La teoria dell’imposta in Tommaso Hobbes, Sir W. Petty e Carlo Bosellini

Tratto da:

Saggi sul risparmio e l’imposta

Atti della R. Accademia delle scienze di Torino

Data di pubblicazione: 01/01/1933

La teoria dell’imposta in Tommaso Hobbes, Sir W. Petty e Carlo Bosellini

«Atti della R. Accademia delle scienze di Torino», 1932-1933, pp. 546-610[1]

Saggi sul risparmio e l’imposta, Einaudi, Torino, 1941, pp. 363-406.

 

 

 

I

 

Tommaso Hobbes e l’imposta concepita come prezzo della pace pubblica

 

1. – In alcune pagine lapidarie, Tommaso Hobbes ha gittato le fondamenta della speculazione venuta poi sulla ragione dell’imposta.

 

 

Dapprima egli pose il fondamento politico del canone della uguaglianza tributaria. Da diverse ragioni i cittadini sono indotti a ribellarsi: dalla diffusione di prave dottrine, dal prepotere della ambizione e dal bisogno.[2]

 

 

Qui ci interessa l’ultima:

 

 

«Secundo loco disponere cives ad seditionem ostendimus, aegritudinem animi ab egestate; quam quidem egestatem licet a luxuria vel ignavia propria profectam, imputant tamen iis qui regunt civitatem, tanquam pensionibus publicis exhausti et oppressi. Fieri tamen potest aliquando ut querimonia illa justa sit, nimirum cum onera civitatis civibus inaequaliter imponuntur. Quod enim omnibus simul leve onus est, si multi se subtrahunt, caeteris grave, imo intolerabile erit. Neque homines tam onus ipsum, quam inaequalitatem graviter ferre solent. Maxima enim ambitione de immunitate certatur, et in eo certamine minus felices magis felicibus tamquam victi invident. Ad tollendam ergo justam ergo justam querimoniam, quietis publicae interest, et per consequens ad officium pertinet imperantium, ut onera publica aequaliter ferantur. Praeterea, cum id quod a civibus in publicum confertur, nihil aliud sit praeter emtae pacis pretium, rationis est, ut ii qui aeque pacis participant, aequas partes solvant, vel pecunias, vel operas reipublicae contribuendo. Lex autem naturalis est unusquisque in jure aliis distribuendo, omnibus aequalem se praebeat; quare imperantes, ut onera civitatis civibus aequaliter imponant, lege naturali obligantur (Elementa philosophica de Cive, Imperium, Cap. XIII, X; ed. di Amsterdam, 1696, 208-209).

 

 

L’uguaglianza è comando politico di prudenza. Chi governa non deve fornir pretesto ai governati di sentirsi esausti ed oppressi dalle imposte. Pretesto massimo l’invidia verso chi si presume più fortunato nel sottrarsi agli oneri pubblici. Diventano invidiosi non solo coloro i quali sono veramente oppressi; ma anche coloro che frodarono meno di altri (minus felices magis felicibus tanquam vincti invident). Il comando dell’uguaglianza non è solo negativo. Esso discende altresì dalla circostanza che l’imposta è il prezzo pagato dal cittadino per acquistare il beneficio della pubblica pace; e poichè tutti partecipano egualmente[3] alla pace pubblica tutti devono ugualmente partecipare ai pubblici oneri.

 

 

2. – Il principio politico dell’uguaglianza può essere diversamente inteso. L’Hobbes così lo analizza:

 

 

Aequalitas autem hoc loco intelligitur, non pecuniae, sed oneris, hoc est, aequalitas rationis inter onera et beneficia. Quamquam enim pace omnes aequaliter fruantur, non tamen beneficia a pace omnibus aequalia sunt. Nam alii plus, alii minus bonorum acquirunt. Et rursus alii plus, alii minus consumunt. Quaeri igitur potest, an debeant cives in publicum contribuere, pro ratione eorum quae lucrantur, an eorum quae consumunt, hoc est, an personae taxari debeant, ut pro ratione eorum quae consumit. Sed si consideremus ubi pecuniae conferentur pro ratione opum, ibi eos qui aequalia lucrati sunt, non aequalia possiedere, propterea quod alter parta per parsimoniam conservat, alter per luxuriam dissipat, ideoque beneficio pacis aequaliter gaudentes, civitatis onera non aequaliter sustinere: et ex altera parte, ubi res ipsae taxantur, ibi unumquemque dum rem privatam consumit, partem civitati debitam pro ratione eorum non quae habet, sed quae beneficio civitatis habuit, eo ipso quod sua consumit, imperceptibiliter persolvit: dubium amplius non est quin prior ille modus pecunias imperandi contra aequitatem, et proinde contra officium imperantium sit, posterior autem rationi et officio eorum consentaneus (Elementa cit., Cap. XIII, XI; ed. 1696, 209-210).

 

 

Se il ragionamento non è scevro di qualche incertezza, l’incertezza è quella medesima la quale tormenta gli indagatori moderni.

 

 

L’uguaglianza dell’imposta non si intende in ragion di somma uguale pagata (non pecuniae); ma di rapporto costante (aequalitas rationis) fra l’onere dell’imposta e il beneficio ricevuto dalla pace pubblica (inter onera et beneficia). Ma i cittadini sono diversamente avvantaggiati dalla pubblica pace, poichè gli uni si procacciano o consumano maggiore o minor copia di beni in confronto agli altri. Il problema è: debbono i cittadini pagare l’imposta in ragione dell’acquisto (pro ratione eorum quae lucrantur) o del consumo (an eorum quae consumunt)? Se qui la scelta è posta chiaramente fra la tassazione del reddito guadagnato e quella del reddito consumato, subito dopo l’Hobbes complica il problema. Il contrasto fra tassazione del reddito e tassazione del consumo è identificato (hoc est) con un altro anzi con un duplice altro contrapposto: fra il tassare le persone affinchè paghino sulla loro ricchezza (an persona taxare debeant, ut pro ratione opum contribuant) ed il tassare le cose medesime, affinchè ognuno paghi in ragione di ciò che spende (an res ipsae, ut contribuat quisque pro ratione eorum quae consumit). L’accenno alla distinzione fra la personalità (personae) e la realità (res ipsae) della tassazione, che par riferirsi piuttosto al contrasto fra imposte dirette ed imposte indirette, è a mala pena toccato; chè l’Hobbes vuole in sostanza tassare gli uomini e dubita solo sulla ragione del tassare. La quale qui muta, non rispetto all’alternativa del consumo, ma a quella dell’acquisto. Al pro ratione eorum quae lucrantur è sostituito il pro ratione opum. Non è chiaro se l’Hobbes abbia chiaramente veduta la sostituzione, che egli fa, dell’un concetto all’altro. Forse vi è stato condotto quasi senza avvedersene dal fatto che le imposte dei tempi suoi assumevano frequentemente come base imponibile dei redditi o guadagni, l’ammontare della ricchezza posseduta ossia, del patrimonio. Base fallace, a parere dell’Hobbes, perché contrastante al supremo principio dell’uguaglianza. Questa richiede che i cittadini, i quali ugualmente godono dei vantaggi della pace pubblica paghino ugualmente. Ed invece coloro i quali ugualmente guadagnarono – ed egli par soggiungere: epperciò ugualmente parteciparono alla pace pubblica – non posseggono uguali ricchezze, chè l’uno conserva il guadagnato colla parsimonia l’altro lo spreca col lusso (alter parta per parsimoniam conservat, alter per luxuriam dissipat). Epperciò l’imposta sul patrimonio (ratione opum) è scorretta. Quanto migliore l’imposta sui consumi, la quale, a mano a mano che l’uomo attende ai consumi privati (dum rem privatam consumit) e trae vantaggio dalla partecipazione alla vita collettiva (partem civitati debitam pro ratione eorum….. quae beneficio civitatis habuit), lo costringe a pagare per ciò stesso che consuma (eo ipso quod sua consumit, imperceptibiliter persolvit).

 

 

Che dal ragionamento si deduca l’eccellenza del tassare i consumi in confronto alla tassazione del patrimonio, non v’ha dubbio; e l’Hobbes chiude il discorso con aperta affermazione a favore del criterio del consumo. L’eccellenza, affermata in confronto alla ratio opum, esiste anche rispetto alla ratio eorum quae lucrantur, e cioè al guadagno o reddito guadagnato?

 

 

3. – L’Hobbes è fermo nel rispondere affermativamente alla domanda. Quando, nove anni dopo la pubblicazione del De Cive (1641), egli ritorna sull’argomento nel «De Corpore politico» (1650), il suo pensiero è netto.

 

 

For maintaining of peace at home… it is necessary… no divide the burthens and charges of the commonwealth proportionably. Now there is a proportionably to every man’s ability, and there is a proportionably to is benefit by commonwealth: and this latter is it, which is according to the law of nature. For the burdens of the commonwealth being the price that we pay for the benefit thereof, they ought to be measured thereby. And there is no reason, when two men equally enjoying, by the benefit of the commonwealth, their peace and liberty, to use their industry to get their livings, whereof one spareth, and layeth up somewhat, the other spendeth all he gets, why they should not equally contribute to the common charge. That seemeth therefore to be the most equal way of dividing the burden of public charge, when every man shall contribute according to what the spendeth, and not according to what he gets. And this is then done, when men pay the commonwealth’s part in the payments they make for their own provision (De Corpore politico; or The Elements of Law, moral and politic, Part. II, Chap. IX, 5, in The English Works of Thomas Hobbes, collected by Sir William Molesworth, London, 1840, vol. IV, 216-217).

 

 

4. – Sullo stesso concetto ritorna l’Hobbes nell’anno seguente (1651) nello scritto suo maggiore, il Leviathan:

 

 

To equal justice, appertaineth also the equal imposition of taxes: the equality whereof dependeth not on the equality of riches, but on the equality of the debt that every man oweth to the commonwealth for his defence. It is not enough, for a man to labour for the maintenance of his life; but also to fight, if need be, for the securing of his labour. They must either do as the Jews did after their return from captivity, in re edifying the temple, build with one hand, and hold the sword in the other; or else they must hire others to fight for them. For the impositions, that are laid on the people by the sovereign power, are nothing else but the wages, due to them, that hold the public swords, to defend private men in the exercise of their several trades and callings. Seeing then the benefit that every one receiveth thereby, is the enjoyment of life, which is equally dear to poor and rich; the debt which a poor man oweth them that defend his life, is the same which a rich man oweth for the defence of his; saving that the rich, who have the service of the poor, may be debtors not only for their own persons but for many more. Which considered, the equality of imposition, consisteth rather in the equality of that which is consumed, the of the riches of the persons that consume the same. For what reason is there, that he which, laboureth much, and sparing the fruits of his labour, consumeth little, should be more charged, than he that living idly, getteth little, and spendeth all he gets; seeing the one hath no more protection from the commonwealth, than the other? But when the impositions are laid upon those things which man consume, every man payeth equally for what he useth: nor is the commonwealth defrauded by the luxurious waste of private men (Leviathan; or, The Matter, Form, and Power of A Commonwealth, ecclesiastical and civil, Part II, Champ. XXX, in The English Works of Thomas Hobbes, collected by Sir William Molesworhth, London, 1839, vol. III, 333-334).

 

 

5. – La teoria, ancora incerta del De Cive, acquista determinatezza vie maggiore nelle due opere successive.

 

 

Fondamento dell’imposta non è la capacità a pagare del cittadino. L’Hobbes denuncia con violenza il principio della capacità a pagare, che fu assunto poi a fondamento dell’imposta dallo Smith, teorizzato dagli utilitaristi, dal Mill all’Edgevorth, e posto dai legislatori moderni a base dei sistemi di tassazione personale. Non è conforme a ragione tassar l’uomo, il quale si industria a lavorare (use their industry to get their living), inproporzione ai suoi guadagni (according to what he gets). Perché colui che molto fatica e, risparmiando, poco consuma, dovrebbe essere più colpito dell’ozioso il quale poco guadagna e spende tutto l’acquistato? Non dunque egli reputa irrazionale soltanto la imposta sul patrimonio, ma benanco quella sul guadagno. Chè, per lui, il principio della tassazione a norma della capacità a pagare non ha valore.

 

 

Vale invece il principio del «beneficio» o della «protezione»; il quale non deve essere inteso nel senso del prezzo pagato per i singoli servizi resi dallo stato, ma in quello generale dell’«emtae pacis pretium», della controprestazione per il «benefit by Commonwealth», per il godimento della «peace and libertè», della remunerazione dovuta a coloro che detengono la pubblica spada per l’opera prestata nel difendere i cittadini nell’esercizio delle loro industrie e professioni, nell’assicurare ad essi «the enjoyment of life». L’imposta non è dovuta al sovrano perché tale, non è la conseguenza del diritto della forza, per cui il sovrano, se vuole, può pretendere dai cittadini il pagamento di tutto ciò che essi possono pagare. Ciò, lascia intendere l’Hobbes, può accadere in paese di conquista; non è proprio di uno stato civile. Il diritto all’imposta nasce dal fatto che lo stato adempie ad un ufficio suo proprio; che è di creare una società politicamente, organizzata, in cui il cittadino può parimenti raggiungere i suoi scopi.

