abbondante e a buon mercato, dicevano i miei vecchi, vuol dire bestie care, perché tutti vogliono allevare e nessuno vende; foraggio scarso e caro vuol dire bestie a buon mercato perché si è costretti a venderle, per difetto di mangime. Se i signori cittadini facessero venire tutti gli anni la pioggia in tempo e luogo opportuno ci sarebbero sempre foraggi abbondanti, molte bestie nella stalla e una regolare provvista di vitelli e buoi maturi per la macellazione. Ma poiché Domeneddio ha pensato diversamente, bisogna che i signori della città (quel contadino, che mangia carne di rado, preferendo più rustiche vivande, considera signori tutti quelli che mangiano la carne da lui fabbricata) si adattino alle vicende delle stagioni e ci lascino ammazzare ed allevare vitelli così come ne abbiamo la convenienza».

 

 

L’amico contadino parlava meglio di un libro stampato. Mi accorsi dopo che le stesse sue osservazioni le aveva fatte il prof. Enrico Voglino, direttore della cattedra ambulante di agricoltura di Alessandria, in una polemica coll’on. C. Mancini sul «Coltivatore» di Casalmonferrato; le aveva scritte il dottor Felice Guarnieri in una memoria sul recente rincaro delle carni pubblicata dalla Camera di commercio di Genova; le aveva esposte ai giovani dell’università commerciale Bocconi il prof. Maldifassi, in una elegantissima lezione, che si legge sul «Sole», e le ebbe a ribadire finalmente il prof. Bordiga della scuola di Portici in un articolo sunteggiato dal nostro Marchese in una di quelle sue succose noterelle sui «campi», che i lettori del «Corriere» ben conoscono. Il Maldifassi osservò, fra l’altro, che era ridevole accusare di ingordigia l’agricoltore della «bassa» lombarda il quale si sbarazza dei vitelli appena nati. È serio infatti affermare che costui vende il vitello per ingordigia di lucrare una quindicina di lire in media all’anno (ché tanto e non più è il valore dell’annuo ricavo del vitellino per vacca) di fronte ad un reddito di 450 – 500 lire in latte che ogni anno la vacca dà? Ed il Bordiga incalza dimostrando che in 100 giorni un vitello non consuma meno di 700 litri di latte, i quali valgono almeno quanto 100 chilogrammi di carne; mentre cresce, al più, di 100 chilogrammi di peso vivo, i quali si riducono a 50-55 kg di carne. Dimodoché se anche si riuscisse, con proibizioni e con tasse, a protrarre l’età della macellazione dei vitelli, si sarebbe raggiunto soltanto l’intento, assurdo economicamente, di cambiare 700 litri di latte (equivalenti a 100 chilogrammi di carne) con 55 chilogrammi di carne. Nascerebbe il clamore del rincaro del latte, già arrivato del resto ad altezze non piccole; e nascerebbe con maggior fondamento di ragione, sia perché il latte è un alimento nutriente come e forse più della carne, sia perché si sarebbe sottratto all’uomo, in elementi nutritivi, il doppio e più di quanto non gli si restituisca in carne.

 

 

Per queste chiarissime ragioni io mi meravigliai molto nel vedere come l’on. Raineri, che è un tecnico valoroso dell’agronomia, abbia condisceso – nei «provvedimenti a tutela e ad incremento della produzione zootecnica nazionale» da lui presentati, come ministro dell’agricoltura, alla camera – in misura limitata, ma sempre eccessiva, al sentimentalismo vitellino. In verità il ministro, che conosce bene quanto poca serietà abbia la crociata a pro dei nuovi innocenti, non ha voluto prendere la responsabilità di un provvedimento assurdo. L’ha scaricata sui municipi, imponendo che i regolamenti municipali di macellazione debbano contenere precise disposizioni relative ai limiti di età e di peso, al disotto dei quali non sarà concessa la macellazione degli animali bovini.

