La teoria inglese dell’equilibrio europeo

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 01/02/1917

La teoria inglese dell’equilibrio europeo

«Corriere della Sera», 1°febbraio 1917

Gli ideali di un economista, Edizioni «La Voce», Firenze, 1921, pp. 155-162

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. 764-769

 

 

È tornata di moda in questi ultimi tempi e in Italia una scoperta scientifica intorno alla quale avevano menato gran rumore i giornali tedeschi nei mesi di agosto e settembre 1914: essere la teoria dell’«equilibrio delle potenze sul continente europeo un idolo a cui ora si immolano i popoli». Questa teoria sarebbe nata non in Germania ma in Inghilterra, e sarebbe un congegno conservatore dell’imperialismo inglese, ora contro la Germania, ora contro la Russia, ora contro la Francia. L’Inghilterra avrebbe consolidato sempre la sua posizione egemonica sugli altri popoli europei scagliandoli in guerra l’uno contro l’altro.

 

 

Questa concezione della guerra si può chiamare «volgare» come quella che non richiede alcuno sforzo di pensiero e risulta dall’applicazione ai grandi avvenimenti storici dei metodi di ragionamento propri di coloro i quali non badano ad altro che al vantaggio pecuniario immediato. Il contadino ignorante, il quale vuole spiegarsi la ragione per cui certi «signori» richiedono il suo voto per riuscire deputati o fanno pubblica propaganda per il prestito nazionale, non sa trovarne altra fuor della speranza che coloro abbiano di fare, con quel metodo, denari. Egli invero non concepisce vi possa essere altro movente all’azione degli uomini fuorché il desiderio del denaro. Così gli uomini digiuni di ogni cultura storica ed economica, i quali costituiscono troppa parte della classe politica italiana, non sapendo comprendere perché l’Inghilterra si sia voluta impacciare in faccende che non la riguardano, come l’annessione del Belgio e della Serbia o la cessione delle colonie francesi a vantaggio della Germania, dicono che l’Inghilterra si decise alla guerra per lucrare alle spalle dell’Europa divisa, mutuando denari a forte interesse, impadronendosi delle colonie tedesche e facendosi pagare cari noli e carbone. Poiché queste spiegazioni da montanaro dalle scarpe grosse possono non sembrare ai lettori raffinati abbastanza eleganti, i giornali tedeschi prima ed ora alcuni italiani hanno pensato di sostituirle con «l’idolo atroce e funesto» dell’equilibrio europeo, grazie al quale l’Inghilterra diventerebbe gigante fomentando la discordia tra i popoli europei.

 

 

Non farò appello alla ricca letteratura, la quale prova il magnifico svolgimento che in Inghilterra hanno avuto le idee di libertà politica e di indipendenza delle nazioni, e quale profonda influenza quelle idee hanno avuto sull’azione degli uomini politici inglesi. Non ricorderò che l’impero inglese è divenuto grande perché è il maggiore conglomerato, conosciuto nella storia, di nazioni libere ed indipendenti le une dalle altre e dalla madrepatria. Non ricorderò neppure come l’esperienza della guerra attuale abbia provato quanto fervore di patriottismo siasi manifestato, senza alcuna costrizione dalla madrepatria, nel Canadà, nell’Australia, nel Sud America, nell’India stessa. Non ricorderò come siano state crudelmente deluse le speranze di coloro i quali speravano vedere sollevarsi l’India o per lo meno rompersi i vincoli di unione fra l’Inghilterra e la boera Africa del Sud. Tutto ciò – agli occhi dei mercanti di buoi, dei montanari dalle scarpe grosse e dei giornalisti sopraffini, i quali avrebbero preteso che l’on. Salandra contrattasse con l’Inghilterra prima della nostra dichiarazione di guerra la fornitura gratuita, o il che fa lo stesso, a 50 lire per tonnellata, di tanti milioni di tonnellate di carbone reso a Genova – appartiene al mondo delle idee e delle sentimentalità e non conta nulla.

 

 

E sia. Atteniamoci al puro interesse. La teoria vera dell’equilibrio, spoglia di ogni elemento ideale di simpatia verso le nazionalità oppresse, dal punto di vista inglese è la seguente: «è necessario per la salvezza dell’Inghilterra e del suo impero che nessuno Stato europeo diventi talmente forte da potere dominare su tutta l’Europa. Perché, se ciò accadesse, l’Inghilterra in un momento successivo diventerebbe preda dello Stato egemonico e sarebbe finita la sua esistenza come nazione indipendente».

