La tensione del cambio e le sue cause

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. III

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 20/03/1913

La tensione del cambio e le sue cause

«Corriere della Sera», 20 marzo, 2 aprile[1] 1913

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.III, Einaudi, Torino, 1960, pp. 475-488

 

 

 

 

1

 

Il rialzo del cambio al disopra del 102 è forse il fatto che maggiormente interessa il mondo economico nel momento presente. Riassumiamo l’andamento del fenomeno, dando le cifre del prezzo medio del cambio su Francia dal 1903 in poi:

 

 

Anno

 

1903

 99,95

1904

100,14

1905

99,92

1906

99,94

1907

99,97

1908

100,02

1909

100,44

1910

100,52

1911

100,54

gennaio ottobre

 

1912

100,91

 

 

Avendo voluto ricavare i dati da fonti ufficiali, e cioè dalla nota memoria dello Stringher su la bilancia dei pagamenti fra l’Italia e l’estero e dalla esposizione finanziaria Tedesco del 7 dicembre 1912, i dati si arrestano a fine ottobre. Ma è noto che dopo d’allora i cambi hanno continuato a crescere ed in marzo oscillarono tra il 102 e il 102,35 per ridursi però in seguito a 101,88. Il rialzo in questi ultimi giorni si è attenuato, ma rimane ancora degno di attenta considerazione.

 

 

Quali le cause? La più frequentemente addotta è quella di un peggioramento nella bilancia dei pagamenti internazionali. L’Italia, si dice, compra all’estero più di quanto non venda e deve saldare la differenza in oro. Più è grossa la differenza passiva, più è forte la ricerca dell’oro, onde il rialzo del suo prezzo in carta.

 

 

Esaminiamo i fatti. Ecco quale fu nell’ultimo decennio lo sbilancio del commercio internazionale (cifre in migliaia di lire):

 

 

Importazione

Esportazione

Eccedenza

delle importazioni

1903

1.813.416

1.413.028

400.388

1904

1.877.544

1.572.592

304.952

1905

 

2.015.775

1.705.315

310.457

1906

 

2.514.351

1.905.949

608.402

1907

 

2.880.669

1.948.868

931.801

1908

 

2.913.274

1.729.263

1.184.011

1909

3.111.710

1.866.889

1.244.820

1910

 

3.245.975

2.079.977

1.165.998

1911

 

3.389.297

2.204.273

1.185.024

1912

3.604.104

2.396.146

1.207.958

 

 

 

È chiaro che la causa del recente aumento del cambio non può trovarsi nel cosidetto sbilancio del commercio internazionale. Sono cinque anni oramai che lo sbilancio batte su 1 miliardo e 200 milioni ed il cambio, se questa fosse la causa del suo aumento, avrebbe dovuto aumentare fin dal 1908; il che non avvenne. Ed è noto inoltre che il cosidetto sbilancio non esiste. Lo Stringher ha dimostrato limpidamente per il 1910 che lo sbilancio in merci è compensato in grandissima parte da crediti invisibili derivanti da rimesse degli emigranti, spese dei viaggiatori stranieri in Italia, guadagni della marina mercantile, ecc. Rimane una differenza così piccola che può spiegarsi con eventuali errori di valutazione nelle statistiche commerciali. E, caso mai, la stessa differenza esisteva da cinque anni e non può essere stata la causa di un fenomeno così recente come l’aumento del cambio oltre il 100,50.

 

 

Né si dica che lo sbilancio in merci è cresciuto nei primi mesi del 1913. Conosciamo le cifre del gennaio; e queste ci dicono che le importazioni sono aumentate di 10.845.000 lire; ma, poiché le esportazioni sono aumentate ancora più, di 12.916.000 lire, è evidente che lo sbilancio è diminuito in gennaio di circa 2 milioni di lire. Fino alla fine gennaio non pare dunque che le maggiori spese per la compra del grano, per la maggior spesa del carbone, ecc. ecc. abbiano avuto la virtù di accrescere lo sbilancio a nostro sfavore.