 

 

La scappatoia però non mi sembra felice e può essere cagione di malanni, forse più ristretti ma più intensi di quelli che nascerebbero da una norma generale di stato. I reggitori dei municipi sono invero facilmente portati a credere che del rincaro delle carni siano responsabili i troppo ingordi allevatori; anzi, non essendo nei consessi cittadini rappresentati gli abitanti del contado, sono più disposti a far opera ostile agli agricoltori ed apparentemente benefica ai cittadini, piu di quanto non lo sia la camera. Una deliberazione di consiglio comunale, sotto l’influenza di una campagna diconsumatori, è più presto presa di quanto non sia presto fatta una legge dal parlamento. Ho gran timore che, per effetto di quel «debbano», si abbia una fioritura in Italia di provvedimenti a pro dei vitelli, che renderanno difficile e complicato il commercio delle bestie bovine ed aumenteranno il prezzo delle carni invece di farlo diminuire. Tutto ciò che impaccia e limita il commercio accresce, non diminuisce, i costi delle merci. Credere altrimenti, è una singolare, sebbene rinascente, illusione. È perciò vivamente da augurare che il parlamento respinga l’obbligo fatto ai municipi di imporre limiti di peso e di età alla macellazione dei vitelli. Se le carni bianche e tenere fossero nocive alla salute, passi; ma che ciò non sia, dimostrano i consigli che i medici danno agli ammalati, di farne uso.

 

 

Il disegno di legge Raineri mette un altro impedimento alla macellazione dei vitelli, imponendo una tassa di lire tre per ogni vitello, di qualunque età e peso, portato al macello; devolvendo una delle tre lire ai comuni e due allo stato per costituire, queste ultime, un fondo da spendersi a pro della industria zootecnica. Poiché le tre lire sono fisse, è evidente che esse graveranno di più sul vitello appena nato, che pesa 20 chilogrammi e vale 22 lire, che non sul vitello di 100 chilogrammi che vale 100 – 120 lire; e sono quindi un freno protezionistico alla macellazione degli animali giovanissimi. Il ministro dice che gli allevatori non ne avranno danno, perché è cosa che non li riguarda; mentre i consumatori sopporteranno un aumento lievissimo di prezzo, di appena 5 centesimi al chilogrammo. Il ragionamento non corre, perché il consumo delle carni è già gravato di tali gravami fiscali, che proprio non si sente il bisogno di una nuova tassa ed ancora non si conosce la tassa che abbia per effetto di far diminuire il prezzo del consumo tassato. Il dire che si tratta di soli 5 centesimi è un discorso simile a quello del villano che tanto caricò di legna il suo ciuco, dicendo ogni volta che si trattava di una sola legna e che poco era il peso aggiunto, che alla fine l’asino stramazzò per terra. Sia perché le tre lire si aggiungono alle molte dei dazi consumo, sia perché si tratta di un provvedimento filo vitellino, che dimostrai sopra economicamente assurdo, la nuova tassetta deve dunque essere respinta.

 

 

