La tassazione dei redditi dell’industria agricola

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 22/12/1922

La tassazione dei redditi dell’industria agricola

«Corriere della Sera», 22 dicembre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 996-1000

 

 

 

Se il reddito dei proprietari di terre, come tale, è tassato a sufficienza in paragone con le altre specie di ricchezza, come e quanto possono pagare i 6 miliardi di reddito che ricavano dalla terra coloro (proprietari ed affittuari) che esercitano l’industria agricola? Trattasi non del reddito della proprietà come tale; ma del reddito ricavato, in aggiunta al primo, da chi impiega lavoro, bestiame, semenze, concimi, macchine ecc. nel dirigere a proprio vantaggio e rischio, la coltivazione della terra.

 

 

Io dico che se ne possono ricavare 600 milioni; ma soggiungo subito che si ricaveranno solo a condizione: – che non si spenda nulla o quasi nulla per l’esazione; – che per incassare i 600 milioni di lire da parecchi milioni di contribuenti non si immobilizzino le agenzie delle imposte, perdendo in altre parti somme ben più cospicue; – che si cominci sul serio, in questa terra vergine tributaria, ad adottare criteri decenti rispetto alle aliquote; non più del 10% in tutto, per tutti gli enti tassatori insieme considerati. Se si volesse invece – come necessariamente accadrebbe applicando alla lettera gli articoli dei progetti Meda, Tedesco, Soleri – intestardirsi nel concetto di applicare ai coltivatori di terreni proprii il sistema della ricchezza mobile, noi metteremmo in piedi milioni di accertamenti, spaventeremmo i contribuenti con aliquote grottesche, che arrivano, compresi i centesimi addizionali e le tassette appiccicate, al 33-35%, provocheremmo frodi ed agitazioni ed otterremmo meno, assai meno dei 600 milioni, con una spesa spaventosa.

 

 

Mi corre obbligo di dire il perché ritengo inapplicabile alla terra il sistema della ricchezza mobile. Lo escluderebbe a priori il buon senso. Forseché nella stessa imposta di ricchezza mobile non si applicano sistemi diversi di accertamento, a seconda delle esigenze dei diversi tipi di reddito?

 

 

Ai possessori di titoli pubblici non esenti ed agli impiegati di stato si applica la ritenuta diretta sulle cedole o sullo stipendio.

 

 

Agli impiegati privati si applica la tassazione al nome del comune, dell’ente, della società, del principale, salvo rivalsa.

 

 

Per le società anonime si fa la tassazione sul bilancio, ed i progetti decreti Meda-Tedesco-Soleri innovano ordinando la tassazione sugli utili distribuiti; ed io mi auguro che questi siano i primissimi articoli di quei decreti che l’on. De Stefani farà applicare, con vantaggio della finanza e dei contribuenti e con liberazione di molti agenti da un lavoro antipatico, puramente cervellotico di ricostruzione dottrinaria ed irreale dei bilanci.

 

 

Solo nei confronti con gli industriali, i commercianti ed i professionisti privati si ricorre, per disperazione ed in mancanza assoluta di meglio, al sistema della denuncia da parte del contribuente, discussione con l’agente delle imposte, concordato o decisione delle commissioni. Si fa così, perché per questi redditi non c’è l’ubi consistam. Non si sa a quali criteri attenersi. I libri, quando ci sono e tanto più se sono veritieri, sono sospettati di frode. Le aliquote sono spaventose. Il contribuente, di fronte ad un’imposta che, tutto compreso, gli porta via un terzo del frutto incerto, variabile e sudato del suo lavoro, reagisce accanitamente. L’agente ha a sua disposizione i dati forniti dalla voce pubblica, dalle dicerie dei concorrenti, dalle scritturazioni delle merci spedite per ferrovia o delle operazioni risultanti dalle banche o dagli altri contribuenti con cui il paziente è in rapporto di affari. Tutta roba che in pratica serve a poco o nulla; sicché alle cifre concordate si arriva per intuito, per fortuna; e, più spesso, sulla base di criteri generali indiziari.

 

 

Lo vogliano o non lo vogliano i fautori del metodo cosidetto della denuncia dei redditi, in pratica gli accertamenti dei redditi dei professionisti, dei commercianti e degli industriali si fanno in realtà sulla base di un catasto. Catasto arbitrario, variabile, soggetto a mille eccezioni; ma catasto. Che cosa invero è, se non un catasto, quel metodo per cui un industriale tessile si tassa sulla base del numero delle sue bacinelle, dei suoi telai, dei suoi fusi, dei suoi cavalli vapore od idraulici? Che cosa è, se non un catasto, il metodo per cui un negoziante è tassato sulla cifra della merce da lui acquistata se in qualche modo si riesce a scoprirla? è un catasto informe, poco preciso, ma è catasto. Poiché, ridotto alla sua più semplice espressione, catasto vuol dire tassazione sul reddito presunto, invece che sul reddito effettivamente ottenuto. Tanti fusi, tante lire d’imposta. Paga, a parità di fusi, la stessa imposta tanto l’industriale capace che guadagna, quanto l’incapace od azzardoso che perde.