 

 

Di qui l’obbligo del cittadino di pagare imposta in ragione della sua partecipazione effettiva alla vita collettiva; al suo «enjoyment of life»; alla proporzione in cui gli uomini col godere «rem privatam» si fanno «beneficio pacis gaudentes». L’imposta deve colpire chi gode, mentre gode, l’ozioso che consuma tutto il reddito e forse più del reddito, ed essere benigna a chi risparmia, restringendosi a colpirlo in proporzione ai suoi consumi.

 

 

6. – Oltrechè dalla ragione, il consiglio di tassare i consumi è dato dalla prudenza politica:

 

 

And this seemeth not only most equal, but also least sensible, and least to trouble the mind of them that pay it. For there is nothing so aggravateth the grief of parting with money to the public, as to think they are over – rated, and that their neighbours whom they envy, do thereupon insult over them, and this disposeth them to resistance, and, after that such resistance hath produced a mischief, to rebellion (De Corpore politico, II, IX, 5, ed. cit., 217).

 

 

 

 

II

 

Sir William Petty e la distinzione fra la ricchezza effettiva e quella potenziale

 

7. – Sulle traccie di Hobbes, numerosi scrittori accennarono ai vantaggi delle imposte sui consumi. Così il De La Court: «È chiaro che colui il quale aumenta il patrimonio grazie ad una vita operosa e frugale, è grandemente oppresso [dalle imposte sulle terre e sui capitali] e che colui il quale lo scema coll’ozio e colla prodigalità è meno tassato. La virtù è perciò ingiustamente oppressa ed il vizio favorito. Al contrario, le imposte sui consumi cadono pesantemente sui ribaldi gozzoviglianti ed indulgono e dan forza ai virtuosi».[4]

 

 

8. – Ma occorre venire ad un altro grande per vedere aggiunto qualcosa al pensiero dell’Hobbes. Sir William Petty, scrivendo nel 1662, nella premessa ha quasi certamente dinanzi agli occhi il De Cive:

 

 

It is generally allowed by all, that men should contribute to the Publik Charge but according to the share they interest they have in the Publick Peace;

 

 

ma subito va al fondo del problema economico, così come meglio non si fece poi:

 

 

That is, according to their Estates or Riches: now there are two sorts of Riches, one actual and the other potential. A man is actually and truly rich according to what he eateth, drinketh, weareth, or any other way really and actua]ly enjoyerth; other are but potentiall or imaginatilvely rich, who though they have power overmuch, make little use of it; these being rather Stewards and Exchangers for the other sort, then owners for themselves.

 

 

Con questa proposizione il Petty, uno dello stuolo non numeroso dei creatori della scienza economica, anticipa quasi tutto il cammino percorso di poi per raffinare progressivamente il concetto della ricchezza e, spogliato dei suoi attributi grossamente monetari e materiali, ridurlo a denotare tutto ciò che, essendo fornito, in qualsiasi misura, di rarità, è atto a dare piacere, vantaggio, godimento, utilità all’uomo. Il Petty aggiunge che, ai fini della imposta, il vantaggio deve esistere nell’unità di tempo considerata; non essere una semplice immaginazione o raffigurazione di un vantaggio futuro. Deve esistere correlazione fra il tempo della ricchezza ed il tempo dell’imposta. Amendue debbono riferirsi al medesimo tempo.

 

 

Concluding therefore that every man ought to contribute according to what he taketh to himself, and actually enjoyeth…

 

 

Il che è conforme altresì a giustizia:

 

 

The Natural Justice that every man should pay according to what he actually enjoyeth.

 

 

9. – Sir William Petty, venuto alla teoria per impulso spontaneo dell’uomo attivo nelle faccende economiche, non si contenta della soluzione astratta data al problema. Come giungere a colpire i godimenti? Farebbe d’uopo accertare i beni finiti o diretti, che sono quelli che sono goduti dall’uomo:

 

 

We must conceive, that the very perfect Idea of making a Leavy upon Comsumptions, is to rate every particular Necessary, just when it is ripe for Consunption; that is to say, not to rare Corn until it be Bread, nor Wool until it be cloth, or rather until it be a very Garment; so as the value of Wool, Cloathing, and Tayloring, even to the Thread and Needles might be comprehended.

 

 

Il che essendo impresa praticamente troppo laboriosa, il Petty consiglia di compilare un elenco di alcune merci, le quali siano nel tempo stesso facilmente accertabili e vicine al consumo; il cui prezzo dovrà essere integrato col prezzo di tutte le lavorazioni ed i costi necessari per recarle alla perfezione definitiva. Così si tasseranno se non tutti i beni consumati, alcuni beni rappresentativi di essi, quasi si direbbe beni cumulativi dei beni strumentali adoperati nel produrli.

 

 

Accumulative Excize, by which we mean Taxing many things together as one: as for example, suppose the many Drugs used in Treacle or Mithridate were used onely in those Compositions, in such case by taxing any one of them, the whole number will be taxed as certainly as that one, because they all bear a certain proportion one to another. In Cloth, the Workmanship and Tools as well as the Wool may be well enough taxed, etc.

 

 

L’imposta, distribuita su alcuni consumi rappresentativi e cumulativi, non solo soddisferebbe al requisito primo di tassare, con equità sufficiente, le ricchezze «attuali» ad esclusione delle «potenziali», ma sarebbe quasi volontaria e facilmente sopportata.

 

 

This Tax is scarce forced upon any, and is very light to those, who please to be content with natural Necessaries.

 

 

Nè essa sarebbe affetta dal vizio di duplicazione, così frequente nelle imposte sui redditi e sui capitali:

 

 

No man payes double or twice for the same thing, forasmuch as nothing can be spent but once; whereas it is frequently seen, that otherwise men pay both by the Rent of their Lands, by their Smoaks, by their Titles, and by Customs, they also pay by Benevolence and by Tythes; whereas in this way of Excize no man need pay but one way, nor but once, properly speaking.

 

 

Taluno vorrebbe spingere la teoria dell’accumulazione della imposta sino a colpire un unico oggetto fatto rappresentativo di tutti i consumi.

 

 

Some have strained this Accumulation so, as they would have all things together taxed upon some one single particular, such as they think to be nearest the Common Standard of all Expence.

 

 

Si eviterebbero le noie e le spese di esigere tante imposte ed il nome persino di imposta. Ma la difficoltà della scelta è grande:

 

 

Some propound Beer to be the only Excizeable Commodity, supposing that in the proportion that men drink, they make all other Expences; which certainily will not hold, especially if Strong Beer pay quintuple unto, (as now) or any more Excize then the small: For poor carpenters, Smiths, Felt – makers, etc. drinking twice as much Strong Beer as Gentlemen do of Small, must consequently pay ten times as much Excize. Moreover, upon the Artizans Beer is accumulated, onely a little Bread and Cheese, leathern Clothes, Neek Beef, and Inwards twice a week, state Fish, old Pease without Butter, etc. Whereas on the other, beside Drink, is accumulated as many more things as Nature and Art can produce; besides this way of Excizing, though it be never so well administered, is neither so equal nor so easie, nor so examinable as the simple Poll money … which is also but an Accumulative Excize.

 

 

What hat been propounded for Beer may he of Salt, Fuel, Bread, etc. and the Propositions would all labour under the same Inconveniences; for some spend more, some less of these Commodities; and sometimes Families… are more numerous at some times then at others, according as their Estates or other Interests shall wax or wane.

 

 

Fra tutti i consumi rappresentativi e cumulativi quello della casa è forse il più atto a ricevere l’imposta.

 

 

Of all, the Accumulative Excize, that of Harth money or Smoak money seems the best; and that onely because the easiest, and clearest, and fittest to ground a certain Revenue upon; it being easie to tell the number of Harths, wich remove not as Heads and Polls do: Moreover, ‘tis more easie to pay a small Tax, then to alter or abrogate Harths, even though they are useless and supernumerary; nor it is possible io cover them, because most of the neighbours know them; nor in new Building will any man who gives forty shillings for makings a Chimney be without it for two. Here is to be noted, that a Harth money must be but small, or else ‘twill be intollerable; it being more easie for a Gentlemen of a thousand pound per annum to pay for an hundred Chimneys (few of their Mainsion Houses having more) then for Labourers to pay for two.

 

 

10. – Con la sobria lode data all’imposta sul valor locativo si chiude la teoria del Petty[5] sull’ottimo modo di distribuire l’imposta. Hobbes aveva rintracciato il fondamento dell’imposta nell’obbligo del cittadino di dare allo stato i mezzi per creare la vita collettiva alla quale egli partecipa; e di darli perciò in ragione della effettiva partecipazione alla vita collettiva medesima; il Petty aggiunse non potersi pensare a pagare in ragione della ricchezza immaginaria e potenziale di cui è indice il patrimonio posseduto, perché alla vita individuale e collettiva si partecipa, sotto l’egida della «pace pubblica», con la sola ricchezza presente ed attuale, con la ricchezza che si gode e si consuma.

 

 

 

 

III

 

Carlo Bosellinl e il momento della fatica e del dolore o del godimento dei frutti nell’imposta

 

11. – Doveva passare quasi un secolo e mezzo innanzi che alle idee madri esposte dall’Hobbes e dal Petty qualcosa fosse aggiunto ad opera di un oscuro, pressochè dimenticato economista italiano, Carlo Bosellini. Di lui, nato in Modena il 6 maggio 1765 ed ivi morto il primo luglio 1827, gli storici italiani della scienza economica scarsamente dissero. Il Pecchio lo assevera «languido e freddo, senz’alcun’idea nuova», e notando che «i suoi pensieri sono giusti, ma sbiaditi, senza contorni, e di rado applicati al caso pratico» lamenta che «i suoi ammaestramenti non lasciano alcuna impressione» (Giuseppe Pecchio, Storia della economia pubblica in Italia Lugano, 1832, 438). «Di merito inferiore» a quello del Romagnosi lo giudica il Bianchini, ripetendo il giudizio di languidezza, freddezza e mancanza di applicazione dato dal Pecchio. Non nega che egli abbia dato «in varii rincontri … giudizi esatti conciliando opposte opinioni circa il commercio, le arti, le manifatture», e riconosce «singolare» che sul concetto e sulle fonti della ricchezza Malthus abbia esposto nel 1819 le stesse idee che il Bosellini aveva dichiarato nel 1817. Rispetto al trattato delle finanze il giudizio del Bianchini è severo:

 

 

«Malamente ragiona [il Bosellini] del sistema delle imposte, [poichè] estima ridurle tutte ad unica tassa sulla consumazione» (Ludovico Bianchini, Della scienza del ben vivere sociale e della economia degli stati. Parte storica e di preliminari dottrine. Palermo, 1846, 369). Il Ferrara nelle «Prefazioni» non fa cenno del Bosellini; Gerolamo Boccardo, ne dichiara «giuste la più parte delle idee», delle quali però «niuna è nuova» (Dizionario della economia politica e del commercio, I, 381). Luigi Cossa, equo dispensatore di fama, dice bensì essere il suo trattato «alquanto migliore di quelli del Ressi e dell’Agazzini» (Introduzione, 505); ma poichè dei trattati di costoro non fa alcuna valutazione, il giudizio non illumina. Maffeo Pantaleoni giudica che, nonostante la novità promessa nel titolo, il Nuovo esame «non contiene nulla che fosse nuovo per i suoi tempi, nè pare abbia incontrato particolare successo» (Palgrave’s Dictionary of Political Economy. I, 169). Più a lungo ne discorre il Graziani; il quale lo afferma «assai più insigne», ove si prescinda dal Beccaria, dal Pascoli, dal Bandini, dal Gabrielli, dal Nuzzi, dal Paradisi, dal Briganti, dall’Isola, dal Serafini, e dal Palmeri; ed il giudizio, su ciò che gli scrittori citati ed il Bosellini medesimo osservarono intorno alla teoria del valore, tende già testimonianza di un apprezzamento elevato intorno alle attitudini speculative di lui (Storia critica della teoria del valore in Italia, Milano, 1889, 80-81 e Le idee economiche degli scrittori emiliani e romagnoli sino al 1848, Modena, 1893, 141-42).