 

 

Si osserva, è vero, che in questi ultimi mesi sono diminuiti i crediti invisibili, perché i nostri emigranti mandano meno denari in patria, sia per essere i loro risparmi diminuiti, sia per avere gli emigranti negli Stati uniti preso l’abitudine di depositare i loro denari nelle nuove casse postali istituite dal governo americano, ed anche perché nell’inverno 1912-13 vi sarebbero stati meno forestieri in riviera. Tutto ciò può darsi; ma perché non confessare che non ne sappiamo niente, e che si può ragionevolmente rimanere incerti di fronte alle asserzioni di altri, che asseverano aumentate le falangi dei viaggiatori stranieri e non diminuite le rimesse degli emigranti? Continuano ancora taluni affermando che i debiti invisibili sono aumentati: 1) perché molti capitalisti italiani mandano le cedolette della rendita ad esigere a Parigi, appunto per godere della differenza nel cambio; 2) che furono cospicue le ricompre della rimanente rendita italiana all’estero; 3) non indifferenti gli acquisti di buoni del tesoro austriaci, ungheresi, rumeni e di altri valori esteri; 4) forti le somme che il tesoro dovrebbe pagare in oro nella Libia per approvvigionamenti militari, che dall’estero vanno direttamente nella colonia. Tutto ciò può essere vero, sebbene non esista alcun dato preciso in proposito; ma nulla si sa altresì intorno ad eventuali fattori compensatori, come sarebbero le eventuali vendite di titoli italiani all’estero da parte di privati o di banche – fu scritto che qualcosa fu venduto -, l’immigrazione di capitali stranieri a finanziare nostre imprese ferroviarie, tramviarie, elettriche, ecc.

 

 

Talché si può rimanere fondatamente scettici intorno alla spiegazione che si darebbe dell’aumento dei cambi collo sbilancio dei pagamenti internazionali. Ammettiamo pure, del resto, che esista uno sbilancio grosso, di 500 milioni, per esempio, per il paese in un dato anno; sbilancio che deve essere pagato in oro. Forseché da ciò deriva necessariamente l’aumento del cambio oltre un certo segno, quel segno che i tecnici chiamano punto superiore dell’oro e che possiamo presumere in 100,50? Mai no. Dallo sbilancio deriva soltanto la conseguenza che bisogna mandare all’estero 500 milioni di lire d’oro, non l’altra conseguenza, tutta diversa, che la rimanenza del nostro stock monetario debba deprezzare. Un paese ha una circolazione di miliardi di moneta, oro o carta convertibile in oro. Se c’è uno sbilancio, capiterà tutt’al più che andranno all’estero 500 milioni d’oro, rimanendo il paese con 2 miliardi e 500 milioni. Ma non c’è nessuna ragione plausibile perché i 2 miliardi e 500 milioni restanti debbano deprezzare, ossia che, dopo, si debbano dare 102 lire per comprare una data quantità di merce invece di 100 lire che si davano prima. Anzi, i 2 miliardi e 500 milioni di moneta, essendo in minor quantità, diventeranno più cari, e basterà darne 99 per avere quella stessa quantità di merce che si aveva prima con 100. Dal processo nasce la riduzione e poi la scomparsa dello sbilancio commerciale: per molte maniere, di cui una sarebbe questa, che gli stranieri non hanno convenienza ad importare in un paese dove le merci valgono solo 99, mentre i nazionali hanno interesse ad esportare all’estero, dove le merci valgono 100. Onde diminuiscono le importazioni e crescono le esportazioni; il che vuol dire: diminuiscono i debiti e crescono i crediti, e lo sbilancio scompare. Il processo reale è più complesso, ma in un articolo è impossibile tracciare nulla più delle grandi linee.

