Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Corriere della Sera

La superstizione degli orari lunghi

«Corriere della Sera», 21 aprile 1913[1]

Gli ideali di un economista, «La Voce», Firenze, 1921, pp. 23-31

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 526-532

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. III, Einaudi, Torino, 1960, pp. 501-507[2]

 

 

 

 

Nelle discussioni che sul problema dell’insegnamento e dei professori secondari si stanno facendo in giornali e in congressi, non ho veduto, salvoché in alcuni articoli recenti della «Stampa» di Torino, trattato un punto che mi sembra capitalissimo e che potrebbe illuminare assai la soluzione da darsi al problema. Debbo premettere che, sebbene l’argomentazione possa avere un certo sapore professionale, sebbene cioè possa credersi che chi scrive non si sia saputo sottrarre alle sue abitudini mentali di studioso di scienze economiche, in realtà è l’esperienza viva della scuola che mi fa credere di essere nel vero. Ho insegnato per parecchi anni nelle scuole secondarie; e ritengo che l’insegnamento ai giovani di meno di 17-18 anni sia non meno utile agli insegnanti che agli studenti; io, almeno, vi ho imparato parecchie cose, che in seguito mi sono state giovevoli.

 

 

Fra l’altro mi sono convinto che nelle scuole secondarie si fa un abuso enorme di orario. Certamente è opportuno che i giovani siano legati ad una disciplina oraria maggiore che nelle scuole superiori, non essendo ancora sufficientemente maturo il loro giudizio ed essendo le loro volontà facili ad essere sviate dalle male compagnie, dal piacere dell’aria libera e delle belle passeggiate nei giorni di sole; ma da questa constatazione agli orari asfissianti delle nostre scuole secondarie ci corre. Tre ore nei ginnasi e nelle scuole tecniche, quattro ore nei licei e negli istituti, dovrebbero essere il massimo dell’orario giornaliero per tutt’al più cinque giorni della settimana; il giovedì dovrebbe essere libero del tutto o al più occupato al mattino; e in questo caso dovrebbero aversi almeno due pomeriggi liberi. Una delle maggiori e più pestifere superstizioni delle scuole italiane è la lunghezza dell’orario. Più gli scolari sono costretti a rimanere nelle aule scolastiche e meno profittano. Chi non sa che, al mattino, la terza ora di insegnamento è inservibile, che l’insegnante vede occhi stanchi, gambe e braccia irrequiete, disattenzione generale? Peggio nelle ore pomeridiane. Vi sono degli istituti tecnici dove, in certe classi, si va dalle due alle cinque e magari alle sei, attraverso un caleidoscopio di insegnamenti, i quali si succedono dinanzi ad una scolaresca sempre più disattenta ed irrequieta. La scuola educativa, sana, fortificante dovrebbe tenersi solo al mattino: tre ore con qualche intervallo di riposo; nel qual caso anche la terza ora dovrebbe essere profittevole. Il pomeriggio dovrebbe essere dedicato dai giovani ai compiti, allo studio indipendente, in parte agli esercizi fisici ed alle passeggiate.

 

 

Dicono i fautori degli orari lunghi: i giovani, se non si fanno studiare in classe, non fanno niente. Falsissima asserzione per i giovani valenti e studiosi, a cui viene imposta una tortura inutile; e falsa eziandio per i mediocri e gli infingardi, la cui occupazione nella scuola non è di studiare, ma di ingannare il tempo rimanendo passivi ascoltatori di cose a cui non si interessano. Se l’orario lungo riuscisse a far lavorare i mediocri colla testa, potrebbe ancora essere spiegato; ma poiché esso serve solo a farli star tranquilli col corpo ed a lavorare, forse, materialmente, colla mano intenta a scrivere, la sua efficacia educativa è nulla.

 

 

Aggiungono ancora: con gli orari brevi, con tre o quattro ore al giorno di lezione, come si possono esaurire i programmi? Altra superstizione quella dei programmi; e forse più pestifera di quella degli orari lunghi. Il “programma” è figlio di una concezione profondamente sbagliata di ciò che debba essere la scuola media. Purtroppo è la concezione dominante nella massa dei genitori, i quali si illudono stravagantemente in tal modo di giovare ai loro figli. Credono infatti i genitori che la scuola media debba insegnare delle cose praticamente utili ai loro figli, che dalla scuola i loro figli debbano uscire atti ad esercitare una professione, un’arte, un negozio, un mestiere. Questa sciagurata persuasione dei genitori è la causa per cui i ragazzi non imparano nulla e per cui la scuola si riduce ad una fabbrica di diplomi senza valore intrinseco. Se la scuola infatti deve servire a qualcosa di utile, perché non insegna ai giovani tutto lo scibile umano? perché oltre all’italiano, alla storia, al latino, alle matematiche, alla fisica, alla chimica, alla storia naturale, non si aggiungono due o tre lingue viventi, il disegno, l’economia, il diritto, il far di conti, la ragioneria; perché non si abolisce la filosofia che non serve a nulla, il greco, che nessuno impara? Perché, sovra tutto, i programmi di ognuna delle materie non si stendono a mano a mano, in guisa da abbracciare la massima quantità di nozioni utili? Se è utile conoscere i primi principi, è anche utile conoscere le applicazioni; anzi, quante più se ne conoscono, tanto più si sarà agguerriti nella lotta per la vita. Messi su questa via, si va fino in fondo. Ogni professore diventa il rappresentante ed il difensore di una disciplina, che egli vorrebbe tutta insegnare ai suoi giovani, disciplina di cui l’utilità è incontestabile, del cui insegnamento monco si deplorano gli inconvenienti nella pratica, nei concorsi alle carriere. Ognuno opina che il proprio orario è insufficiente; che le tre ore settimanali dedicate ad una materia non bastano, ma sono necessarie le quattro, le cinque, magari le dieci.