 

 

Discorrendo poscia della dottrina del Bosellini intorno alle imposte, il Graziani la dice «originale», ma la giudica vicina «più di quel che non sembri a primo tratto, alle moderne teorie germaniche». A parere del Graziani, «il suo principio dei godimenti è molto affine a quello del reddito, assunto quale espressione normale della capacità contributiva. Infatti il reddito denota quella porzione di ricchezza, che ciascuno può usare, senza diminuire la sua fortuna originaria; orbene questa è appunto la quantità che, nel linguaggio del Bosellini, direbbesi applicata ai godimenti, e che quindi a suo avviso deve essere colpita dall’imposta». Dove, pur nel giudizio benevolo, non è messo in luce il contributo più originale del Bosellini alla teoria dell’obbietto dell’imposta, che è invece la sua netta negazione (cfr. sotto il paragrafo 25) dell’identificazione della spesa, che egli reputa unico proprio oggetto dell’imposta, con quella porzione di ricchezza che il contribuente può usare senza diminuire la sua fortuna originaria, porzione che i più degli scrittori chiamano appunto reddito e che il Bosellini quasi sprezzantemente diceva «pretesa entrata».

 

 

Su la dottrina caratteristica del B. si intrattiene a lungo il Ricca Salerno; ma le idee del B. paiono al Ricca Salerno «esposte con soverchia prolissità». Esse «non contengono veramente un concetto nuovo e praticamente efficace dell’ordinamento tributario; ma in parte si riducono ad una ripetizione di cose dette per lunga serie di anni; e in parte si fondano sopra osservazioni manchevoli, parziali ed astratte. E, comechè il Bosellini critichi in molte parti la dottrina del Verri, e qualche volta non senza inesattezze, pure ne prende il fondo e lo allarga oltremisura; accetta le premesse e ne deduce tutte le conseguenze e non si avvede delle difficoltà, che s’incontrerebbero nella esecuzione pratica; nè tiene alcun conto nelle obbiezioni che si son fatte e che potrebbero farsi a quella maniera d’intendere e di accoppiare le diverse forme di imposizione. Il suo lungo discorso intorno alle imposte, debole e stantio in molti punti, specialmente in ciò che dice riguardo alla fondiaria, giova soltanto a porgere un’idea delle controversie generali e vaghe, che si agitarono tuttavia in questa materia, come eco delle discussioni più fruttuose di un’età precedente, e a dimostrare la viva opposizione che ancor facevasi, massime in Italia, alla classica teoria delle imposte dirette» (Storia citata, 467-470).

 

 

12. – Quest’uomo, il quale, a detta dei critici, scrive sbiaditamente, languidamente, freddamente, ragiona malamente, ripete cose risapute da tempo e parafrasa, amplificando inesattamente, Verri, ha avuto tuttavia nella vita il momento felice, il quale basta a dare ad uno scrittore un posto segnalato nella storia della dottrina. Alla fama di ogni scrittore fa d’uopo l’essere riletto di tempo in tempo; sicché le pagine le quali erano parse smorte a chi vedeva cogli occhi fissi ad una meta, appaiano vive a chi guarda con occhi diversi. Vive e fresche apparvero a me le non molte pagine del Discorso sul principio di giustizia in materia di finanze o nuova teoria delle imposte,[6] che il Bosellini stampò in Milano in quella stessa contrada e tipografia e nello stesso anno, in cui veniva alla luce per la prima volta il Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli di Vincenzo Cuoco ed erano ristampati i Pensieri politici di Vincenzo Russo. Pure nello stesso anno e forse nella stessa tipografia veniva pubblicato anche in seconda edizioue il Rapporto fatto da Francesco Lomonaco al cittadino Carnot. Se la coincidenza nella data e nel luogo della stampa sia stata fortuita o se il Bosellini sia per qualche tempo vissuto a contatto di alcuno dei giovani politici napoletani e, come accadde a molti, il contatto sia stato causa per lui di eccitazione spirituale, non ho avuto modo di chiarire. Dopo la sua morte, l’Antologia di Firenze, di cui egli era collaboratore, ricordava che «reduce in patria» dopo viaggi d’istruzione in Francia ed in Inghilterra, il Bosellini [«ebbe a soffrire arbitraria detenzione per opera di sospettosi ministri del governo ducale [modenese] i quali pensavano per queste vie tenere addietro le idee del rivolgimento che da ogni parte irrompevano; e mutato il reggimento] sostenne nelle politiche vicende del 1796 impieghi [anzi più esattamente uffici municipali] onorevoli e difficili con approvazione dell’universale, giusto premio della moderazione, della prudenza e del disinteresse».[7] Nel 1799 seguì le milizie repubblicane che si ritiravano dinnanzi all’avanzata austro russa e, dice il figlio, «tradito, fu messo in mano della reggenza imperiale, e corse dinnanzi a politici tribunali pericolo del capo». Probabilmente, durante gli ozi del carcere meditò sull’argomento delle imposte; e liberato per la vittoria di Marengo (14 giugno 1800 = 25 pratile anno ottavo) provvide alla stampa del saggio, venuto alla luce nell’anno nono (23 settembre 1800-22 settembre 1801). A meditare sui tributi, il Bosellini era stato mosso dagli errori consigliati dall’inesperienza ai governi repubblicani tumultuosamente sorti in Italia dopo il 1796. «Una costante esperienza», così egli nell’introduzione al discorso, «ha dimostrato abbastanza quanto difficile e pericolosa sia la riforma delle pubbliche amministrazioni particolarmente in materia di finanze. L’amore della novità fece sì, che l’uomo si abbandonasse alla sfrenatezza; per tutto si videro dei mostri, ove non vi era che dell’abuso, o degl’inconvenienti inseparabili dall’umana condizione». Il Bosellini non vuole erigersi «in censore delle operazioni dei nuovi legislatori»; ma persuaso «che molti disordini nello stabilimento delle nuove repubbliche furono prodotti dal non avere fissati bene i veri principi della scienza economica» e che «quando le imposte fossero dettate da un vero bisogno, esatte su le norme della giustizia, in fine se fossero bene dirette, niuno mancherebbe di soddisfarle di buon grado», egli si propone di rispondere al quesito: «sopra chi deve cadere tale aggravio? Qual’è il principio che deve dirigere i governi nello stabilimento delle imposte?». Il quesito è «importante» e «merita tutto l’esame, perché si è riconosciuto costantemente, che le nazioni soffrono vieppiù dalla cattiva ripartizione delle medesime, che dal loro eccesso, mentre quella fa cadere tutto il peso degli aggravi sopra quello che nulla deve, o che manca di forze o di mezzi per soddisfarli, e perciò tanto più fatale, ed oppressiva dell’altro abuso nell’imposta, che a ben considerare, qualunque egli sia, non accresce a chi lo deve, che una piccola somma, e sempre fa pagare quando il contribuente ha più vigore, e risorse».

 

 

13. – La meditazione del Bosellini intorno al principio dell’imposta va a fondo in una direzione diversa da quella, pur così penetrante, dell’Hobbes e del Petty. Laddove il primo aveva speculato sulla ragione dell’obbligo del cittadino a pagare e l’aveva trovato nella sua partecipazione ad una vita resa possibile dallo stato ed il secondo aveva veduto che l’obbligo a pagare era in ragione della sua partecipazione attuale alla vita medesima, il Bosellini fa un passo innanzi ed approfondisce il contrasto fra i due aspetti della vita umana: lo sforzo ed il godimento. Il Rae, il Ferrara, il Cairnes, il Böhm-Bawerk, il Marshall ed il Fisher hanno arricchito la letteratura economica di pagine stupende sulla natura di quello che un tempo dicevasi «travaglio» e su quella del reddito; ma perché non riconoscere che il discorso del Bosellini contiene parecchie delle idee che poi furono svolte largamente nella dottrina e le espone con sorprendente vigoria tuttochè rozza ed ingenua di dettato? Per fermo, l’attimo felice nella vita, che ogni meditante si augura di avere avuto, fu traversato dal Bosellini quando egli dettò i due capitoli che qui si riproducono per intiero.[8]

 

 

14. – Innanzitutto viene (nel capitolo primo del Discorso) il trattato del danno di colpire con l’imposta l’uomo nello stato di fatica o di dolore.

 

 

A primo aspetto sembra, che in materia di finanze il principio più facile a discernersi sia che i tributi debbano cadere sopra le proprietà o facoltà dei cittadini, e che quanto più le loro fortune sono grandi tanto maggiori aggravi abbiano a sostenere. Ed una tale maniera di pensare ha una certa apparenza d’equità, che portò alcuni filosofi e legislatori gli uni a proporre, e gli altri a sanzionare delle progressive contribuzioni, pretendendo che ciascuno debba essere tassato non per il necessario, ma pel superfluo; ma quando si voglia riflettere seriamente e senza prevenzione su tali massime, e che si tenta di porle in pratica, si comprende essere questa decisione contraria alla ragione, al bene della società; anzi si riscontra essere le imposte di tal natura del tutto assurde ed ingiuste, e nei loro effetti funeste ed oppressive.

 

 

La terra abbandonata a se stessa presenta l’aspetto il più tristo e selvaggio, ingombra di foreste, sparsa di paludi, scomposta, disordinata, asilo d’insetti, e di belve, in cui tutto è solitudine e silenzio, e dove tutto dimostra che sia nel piano della Natura che la mano di un Essere a lei subordinato l’ordini, l’abbellisca e la coltivi. L’uomo istesso sembra quasi gettato sulla medesima all’azzardo per accrescere l’orrore, costituito in uno stato di debolezza, di nudità, oppresso dai disagi. Si può dire che egli si trova condannato ad un continuo dolore. Ma la natura istessa gli somministra dei mezzi onde togliersi alle sue pene, alla sua infelice condizione; essa perciò lo fornì di bisogni e di passioni, che con stimoli sempre rinascenti scuotono la sua naturale inerzia, lo rendono un essere attivo, e ciò quasi suo malgrado scorre tutti i gradi della vita.

 

 

Posto l’uomo in tale stato di azione si unisce co’ suoi simili, crea i prodigi dell’arti, inventa le scienze, perpetua la propagazione della sua specie, si stringe coi vincoli dell’ordine sociale, produce l’abbondanza, appaga la lusinga di un miglior bene, si trasforma nell’essere il più sublime. Riguardato però in tale condizione di essere attivo, si può dire che egli si getta in uno stato di pena e di privazioni per fare il solo bene de’ suoi simili, ed in cui tutto converte a loro vantaggio. Così il volerlo gravare in tale azione, sarebbe un contrariare la natura, arrestare la sua marcia, renderlo inutile. È poi del tutto ingiusto il togliere con tributi la ricompensa a quello che travaglia a produrre o ad accrescerne i mezzi di vita, il condannarlo a dei sacrifizi perché presta i più importanti servigi alla società; infine volergli imporre un peso oltre quello che viene imposto dalla natura è un raddoppiare improvvidamente i suoi mali, inabilitarlo a secondare i voti dell’autore del creato. Che altro ottiene una persona in tale condizione se non se la speranza di godere esclusivamente dei mezzi di sottrarsi a’ suoi mali, e che è un diritto bensì lusinghiero, ma che nel tempo che agisce nulla ha di reale, nè porta il minimo danno alla società? Speranza che resta spesso dalla fortuna delusa, da mille accidenti distrutta, e che egli ben compensa con tanti affanni, con tanti sacrifizi, mentre per tal causa egli si assoggetta alla più grave fatica, agli stenti, soffre i rigori delle stagioni, supera i monti, traversa gli oceani, penetra i profondi della terra fra mille pericoli, e con ciò anima l’industria, ravviva il commercio, unisce i popoli in un interesse comune.

 

 

Quando l’uomo dalla fatica, dalle sue veglie e cure non ottiene un giusto compenso, l’integrità dei frutti delle medesime, invece di applicarsi come il suo dovere ed i suoi bisogni lo portano a delle utili occupazioni, disdegna un lavoro, che troppo lo fa soffrire, si dà in braccio piuttosto all’ozio ingrato ed al letargo, e per provvedere alla sua sussistenza ricorre alle bassezze ed ai più vili artifizi, inganna l’altrui sensibilità, o si abbandona ai vizi ed al delitto, e per tali cause si popolano gli stati d’infingardi, di cattivi e d’infelici.

 

 

La proprietà, che non è che il frutto dell’industria, in sè sola è una vera pena, perché una sorgente continua di inquietudini, di agitazione. E quando il possessore dei fondi non fa uso delle robe e dei generi da loro prodotti, si deve riguardare come un semplice depositario, che veglia a custodire i beni della società; e, invece di essere aggravato, ha diritto di essere premiato, perché senza le sue cure, i possessi, da cui trae e comodi e sussistetsza il genere umano, andrebbero abbandonati o negletti. E non dobbiamo inoltre riguardare siccome benefattori comuni, al dire di Platone, quegli uomini, di cui la professione è di distribuire, in un modo uniforme e proporzionato ai bisogni delle nazioni, dei frutti che la natura ha sparsi in tutte le regioni senza misura e senza eguaglianza? E che mediante le loro intraprese rendono i più importanti servigi alla società, e per cui la medesima ne dovrebbe loro saper buon grado e ben guardarsi dal disgustarli con diminuirgliene in minima parte la ricompensa?