 

 

La realtà è che l’aumento del cambio oltre il 100,50 (ed il cambio dicesi meglio aggio oltre questo punto) può sorgere non a causa dello sbilancio, ma solo se lo sbilancio si verifica contro un paese che ha una circolazione cartacea a corso forzoso e dove la circolazione è sovrabbondante. Anzi, non c’è nemmeno bisogno del solito famigerato sbilancio dei pagamenti per provocare la comparsa dell’aggio. Basta che ci siano troppi biglietti. Se un paese ha 2 miliardi e 700 milioni di biglietti a corso forzoso e questi biglietti sono troppi per fare gli affari del paese, per negoziare, ai prezzi correnti, le merci, i servigi che sono commerciatì in esso, è inevitabile che in quel paese la carta deprezzi rispetto all’oro. Nei paesi dove non c’è corso forzoso, con 100 lire di oro si compra, ad esempio, una tonnellata di una certa merce; all’interno, se la quantità dei biglietti fosse solo di 2 miliardi e 400 milioni, per avere una tonnellata della stessa merce bisognerebbe dare altresì 100 lire in carta; e ciò perché di biglietti all’interno ve n’è, fatte le proporzioni, né più né meno di quanto ci sia all’estero di moneta d’oro o di biglietti convertibili in oro. Ed allora è evidente che il biglietto da 100 lire vale quanto 100 lire d’oro, ambedue comprando la stessa tonnellata di merce.

 

 

Ma se all’interno vi sono 2 miliardi e 700 milioni di biglietti, è inevitabile che ognuno di essi valga di meno, ossia compri meno merci di quello che varrebbe e comprerebbe se i biglietti sommassero solo a 2 miliardi e 400 milioni; onde è logico che per la solita tonnellata della stessa merce si debbano dare non più 100, bensì 102 lire di moneta cartacea.

 

 

Applichiamo adesso la nota regola aritmetica per cui due cose uguali ad una terza sono uguali anche tra di loro; ed avremo che – essendo 100 lire in oro all’estero uguali ad una tonnellata di una data merce, e 102 lire in carta all’interno uguali alla stessa tonnellata della stessa merce, – 100 lire in oro all’estero dovranno essere uguali a 102 lire in carta all’interno. Ecco la causa dell’aggio: l’esuberanza della carta interna a corso forzoso, la quale deprezza perciò in confronto alle merci e quindi in confronto all’oro, che continua invece a scambiarsi colle merci nella stessa ragione di prima.

 

 

Che la circolazione sia aumentata in Italia è innegabile. I biglietti di stato dopo il 1895 da 400 sono passati a 500 milioni; i biglietti di banca dal minimo di 1 miliardo e 69 milioni al 31 dicembre 1896 passarono a 2 miliardi e 254 milioni al 31 ottobre 1912. Anche ammettendo che oggi i biglietti di banca in circolazione non superino i 2 miliardi e 150 milioni, si vede che in complesso i biglietti (di stato e di banca insieme) sono passati da 1 miliardo e 550 milioni circa a 2 miliardi e 650 milioni circa. Se si tiene conto che è aumentato anche l’uso degli assegni bancari, che la moneta circola più rapidamente, talché con minor quantità di essa si può far fronte ad una massa maggiore di transazioni, viene legittimo il dubbio che ci siano troppi biglietti in circolazione. Dico il dubbio, perché per se medesimo l’aumento della circolazione non vorrebbe dir nulla, se gli affari, i traffici, ossia il bisogno di moneta fossero aumentati nella stessa misura. Ma il dubbio si rafforza se si pensa che dal 31 dicembre 1906 al 31 ottobre 1912 i biglietti di banca (quelli di stato aumentarono in questo più ristretto periodo di poco ed in sostituzione di altre monete d’argento) aumentarono da , 1 miliardo e 60 milioni a 2 miliardi e 254 milioni. Donde poteva nascere in sei anni questo maggior bisogno di 600 milioni di moneta circolante? L’agricoltura va meglio e vende a prezzi alti; ma l’industria e il commercio a fine 1906 erano in pieno rigoglio di espansione, come non sono certamente oggi.