Né persuade la circostanza che due delle tre lire sarebbero destinate a costituire un fondo a pro della industria zootecnica. L’on. Raineri ha dettato delle belle ed interessanti pagine a dimostrare i progressi della industria zootecnica ed a mettere in luce il molto che ancora si può fare. Il numero dei cavalli è aumentato in Italia da 657.544 nel 1876 a 955.878 nel 1908, ossia del 45,37%; gli asini sono anch’essi in aumento da 674.246 nel 1881 ad 849.723 nel 1908, ossia del 26%; i muli e bardotti aumentarono nello stesso periodo da 293.868 a 388.337, o del 32,15%; i bovi da 4.772.162 a 6.198.861, o del 29,90%; i suini da 1.163.916 a 2.507.798, o del 115,46%, gli ovini da 8.596.108 a 11.162.926, o del 29,86% e i caprini da 2.016.307 a 2.714.878, ossia del 34,65%. È confortevole che gli aumenti percentuali maggiori, se non gli assoluti, si siano verificati nel mezzogiorno d’Italia, come il Raineri dimostra, sulla scorta del censimento generale del bestiame del 1908, i cui risultati furono testé pubblicati dal Moreschi, direttore generale dei servizi zootecnici. Ma è certo che più potremmo progredire, se si pensa che nel numero dei cavalli, su 20 nazioni europee, teniamo il quindicesimo posto della media per chilometro quadrato e il decimo per 100 abitanti, nel numero dei bovini rispettivamente il tredicesimo e il diciottesimo, nel numero dei porci il quattordicesimo, e il diciannovesimo, nel numero delle pecore il quinto e l’undicesimo; e solo nel numero delle capre veniamo i terzi per chilometro quadrato e i sesti per 100 abitanti, e in quello dei muli, bardotti e asini ci troviamo rispettivamente al primo e al quarto posto nella media per chilometro quadrato e per 100 abitanti. Pure ammettendo che non si possa in parecchi casi, per circostanze di clima e di terreno, aspirare ai primi posti, potremmo però migliorare la nostra situazione. Per i cavalli, il migliorarla è una necessità militare, come dimostrarono qui magistralmente illustri generali, come il Perrucchetti e il Majnoni d’Intignano.

 

 

Intanto gioveranno sicuramente gli incoraggiamenti che il ministero d’agricoltura, dotato di qualche maggior fondo, potrà dare all’industria zootecnica. Più gioverà l’interesse economico degli allevatori di bestiame; perché se i prezzi sono bassi, a nulla servono i premi ministeriali; e se i prezzi sono remuneratori, l’allevamento fa progressi, come li fece a passo di gigante nella Sardegna, senz’uopo di incoraggiamenti governativi. A prezzi cari si moltiplicano cavalli, buoi, asini, pecore e capre come per generazione spontanea; ed a prezzi bassi pare che ogni virtù riproduttiva sia scomparsa. Ma certo anche gli incoraggiamenti ministeriali possono essere giovevoli; sotto forma di depositi governativi di stalloni (qui si ha una funzione di stato per ragioni militari), di esposizioni, medaglie, premi ai migliori allevatori, concorsi pubblici, scuole di zootecnia e via dicendo. Gli agricoltori sono avidissimi di diplomi, medaglie, premi, anche se la medaglia non c’è e c’è solo il certificato della medaglia; e se tanto poco basta per incoraggiare l’agricoltura, sarebbe un fuor d’opera lesinare i mezzi a quest’opera integratrice. Dovrebbe anzi essere raddoppiata o triplicata la dotazione data al ministero di agricoltura in croci da cavaliere e in commende dei vari ordini. Siffatta chincaglieria costa poco a regalare, non fa male a nessuno, e soddisfa le modeste ambizioni di tanta gente che, per ottenere la croce o la commenda, è anche capace di allevar cavalli o di ingrassare vitelli.

 

 

Dunque nessuna obiezione a che con questi innocenti mezzi il ministero d’agricoltura collabori, aggiungendo la sua modesta opera stimolatrice della vanità umana, a quella efficacissima dei prezzi remuneratori; ma obiezione grave a che i mezzi a far ciò siano tratti da una tassa sui vitelli. Timeo Danaos et dona ferentes, avrebbero ragione di esclamare gli allevatori di bestiame. Se si deve incoraggiare mettendo tasse, la miglior maniera di incoraggiamento è ancora quella di lasciare i denari nelle tasche dei cosiddetti incoraggiati. Né dimentichiamo che il sistema di creare tasse per costituire fondi speciali fu condannato da tutti i grandi finanzieri del passato e fu un progresso segnalato l’avere abolito simili espedienti di nascondere le entrate e di rendere meno sentite le spese. Se lo stato ritiene necessario di promuovere, nell’interesse generale, l’incremento della zootecnia, vi provveda con i fondi generali del pubblico erario. Non crei una piccola tassa fastidiosa e non risusciti un altro di quei fondi speciali, grazie a cui il bilancio italiano diventerà tra breve pezzato come il mantello della zebra e misterioso come i responsi della Pizia.

 

 

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