 

 

Quegli stesso che accumula robe o denaro, spesso ingiustamente dipinto coi più neri colori, se manca sotto dei rapporti morali, quando i suoi acquisti siano il frutto di onesti e legittimi mezzi, la società non lo può riguardare che come utile cittadino, che raccoglie tesori per lei e che per essa si dedica al travaglio per conservarglieli gelosamente; finalmente come quegli che mediante le [di] lui privazioni diviene la vera causa delle ricchezze nascenti. Ingiustamente poi si è resa odiosa la condizione dei capitalisti, accusati siccome esseri nulli e perniciosi; eppure cosa mai più utile della loro economia e dei loro avanzi? Chi più di loro ha contribuito allo stabilimento delle tanto proficue manifatture, alle intraprese di commercio, alla migliorazione dell’agricoltura? E fino molte volte da loro stessi è dipenduto il sostegno degli stati.

 

 

Qualunque tributo che si esiga per conseguenza su le proprietà si deve considerare come un aggravio assurdo, perché colpisce e mortifica l’industria, spoglia l’uomo nell’atto che conserva le cose o le riproduce, e si può dire che aggrava la natura in uno stato di dolore; l’esigere un tributo sulle medesime sarebbe anzi un punire l’attività o la diligenza dei migliori padri di famiglia, e favorire quelli che hanno negletto o dissipato il loro patrimonio. Così si devono considerare tali imposte siccome istituzioni, che disgustano dal lavoro, deviano dall’applicazione, impediscono l’aumento delle ricchezze nazionali, distruggono i mezzi della comune sussistenza, e si può dire che mediante tali imposte uno stato sarebbe come il selvaggio, che taglia l’albero per avere i frutti.

 

 

Sono poi tali contribuzioni del tutto ingiuste; ciascuno conviene, che la società è formata per la conservazione delle proprietà, o perché questa ne fu la causa, o perché da lei dipende l’ordine e la perfezione sociale; e perché ciò non deve essere anche riguardo ai tributi? Se si potesse detrarre una porzione sotto tale pretesto, non sarebbe egli un violare la giustizia, distruggere il suo fondamento, che ammette la conservazione del tuo e del mio? Così la proprietà anche sotto il rapporto delle imposte deve ritenersi come un diritto, che deve essere in tutta la sua estensione intangibile. Molto meno poi si deve pretendere di far cadere questi tributi sopra i soli ricchi, perché sarebbe un dire che tanto più un cittadino fu economo ed industrioso tanto più deve essere tassato; oltrechè i governi non furono stabiliti per i soli ricchi, mentre le leggi e la forza pubblica travagliano a difendere tanto le proprietà di chi ha molto che i mezzi di soddisfare ai bisogni del povero.

 

 

Le conseguenze poi di una tale natura d’imposte sarebbero fatali, poichè mancando di solida base e norma certa e quindi, in mano del governo o de’ suoi amministratori, sarebbero una sorgente d’ingiustizie e d’iniquità. Ed in vero qual mezzo sicuro per conoscere le fortune dei cittadini, che cambiano ogni momento? Qual freno si può opporre al magistrato contro l’abuso del suo potere; contro la brama di arricchirsi e di formarsi un patrimonio sulle pubbliche calamità; o contro la voglia di esercitare una personale vendetta od un sentimento d’odio?

 

 

L’effetto inoltre di tali tributi si è il ristagno delle ricchezze, perché il ricco, temendo di svegliare troppo grande opinione della sua opulenza, nasconderebbe i suoi tesori, diminuirebbe le sue spese; e con ciò si toglierebbe ai cittadini i più utili ed industriosi i mezzi di travaglio e di sussistenza. Così le conseguenze delle imposte sulle fortune sarebbero la perdita dell’agricoltura, dell’industria e del commercio, l’eccitamento al mal costume, e molto più la comune diffidenza.

 

 

Legislatori, guardatevi dal dettare tali tributi, perché allora segnate il rovesciamento dell’ordine, la cessazione del lavoro (E non abbiamo veduto in Francia dopo il prestito forzato decretato dal Corpo legislativo le basse classi mancare del tutto di travaglio, e poscia riprenderlo per le migliori disposizioni del nuovo governo francese?), la ruina de’ cittadini, il nazionale fallimento! Allora le usure divengono più esorbitanti, perché i cittadini vogliono compensarsi dei loro pericoli. Così si raddoppia la pubblica miseria; anzi, procurandovi con tali tasse picciole risorse e pochi e mal sicuri mezzi, vi gettate nell’impotenza e nella condizione di mancare ai vostri impegni. Che se queste imposte sono state messe in pratica presso alcuni popoli, egli è stato perché l’uomo per la difesa della sua libertà e della patria sa fare tutti i sacrifizi; ma tali tributi non possono essere dettati che dall’estrema urgenza, lasciano sempre delle indelebili impressioni sono ognora la causa di nuove calamità.

 

Possa l’uomo provocare l’intiera natura per ottenere abbondanti prodotti, e trarre ricche messi, conservare ed accrescere le sue fortune; fino a tanto che egli ritiene solo il possesso dei fondi, che custodisce i frutti, i generi, le merci, sia senza timore di vedersi strappare, mediante tasse o tributi, prestiti forzosi, requisizioni, il premio della sua industria, di tante sue pene ed inquietudini! Niuna imposta sia diretta sopra i cittadini, perché sono proprietari, ed in generale sopra le fortune; e sia massima inconcussa dei governi di dover godere le medesime di un’assoluta esenzione dai tributi.

 

 

15. – Or si legga (capitolo secondo), a contrapposto, il quadro dell’imposta la quale aspetta a tassare l’uomo quando egli giunge al porto della raccolta dei frutti, e quasi distrugge, godendola, l’opera compiuta.

 

 

Fino al presente abbiamo considerato l’uomo agente pel bene sociale, come strumento delle operazioni della natura e custode dei suoi tesori, e come costretto a quel travaglio continuo, da cui dipende la riproduzione. Un’altra condizione esiste nel medesimo separata dallo stato d’azione e di proprietario quando cioè la natura lo invita al riposo, lo eccita a gustare delle produzioni di cui lo ha arricchito. Allora è come quegli, che urta e rovescia l’edifizio da lui o da altri innalzato, si può dire che attacca il creato, distrugge gli esseri che lo circondano. Le città gli porgono tutte le dolcezze della vita, nelle campagne vede per lui dall’arte raccolti tutti i portenti sparsi sulla terra, per lui la laboriosa indigenza s’affanna, il navigatore ardito cimenta immensi pericoli, il genio raffina le sue scoperte per procurargli dei contenti, e quasi si può dire che l’universo si agira a di lui favore, e gli offre omaggio. In tale stato sazia la fame col cibo, estingue la sete coi liquori, copre le sue membra, si difende fra le domestiche pareti dai rigori della stagione, lusinga i suoi sensi, appaga i suoi desideri, tende gradita la sua esistenza fra i beni della vita gustando i frutti de’ suoi possessi. Allora certamente egli conseguisce dei veri vantaggi della società, onde è che l’individuo le deve un compenso restringendo i suoi bisogni e i suoi piaceri, sagrificandone parte per assicurarli, e senza il qual sagrifizio non esisterebbe nè soddisfazione, nè benefizio sociale.

 

 

Il godimento, a cui l’uomo sempre agogna, consiste in quell’atto, in cui il medesimo fa uso di ciò, che serve alla propria conservazione ed al suo benessere, che gli desta un sentimento riflessivo di una soddisfazione o d’una lusinghiera sensazione, quando cioè seconda la legge dell’amore e del piacere, e rende o crede di render se stesso felice. Il godere è ciò solo che fa divenire propria una cosa, sia che si possieda, sia che solo se ne faccia uso; e perciò null’havvi di più esatto di quel proverbio volgare che la roba «non è di chi la fa ma di chi la gode. Verità importante, che viene conosciuta prima dal sentimento che dalla riflessione, e da cui dipende la vera teoria delle imposte: per conseguenza appartenga una cosa o all’uno o all’altro, quegli solo, che ne usa si deve ritenere dallo stato per il vero proprietario, e perciò solo soggetto all’imposta.

 

 

Un tal principio è poi conforme alla natura dell’uomo. Per il solo motivo di godere egli cercò difesa dalla società e vi sta attualmente attaccato. Così un’imposta non deve considerarsi come una conseguenza del possesso delle cose, ma come l’effetto del piacere conseguito, che molte volte è separato dalla proprietà; così quegli, che ammette uno straniero ne’ propri lari, che lo fa partecipe dei comodi della vita, rende proprio al medesimo tutto ciò che egli gode ed in tal qualità resta per questi all’imposta soggetto. Perciò il legislatore nell’imporre non deve aver in vista la quantità dei mezzi di godere dei cittadini, ma il numero e pregio dei godimenti ottenuti realmente dai medesimi o che siano in effetto per conseguire. In tal modo il vero fondo tassabile non è l’intera proprietà ma una porzione di questa nella misura e proporzione di ciò, che l’uomo destina onde procurarsi la soddisfazione dei bisogni e ad oggetto di appagare i suoi desideri, porzione necessaria e senza cui non esisterebbe godimento, e che si deve ritenere siccome un debito, che si contrae volontariamente all’atto di ottenerlo (Se io non distinguo bisogno da piacere, si è che infine i bisogni tanto naturali che fattizi, non essendo che delle modificazioni dell’amore del ben essere, sono tutti di eguale natura).

 

 

II. Un tale principio poi in secondo luogo ha per sostegno l’equità, mentre questa impone che ciascuno resti soggetto ai pesi a proporzione dei vantaggi, i quali nella società non sono veramente nè le proprietà nè le terre, come si era preteso, ma il solo godere. Una tale distribuzione dei pubblici aggravi appoggiata a questo principio conserva quella necessaria eguaglianza, cosicché tutti i cittadini, che partecipano ai vantaggi della società, in tal modo egualmente vi contribuiscono, per cui nè il povero nè il ricco restano aggravati, e ciascuno concorre, secondo le sue forze, al sostegno e conservazione della Repubblica.

 

 

È vero che la differenza delle fortune non è sempre in proporzione dei godimenti, perché spesso uno dissipa l’intiero patrimonio, l’altro soltanto le rendite, mentre alcun altro fa riserba dei fondi e dei frutti. Ma perché venga applicato il principio di giustizia in materia di finanze, basta che quello che ha più ricchezze, se volesse goderne in tutta la loro estensione, più pagasse di quello che ha meno. Che se egli ha la saviezza di formarne degli avanzi, se invece di godere prepara più abbondanti mezzi per altri o per la sua posterità non deve essere per questo aggravato, siccome abbiamo veduto. Si osservi poi che generalmente i godimenti stanno in proporzione delle fortune, e che dopo un certo intervallo tutto si equilibra, mentre poi la società, stante la moltiplicazione per tal causa dei parziali tesori, vi guadagna sempre nuovi fondi a sostegno della medesima e per la riproduzione. Così può darsi che quegli che ha un patrimonio mediocre paghi di più di quello che ne ha uno opulento, quando l’uso delle cose del primo sia maggiore dell’altro, non dovendo essere il tributo che il compenso dei piaceri conseguiti (Il prodigo o dissipatore dovrebbe essere il più aggravato d’imposte; in ogni caso si opporrebbe naturalmente un freno agli stravizzi, alla corruzione. Le leggi dei Romani a loro riguardo erano più ragionevoli di ciò che comunemente si pensa. E se si volesse mettere un’imposta su le fortune, dovrebbe prendersi per base il consumo, il fasto, la magnificenza).