 

 

A spiegare l’aumento dell’aggio fu anche addotta la ragione dei gravi commovimenti internazionali che agitarono l’Europa dal settembre in qua ed avrebbero provocato dappertutto tesaurizzazione di oro da parte dei privati e quindi una perturbazione nei cambi in ogni paese contro Parigi e Londra, le grandi detentrici dell’oro così ricercato. Per vedere quanto vi sia di vero in questa spiegazione, riproduco dall’«Economiste europeen», il seguente confronto dei cambi al 29 agosto 1912 (prima della guerra balcanica) e al 13 marzo 1913 (ultimo numero di quel giornale). Le cifre dicono quanto 100 franchi di biglietti francesi valgono all’estero nella moneta nazionale dei singoli paesi. Se le cifre sono superiori a 100, vuol dire che il cambio su Parigi è superiore alla pari, ed inversamente se le cifre sono inferiori:

 

 

29 agosto

1912

13 marzo

1913

Diminuzione od aumento del cambio su Francia tra le due date

 

Turchia

99,26

99,83

+0,57

Inghilterra

99,75

 99,89

 +0,74

Germania

99,97

 100

 +0,03

Grecia

99,87

 100

 +0,13

Olanda

99,57

100,12

 +0,61

Egitto

99,77

 100,12

 +0,35

Stati uniti

 100,05

 100,25

 +0,20

Russia

99,97

100,34

 +0,37

Svizzera

 100,73

100,38

 +0,25

Scandinavia

 100,36

 100,54

 +0,18

Belgio

 100,25

 100,59

 +0,34

Austria-Ungheria

 100,25

 100,66

 +0,47

Italia

 100,88

 102,04

 +1,16

Rumenia

 99,95

 102,65

 +2,70

Spagna

 105,48

 108,23

 +2,75

Portogallo

108,73

 113,12

 +4,39

 

 

In questa tabella le cifre relative all’Italia non sono le più alte del mese di marzo. Prendiamo nota che dopo la prima settimana di marzo il cambio italiano è ribassato così che il rialzo dalla fine d’agosto 1912 ad oggi è soltanto da 100,88 a 102 circa, cosicché ci sarebbe una variazione di un punto soltanto. Nel suo complesso il confronto dimostra che probabilmente lo stato di guerra e l’irrequietudine politica europea hanno esercitato una certa, ma moderata, influenza sfavorevole sui cambi di tutti i paesi su Parigi, grande riserva d’oro e grande creditrice insieme. Due soli paesi conservano il cambio favorevole con la Francia: l’Inghilterra, per cui non occorrono spiegazioni e la Turchia, la quale dalla propria situazione arretrata è salva dai rischi della moneta di carta, mentre la Germania e la Grecia (la quale deve avere migliorato moltissimo il suo sistema monetario se, durante una guerra, ha potuto conservare tanto bene il valore della sua dracma), conservano il cambio suppergiù alla pari. Viene poi un gruppo di paesi elencati nella lista, dall’Olanda sino all’Austria-Ungheria, contro cui i cambi si mossero sfavorevoli per differenze da 0,18 a 0,61. Non avendo nessuno di questi paesi superato il 100,66, possiamo ammettere che si tratti di variazioni dovute al tesaurizzamento dell’oro ed alle correnti monetarie, forse perturbate dalle contingenze politiche. Ma è difficile spiegare con semplici perturbazioni monetarie politiche l’aumento dell’1% dell’Italia, del 2,70% della Rumenia, del 2,75% della Spagna, del 4,39% del Portogallo. Per questi due ultimi paesi, si sa che sono paesi a circolazione cattiva, esuberante. In Italia siamo; per fortuna e sapienza dei reggitori delle banche, ben lontani da questi estremi. Ma è chiaro che è più facile far deprezzare una merce – e la carta moneta è una merce come le altre – esuberante in quantità, di cui ci siano forti stocks disponibili, che non una merce appena sufficiente ai bisogni del mercato. L’occasione del deprezzamento sono la guerra, i torbidi politici, ecc. ecc.; ma l’occasione non varrebbe a nulla, se mancasse il motivo, la causa vera del deprezzamento della carta, che è la sua esuberanza.

