La superstizione delle leggi

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 29/08/1901

La superstizione delle leggi

«La Stampa», 29 agosto 1901

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 431-434

 

 

«Dal rispetto negativo (della massima del lasciar fare e del lasciar passare) passerà il governo a legiferare efficacemente su le camere di lavoro, su l’arbitrato in caso di scioperi, sul riconoscimento delle leghe, e così via? Si metterà insomma mano da noi ad iniziare un andamento ordinato e legale di politica sociale, che garantisca agli operai quei diritti di riunione, di coalizione, di resistenza che ora così genericamente si reggono sopra congetturati presupposti, o vengono benignamente concessi da un determinato ministro?».

 

 

Così scriveva ieri, sulla Tribuna, il professore Antonio Labriola; ed all’augurio dell’acuto professore dell’ateneo romano noi potremmo associarci incondizionatamente, ove non ci tormentasse il dubbio che l’auspicato legiferare del governo non conducesse ad esagerazioni ed a malanni peggiori di quelli a cui si vorrebbe far riparo.

 

 

Poiché così siamo fatti in Italia: che lasciamo trascorrere anni ed anni senza occuparci affatto di un certo problema, quasi che esso per il legislatore non esistesse. Poi tutto ad un tratto ci assale la febbre di regolare tutto con decreti e regolamenti e quasi ci immaginiamo di cadere nella barbarie e nell’anarchia se il ministero non presenta ed il parlamento non approva in fretta ed in furia leggi appropriate e bellamente concepite.

 

 

Così oggi è divenuta di gran moda la legislazione sul lavoro. Si vogliono far leggi sugli scioperi, sulle leghe, sulle camere del lavoro, sull’arbitrato obbligatorio, ecc. ecc.; quasi che una volta fatte le leggi e per loro virtù gli scioperi non dovessero più moltiplicarsi, le leghe dovessero divenir mansuete, le camere del lavoro espellere dal proprio seno repubblicani ed anarchici, ed operai e padroni acconciarsi ai verdetti inappellabili degli arbitri.

 

 

Noi non diciamo che le leggi non servano a nulla. Su queste stesse colonne alcun tempo fa si esposero quelli che dovrebbero essere i principii inspiratori di una futura legislazione italiana sulle leghe operaie. Ed allora si vide, sulla scorta dei paesi più progrediti, come l’Inghilterra, la Francia, gli Stati uniti, le colonie inglesi, che per essere proficua e veramente benefica la legislazione doveva limitarsi a statuire su pochissimi punti fondamentali: riconoscimento esplicito del diritto degli operai di associarsi, facoltà alle leghe di farsi riconoscere giuridicamente, coll’obbligo della pubblicità degli statuti e degli atti sociali, diritto di possedere beni immobili e mobili e di citare e stare in giudizio per la gestione del patrimonio sociale. Andare più in là, noi avevamo detto, sarebbe stato pericoloso ed inutile. «Una lega non deve poter assumere obblighi giuridici rispetto al contratto di lavoro. Altrimenti i fondi sociali saranno posti alla mercè degli imprenditori che abbiano voglia di litigare per il non adempimento di certe clausole di un contratto di lavoro conchiuso dalla lega a nome dei suoi operai».

 

 

Non siamo i soli ad essere d’opinione che sia pericoloso legiferar troppo in materia di lavoro. In Inghilterra, a dispetto della lettera della legge e della giurisprudenza costante, il comitato giudiziario della camera dei lord in una recente sentenza ha stabilito che le associazioni di mestiere  dovessero rispondere delle infrazioni dei contratti di lavoro. «Tutto il mondo operaio inglese – commenta l’Avanti! – ne è in subbuglio. Se una tal giurisprudenza prende radice e diventa legge, dicono gli operai inglesi, se quindi ogni associazione di mestiere si trova esposta a venir molestata per gli atti dei singoli membri, se le casse delle associazioni possono venir vuotate da spese per indennizzi, per avvocati, per tasse giudiziarie, diventa impossibile tenere in piedi una sola associazione».