 

 

III. Un tale principio ha inoltre per oggetto la prosperità nazionale, perché, non aggravando giammai l’uomo quando travaglia e si occupa, ma solo quando gode, tende a conservare le sorgenti della ricchezza, ed a renderle, se è possibile, più abbondanti, e ciò migliorando i fondi e le manifatture, traendo dalle stesse i maggiori prodotti, e non estingue l’industria, come qualunque imposta di altra natura. Toglie bensì una porzione, dirò, della messe quando è già raccolta, ma lascia immune il seme, coglie il frutto, ma lascia libero il tronco, carica l’uomo di un peso nello stato di suo maggiore vigore, non già nell’atto della sua debolezza, cioè toglie il tributo ai cittadini quando hanno più comodi, più mezzi e volontà di soddisfarlo; e quindi l’eccesso istesso del tributo non accresce le pene ai medesimi, ma tende soltanto a diminuire l’estensione o la serie dei piaceri (La differenza delle imposte sulle proprietà e le fortune da quelle sopra i godimenti si è che nelle prime delle ampie somme, che il cittadino avrebbe impiegate nel migliorare le sue terre o avrebbe bisogno d’investire, e dopo riaverle per darle a poco a poco in tributo ed intanto profittare del capitale, vanno a disperdersi nello stato. Che se anche il cittadino in tal modo contribuente si rindennizza, vede quello che paga, nè si accorge di ciò che se gli restituisce, e così la sua immaginazione ne resta afflitta. Al contrario, quando le imposte si traggono a piccole partite in un modo successivo e quasi impercettibile, si ottiene allora il vantaggio che lo stato riunisca le medesime, le quali ritornano prontamente al popolo e divengono anzi un oggetto di pubblico interesse).

 

 

IV. Un altro vantaggio seco porta un sistema di finanze conforme a tale principio, ed è che siccome i raccolti delle terre, i prodotti dell’industria sono sempre varj ed incerti, un’imposta sopra i godimenti si rende meno dipendente dal loro successo e dagli avvenimenti, perché il popolo nel soddisfare a’ suoi bisogni, nell’appagare i suoi piaceri, mancando un genere od una merce, vi supplisce con l’altra. Così sempre si mantiene la sussistenza e l’abbondanza eguale e permanente, e lo stato dalla diminuzione dell’incasso di una tassa nulla vi perderebbe, mentre si rindennizzerebbe facilmente con il prodotto sul maggiore consumo di un altro, nè il cittadino pagherebbe mai un tributo per una cosa, che non ha esistito, e di cui non può nè vuole godere; nel tempo stesso, libero nella sua industria fin tanto che non ne usa a suo comodo, farebbe sempre nuovo cumulo di ricchezze in vantaggio della società. Anzi, siccome con tal principio si fa contribuire tutto ciò che forma per l’uomo un oggetto di onesto piacere, le tasse sopra i generi di necessità riuscirebbero leggiere, perché generalmente i medesimi vengono ad essere di poco valore, mentre l’aggravio maggiore cadrebbe sopra gli oggetti di lusso e perciò sopra l’opulenza, i di cui capricci finanche si tendebbero utili con tal mezzo allo stato, in modo che senza sforzo cadrebbe tutto il peso dei tributi sopra il solo superfluo, e con ciò l’indigenza o ne sarebbe esente o avrebbe sempre il mezzo di risarcirsi dell’aggravio che dovesse soffrire (Si deve osservare che in ogni stato o provincia essendovi o per abitudine o per natura una diversità di godimenti, così è d’uopo conservare tale divario, essendo diversa la norma regolatrice delle imposizioni sui godimenti piuttosto in uno che in un altro paese).

 

 

V. Un vantaggio, che certamente non si può negare avere in sè un tale principio, si è di offrire nelle pubbliche urgenze, non solo per gli ordinari bisogni, ma anche per i casi straordinarj, le risorse le più sicure, i più abbondanti prodotti per lo stato; perché le imposte o sopra le fortune o sopra le terre poggiano sopra le facoltà di pochi cittadini e sono il composto delle rendite di poche famiglie e di tenui patrimonj, perciò nello stato presente sono una picciola porzione delle nazionali ricchezze; al contrario quelle che si impongono sopra i godimenti sono il risultato di tutte le ricchezze dello stato, di tutte le rendite dei cittadini, per cui il peso ne riescirebbe equabile e leggero. Quante parziali masse di ricchezza esistono nello stato, che si possono mettere a vantaggio e che hanno una continua attività, e che formerebbero il maggiore patrimonio della nazione, e di cui sarebbe elemento tutto ciò che serve all’uso dell’uomo, che riceve valore da’ suoi piaceri, e dalla sua immaginazione stessa, quando abbia attitudine di soddisfare a’ suoi bisogni, di lusingare piacevolmente i suoi sensi? Con tal mezzo la distribuzione delle imposte si farebbe sopra tutte le classi dei cittadini come l’eguaglianza proporzionale prescrive; anzi ad onta quasi del loro eccesso, a cui i bisogni pubblici possono portarle, per la loro uniforme generale percezione non potrebbero giammai opprimere il popolo. E aggiungo ancora che gli sarebbe giovevole, perché pone l’uomo nella necessità di fare sempre nuovi risparmi, lo invita all’economia e con ciò procura degli utili capitali all’industria, eccita il genio, promuove il commercio, e farebbe divenire la prosperità nazionale libera e sempre attiva, cosicché potrebbe in allora talmente accrescersi il frutto delle terre, il prodotto dell’arti in modo di eguagliare cogl’annui raccolti e produzioni la totalità del valore dei fondi e dei capitali istessi. È forse inconcessibile la quantità degli aggravi, anche oltre i pubblici bisogni, che un popolo può sostenere, quando siano in giusta proporzione e ben distribuiti. Principio luminoso, e che merita di essere offerto alla considerazione di quelli che non sanno provvedere ai pubblici bisogni se non con tasse o con prestiti forzosi, tanto perniciosi e di così breve soccorso, o con operazioni che disonorano i governi e che ruinano i cittadini con immenso danno della nazione.

 

 

VI. Che dirò poi di quel vantaggio unico però in tale sistema, e che tanto è utile nelle imposte, quello cioè per cui si viene a seguire senza violenza l’istessa progressione delle fortune? Generalmente l’uomo spende secondo l’estensione de’ suoi mezzi, estende o restringe le sue spese secondo i tempi e le circostanze e gli umani avvenimenti conformandosi sempre a ciò che è del suo interesse e del pubblico. Così un tale sistema si presta agli infortuni, alle risorse dei cittadini, seconda tutte le variazioni dei patrimoni. L’opulenza dell’uno riempie i vuoti dell’altro, nè il cittadino resta giammai tratto dall’imprevidenza, perché niuno meglio di lui combina la forza e la durata delle istantanee contingenze sociali. Non è alla libertà, che gli uomini sacrificano maggiori tributi, come pretese Montesquieu, ma al genio, che sa dettare un sistema di finanze conforme al vero principio d’imposte, i godimenti. Sia sempre libera l’industria; non si pretenda mai piantare le imposte sopra il frutto, premio delle fatiche dei cittadini, e quando essi ne fanno cumulo e conserva, ma quando i medesimi volontariamente li dissipano, caso nel quale si può dire che il cittadino ne fa allora il volontario sacrifizio, in modo che il tributo quasi si identifica col godimento, nè giammai va soggetto ad arbitri, nè a prevenzioni, nè ad ambiguità.

 

 

VII. Un tale principio ha esso solo un altro importante vantaggio, imperciocchè, sia che uno stato abbia un suolo ingrato od abbia poco terreno, per cui certamente niun altro sistema potrebbe aver luogo, resta ancor applicabile ad uno stato, che ha in benefizio di un suolo fertile ed esteso. L’esperienza ha abbastanza dimostrato che nei grandi bisogni tali stati hanno potuto mantenersi e difendersi con dei tributi, che gravano solo i godimenti, ma giammai colle sole imposte sulle fortune o sulle terre; che anzi le prime non hanno potuto sostenersi senza le maggiori violenze, le altre sono state del tutto impraticabili. Così si può dire che un tale sistema è proprio di ogni governo, applicabile a qualunque popolo senza differenza di clima, d’indole, di posizione, che non impedisce gli sforzi dell’industria, l’attività del commercio; sistema finalmente che oso dire è il più conforme alla morale perché tende ad inspirare l’amor del lavoro, la frugalità, l’economia, a restringere il fasto, a ridurre il lusso; norma poi, che ha per appoggio l’esperienza, vera maestra anche nelle scienze morali. E cosa mai altro nell’origine delle società offrì il selvaggio a’ suoi capi se non se una porzione della preda fatta alla caccia, od alla pesca, o sopra i nemici; che non era altro, che una porzione della soddisfazione de’ suoi bisogni, non già una parte di una proprietà, che non esisteva o che egli non conosceva? Presso ancora tutti i popoli antichi, che si resero celebri per opulenza e per grandezza, le imposte di tal natura formavano in generale la base dei tributi, il che avvenne particolarmente presso le nazioni dell’Asia e d’Africa come Fenici, Cartaginesi, ed anche presso i Greci ed i Romani, i quali però in genere di finanze non si tennero sempre nel buon sentiero, e meglio si può riscontrare presso le Repubbliche italiane, che acquistarono immense ricchezze e figurarono fra le prime potenze d’Europa.

 

Più di tutto poi lo prova l’esempio delle nazioni moderne le più illustri per industria, commercio ed agricoltura. L’Olanda è talmente carica d’imposte sopra i consumi e godimenti, che sembra quasi impossibile che essa possa sostenersi, mentre al contrario in onta a tutti i principj della maggior parte degli scrittori di economia, essa si rese la più ricca ed una delle più commercianti nazioni; e l’olandese parco ed economo dimostra abbastanza i vantaggi di un sistema, che in generale aggrava l’uomo non quando travaglia e quasi crea dei mezzi di sussistenza e dei comodi della vita, ma solo quando lo stesso distrugge le sostanze della comune conservazione. L’lnghilterra in particolare alle spese più enormi, che esige ordinariamente la sua interna difesa e la sua marina, unisce una massa di debiti la più enorme e senza veruna proporzione con la sua popolazione; ma avendo generalmente addottato i tributi sopra i godimenti, facendo cadere maggiormente il peso loro sopra gli oggetti di lusso, essendo per conseguenza il suo sistema di finanza il più conforme alla vera natura, il più addattato al bene sociale, essa ne sostiene l’aggravio senza arrestare i progressi dell’agricoltura e della prosperità nazionale. Invano si è preteso esser prossima la sua rovina; essa ha smentiti tutti i presagi della sua decadenza, mentre essa conserva ancora tutta la confidenza de’ suoi concittadini e nella medesima ottiene sempre nuove risorse; e la ragione si è che una buona ripartizione, quella in cui chi conseguisce benefizj dalla società, cioè gode, più contribuisce, rende le imposte meno gravose, e talvolta ben maneggiate divengono una vera fortuna pubblica, perché sono come un mezzo con cui le ricchezze meglio si distribuiscono e meglio s’equilibrano.

 

 

Qual viaggiatore non ha veduto con compiacenza l’inglese il meno ricco nutrirsi di buoni alimenti, vestir di buon panno, abitar comodo e propriamente, egli e la sua famiglia, divertirsi, prender parte nei pubblici avvenimenti, portar sempre una faccia ilare e ciò per la sicurezza di non esser giammai aggravato per la sua industria, nè pel travaglio o pel frutto delle sue fatiche; mentre gli altri popoli quantunque abbiano sommariamente minori i tributi si chiamano oppressi, e lo sono in effetto meno per la quantità che per la loro pessima distribuzione; ivi gli operaj vivono generalmente coperti di cenci, si nutrono d’insalubri e schifosi alimenti, abitano nell’orrore di rovinosi tugurj, sempre tristi, e sempre preda alla miseria ed a tutti i mali, che ne sono la conseguenza; nè le nuove riforme hanno cambiato in minima parte la loro sorte, che anzi appare, con la mancanza del lavoro e dell’industria, aggravata la loro condizione. Quali massime funeste hanno portato che si esigono dei tributi dall’uomo sobrio, dall’utile cittadino e che perciò nulla dovrebbe pagare, mentre rimangano esenti da’ medesimi quelli che vivono fra gli agj, che gustano a piena mano tutti i piaceri della vita, della voluttà, e quasi direi col fasto e cogli eccessi insultano la comune infelicità, e in cui si scorge come impunemente pochi individui con la prodigalità consumano i mezzi di sussistenza di migliaia di famiglie?

 

 

Il Bosellini ha dimostrato che il cittadino partecipa, col godere, ai beni della vita e in proporzione a questi deve pagare imposta. Si avvantaggia così lo spirito di risparmio e di industria; si coglie il frutto, ma si lascia immune il seme; si assicura allo stato un’ampia base imponibile; si segue spontaneamente la progressione delle fortune, poichè i godimenti sono a queste proporzionali. Il sistema di pagare imposta in ragione dei frutti goduti è adottato spontaneamente dai popoli primitivi e contribuisce alla forza dei popoli opulenti.

 

 

16. – L’autore, il quale nel costruire la teoria dell’imposta è partito dalla contemplazione del contrasto fra l’umanità faticante e dolorante e quella che in riposo gode i frutti della fatica prima durata e dal contrasto ha logicamente concluso all’assurdo di tassare l’uomo nel primo momento, crescendone la fatica e il dolore, ed alla necessità di far lo stato partecipe dei frutti della fatica nella fase del godimento, non vuole essere confuso con i semplici difensori, per ragion di comodità e di interesse, delle imposte sui consumi. Egli ha consapevolezza della sua posizione singolare, la quale lo avvicina agli Hobbes ed ai Petty; e respinge[9] la identificazione della sua teoria con quella delle imposte sui consumi.