 

 

Onde noi possiamo concludere che l’occasione, il pretesto del rialzo del cambio è la torbida situazione internazionale; ma a nulla i pretesti avrebbero valso, se alla speculazione non si fosse fornito modo di provocare il rialzo, se cioè si fosse contenuta la circolazione entro limiti più ristretti. Non basta ridurre la circolazione eccedente, come sapientemente si e fatto negli ultimi due mesi: bisogna ridurre ancora la circolazione totale perché è la circolazione totale e non quella eccedente che pesa sul mercato. Coloro che oggi reggono l’alta banca e la cosa pubblica hanno il merito di avere, in passato, risanata la circolazione; ed è certo che essi sapranno oggi togliere la causa fondamentale dell’aggio; causa che sinora ha prodotto piccoli effetti, ma ben più gravi potrebbe produrre in avvenire, ove non fosse pronto il rimedio. Già desso fu in parte apprestato, poiché la circolazione totale fu ridotta già di forse un centinaio di milioni in confronto ai massimi del secondo semestre 1912. Gioverà che l’opinione pubblica incoraggi a compiere altri passi su questa via coloro che hanno la responsabilità della eccellenza della nostra moneta circolante, condizione primissima di ogni progresso economico.

 

 

2

 

Il prof. De Johannis sulla «Tribuna», un collaboratore del «Momento economico» di Milano, il Monzilli sull’«Economista d’Italia», il signor g. g. sul «Secolo», mi hanno fatto l’onore di occuparsi dell’articolo che ho scritto sulle cause dell’aumento del cambio; combattendo tutti, più o meno, la tesi che l’aumento del cambio sia dovuto alla sovrabbondanza della circolazione cartacea. Contro una tesi, consimile alla mia, sostenuta dal prof. Giulio Alessio come relatore della giunta generale del bilancio furono scritti sull’«Economista d’Italia» parecchi articoli, il cui stile tradisce la penna di un competentissimo, per scienza e pratica, scrittore di cose bancarie. Non io certo presumo di aver ragione di un oste così compatta e valorosa. Tanto più che, a voler discutere tutti gli argomenti dei miei contraddittori, dovrei andar troppo più per le lunghe di quanto disgraziatamente già non sia costretto ad andare dall’indole degli argomenti trattati e rischierei di disamorare il pubblico dallo studio di problemi, come quelli monetari, che, forse più di ogni altro, interessano la fortuna di ognuno e la pubblica prosperità, ma sono nel tempo stesso irti di troppo tecnicismo per essere apprezzati come dovrebbero. Tutti dicono di interessarsi dei problemi sociali; ma tutti, anche i socialisti, che fan professione di tutori delle masse, si annoiano a sentir parlare di dogane e di moneta, sebbene dogana e moneta interessino le masse operaie e contadine, nonché i commercianti e gli industriali piccoli e grandi, enormemente di più della legislazione del lavoro e delle assicurazioni sociali. Se questi ultimi fattori possono esercitare una influenza come uno sul benessere delle classi lavoratrici, non vi è dubbio che i buoni o cattivi sistemi doganali e monetari possono esercitare una influenza come dieci. Eppure tutti discorrono di legislazione sociale e quasi tutti abbandonano le discussioni doganali e monetarie agli iniziati. Rompere questa cerchia di diffidenze è un dovere; ma è naturale che l’impresa imponga a chi la tenta di adattarsi a forme di linguaggio poco rigorose e di astenersi dall’entrare in particolari che riuscirebbero fastidiosi ai lettori. Mi limiterò perciò a discutere due principali obiezioni che mi sono state fatte; l’una delle quali dice essere inutile andar cercando nell’aumento della circolazione la causa dell’aggio, quando l’esperienza giornaliera ci ammaestra che l’aggio è dovuto ai forti pagamenti all’estero, ai tesaurizzamenti di oro, alle minacce di guerra; mentre l’altra osserva che l’aggio non può essere dovuto all’aumento della circolazione, non essendo i due fatti sincroni, non sussistendo cioè che quando, mese per mese o trimestre per trimestre, la circolazione aumenta aumenti anche l’aggio, ma essendo spesso succeduto precisamente il contrario. L’una potrebbe chiamarsi l’obiezione positiva, come quella che dà altre cause al sorgere dell’aggio; la seconda sarebbe obiezione negativa, perché tende a mettere nel nulla la spiegazione che fu da me e da altri ammessa come evidente.