 

 

Gli operai inglesi hanno ragioni da vendere. Le troppe leggi producono un effetto sicuro: di strozzare quegli istituti e quelle organizzazioni che esse pretendono di tutelare, di sorreggere e di regolare. È dovere perciò di quanti vogliono veracemente la prosperità dell’economia nazionale e delle classi operaie di opporsi con risolutezza alla mania di abboracciare leggi per il bel gusto di far rientrare nell’orbita della legalità degli istituti che ora, dicesi, sono ex lege.

 

 

Un apostolo della legiferazione sociale trova stravagante, ad esempio, che «in uno stato bene ordinato ciascuno possa sbizzarrirsi a sua posta a creare istituti senza disciplina legale, ed operare per mezzo di quelli nell’interesse di una classe o di un partito per sopraffare altre classi ed altri partiti che hanno pur essi interessi da difendere e ragioni da tutelare» e prevede con terrore che se si va avanti di questo passo «a breve scadenza la società italiana sarà il modello vero della più perfetta

anarchia».

 

 

Noi non crediamo che si debba volere l’anarchia; ma nemmanco riteniamo che per terrori chimerici si debba soffocare la libertà d’organizzazione entro le strettoie dei regolamenti. Si dia bensì alle camere del lavoro ed alle leghe la libertà di costituirsi ed il diritto di possedere; ma per carità non se ne facciano degli istituti ufficiali, sulla falsariga delle camere di commercio e dei comizi agrari! Col pretesto di volere organizzare legalmente la rappresentanza delle classi lavoratrici, si annienterebbe del tutto il movimento odierno delle leghe che, bene o male, attraverso agli inevitabili errori dell’infanzia rappresenta un innegabile progresso economico.

 

 

O che male c’è che sorgano e prosperino leghe socialiste, cattoliche, costituzionali? Vinceranno quelle che saranno più adatte a raggiungere in modo duraturo e verace il bene delle classi operaie senza danno delle industrie e dei commerci. Le altre andranno in malora. Tocca ai costituzionali di organizzare leghe e camere di lavoro che siano vitali e benefiche. Questo ci pare l’unico mezzo liberale ed onesto di lottare con le leghe non costituzionali.

 

 

Altrimenti si creeranno istituti rachitici dei quali, appunto perché officiali, nessun operaio si interesserà e che adempiranno alla magra bisogna di inviare rapporti, più o meno utili e letti, al ministero di agricoltura, industria e commercio. Se questo si vuole, si faccia pure; ma sarà bene avvertire che in tal modo si fomenterà il sorgere di associazioni libere in contrasto alla legge ed animate da spirito sovversivo; e si impedirà l’educazione lenta e spontanea delle masse operaie. Perché gli operai non si educano iscrivendoli – come gli elettori delle camere di commercio – sulle liste delle camere di lavoro ufficiali; ma lasciandoli liberi di creare a loro posta organismi di difesa e previdenza. Aspettate che gli operai abbiano nelle casse delle loro leghe accumulato qualche migliaio di lire e vedrete come quelli che oggi sono più scalmanati per partire in guerra immediatamente contro l’«infame capitale», diverranno prudenti e sensati!

 

 

La dura scuola dell’esperienza individuale e non la legiferazione elegante potrà condurre a questi risultati; come pure gli scioperi non si comporranno solo perché si saranno creati sulla carta istituti di arbitrato obbligatorio; ma si eviteranno quando operai ed imprenditori saranno diventati più atti gli uni a tener conto delle condizioni dell’industria e più propensi gli altri a trattare colle organizzazioni operaie, come è richiesto dalla natura della grande industria moderna. Concetti intuitivi. Ci parve opportuno ricordarli oggi che molti attendono la salvezza dal governo e dal parlamento, dimentichi che le leggi a nulla servono e molto nuocciono quando facciano difetto negli uomini l’educazione morale ed economica, l’esperienza, il reciproco rispetto. Qualità che solo possono acquistarsi colla pratica faticosa delle libere istituzioni.

 

 

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