 

 

Se la vostra teoria delle contribuzioni, si dirà, non è totalmente falsa, si confonde però rigorosamente con quella dei dazi consumo. Osserverò che la parola consumo secondo il comune senso della medesima si apporta a tutto ciò che nell’atto di servirsene resta distrutto. Convengo che quest’ultimo è una porzione di godimento, ma non comprende l’intiera serie de’ piaceri, che ottiene l’uomo nello stato sociale, e che possono essere nei bisogni pubblici un oggetto tassabile. Così una tale imposta sopra i consumi avrà rapporto alle cose, che servono al vitto, alle mercanzie; ma quando l’uomo abita una casa, usa di una vettura, gode di un giardino, degli spettacoli e degli altri comodi della vita, dei più raffinati piaceri (L’uso delle gemme, dei vasi d’oro, d’argento, di cristallo, e per cui lo stato può pretendere un tributo, si potrà considerare per un godimento, non come un oggetto di consumo, quantunque ciò a poco a poco succeda. La danza pubblica, la musica, i teatri sono dei piaceri, che possono discretamente essere un soggetto di tributo senza essere un consumo), non si potrà dire, che egli consuma i medesimi, ma che soltanto da questi ne ottiene un godimento. La parola poi consumo indica un atto di distruzione, non già la sensazione del piacere, che l’uomo dal medesimo ne conseguisce; anzi la maggior parte degli scrittori, che hanno difeso i dazi di consumo, hanno bensì dimostrati i vantaggi di tale contribuzione, ed i suoi felici effetti, ma non hanno osservata la causa della loro legittimità, cioè di essere la conseguenza di un godimento ottenuto e perciò conformi al vero principio di giustizia in materia di finanze.

 

 

17. – Nè egli vuole[10] essere confuso con coloro i quali si fanno patroni delle accise, perché le considerano utile strumento per gravare i poveri e costringerli alla fatica.

 

 

In secondo luogo, si dirà, nel vostro principio, in cui anche la soddisfazione dei bisogni diviene un oggetto di contribuzioni, il povero stesso volete che contribuisca allo stato, e così lo obbligate ad un tributo il più odioso, sanzionate un furto sopra le classi indigenti tanto più funesto, perché attacca i principi dell’esistenza, e che perciò deve considerarsi crudeltà? L’uomo costituito dalla natura nell’indipendenza de’ suoi simili non può ottenere verun soccorso senza interessare l’altrui amor proprio. È d’uopo pertanto che egli si presti a concorrere al bene comune. Il povero ha i suoi godimenti, saranno di tenue valore, ma la natura che con lo stimolo del dolore glieli condisce, li rende tali ed in ultimo la società gli difende egualmente che al ricco la soddisfazione dei bisogni, la vita, la libertà. È vero che quegli, che non ha il minimo superfluo non può obbligarsi a sottrarre parte della necessaria sussistenza a sè ed alla famiglia; ma tale obbiezione non prova che egli non debba pagare un proporzionato tributo, e che debba perciò diminuire il necessario vitto, ma che ha diritto di esigere da quello che lo impiega, che gli venga accresciuto il prezzo della sua opera per compensarsi ancora di un tale sacrifizio, mentre il povero non ha altro diritto che di non venire aggravato oltre una giusta proporzione.

 

 

Sarebbe poi contrario alla giustizia il volere livellare con tal mezzo le fortune. Ciò non potrebbe seguire senza violenza, mentre l’ineguaglianza nelle proprietà, che fu il frutto dell’industria, è ciò che costituisce l’ordine sociale; e togliere i fondi a quelli che per la loro fatica, sofferenza, per sacrifizi fatti hanno un vero diritto di goderli, sarebbe un’usurpazione, da cui ne conseguirebbe di favorir l’infingardaggine e la negligenza. Che se dovesse valere assolutamente tale argomento verrebbe rovesciata la società, tolta la proprietà, così converrebbe ridursi alla vita selvaggia. Perciò saranno giuste le lagnanze del povero contro quello che lo impiega e non lo paga in conveniente maniera, non già contro lo stato, che ha diritto di obbligar ciascuno di sostenere il peso dei tributi a proporzione dei benefizi e della comune sicurezza. Egli potrà bensì reclamare contro l’abuso che spesso hanno fatto i governi di tale tributo, ma non giammai contro il diritto d’imporlo; ed è tanto ciò vero, che quando si volessero aggravare soltanto le cose voluttuose e lasciar libere le necessarie, qualora si viene all’applicazione di questa distinzione, si trova quasi impossibile l’assegnare tale differenza, perché secondo i vari tempi alcune cose divengono di un uso così comune, che possono ritenersi come necessarie, mentre di queste alcune volte cessa il totale consumo (Oltrechè non si potrebbe provvedere ai pubblici bisogni con voler solo aggravare gli oggetti di lusso, perché il prodotto non sarebbe sufficiente, anzi aggravati allora eccedentemente ne farebbero cessar l’uso e ricadrebbe tutto il peso sopra gli stessi generi di necessità. Nel principio medesimo delle società qual altra cosa fu aggravata se non questi? ).

 

 

Ad oggetto pertanto che nel parlare di godimento non si creda che io usurpi una parola vuota di senso, mentre intendo con essa di presentare uno scopo, a cui devono tendere i legislatori, quando sono sforzati dalle urgenze estreme ad accrescere i tributi, o ad imporne dei nuovi; conoscano i medesimi, che in ciò si comprende una serie di operazioni indefinite e mediante cui si può provvedere con gli stessi mezzi della giustizia a tutti i sacrifizi, che può esigere la conservazione dello stato. Così il legislatore nel formare l’intiero pratico sistema di finanze deve considerare la quantità delle cose, il pregio delle medesime, di cui fa uso la nazione, e soprattutto ciò che procura un piacere e che ha un principio di distruzione di qualche essere, formare e ripartire le imposte, apprezzandole e risolvendole ne’ suoi elementi, secondo una necessaria operazione di economia politica, ed esigendole nel suo ordine naturale e come il bene della società richiede.

 

 

18. – A questo punto ha termine nel Discorso la teoria generale dell’imposta. I rimanenti capitoli trattano in modo particolare delle imposte sui prodotti delle terre (pag. 43-53), dei dazi consumo (53-62), del diritto di dogana (62-70), delle imposte sui comodi e piaceri (71-73), degli oneri e diritti (74-77) e delle imposte viziose (78-80). Chiudono l’operetta alcuni capitoli sui naturali collettori delle imposte (80-89), elegante anticipazione della teoria che fa taluni industriali e commercianti esattori delle imposte per conto dello stato, sulla proporzione nelle imposte (90-96), sulla loro percezione (97-101), sui debiti pubblici (101-106), ed una inspirata augurale conclusione (107-116).

 

 

Lo stato otterrà abbondanti e sicure somme, avrà una certezza di mezzi tanto per conseguire l’interna difesa, che per adempire alle sue relazioni politiche e per soddisfare a’ suoi obblighi coi privati. Con tali norme allora l’agricoltura potrà fare quei progressi, che da un libero governo si possono sperare. Si ravviverà l’industria, s’animerà il commercio in un modo grandioso, non essendovi governo a ciò più proprio delle Repubbliche. Ma soprattutto si rifletta alla massima di Machiavelli, che uno stato può fondarsi colla forza e col timore, ma non si può conservare senza la pratica costante della giustizia. Sia questa la norma di tutte le operazioni del governo, particolarmente in materia di finanze; allora solo si otterrà l’intento di stabilire il sistema repubblicano, a cui tutto deve tendere, e allora soltanto si conseguirà l’amore del popolo, la confidenza dei cittadini. Si rammenti che la proprietà deve essere sacra, e che la medesima è la cosa più importante, perché la più necessaria all’uomo; finalmente che la violenza, l’usurpazione portano la dissoluzione sociale e che soltanto con una giusta amministrazione si possono fare obbliare i mali che affliggono il popolo e far segnare nella storia dei tempi presenti l’epoca del principio della felicità pubblica, della prosperità nazionale e così rendere cara la causa della libertà e affrettare la perfezione sociale.

 

 

19. – Gli avvenimenti non risposero alla mente dell’autore. «Sentia» – dice il figlio – «troppo italianamente per piegar volontario al servaggio di Francia e lo splendore del sommo italiano che la reggea bastava ad abbagliarlo. Perciò si ritrasse a vita privata». «Volte le cose in peggio» – proseguiva l’Antologia – «e svanite tutte le speranze che i buoni avevano posto nelle promesse di gente straniera, cercò nella quiete degli studi e nello esercizio delle private virtù un conforto per le calamità della patria». L’ozio forzato dovette tuttavia inasprirgli l’animo. Uno scritto occasionale del giugno del 1814 tradisce l’animo esulcerato di lui. La gloriosa epopea napoleonica è vista, con impeto di passione, ahi!, tanto lontana dalla serena visione manzoniana, con l’animo di chi si sentiva oppresso. Riconosce, si, che Napoleone dapprima «ordina leggi, fonda il pubblico reggimento ed offre sull’ara dell’Eterno i giuramenti per la pubblica salvezza e libertà; e quasi grata l’umanitade alle sue armi, alla sua cupidigia, alle sue violenze ne collaudò gli sforzi e gli usurpi e ne fu ammirato dai molti». Ma «che sono, i giuramenti in cuore dell’ambizioso?». Dopo pochi istanti «un’insaziabile brama di universale dominio, che non sa pascersi che di sangue e di devastazione, gli investe l’anima; egli allora altro nella sua mente non volge, che di correre trionfante sopra insanguinata quadriga, di calpestare su vasti campi di battaglia corpi estinti o ancor palpitanti fra le confuse grida di feriti, di moribondi vinti o vincitori. Questo uomo di fortuna fatto vittorioso, nel suo temerario orgoglio più non si ritiene un mortale. Sparge quali oracoli i suoi detti, si fa chiamare di provvidenza figlio, vuol’essere riguardato qual della divinità opera prediletta, oggetto in tal guisa si fa di empio canto, e fino insultando l’onnipotenza dell’Altissimo pretende essere arbitro dei Regni e che a lui siano commessi i destini delle nazioni. All’orgoglio si fa compagna la scelleratezza. Egli già si circonda di non più veduto fasto, della più superba magnificenza. Fra pochi saggi, ma timidi, che sol per vana ostentazione ei mostra, chiama a sostegno del suo Trono i più conformi al suo cuore, che ne’ suoi voleri iniqui o sacrileghi sotto il nome di Leggi, Editti, Bandi, Decreti non iscorgono che sapienza, grandezza, magnanimità, e già per loro hanno vanto della più sublime virtù l’audacia, le più ree perfidie, ogni sua ingiusta pretesa». I popoli «stanchi dei loro sforzi, sacrifizi e di tanto sangue sparso speravano pace, alleviamento. Ma quale invece ne fu l’ingrato frutto? Un’azienda fiscale creata simile ad un mostro, anzi qual Idra a più teste divoratrice di tutti gli averi pubblici e privati, che tese quai lacci inique leggi, fabbricò quai macchine d’insidie tutti i voleri dell’oppressore… I suoi vili Consiglieri paghi di divorare seco la parte di preda, che a loro getta il despota, vantavano, oh infamia! la pubblica felicità. Sì, dessi, al cospetto delle nazioni, quando i popoli erano forzati dal terror delle carceri e dei satelliti a rimaner nel silenzio in mezzo ad infiniti disastri, e per cui le lagrime erano venute meno nelle loro sorgenti o già dagli occhi cadeva l’ultima stilla di pianto, proclamavano con inaudito eccesso de’ sudditi l’amore, la grata devozione; chiamavano clemente e benefico il Dominatore, perché tutto non aveva rapito, perché rimaneva ancor qualche goccia di sangue nelle nostre vene; ed oh impudente vergogna! fabbri si fecero di esecrande menzogne, negando per fino ciò che era più chiaro della luce del sole, l’evidente raddoppiamento delle gravezze da lui fatto, esaltandolo anzi quale provvido Nume e Padre de’ Popoli. Ben larghi comunque infami premi ne ottennero essi pure. Per loro frode ancora si presentano le scienze mascherate con veli ingannatori per farne pomposi ornamenti del suo Trono, mentre la timida verità fuggia smarrita e che di partire in atto era ancor Giustizia. Guai a chi nella pubblica afflizione ardì inalzare lamenti, che di spirito generoso tentò di sollevare un lembo di quel nero velo che ricopriva le comuni sventure! Ei n’ebbe infamia, carcere e morte. Folle l’usurpatore, che non sentì come non oltraggiasi impunemente la verità, che non vide in quel fatale Decreto, che muto rendeva per ispavento ogni labbro, come ei stesso si velava gli occhi di fatale benda, che l’esponeva al precipizio». Allo sfogo eloquente, il Bosellini probabilmente era stato tratto da qualche particolare suo disappunto. Chè egli, più che Napoleone, delle sventure italiane incolpa gli adulatori. Non già quando «per amor di bene… per debito d’uffizio»essi lo vantarono «grande per militar fortuna», ma «quando spontanei anche, mercata da molt’oro e da alti onori menzogna, tradiste verità per raffigurarlo qual Nume benefico e clemente, per commendarlo con reo mendacio protettor delle scienze che tanto opprimea; che chiamaste le sue guerre legittime, le sue armi pietose; voi sovratutto ne accuso, che simulando patrio zelo per l’onore italiano, tutto a voi l’attribuiste intenti ad approfittarvi del pubblico potere; ed invidi ne allontanaste dai sacri penetrali delle scienze quegli scrittori modesti, che disdegnano bassezza, che sempre si serbarono incontaminati, non aspirando che ad istruire ed a giovare ai loro simili». L’animo esulcerato gli fa velo agli occhi e gli nasconde la meschinità dei nuovi principi. Il ritorno dei «magnanimi eroi monarchi» di casa d’Este lo riempie di gioia. Insieme con tanti altri italiani, egli si illude siano «cessate… le nostre calamità, non più timore nel dire ciò che cuor sente. Alfin discese fra noi bella pace, e sotto l’ombra del suo sacro ulivo paghi i mortali, obliarono di già d’infausta libertade i mali, di rea tirannide le sventure, ed appoggiati sullo scudo di loro virtù, retti da loro paterni Sovrani, lieti si riposano in seno delle dolcezze di vita, della pacifica industria, di vera felicità». Egli augura il ritorno dell’età stupenda nella quale «i Muratori, i Beccaria, i Filangieri, i Carli, i Pagani, gli Stellini, gli Spallanzani percorsero [la loro carriera] con libere aure e con tanta gloria della nostra Italia fino al principio del secolo nostro, quella ancora modesta ed utile che calcarono i Genovesi, i Galiani e tant’altri nostri concittadini, che sol rivolsero le loro meditazioni al comune giovamento». Egli pure, il Bosellini, vorrebbe far parte dell’illustre schiera di uomini intenti alla scoperta di nuovi veri vantaggiosi alla patria: «Potessi io sollevare benchè con debil destra un lembo di quel velo che ancor ricopre degli utili arcani, additare più sincere sorgenti di dovizie, e di privata e pubblica abbondanza».