 

 

Non vi è dubbio che la teoria dell’equilibrio, così concepita:

 

 

  • risponde ad una necessità assoluta per l’Inghilterra, fino a quando almeno si creda che uno Stato agisca in modo da potere continuare a vivere;
  • risponde all’interesse più evidente di tutti gli Stati europei, salvo di quell’uno, il quale vuole acquistare dominio sugli altri;
  • non è in contrasto con l’idea della nazionalità; poiché in un continente così vario per razze, lingue, tradizioni come l’Europa, il rispetto delle nazionalità non può non lasciare sussistere una varietà grande di Stati sovrani, incompatibile con il predominio di uno solo;
  • non è in contrasto con l’ideale di una futura federazione europea; poiché siffatta federazione, se non imposta da uno Stato egemonico, non potrà non essere rispettosa degli ideali, della civiltà, della lingua e degli interessi di ogni nazione federata. Contro una federazione di simile genere la teoria inglese dell’equilibrio – quella vera, non quella inventata dai pseudo storici tedeschi recenti – non ha più obbiezioni da fare. L’impero inglese è anzi il tipo, oggi vivente e dalla guerra rafforzato, di queste libere federazioni di Stato; né si vede la ragione per cui tra l’impero inglese e la eventuale federazione europea non possano stabilirsi vincoli politici in forme che oggi non è possibile immaginare, ma che i politici dell’avvenire saprebbero escogitare.

 

 

Queste sono vecchie verità, note a quanti hanno letto qualche libro di storia. Io ho tra mani un interessante opuscolo politico di Paul de Thoyras Rapin, storico francese, ugonotto, cacciato di Francia dopo la revoca dell’editto di Nantes (1686), emigrato in Inghilterra e morto nel 1723 in Olanda. L’insigne autore di una delle prime storie scientifiche dell’Inghilterra in questa sua Dissertation sur les whigs et les torys (A la Haye, 1717) ha alcune pagine che spiegano benissimo la ragion d’essere della politica d’equilibrio seguita già allora da secoli dall’Inghilterra.

 

 

«Dopo l’ingrandimento della Casa d’Austria – scriveva lo storico francese nel 1717, ossia subito dopo la fine della guerra di successione d’Austria durata dal 1701 al 1713 – ossia da circa duecent’anni in qua, l’Inghilterra ha sempre potuto far pendere la bilancia o dal lato di Casa d’Austria o dal lato della Francia, secondo il partito che essa riteneva migliore. Ma il suo interesse costante e perpetuo è stato di conservare l’uguaglianza fra questi due poteri. È questo il perno, su cui da due secoli ha girato tutta la politica dei Re d’Inghilterra». Se Luigi XIV ha fatto tanti tentativi per impedire agli inglesi di prendere partito contro di lui, ciò fu dovuto «soltanto ai vasti disegni che egli aveva formato contro la libertà dell’Europa. Senza di ciò, egli non avrebbe avuto bisogno di preoccuparsi degli inglesi. Tutti sanno che Luigi XIV aveva concepito il progetto di stabilire una monarchia universale in Europa. Siccome egli non ignorava che l’interesse dell’Inghilterra era di mantenere la bilancia dell’Europa in equilibrio e che gli inglesi consideravano questa massima come il fondamento principale della loro sicurezza, era da temersi che essi si sarebbero opposti alla esecuzione dei suoi disegni». Di qui gli intrighi francesi rivolti a profittare del desiderio di Carlo II di ristabilire il potere assoluto in Inghilterra per farlo annuire alla sua campagna contro l’Olanda; di qui la protezione concessa dappoi ai pretendenti Stuardi affine di tener occupatigli inglesi a casa loro ed impedire ad essi di intervenire negli affari europei mentre egli cercava di stabilire sul continente la sua egemonia. Di qui le diversioni in Irlanda, dopo la cacciata di Giacomo II. Il Re di Francia, conclude il Thoyras Rapin, ha ragione di temere l’Inghilterra «quando egli nutre qualche progetto contro il resto dell’Europa. Ma se egli ha per iscopo soltanto di vivere in pace e di difendersi semplicemente, nel caso egli fosse attaccato, nulla può essergli tanto vantaggioso come di coltivare l’amicizia dei Re d’Inghilterra».

