La tariffa doganale come arma di negoziazione

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 09/09/1921

La tariffa doganale come arma di negoziazione

«Corriere della Sera», 9 settembre 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 337-341

 

 

 

Tra molte lettere di consenso, le quali mettono in luce casi particolari di enormità della nuova tariffa doganale, su cui un po’ per volta ritornerò, mi sono giunte anche alcune lettere di obiezioni. Esse hanno tanto maggior peso in quanto provengono dal campo delle industrie fini, quelle in cui entrano sovratutto l’ingegno e la perizia, quelle perciò in cui dovrebbe essere maggiore la indipendenza dalle tariffe doganali. Vorrei poterne pubblicare le due più interessanti: l’una, privata, di uno dei maggiori e più benemeriti industriali italiani, l’altra dell’ing. Olivetti, iniziatore in Italia della produzione delle macchine da scrivere. Lo spazio mi costringe a sintetizzarne le argomentazioni, che sono del resto quelle ben note ed esposte anche nella relazione dell’on. Alessio, pubblicata in supplemento al n. 163 della «Gazzetta Ufficiale» (però in allegato al n. 764). Molto in riassunto, quelle argomentazioni potrebbero anche ridursi a quelle che il comm. Silvestri, già presidente della Confederazione generale dell’industria italiana e grande industriale meccanico, ha con franchezza brutale in una lettera all’«Idea Nazionale», esposte così: «I liberisti, come l’Einaudi, i quali vogliono addirittura l’Italia liberista in mezzo a stati protezionistici, sono ossessionati. Il loro è un caso patologico; e bisogna curarlo». «Docce fredde e camicia di forza», mi pare di sentir dire all’ottimo comm. Silvestri. E sta bene. Mi sia concesso però di chiedere:

 

 

«Perché coloro i quali considerano il nostro liberismo doganale tanto teorico, da essere degno di manicomio, non disdegnano talvolta di compiacersi delle considerazioni “pratiche” anzi “praticissime” che noi facciamo contro gli errori fiscali, contro le invadenze dei padreterni nell’industria o nell’agricoltura, contro i pericoli del controllo operaio, ecc. ecc.?»

 

 

Ben sappiamo che il culto della verità ha sempre condannato gli economisti ad essere a volta a volta lodati e vilipesi. Voler parlare sempre e soltanto nell’interesse generale, in difesa della collettività contro le prepotenze dei singoli, addita oramai da due secoli gli economisti alle accuse di salariati dei capitalisti da un lato e di nemici dell’industria dall’altro. È la sorte a cui siamo rassegnati: essere utilizzati e lodati da coloro a cui giova il ragionamento nostro fatto nell’interesse generale ed essere buttati via, come limoni spremuti, o schivati come matti da legare, appena, seguitando a ragionare, gli ascoltatori si accorgono di essere toccati nella borsa. Per certa gente, l’economista è un uomo pratico e ragionevole finché dice cose che giovano a crescere la loro ricchezza, i loro guadagni e i loro salari; diventa immediatamente un «teorico» appena dice: «alto là! la ricchezza si acquista con il lavoro e con il risparmio, non col mettere le mani nella tasca degli altri!». E poiché una tariffa doganale è il modo forse più cospicuo di arricchirsi cacciando le mani nella tasca altrui, e, per precisare, nella tasca dei connazionali, così è evidente che il meno che possa capitare a chi dà l’allarme è di essere tacciato come teorico, bisognoso di essere curato d’urgenza con le docce fredde.

 

 

Dopo questa, ritengo, legittima difesa, occorre riconoscere subito che quasi sempre i difensori delle tariffe protezionistiche sono in buona fede. Essi, di solito, affermano di considerare la libertà degli scambi come un ideale, disgraziatamente impossibile a raggiungersi, in un mondo dove tutti sono protezionisti. Da che la disputa è aperta, tutti i protezionisti sono sempre stati liberisti «in teoria». Anzi, tra gli studiosi, è oramai passato in proverbio, che se si vuol immediatamente caratterizzare il «protezionista-tipo», basta stare attenti se comincia il suo discorso o il suo scritto con la dichiarazione: «Io sono liberista in principio», «Il libero scambio è l’ideale che sempre mi ha sorriso ed a cui mi mantengo fedele». Chi parla così, è per antonomasia il protezionista puro, il più accanito e pericoloso di tutti, perché ha una teoria. Sbagliata, s’intende, ma una teoria da cui logicamente discende la pratica dei dazi protettivi. Gli altri, gli untorelli, i quali reclamano i dazi solo perché si seccano a dover far fronte alla concorrenza dei prodotti esteri a minor prezzo, non contano nulla. Subito si vede che parlano per un fine antipatico, quale è il vendere caro, e non possono avere decentemente seguito. Hanno seguito invece coloro i quali, fra le tante teorie protezionistiche, espongono quelle che vedo riprodotte nelle due lettere citate sopra:

 

 