 

 

Questo, che egli faceva a se stesso di poter contribuire cogli studi e cogli scritti al bene comune, era qualcosa di più di un augurio. Esisteva già «un manoscritto di un’opera sulla scienza economica e sulla miglior scelta dei tributi», di cui era stato «nei tempi passati impedita la stampa».[11]

 

 

20. – L’opera «già stesa interamente nell’anno 1813» fu pubblicata soltanto nel 1816 e nel 1817, «non avendo potuto veder la luce che sotto il presente illuminato governo».[12] Se per divieto espresso del governo napoleonico o per ritegno timoroso dell’autore medesimo, non si sa. Il figlio, a confermare la dichiarazione del padre, aggiunge: «Chi sa quante vessazioni e quante difficoltà incontrasse Say nella pubblicazione del suo trattato di economia politica sotto l’impero, si persuaderà facilmente della asserzione del nostro autore». L’avvicinamento tra il prudente silenzio osservato dal Bosellini e la aperta resistenza del Say ai desideri dell’imperatore è vanto troppo forte per il Bosellini. Ma non pare dubbio che alla sua silenziosa meditazione noi dobbiamo il «Nuovo esame delle sorgenti della privata e pubblica ricchezza»,[13] nel quale il Bosellini rielabora il concetto della ricchezza per trarre dalla rielaborazione stessa lume alla teoria dell’imposta. Con altre parole e con apparato più dottrinario, noi rivediamo le idee che nel «Discorso» erano state esposte con l’ingenua vigoria dell’entusiasmo giovanile.

 

 

Poichè qui non importa una esposizione compiuta della dottrina del Bosellini, restringerò i miei appunti a quelle parti le quali toccano il fondamento dell’imposta.

 

 

21. – Il contrapposto così vivo nel «Discorso» fra lo stato di dolore e quello di godimento in cui l’uomo a volta si trova di fronte alla natura, si trasforma, nel «Nuovo esame», in una classificazione della ricchezza in mediata ed immediata; simile, nelle grandi linee a quella che si fece poi tra beni strumentali e beni diretti. I soli beni diretti (ricchezza immediata o di godimento) danno godimento all’uomo (I, 16); laddove i beni strumentali o di proprietà per se stessi cagionano solo inquietudini e fatica ai possessori; sicché si può dire con l’oratore romano che la ricchezza di proprietà o mediata appartiene più alla società che agli individui: Singulorum enim facultates et copiae divitiae sunt civitatis (Cicerone, De Offic. III, 15). Il Bosellini chiama «beni» soltanto quelli «diretti» od immediati i quali sono utili «realmente all’attuale conservazione e bene vivere dei cittadini». Disse già Orazio: «Quo mihi fortuna, si non conceditur uti?» e l’ingenuo La Fontaine nella favola del tesoro rapito si espresse: «Le bien n’est bien que autant qu’on s’en peut défaire».

 

 

Senza quest’uso della propria ricchezza, chi vorrebbe abbandonarsi alla fatica, spargere sudori, sofferire privazioni inquietudini e pene, se ciò dovesse portare soltanto all’acquisto di un inutile possesso di campi o di un ammasso di cose, da cui non potesse trarre pel suo individuo verun vantaggio? E chi vorrebbe possedere dei tesori pel vano piacere di essere chiamato ricco, per la smania di veder brillare nei suoi scrigni gemme o preziosi metalli? Le ricchezze non possono essere lo scopo delle sole ricchezze. Impiegare le proprie forze per conseguirne delle nuove, si rende bensì il mezzo di arricchirsi; ma che avrebbe mai conseguito l’uomo di verace beneficio, quando anzi soggiacerebbe continuamente a nuove inquietudini e pene per la loro custodia? Le ricchezze si rendono oggetto di un più importante benefizio, cioè di migliorare la condizione d’ogni uomo e renderlo felice secondo i voti che la natura gl’ispira. Senza la lusinga dell’uso delle cose, l’uomo cesserebbe da ogni attività e dalla stessa economia. La lusinga di un tal uso scuote fino l’inerzia del selvaggio che va in traccia di bestie per cambiarne le pelli con tabacco, liquori ed altre cose che lusingano il suo benevivere. L’avaro stesso che fa tanti sacrifizi, che si abbandona a tanti stenti per ammassare tesori, se non è mosso dall’attuale godimento è però spinto sempre dalla brama di conseguirlo. La sua immaginazione lo eccita a privarsi di un bene per renderlo nell’avvenire più esteso e costante. Una tal brama spingesi dall’uomo oltre la propria esistenza stessa nei beni che otterranno i suoi eredi e la sua prosperità nell’acquisto della sua ricchezza. Tale speranza gli fa godere in suo pensiero ciò che altri conseguirà realmente di beni (I, IV, 44-45).

 

 

22. – La teoria dell’imposta deriva dalla fondamentale distinzione ora posta fra la ricchezza mediata o di proprietà e quella insediata o di beni o di godimento. Soltanto così si può «ridurre anche questa parte della politica ad un solo principio» ed ottenere «semplicità ed uniformità nelle massime regolatrici» del tributo.

 

 

Un solo, a mio credere, esser dovrà pure il principio anche delle leggi di finanza e del tributo, analogo al principio della generale utilità e de’ minori inconvenienti nell’amministrazione pubblica, e sarà: la formazione, la conservazione o l’aumento della ricchezza, ossia che non colpiscasi giammai quella ricchezza la quale si trova in istato di produzione. Tutto ciò che si oppone a questo principio diventa cagione di miseria e dei più grandi mali sociali. (Tomo II, parte seconda, capo I, art. II).

 

 

23. – La critica del Bosellini contro le imposte che ora si direbbero sulle rendite o guadagni eccezionali di uomini dotati di attitudini particolarmente egregie, è mordente:

 

 

Se gli emolumenti sono eccessivi, cioè superiori all’importanza dei servigi, la ragione e l’interesse sociale esigono, che questi si riducano ad una proporzionata quantità. Ma, se non fossero eccessivi, perché togliere col tributo porzione di una giusta ricompensa? Il popolo poi riconoscerebbe l’inutilità del medesimo; onde si dovrebbe restituire ben presto agli impiegati con una mano ciò che loro erasi tolto ingiustamente con l’altra (ivi, in capo IV).

 

 

Perché tassare una persona soltanto per la ragione ch’è fornita delle più distinte facoltà intellettuali, come pure de’ più pregevoli doni della natura e per quelle nobili cognizioni che si acquistano soltanto col più assiduo studio, colla più attenta applicazione, e per quella virtù che si procura talvolta col sagrifizio della propria fortuna? Quegli che ne è fornito non può ad ogni istante perdere le sue forze fisiche e morali, anzi perire senza averne tratto profitto? Il gravitare in tale maniera sopra l’industria sarebbe un ricompensarla molto male de’ suoi sforzi, delle sue pene e dei tanti vantaggi che apportò alla società nel ritrovamento delle arti e delle scienze, nell’aver fatto conoscere i principi del retto e dell’ordine sociale, e nell’aver liberata l’umanità da molti mali. Che mai sarebbe l’uomo senza l’appoggio dell’industria? Un essere quasi simile alle belve; ed il globo un orrido deserto.

 

 

Se l’industria deve rimanere per se stessa immune da tributo, anche la sua ricompensa dev’esserlo ugualmente. Colui, che si è rivolto ad un’arte, ad una scienza, ha diritto di conseguire un premio proporzionato alle fatte spese, ai suoi sagrifizi, ed ai pericoli che incontrò nell’impararle ed ai vantaggi che arreca nell’esercitarle. Tale ricompensa dev’essere congrua. Ogni diminuzione sullo scopo del tributo toglierebbe porzione d’una giusta ricompensa, che non può ricevere altri limiti se non se quelli della concorrenza; altrimenti verrebbero tradite le sue speranze, lesi i suoi diritti. Tale tributo avrebbe la stessa ingiustizia di quello sopra i salari, di condannare ad una pena un’utile attività, di aggravar l’uomo in uno stato di dolore, di privazioni, e perché si rese giovevole a’ suoi simili (ivi, in capo IV).

 

 

24. – Ripetutamente insiste sul danno di tassare la ricchezza nel momento in cui è creata ed investita:

 

 

Un intraprenditore o commerciante dovrebb’essere tassato perché fece costruire utili edifizi, perché si procurò più facili mezzi di trasporto, nuove macchine, migliori strumenti. Ad ogni aumento di telai, ad ogni accrescimento di fabbrica vedrebbe l’intraprenditore accrescersi il suo tributo, quando poi i capitali che impiegò la sua industria generalmente appartengono ad altri, così che un tributo sopra questi fondi cadrebbe per sopraccarico in colui, al quale realmente non appartengono. Che se anche questi impiegò i propri capitali nel formare od accrescere simili stabilimenti, perché dovrà essere privato del premio de’ suoi risparmi? Che se si volesse colpire la sua industria, egli soggiacerebbe ad una pena pe’ suoi talenti, pel coraggio, pe’ suoi rischi e più grandi sacrifizi. Per sì fatti tributi verrebbero inoltre svelati i segreti dei commercianti e sempre gli sfortunati rimarrebbero oppressi (ivi, in capo VI).

 

 

25. – Il principio da lui accolto di tassare solo la ricchezza di godimento fa vedere chiaramente al Bosellini che quello di reddito non è un concetto oggettivo, bensì subiettivo; e che il criterio di distinzione di esso da quello di patrimonio è riposto nella volontà dell’uomo.