 

 

Notisi prima, che a bella posta ho adoperato il termine aggio, per accentuare, ciò che del resto era implicito, che io non avevo affatto inteso occuparmi delle oscillazioni del cambio sull’estero. Finché il cambio oscilla tra 99,50 e 100,50 circa (bisogna prendere queste cifre con una certa latitudine), noi ci troviamo di fronte ad un semplice fatto di cambio; fatto che può verificarsi in ogni paese, anche in quelli che hanno biglietti permutabili a vista in moneta metallica vera. Le oscillazioni tra 99,50 e 100,50 possono benissimo essere dovute ai maggiori o minori pagamenti che si debbono fare all’estero, all’abbondanza o scarsità di divisa estera sul mercato. Ma è evidente che il cambio non può salire al disopra di 100,50; perché se anche la divisa estera fosse scarsissima, se anche si dovessero fare grossi pagamenti all’estero senza contropartita, la divisa estera non potrebbe valere più di 100,50 circa; perché, altrimenti, converrebbe portare i biglietti al cambio, farsi dare oro, e spedirlo, assicurato, all’estero in pagamento dei propri debiti. E poiché a spedire ed assicurare 100 lire d’oro all’estero non costa più di 50 centesimi circa (perciò ho addotto questa cifra, mentre in realtà la cifra è variabile a seconda dei paesi, delle somme, delle spese di spedizione ed assicurazione) così non conviene pagare la divisa estera più di 100,50. Se davvero dal 1908 al 1911 avessimo avuto uno sbilancio effettivo di 1 miliardo e 200 milioni, questo non avrebbe potuto avere altro effetto che quello che si verificò, per questa od altra causa, in quegli anni e cioè di spingere i cambi sino verso il 100,50. Se nel 1912 i cambi superarono il 100,50 e si trasformarono in aggio, questa nuova conseguenza non poteva essere dovuta alla vecchia causa, ossia allo sbilancio commerciale, la quale era invariata e che, come non era riuscita in passato a spingere i cambi oltre il 100,50, così non avrebbe potuto avere dopo questa virtù.

 

 

Tutti i paesi hanno o possono avere uno sbilancio commerciale, anche più grosso del nostro; eppure non v’è paese del mondo, dove non esista il corso forzoso, in cui il cambio mai si possa trasformare e mai si sia trasformato in aggio, ossia salire oltre il 100,50. L’aggio compare solo dove esiste corso forzoso e dove, inoltre, esiste molta carta a corso forzoso, tanta che, accanto ad essa, non si vede più circolare l’oro, perché essa carta basta a tutti i bisogni del commercio. In Francia, dopo il 1870, malgrado il corso forzoso, in anni parecchi la carta moneta non bastava ai bisogni del commercio ed accanto ad essa circolava oro allo stesso corso, ed in quegli anni, malgrado il corso forzoso, l’aggio era sconosciuto. Anche in Italia, dal 1903 al 1907, non bastando la carta ai bisogni del commercio crescente, l’oro era affluito da sé in paese e si vedeva circolare alla pari con la carta; e l’aggio era scomparso. Scomparve l’oro dalla circolazione, quando un po’ per volta la carta divenne prima bastevole da sola e poi sovrabbondante ai bisogni del commercio; ed a questo punto l’aggio fece la sua comparsa. Quando si dice che la sovrabbondanza della circolazione è la causa dell’aggio, si adopera invero, per adattarsi al comune modo di parlare, una locuzione impropria. In verità, si dovrebbe dire che aggio dell’oro sulla carta è sinonimo di deprezzamento della carta ed a sua volta il deprezzamento della carta è un fatto incomprensibile se non è contemporaneo alla sovrabbondanza della carta in Italia in confronto all’oro all’estero. La parola aggio è un modo abbreviato di discorrere, il quale vuol dire semplicemente questo: che in Italia esiste tanta cartamoneta (ossia tanta merce scelta dagli uomini o dai loro reggitori per l’ufficio di rendere facili gli scambi) che bisogna dare un biglietto su cui sono stampate le parole 102 lire per avere, supponiamo, una tonnellata di una certa merce; ed invece all’estero esiste (per adempiere allo stesso ufficio di strumento degli scambi) tanto oro che basta dare un disco su cui sono incise le parole 100 lire per avere l’uguale tonnellata di merce. Il che non può avere altro significato che questo: essere più abbondanti, rispetto alle merci, in un paese i biglietti che nell’altro l’oro. Se così non fosse, e se la cartamoneta non facesse ingombro, perché gli uomini, i quali in genere conoscono il proprio interesse, darebbero 102 lire di carta quando altri uomini danno appena 100 lire di oro?