 

 

Sostituiamo Filippo II di Spagna, Napoleone ovvero la Germania odierna a Luigi XIV e noi abbiamo nelle parole del Thoyras Rapin la spiegazione logica della condotta dell’Inghilterra da Elisabetta ai giorni nostri, Essa non ha alcun interesse a mescolarsi delle cose europee, se non quando alcuno degli Stati continentali «nutra qualche progetto contro la libertà del resto dell’Europa» e minacci di «stabilire una monarchia universale sul continente». Per impedire la monarchia universale europea l’Inghilterra ha profuso miliardi ed ha versato il miglior sangue dei suoi figli. Né è possibile negare che, grazie all’ostinazione inglese contro Luigi XIV ed ai sussidi britannici, il Piemonte poté conservare la sua indipendenza ed il suo valoroso principe, Vittorio Amedeo II, poté continuare a far la guerra di bande contadine contro gli eserciti di Catinat, fino alla pace del 1696 e poi nella nuova guerra contro la Francia, fino alla liberazione di Torino nel 1706. Chi, senza l’ostinazione disperata del Piemonte e la pertinacia inglese avrebbe potuto impedire alla Francia di Luigi XIV di estendere praticamente il suo dominio su tutta l’Italia? Alla teoria inglese dell’equilibrio non dobbiamo perciò forse la indipendenza e la forza del Piemonte prima e l’indipendenza italiana poi?

 

 

Un secolo dopo la medesima esperienza si ripete. Senza l’ostinazione inglese, la Germania ben difficilmente avrebbe potuto scuotere il giogo napoleonico. Nessuno vuol sminuire l’abnegazione e le virtù civiche della piccola Prussia, dove sotto le ceneri covava il fuoco della rivolta e dove insigni statisti, nei momenti del servaggio più duro, apparecchiavano i mezzi per la riscossa. Ma è certo che, senza il blocco inglese, senza l’annientamento della potenza marittima francese a Trafalgar, senza gli aiuti forniti dall’Inghilterra alla Russia, alla Spagna, all’Austria, il sogno di dominio universale sull’Europa era prossimo ad avverarsi con Napoleone. L’Inghilterra salvò se stessa, lottando contro Napoleone; ma nel tempo stesso salvò la causa della nazionalità tedesca e di quella italiana. Appunto perché grandi erano gli impulsi al rinnovamento venuti di Francia, grandissimo era il pericolo che l’Italia divenisse francese, rinunciando alla sua autonomia nazionale. Fu d’uopo il duro servaggio austriaco per far rifulgere quella coscienza nazionale, che prima era obliterata e le cui lievi traccie facilmente andavano cancellandosi nel fulgore dell’impero napoleonico.

 

 

Due volte l’Inghilterra, durante il secolo XIX, rinunciò a far valere la teoria dell’equilibrio. Mal ne incolse a lei ed all’Europa. La prima volta fu quando essa assistette inerte allo smembramento delle contrade danesi dello Schleswing Holstein dalla Danimarca. Non avere impedito che Austria e Prussia, unite per allora nella brutta impresa, togliessero alla Danimarca anche le province prettamente danesi del disputato territorio, diminuì grandemente il prestigio inglese nella Scandinavia. La seconda volta fu quando non osò intervenire a disputare alla Prussia la appropriazione dell’Alsazia Lorena.

 

 

In ambedue questi casi di assenteismo dell’Inghilterra si ebbero ferite profonde all’ideale di nazionalità ed agli interessi della pace europea duratura.

 

 

No; la teoria inglese dell’equilibrio non è un idolo atroce e funesto; ma è una forza benefica contro la prepotenza egemonica di uno Stato prepotente sugli altri Stati europei. Fino a quando il sorgere di una federazione europea, avente comunanza di ideali e di interessi con la federazione britannica non la renda inutile, la teoria dell’equilibrio, concepita nel modo vero inglese, ossia sotto la forma negativa di lotta contro l’egemonia di una sola potenza continentale, rimane la garanzia più salda della libertà delle nazioni di cui l’Europa si compone. Hanno «l’ansia penosa di rimanere soffocati» da questa teoria soltanto i popoli e gli Stati i quali meditano di dominar gli altri; non quelli i quali aspirano soltanto a vivere liberi e composti in unità nazionale.

 

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