 

 

Come si forma questa ricchezza chiamata Beni? Quando il possessore di una fortuna si propone di prevalersi di cose che servono all’immediata sua conservazione e al suo benevivere, allora egli stacca dal suo patrimonio e dalla stessa riproduzione una porzion di ricchezza, non solo di analoghe produzioni o formata di soli interessi o di entrata, ma anche di fondi o di proprietà, per quella quantità che sia sufficiente ad acquistare le cose che servir debbono al proprio uso, alla propria consumazione; talchè la stessa ricchezza di proprietà rimane per questa operazione realmente annientata col mezzo di una equivalente immediata ricchezza. Se pare incerta l’opportunità o il modo del formarsi simile staccamento, per cui la ricchezza di possedimento si cangia in ricchezza Beni, egli è però certo, che appo ogni cittadino od abitante di uno stato succede del continuo una tal separazione o trasformazione, onde passa la ricchezza riproduttiva in ricchezza di godimento. Simile separazione o trasformamento si fa da ciascun padre di famiglia non solo giornalmente, ma ad ogni istante, talvolta senza avvedersene, giacchè ciascuno ad ogni momento assegna porzione dei propri averi ai propri bisogni ed a quelli di sua famiglia. Questa porzione di averi non è, io ripeto, sempre formata di rendite, ma non di rado di capitali e di fondi, come meglio torna conto all’individuo, secondo il minor danno o la minor perdita della ricchezza stessa, per cui la misura della ricchezza immediata o di uso o godimento non è già la suddetta pretesa entrata, ma bensì la quantità della spesa o spese che si formano giornalmente od annualmente presso ogni famiglia, talchè la ricchezza disponibile per questo tributo non deve già dedursi da un superfluo sopra l’entrata o sul consumo siccome dagli scrittori si pretese (Ganilh), ma sopra l’intiera massa delle ricchezze, che ogni famiglia applica all’uso, alla consumazione. Avvertirò poi, che le voci superflue di entrata o di consumo, sono parole vaghe, indeterminate, senza scopo ed oggetto, le quali non possono avere verun’azione od intervento nelle operazioni di riproduzione o di consumazione; appartenendo ogni ricchezza o a questa o a quella.

 

 

…. Fu un vero errore il pretendere, che i cittadini, per formare la propria spesa, si prevalgano realmente della loro entrata, e che non debbano consumare, nè consumino che questa. La spesa, ho più volte avvertito, ora vien dalle proprietà o dai capitali: ora le rendite, gl’interessi e le entrate si versano o s’impiegano nella ricchezza riproduttiva, come può tornar meglio. Può inoltre tale spesa esser maggiore o minore dell’entrata, nè mai questa è a quella proporzionata nelle famiglie. Il dire, poi, che la consumazione sta comunemente in proporzion delle entrate, riguarda la quantità della ricchezza, non l’identità della medesima e della spesa. Per conservar in uno stato l’economia non si richiede già che si faccia uso solamente dell’annua entrata: basta, che non si diminuisca la riproduzione o l’aumento annuo della ricchezza, sia poi che l’uso e la consumazione siano fatti o sulle rendite o sugli interessi, o sopra i fondi o capitali. Egli è poi tanto vero, che l’entrata non è la stessa cosa della spesa, imperciocchè il continuo aumento delle fortune non si forma solo in un aumento di redditi delle sorgenti o de’ fondi ma anche in una diminuzione di spesa, effetto dell’economia (ivi, nel capo XI).

 

 

Non oserei affermare che nella letteratura economica si leggano pagine più vigorose di queste contro il concetto pieno della separazione fra reddito e capitale; pieno, ossia inteso come adeguatezza compiuta di esso alla realtà cosicché non possa mai pensarsi al reddito se non per contrapporlo al capitale. Laddove quella separazione concettuale è un puro strumento logico, utile a certi fini, principalmente contabili, di prudente amministrazione della roba altrui e degli enti collettivi; ma sconcertante in altri casi ed attissimo a deviare dalla contemplazione della realtà o di altri aspetti della realtà. L’uomo nel giudizio quotidiano continuo dato intorno alla convenienza dello spendere, del risparmiare e dell’investire non si muove entro i chiusi cancelli di quantità contabili dette «reddito» o «capitale»; ma guarda a quelle ricchezze di cui in ogni momento ha la disponibilità e, senza imbarazzarsi delle artificiose linee divisorie di reddito e capitale, giudica quanta parte debba spendere e quanta conservare; se la ricchezza esistente debba essere cresciuta o scemata. Poggiare l’imposta sul concetto contabile del reddito è costruire sulla sabbia; laddove fondarsi sulla spesa è un tener conto della realtà.

 

 

26. – Con gli estratti ora forniti è compiuto il quadro della teoria generale dell’imposta del Bosellini. Nel secondo volume della maggiore opera sua tutto dedicato alla pubblica finanza, egli naturalmente tratta a lungo delle imposte in particolare, combattendo le obbiezioni avanzate dagli scrittori contro il sistema da lui preferito, illustrando i vantaggi economici e sociali di esso ed addentrandosi con particolari tecnici intorno alle maniere di applicarlo. Che le imposte sulle ricchezze di godimento o sulle ricchezze beni, come egli preferisce chiamarle, consentano larghe immunità per i poveri, per le opere dell’arte e di istruzione, per le merci esportate all’estero, per i beni strumentali; che esse non richieggano soverchie spese di riscossione, se acconciamente riscosse sopra i produttori, fatti di esse esattori per conto dell’erario; che le spese siano compensate dal vantaggio di cadere su oggetto ad esse proprio – ecco alcuni dei punti che egli ampiamente ragiona; e sui capitali non è luogo qui di intrattenerci. Importa tuttavia, a chiudere l’esame del pensiero del Bosellini, segnalare l’elegante maniera nella quale risolve il quesito della maniera che lo stato deve tenere nel procacciarsi entrate sufficienti a soddisfare straordinari eccezionali dispendi.

 

 

Uno stato nelle gravi urgenze è spinto a prevalersi di tutti i mezzi che possono essere in sua mano. Allora potrà rendersi pienamente necessario il prevalersi di prestiti ripartiti sulle facoltà e proprietà dei privati, non già come un dazio, ma quale anticipazione, a cui deve unirsi un conveniente lucro od un interesse sulla misura dell’ordinario; anticipazione e lucro, che debbono poi venir soddisfatti sulla riscossione immediata dei detti tributi sulle cose e produzioni. Questi capitali allora non sarebbero più una ricchezza tolta alla riproduzione nel profitto che darebbono ai possessori.

 

 

In tali circostanze la soddisfazione dei debiti pubblici andrebbe sempre a cadere sulla ricchezza Beni; e il suo sacrifizio avrebbe ad iscopo il perdere una ricchezza meno proficua per conservarne una più utile. Il debito pubblico allora trarrebbe a diminuir solamente una porzione del ben essere dei privati, e ne rimarrebbero illese la prudenza e l’industria. Il favore poi starebbe del tutto per i privati più economi ed attivi; e ne potrebbero rimaner solo compromessi gli scioperati. In fine, il tributo constituito per simili debiti, avrebbe pur esso a risultamento l’eccitare il popolo ai risparmi, all’attività; nè questo potrà mai aver ripugnanza al soddisfacimento dei pubblici debiti, dei quai si allevia in molta parte il peso, non obbligandosi lo stato a sostenerli che sulla misura degli annui interessi. Ciascuno iscorgerebbe nell’adempire che fanno i governi alle loro obbligazioni il rispetto ch’essi mantengano ad ogni sorta di proprietà: imperciocchè gl’interessi soddisfatti diverrebbono un nuovo sostegno alla comune attività (ivi, in capo XXVIII, art. IV).

 

 

Se un prelievo dunque deve essere in circostanze gravissime operato sulla ricchezza non destinata al godimento, ciò avvenga a mezzo di prestito forzato, non mai di imposta; e sia salvo così il principio che l’imposta non deve cadere sull’uomo mentre egli fatica. Se l’urgenza della pubblica salvezza non consente indugio, si prometta la restituzione dell’anticipo forzato, e l’adempimento della promessa rafforzi nell’uomo lo stimolo a risparmiare ed a produrre.

 

 

27. – Di avere nella nota presente dedicato tanto maggiore spazio alla esposizione della dottrina dell’oscuro italiano in confronto a quello consentito al pensiero dei due inglesi, posti tanto al di sopra di lui come pensatori, mi si vorrà dar venia riflettendo che dell’Hobbes e del Petty riprodussi praticamente tutto quanto essi scrissero sul principio dell’imposta, laddove dovetti restringermi per il Bosellini alle pagine sue essenziali. Nè si può trascurare la circostanza che i due creatori della dottrina dell’imposta sul godimento o sulla spesa largirono su questo punto quasi senza abbadarvi le loro idee ai lettori: piccole scheggie perdute in scrigni ricolmi di gemme splendenti. Laddove l’italiano meditò per gran parte della vita principalmente sull’imposta; di aver aggiunto qualcosa all’edificio cominciato dall’Hobbes ebbe coscienza (II, 218) e disse «nuovo» il suo sistema d’imposta. Vanto non infondato, poichè il suo sistema fu il frutto di lunga meditazione e diè modo a lui di rimeditare un problema antico sotto aspetti non veduti da altri.

 



[1] Nota presentata nell’adunanza del 2 luglio 1933. Anche in estratto: Torino, Tip. Vincenzo Bona, 1933, pp. 67.

[2] Così, in want, è tradotta l’egestas del testo nell’edizione Molesworth di The English Works of Thomas Hobbes, II, 173.

[3] Così in equally, è tradotto il latino aeque nell’edizione Molesworth dei Works, II, 173.

[4] La prima edizione olandese del libro del De La Court è del 1662, la seconda, con titolo mutato, del 1669. Il Palgrave dà questa come tradotta in inglese solo nel 1743 col titolo Political Maxims of the State of Holland. Io cito dall’edizione col titolo The True Interest and Political Maxims or the Republik of Holland and West Friesland, by John De Witt [Pieter De La Court], London, 1702, 91. Sui moltissimi altri, i quali ripeterono il medesimo concetto e che qui non monta ricordare, cfr. passim: la Storia delle dottrine finanziarie in Italia di Giuseppe Ricca – Salerno, Palermo, 1896.

[5] Come da lui esposta in A Treatise of Taxes and Contributions, London, 1662, Chap. XV. Of Excise, pag. 71-75; citata dalla ristampa in The Economic Writings of Sir William Petty, Cambridge, 1899, vol. I, pag. 91-95.

[6] Discorso sul principio di giustizia in materia di finanze o nuova teoria delle imposte, del cittadino Carlo Bosellini. Rescissis, quae naturae legibus non consentirent. Op. Tac. Milano dalla tipografia milanese in Strada nuova, Anno nono repubblicano. Un vol. in ottavo, 2 c.s.n. – 161 – 1 c.s.n.

[7] Notizie tratte dalla nota 52esima dell’Elogio del conte cavaliere Luigi Valdrighi recitato dal prof cav. Ludovico Bosellini (Modena, tipi di Nicola Zanichelli e soci, 1863, pag. 120-121). Questa nota, scritta dal figlio, giurista apprezzato, a ricordo del suo «onorando genitore», è, insieme con Necrologio qui ricordato, la fonte principale per la vita del Bosellini. Del figlio sono le parentesi quadre aggiunte al brano tratto dal necrologio a firma F. S. pubblicato a carte 176-181 dell’Antologia di Firenze del luglio 1827 (tomo XXVII, n. 79).

[8] Con qualche minima variante nella punteggiatura, stabilita nel testo originale quasi a caso; e con l’omissione di una nota irrilevante. I capitoli riprodotti sono il primo: Che i cittadini non debbono essere tassati per le loro proprietà (pag. 3 a 12) ed il terzo: Che i tributi debbon essere imposti sopra i godimenti (pag. 22 a 37). Tra essi sta un capitolo: Che non son le terre il vero fondo imponibile, di polemica antifisiocratica, che qui non accade considerare. Le note del Bosellini sono richiamate con le lettere dell’alfabeto; quelle dello scrivente nella maniera solita.

[9] Nella prima parte del quarto capitolo del Discorso, intitolata Se la teoria dei godimenti sia la stessa dei dazi consumo (pag. 37-38).

[10] Nella seconda parte dello stesso quarto capitolo, intitolata Se gli oggetti di necessità siano imponibili (pagg. 38-42).

[11]Notizia contenuta in una nota ad un «Discorso sugli odierni fausti avvenimenti» di Carlo Bosellini, stampato coll’epigrafe Ea demum tuta potentia est, quae viribus suis imponit (Val. Max.) in Modena, presso la Società tipografica, un op. in – ottavo di pagg. 53. Nel verso del frontespizio si avverte il lettore che il discorso era stato scritto sulla fine del mese di giugno e che alcune imprevedute circostanze ne avevano ritardata la pubblicazione. Dalle pagine 8 a 11, 51 a 53 del «Discorso» sono tratti i brani riprodotti nel testo.

[12] Così l’A. in una nota a pag. XVI dell’avvertenza al lettore.

[13] Tomo primo: Delle sorgenti della privata ricchezza. Un vol. in ottavo di

pag. XVI-455-2 c.s.n. Tomo secondo: Delle sorgenti della pubblica ricchezza.

Un vol. in ottavo di pag. 505-I c.s.n., Modena, per G. Vincenzi e Comp.,

1816 e 1817.

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