 

 

Obiettano i negativisti: se le cose da voi dette fossero vere, dovrebbe ad ogni aumento nella quantità di carta in circolazione corrispondere un deprezzamento della carta stessa ossia un aumento nell’aggio, e viceversa: ad ogni diminuzione nella quantità della carta dovrebbe corrispondere una diminuzione nell’aggio. E mi scaraventano addosso cifre da cui risulta che, nei mesi o nei trimestri in cui la quantità della carta aumentò, l’aggio diminuì e viceversa aumentò quando la carta diminuiva. E concludono: ecco che i fatti smentiscono la vostra teoria. Alla quale però nulla avevano intrinsecamente saputo obiettare.

 

 

La risposta è duplice. In primo luogo, nessuno disse mai che l’aggio cresca o diminuisca in proporzione all’ammontare assoluto della quantità di carta circolante. La circolazione cartacea può aumentare da 2 miliardi a 2 miliardi e 200 milioni e l’aggio scemare da 102 a 101; senza che con ciò la cosidetta teoria quantitativa sia scrollata. Se, nel frattempo, i bisogni del commercio sono aumentati del 15% è evidente che la cartamoneta, pur essendo aumentata, siccome è aumentata solo del 10% è divenuta effettivamente scarsa; e si capisce quindi che essa valga di più, ossia che l’aggio scemi a 101. Ricordiamo un canone ovvio di interpretazione delle statistiche: una statistica, una serie di cifre o di fatti può servire di riprova ad una teoria dimostrata vera col ragionamento; ma non serve affatto a dimostrare falsa una teoria vera. La concordanza tra le cifre e la teoria rafforza la verità, altrimenti dimostrata, di questa; la sconcordanza prova tutt’al più che bisogna trovare la spiegazione delle cifre non spiegate dalla teoria; ma finché la spiegazione non si sia trovata e questa abbia messo sulla via di confutare con nuovi ragionamenti la vecchia teoria, questa rimane in piedi.

 

 

In secondo luogo non giova ai negativisti mettere in luce alcune sconcordanze mese per mese, trimestre per trimestre tra i movimenti della quantità della moneta e dell’aggio. I fatti economici durano tanto tempo, ad aggiustarsi tra di loro, esistono tanti ostacoli al movimento sincrono dei fatti, che a ragionare di mesi e di trimestri è come pretendere che gli orologi da cinque lire non facciano mai per anni uno scarto nemmeno di un secondo. È impossibile nei fatti economici prendere ad unità di tempo neppure l’anno; la contemporaneità dei movimenti e le grandi linee, che poi sono le vere, dei fatti si scorgono solo attraverso periodi di tre, cinque o più anni. Un fatto di oggi è assurdo che produca subito i suoi effetti: li vedremo fra qualche tempo seppure non sarà intervenuto qualche nuovo fatto a deviare il corso degli avvenimenti. I fatti importanti non sono perciò i fatti momentanei del mese, del trimestre o dell’anno: sono i fatti che durano da molto tempo. Perciò ho sempre detto che il fatto preoccupante rispetto all’aggio non era il 102 o 102,35 del momento fuggevole; ma l’altro fatto, ben più rilevante, che dal 1907 ad oggi, per oramai sei anni si notava una tendenza del cambio prima e dell’aggio poi a crescere, mentre pure cresceva in media la quantità di carta circolante; né si vedeva che la prosperità e gli affari del paese fossero, rispetto a cinque o sei anni fa, aumentati per modo da legittimare l’uso di tanta maggiore copia di carta circolante. Questi sono i fatti importanti; ed i soli importanti, e poiché essi coincidono perfettamente con la opinione la quale dice che il deprezzamento della carta moneta (sinonimo di aggio) è dovuto all’aumento relativo della sua quantità, questa opinione ne rimane rafforzata.