 

 

Come non vedere che tutto ciò è grottesco? Che in tal modo si falsa compiutamente il carattere della scuola? La quale non deve essere un luogo dove si vanno ad apprendere delle nozioni. Per ciò bastano i libri per i giovani valenti, le enciclopedie per i frettolosi, i ripetitori per gli infingardi. Non c’è nessuna necessità che lo stato spenda diecine di milioni per stipendiare migliaia di professori, allo scopo di ottenere ciò che meglio si otterrebbe mettendo un fonografo in ogni classe con un bidello per imporre silenzio. Né si creda che, con fonografi o con professori, la scuola possa riuscire ad insegnare ai giovani la professione od il mestiere a cui aspirano. La scuola non è fatta per ciò. In nessun paese del mondo e in nessuna epoca gli uomini hanno imparato nelle scuole medie il modo di far denari, di esercitare un’arte od una professione. I genitori che pretendono ciò, vogliono l’assurdo. Le professioni si imparano esercitandole. Non c’è altra via. Il compito della scuola è tutto diverso: formare l’intelletto ed il carattere del giovane, in guisa che possa orizzontarsi in seguito nella vita per affrontare e superare le difficoltà che gli si pareranno incontro. Perciò gli si insegnano, ad esempio, le matematiche; non perché sappia risolvere quei problemi matematici che nella vita sua di commerciante, banchiere, agente di cambio, industriale, impiegato, ingegnere, geometra, agrimensore gli capiterà di dovere esaminare. A ciò gli basteranno i prontuari, le formule fatte, che gli saranno assai più comode delle regole teoriche. Tuttavia le matematiche gli sono utilissime a scuola, perché servono a farlo ragionare, perché costringono la sua mente a fare un certo lavorio di paragone, di analisi, a vedere la correlazione tra quantità e concetti diversi. Così dicasi del latino, così di qualunque altra scienza, anche l’economia, che negli istituti tecnici si insegna. Il latino non viene insegnato perché si impari a parlare o scrivere una lingua morta; cosa che sarebbe perfettamente inutile. Ma si insegna per abituare l’intelletto a ben pensare, a costruire logicamente un periodo. È un esercizio logico anche l’economia. Se si volessero insegnare quelle nozioni economiche che i genitori possono immaginare siano “utili”, non basterebbero tre anni e 10 ore la settimana; e sarebbe fatica sprecata; perché non v’è necessità di imparare a memoria tutti gli istituti ed i fatti economici, bastando, all’uopo, sapere che ci sono dizionari e trattati e riviste dove quelle nozioni sono scritte. L’insegnante deve insegnare a ragionare, a vedere dentro ai fatti economici la parvenza esterna e la realtà vera; deve far vedere come nove su dieci dei ragionamenti economici correnti nei giornali, nei discorsi familiari, nei comizi, nei parlamenti sono dei sofismi; deve addestrare la mente a scoprire la verità tra mezzo ai molti errori. Formare la mente ed anche il carattere del giovane: ecco lo scopo della scuola media. A raggiungere il quale non sono necessari né i lunghi orari, né le prediche interminabili, né i programmi minutissimi. Tanto meglio anzi se il programma si limiterà alla semplice indicazione della materia da insegnare. L’insegnante valoroso sarà più libero di dire al giovane le nozioni che egli riterrà più atte ad interessarlo, a risvegliare ed esercitare la sua intelligenza, a renderla capace di risolvere problemi e superare difficoltà.

 

 

Che ha da far tutto ciò con le questioni dei professori? Molto più che non sembri a primo aspetto.