  • Non l’Italia, ma gli altri stati si sono fatti iniziatori del protezionismo doganale: la Francia e la Spagna con tariffe enormi, l’Inghilterra con i progetti di dazi del 33% sulle merci estere dumpate e relative ad industrie-chiave; i paesi vinti con ingegnosi divieti contro le importazioni di merci di cosidetto lusso.
  • Può l’Italia sola rimanere inerme, in tanto strepito d’armi? Il libero scambio, come il disarmo, non deve forse essere universale?
  • L’iniziativa del disarmo doganale deve venire dai paesi economicamente più deboli, come l’Italia, o non invece da quelli più forti?
  • Non è assolutamente necessario avere una buona ed elevata tariffa a nostra disposizione, per potercene servire allo scopo di costringere gli altri stati a concederci ribassi sui loro dazi contro le nostre merci? Noi ribasseremo i nostri dazi sulle merci estere se gli altri ribasseranno i loro sulle merci italiane. Se apriamo senz’altro, di nostra iniziativa, le frontiere alle merci estere, gli stati esteri accetteranno il nostro «sacrificio» e non ci daranno nulla in cambio.
  • Quindi è necessario avere una buona ed elevata tariffa come arma di lotta nelle negoziazioni doganali. Chi va disarmato è battuto.
  • Perciò, soggiungono taluni, colui il quale critica la tariffa doganale non dà prova di carità di patria. Egli spunta in mano ai nostri negoziatori l’unica arma che essi posseggono per ottenere concessioni favorevoli alle nostre esportazioni, perché scredita la tariffa, dichiarandola dannosa all’Italia. Che cosa potranno ribattere i nostri negoziatori ai loro avversari stranieri quando costoro diranno: «Ma perché vi accanite a difendere i vostri dazi, che tante voci nel vostro stesso paese dichiarano eccessivi e dannosi alla vostra economia?».

 

 

Ognuno di questi punti potrebbe formare oggetto di uno o di parecchi articoli. Trattasi di momentose quistioni, le quali non possono essere trattate in poche parole.

 

 

Intanto si noti che nulla è meno sicuro che la minaccia di un’alta tariffa doganale contro le merci estere sia un’arma efficace per ottenere dagli stranieri ribassi dei loro dazi sulle nostre esportazioni. Quell’arma l’abbiamo brandita in passato, nel 1887, ed ora l’on. Alessio scrive nella sua relazione:

 

 

«I trattati commerciali stipulati (in seguito alla tariffa del 1887) non hanno forse recato un vantaggio ben preciso e tangibile alla nostra economia, perché da un lato le riduzioni di dazio ottenute si riferivano per lo più a prodotti, la cui esportazione sarebbe stata in ogni caso assicurata dal fatto che i paesi verso cui si dirigevano e si dirigono non hanno, o hanno solo in scarsa misura, produzioni similari, e dall’altro lato perché con i medesimi trattati non si è riusciti ad impedire il moltiplicarsi di ostacoli ad uno dei principali prodotti della nostra agricoltura, al vino, mentre l’industria della seta, una delle maggiori fonti delle nostre esportazioni, subiva le dure conseguenze dell’applicazione della tariffa massima francese».

 

 

Mentre l’arma della minaccia del dazio alto contro le merci straniere, la famigerata arma non ci fruttava nulla o pressoché nulla, paesi «inermi» o quasi inermi come l’Inghilterra, il Belgio, la Danimarca ottenevano tutti quei vantaggi che toccavano ai paesi «armatissimi». L’esperienza degli ultimi sessant’anni, fino al 1914, è questa. L’arma non ha reso nulla o ben poco ai paesi che l’usarono; e quel poco fu goduto anche dai paesi che ne fecero gitto. È un’arma dunque di carattere un po’ singolare. Ma c’è di peggio. Quando un combattente impugna nella vera guerra un’arma, una delle sue maggiori preoccupazioni è di assicurarsi prima che l’arma non gli scoppi in mano; che il fucile non uccida prima lui che il nemico, che la granata non abbia novanta probabilità su cento di mandare all’aria la sua compagnia invece che la compagnia nemica. Un’arma che avesse un vizio siffatto sarebbe subito, nella guerra vera, messa al bando, o, almeno, utilizzata con grandissima circospezione ed in casi estremi e ben definiti. Orbene, l’arma del dazio contro le merci estere, in primissimo luogo danneggia lo stato che la impugna. Tutti i trattati di economia contengono la dimostrazione di questo che è uno dei pontes asinorum ben conosciuti agli studenti universitari. Per quanto flebile, la voce del buon senso si ostina altresì a sussurrare ai negoziatori incaricati di maneggiare la bomba a mano dell’alto dazio: «Bada che se tu la lanci, il primo ad esserne danneggiato sarai tu. È vero che tu arrecherai all’avversario il danno di impedirgli di vendere a noi le sue merci; ma, per ottener questo, inevitabilmente costringerai i tuoi connazionali a pagar care le merci estere e a non vendere più le proprie. Cristo disse: A chi ti dà uno schiaffo su una gota, e tu porgi l’altra gota». Ma, nella vita comune, ripugna di considerare il danno di non aver potuto vendere ad altri ed a buon prezzo la roba propria compensato dall’altro danno di comperare cara la roba altrui. La tariffa doganale infligge uno schiaffo domestico a chi ha ricevuto lo schiaffo forestiero; epperciò e un’arma poco allegra ad adoperare.

 

 

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