 

 

Rimane l’opinione positiva la quale riannoda l’aggio o alle perturbazioni cagionate dalla guerra ovvero allo sbilancio dei pagamenti internazionali che sarebbe recentemente cresciuto. Poche parole rispetto alla prima opinione. Se la guerra balcanica fosse essa la causa dell’aggio, per qual misteriosa ragione l’aggio sarebbe fortemente aumentato in Spagna e in Portogallo, assai meno in Italia e non esisterebbe affatto in Grecia e in Turchia? Come mai in Austria-Ungheria, dove i tesoreggiamenti furono vistosissimi per timore di guerra, l’aggio è sul 100,60 appena, e poco variò in confronto di prima della guerra?

 

 

Coloro i quali affermano che l’aggio è dovuto allo sbilancio debbono ancora dare una spiegazione chiara e plausibile della maniera con cui la causa sbilancio possa produrre l’effetto aggio. Io ci ho pensato molto; ma non l’ho trovata. Anzi parmi chiarissimo che quella causa non può produrre quell’effetto. Infatti, che cosa vuol dire che esiste uno sbilancio di 500 milioni di lire in un anno? Che l’Italia, ad esempio, ha crediti per 3 miliardi di lire per merci esportate, rimesse di emigranti e di viaggiatori ecc. ecc., ed ha 3 miliardi e 500 milioni di lire di debiti per merci importate, interessi passivi ecc. Come pagheremo noi quei 500 milioni di lire? Non con oro esistente in paese, perché in un paese a corso forzoso oro non ve n’è in circolazione (se ve ne fosse, allora il corso forzoso esisterebbe pur sempre; ma sarebbe una forma e potrebbe essere abolito senza inconvenienti) e quel che esiste nelle casse degli istituti di emissione non viene messo fuori. Non parliamo dell’oro nascosto dai contadini e dai paurosi sottoterra, il quale è una quantità normalmente trascurabile e tanto più si nasconde quanto più la carta deprezza. Neppure i 500 milioni si potranno pagare con la carta moneta nazionale, che all’estero non viene accettata. Nessun’altra via di pagare i 500 milioni esiste, bisogna persuadersene, fuorché: 1) esportare merci o servigi nostri. Il che vuol dire crescere i nostri crediti per esportazioni, per rimesse di maggior numero di emigranti, per noli della marina mercantile e vuol dire ancora annullare lo sbilancio, che sarebbe la causa dell’aggio. Come l’esportare merci o servigi in maggior copia, ossia distruggere lo sbilancio, possa far svilire la carta moneta nazionale è mistero, ripeto, che non sono riuscito a penetrare; 2) esportare titoli di debito pubblico o privato; il che vuol dire promettere di pagare in avvenire i 500 milioni di merci che oggi importiamo in eccedenza. Il qual mezzo potrà essere doloroso, imprudente (ma può anche essere un mezzo utile se le merci importate in eccedenza sono strumenti di produzione e non merci di consumo immediato); ma ad ogni modo serve a far scomparire il famigerato sbilancio. Quando gli stranieri hanno accettato da noi, in cambio delle loro merci, una promessa di pagamento avvenire, avremo forse noi fatto un gramo affare; ma la partita è saldata: i 500 milioni per ora non li dobbiamo già pagare. Anche qui lo sbilancio è scomparso; e, non esistendo più, non può essere la causa dell’aggio. Si trovino altre maniere di pagare gli sbilanci che non rientrino sotto l’una o l’altra di queste due categorie; e si spieghi come queste maniere di pagare facciano svilire la carta moneta, la quale con i pagamenti all’estero non ha nulla a che fare, perché essa serve solo a fare i pagamenti all’interno. Fino a che questi misteri non siano svelati, io seguiterò a ritenere per vera la spiegazione vecchia, tradizionale, la quale dice che le merci tutte, e quindi anche la merce moneta e la moneta cartacea in ispecie, sviliscono, salvo mistero, quando esse diventano più abbondanti relativamente al bisogno che di esse merci si ha sul mercato.

 



[1] Con il titolo Ancora le causa dell’aggio [ndr].

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