 

 

Perché, invero, c’è crisi nell’insegnamento secondario? Perché i professori sono mal pagati e non se ne trovano più abbastanza e solo gli scarti della gioventù universitaria si dedicano ad una professione così mal remunerata. E sono mal pagati, perché, essendo moltissimi e crescendone sempre il fabbisogno, la spesa totale aumenta benché gli stipendi unitari siano bassi. Facendo un esempio schematico, dato che in un paese ci siano 100.000 studenti divisi in 2.500 classi, a 40 per classe, numero eccessivo didatticamente, ma che talvolta viene superato, due vie si possono tenere: o il sistema degli orari lunghi, delle molte materie e dei programmi particolareggiati; od il sistema degli orari brevi, delle poche discipline e dei programmi ridotti al titolo della materia. L’uno può dirsi il metodo della forma, l’altro della sostanza; il primo della esteriorità infeconda, del funzionarismo, il secondo della scuola viva ed educatrice. Io dico che il secondo sistema consente assai meglio di risolvere il problema dei professori. Supponiamo infatti che lo stato non possa impostare in bilancio più di 10 milioni di lire per la scuola media, di cui si tratta. È possibile spenderle in due maniere, che si potrebbero ridurre in cifre come segue:

 

 

Orari lunghi Orari brevi
Numero studenti

100.000

100.000

Studenti per classe

40

40

Numero delle classi

2.500

2.500

Numero medio delle ore settimanali di lezione per ogni classe

26

16

Numero totale delle ore settimanali di lezione per tutte le classi

65.000

40.000

Numero medio delle ore settimanali di lezione per ogni professore

20

 16

Numero dei professori necessari

3.250

2.500

Stipendio medio

L. 3.076

4.000

Spesa totale per lo stato

L. 10.000.000

10.000.000

 

 

Naturalmente questo è un puro schema grezzo, che nella realtà dovrebbe adattarsi alle infinite esigenze della scuola; ma giova a mettere in chiaro come, con la stessa spesa, sia possibile: 1) pagare 1.000 lire circa di più di stipendio all’anno ad ogni professore e quindi farli star più contenti; 2) diminuire il numero delle loro ore settimanali di lezione da 20 a 16; 3) ridurre il fabbisogno di professori da 3.250 a 2.500, rendendone più facile e nello stesso tempo più rigoroso il reclutamento; 4) diminuire da 26 a 16 le ore di insegnamento settimanale per gli studenti.

 

 

Sui vantaggi del quale ultimo risultato ho già detto abbastanza; ma son vantaggi che crescono a mille doppi quando alla diminuzione degli orari per gli studenti si accompagni la diminuzione delle ore di lezione per i professori. Questi sono diventati, cogli stipendi bassi e colla necessità di guadagnar da vivere, delle macchine per vender fiato. Da vent’anni a questa parte le ore di fiato messe sul mercato dai professori secondari sono andate spaventosamente aumentando. Specie nelle grandi città, da 10 a 12 ore settimanali, che erano i massimi di un tempo, si è giunti, a furia di orari normali prolungati e di classi aggiunte, alle 15, alle 20, alle 25 e anche alle 30 e più ore per settimana. Tutto ciò può sembrare ragionevole solo ai burocrati che passano 7 od 8 ore del giorno all’ufficio, seduti ad emarginare pratiche. A costoro può sembrare che i professori con le loro 20 – 30 ore di lezione per settimana e colle vacanze, lunghe e brevi, siano dei perditempo. Chi guarda invece alla realtà dei risultati intellettuali e morali della scuola, deve riconoscere che nessuna jattura può essere più grande di questa. La merce “fiato” perde in qualità tutto ciò che guadagna in quantità. Chi ha vissuto nella scuola sa che non si può vendere impunemente fiato per 20 ore alla settimana, tanto meno per 30 ore. La scuola, a volerla fare sul serio, con intenti educativi, logora. Appena si supera un certo segno, è inevitabile che l’insegnante cerchi di perdere il tempo, pur di far passare le ore. Buona parte dell’orario viene perduto in minuti di attesa e di uscita, in appelli, in interrogazioni stracche, in compiti da farsi in scuola, ecc., ecc. Nasce una complicità dolorosa, ma fatale, tra insegnanti e scolari a far passare il tempo, pur di far l’orario prescritto dai regolamenti e di esaurire quelle cose senza senso che sono i programmi. La scuola diventa un ufficio burocratico, incaricato di tenere a bada per tante ore al giorno i ragazzi dai 10 ai 18 anni di età, e di rilasciare alla fine del corso dei diplomi stampati. Scolari svogliati, genitori irritati di dover pagare le tasse, insegnanti malcontenti: ecco il quadro della scuola secondaria d’oggi in Italia. Non dico che la colpa di tutto ciò siano gli orari lunghi; ma certo gli orari lunghi sono l’esponente e nello stesso tempo un’aggravante di tutta una falsa concezione della missione della scuola media.



[1] Con il titolo La crisi scolastica e la superstizione degli orari lunghi [ndr].

[2] Con il titolo La crisi scolastica e la superstizione degli orari lunghi [ndr].

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