 

 

Così operando in pratica, così contravvenendo alla lettera della legge, ed entro i limiti in cui essa si attiene a questi indizi, l’amministrazione finanziaria, forse senza volerlo e spinta dalla realtà della vita che è più potente di qualsiasi elucubrazione dottrinaria, ha reso e rende e renderà ancora, se non si lascerà sviare dalle chiacchiere insulse degli zelatori della giustizia pura tributaria, un insigne servizio all’economia del paese. Quanto più tasserà i contribuenti privati su indizi esteriori e fissi, tanto più darà tranquillità al contribuente, certezza al tributo, incremento costante al suo rendimento; tanto più, sovratutto, incoraggerà i capaci a far bene, assicurandoli per qualche anno contro il pericolo di vedersi taglieggiato il frutto del proprio maggior lavoro e contribuirà ad eliminare, cosa augurabilissima, gli incapaci, i quali pagheranno lo stesso tributo come se essi guadagnassero invece che perdere.

 

 

Il grande pregio e vanto, l’inestimabile beneficio del catasto per la tassazione dei redditi terrieri fu sempre questo: la certezza, l’assicurazione contro l’arbitrio, la tassazione del reddito presunto o potenziale e così il premio all’abile e la multa a chi sa male utilizzare la terra. Concetto fecondo, che non bisogna perdere di vista per correre dietro a fisime cosidette moderne, ma che sono errori pratici vecchissimi. Il catasto deve essere, sì, alleggerito, sveltito; deve essere rinnovabile a distanze non eccessive di tempo; ma sarebbe errore gravissimo abbandonarlo. Che in Francia, che in Inghilterra od in Germania se ne faccia a meno sono frottole inventate da chi, per saper come vanno le cose, consulta le leggi scritte. Persino in Inghilterra, dove formalmente si bada ai fitti, nel periodo dal 1898 al 1913, il reddito imponibile della proprietà terriera oscillò da un massimo di 53.240.000 ad un minimo di 52.095.000 lire sterline; segno evidente che i redditi accertati non mutano se non lentissimamente. Se domani, per tassare i 5 sui 6 miliardi di redditi industriali-agrari che sono percepiti dai proprietari in qualità di coltivatori, si volesse adottare il metodo che si afferma – a torto come vedemmo – essere quello della ricchezza mobile per gli industriali, nascerebbe una confusione indicibile.

 

 

In certe regioni è frequente il fitto; e si potrebbe trarre qualche indizio del reddito dei proprietari dalle cifre di reddito accertate per gli affittuari vicini. Ma altrove il fitto non esiste; e siamo in regime di mezzadria, come in Toscana; o di mezzadria mista con l’affitto dei prati, come in certe zone del Piemonte. Qua le scorte sono del proprietario, là del mezzadro, altrove divise a metà. In molte zone è diffusa la proprietà coltivatrice diretta, senza fitto, senza mezzadria e senza braccianti. Se gli agenti delle imposte riusciranno a districare dalle cifre di prodotti, che sono distribuite, or sì or no, in proporzioni variabili, tra i vari partecipanti, la cifra del reddito agricolo industriale del proprietario come esercente l’industria agricola, saranno bravi. Io dico che non ci riusciranno affatto, perché i proprietari in Italia sono 6 milioni e perché sarebbe una suprema ingiustizia affermare, come fa qualche giornale che più insiste per la tassazione dei redditi agrari, che questi siano una prerogativa dei grandi proprietari. Di fatto, le cose non stanno così. I grandi proprietari – e non ne faccio loro un merito e dirò poi come debbano essere puniti fiscalmente – non hanno per lo più alcun reddito agrario, anche quando conducono in economia i loro terreni. Non bisogna elevare a regola l’eccezione della bassa Lombardia e dell’Emilia. Il grande proprietario coltivatore diretto, con o senza mezzadria, di fatto nella maggior parte d’Italia appena riesce a procacciarsi il reddito dominicale puro. Negli ultimi anni costoro furono fortunati solo perché salvarono il reddito dominicale; mentre coloro che avevano affittato i fondi non ricuperarono le imposte. Se si vuole sul serio ricercare i buoni redditi agricoli, bisogna badare ai piccoli e medi proprietari che, senza mezzadria, senza fitto in natura, direttamente coltivano essi stessi i loro fondi. Ma costoro sono il grosso, i 19 ventesimi dei 6 milioni; e costoro, già si proclama dai giornali tassatori, non bisogna toccarli. Bassa demagogia; che dimostra in quale ginepraio andrebbe a cacciarsi l’amministrazione qualora pretendesse di rintracciare, con le cosidette denunce e col tu a tu coi singoli contribuenti, l’ammontare vero dei redditi agrari. Poche migliaia, pochissime, di proprietari coltivatori diretti sul totale dei 6 milioni sanno fare i conti del proprio fondo, sceverando il reddito dominicale del proprietario dal reddito industriale del dirigente l’azienda e dal reddito di lavoro del coltivatore manuale. Quando due o tutte tre le figure si confondono insieme, l’analisi è un rebus insolubile per il contribuente; e sarebbe fonte di arbitri senza nome a danno dei meno accorti. Sarebbe una vera sciagura se alla terra si applicassero i metodi che sono appena appena concepibili nelle industrie e nei commerci, dove c’è gente capace a tener conti, bilanci di entrate e spese, calcoli di ammortamento e simili.

 

 

Se si vogliono far pagare agli agricoltori i 600 milioni, che ho detto sopra – ed andare al di là non mi parrebbe equo – e se si vogliono far pagare senza lagnanze, senza iniquità, senza strepito, bisogna battere altra via. Bisogna che l’imposta sui redditi agricoli degli esercenti l’industria agraria sia ripartita con gli stessi criteri di certezza, di fissità, di universalità e d’oggettività che caratterizzano l’imposta fondiaria sui proprietari terrieri. Migliorare lo strumento; ma servirsi di quello. È il solo che possa dare, con poca spesa, le centinaia di milioni che gli agricoltori debbono pagare e di cui l’erario ha bisogno.

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