La “teoria sociologica” della finanza

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Data di pubblicazione: 01/01/1954

La “teoria sociologica” della finanza

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 15-21.[1]

 

 

 

 

La teoria sociologica o politica della finanza troppo ha trascurato il nucleo essenziale per attardarsi attorno alle frangie eleganti ed interessanti, ma poco rilevanti, del fatto finanziario. Non bisogna dimenticare che gli errori di giudizio, le spese pubbliche inutili, non desiderate dai cittadini e vantaggiose solo ai ceti dirigenti sono la frangia; ma il nucleo sostanzioso sono le spese pubbliche fondamentali, utili alle collettività, necessarie per permettere il funzionamento del meccanismo economico e sociale. Pur nella ipotesi estrema di governo incapace, tirannico, di imposte esorbitanti, sperperate da un piccolo gruppo di dirigenti a proprio beneficio, è tanto grande la necessità di un governo qualsiasi, di un ordine politico qualunque, che la destinazione di una parte del proprio reddito ad imposta è di solito una delle operazioni più convenienti che l’uomo possa compiere. Un governo efficiente e capace è fuor di dubbio migliore di un governo corrotto e inetto, un governo libero in confronto ad un governo tirannico; ma un governo corrotto, inetto e tirannico, un qualsiasi capo banda o comitato terroristico di salute pubblica, è di gran lunga preferibile alla mancanza di governo, all’anarchia.

 

 

Gli uomini possono dimenticare esperienze antiche e recenti, possono abituarsi siffattamente all’idea che un governo esiste, da non percepire più la sua necessità ed utilità. La domanda dei pubblici servizi può passare per i singoli nella regione dell’inconscio ed essere compiuta dai dirigenti in modo diverso e lontano dai desideri effettivi e presenti dei cittadini. Tutto ciò non è molto diverso da quanto accade nel campo del soddisfacimento dei bisogni privati, dove molti atti si compiono in modo riflesso, senza paragone consapevole fra il denaro speso e l’utilità del bisogno soddisfatto, per consuetudine, per rispetto umano, per orrore del cambiamento. Tutto ciò è anche pura crosta sottilissima. Rompasi questa per qualche imprevisto accidente, frantumisi per un istante la macchina dello stato e si vedranno gli uomini disperatamente invocare lo stato, uno stato, un governo, un despota pur di esser salvati dalla fame, dalla miseria, dalla rovina, dall’anarchia! Tutti gli uomini sono disposti a dare tutta la propria ricchezza eccedente l’indispensabile per vivere, pur di avere uno stato; perché essi vedono che solo l’esistenza di uno stato consente ad essi di vivere.

 

 

Vedasi perciò come sia fondamentalmente nel vero H. Stanley Jevons, quando nel corso di un suo luminoso scritto sui principi della finanza definisce la capacità contributiva della collettività come il sovrappiù della produzione del paese oltre ciò che è necessario a serbare in vita gli uomini secondo il tenor di vita prevalente nel tempo e nel paese considerato[2]. Tutto il prodotto umano sociale, salvo l’indispensabile per la vita degli individui: ecco ciò che lo stato potrebbe prelevare senza danno e col consenso volonteroso degli individui, se questi volessero paragonare il costo dell’imposta col danno della inesistenza dello stato. E poiché nessun governo, come osserva lo stesso autore, spinge le imposte sino ad esaurire tutta la capacità contributiva e per lo più un grande margine è lasciato libero fra le imposte di fatto e quelle che teoricamente si potrebbero stabilire e consentire, giuoco forza è concludere che di fatto e probabilmente nel maggior numero dei casi le valutazioni dei governi sono contenute entro i limiti della prudenza; e che se errori e scarti vi sono, se non si possono negare gli sprechi, questi non eccedono le dimensioni consuete negli atti umani e sono spesso, probabilmente nella massima parte dei casi, sorpassati dagli errori, dagli scarti e dagli sprechi che frequentissimi si osservano nella vita privata.

 

 

Aggiungasi non essere frequente che l’impiego della ricchezza a scopi privati sia capace di dare rendimenti così elevati come quelli che sono talvolta possibili nel caso di giudiziosi impieghi pubblici. Rilievi importanti ha compiuto, a questo proposito il citato autore per il gruppo di pubbliche spese indirizzate a migliorare l’ambiente in cui l’uomo vive (pp. 259 sgg.). Vi sono spese, come quelle per l’illuminazione, il piano regolatore, i giardini e gli edifici pubblici che non aumentano direttamente il reddito dei consociati, ma danno luogo ad imposte pagate volentieri, perché i contribuenti sentono essere il vantaggio della spesa pubblica maggiore dei godimenti superflui privati a cui si è dovuto rinunciare. Se la spesa fu fatta per scopi di pubblica igiene e per la costruzione di città giardino, essa produce ben presto un incremento così grande nella capacità fisica e mentale di lavoro, da aumentare nel corso di pochi anni la capacità contributiva del due o trecento per cento di più di quel che sarebbe accaduto se le imposte non si fossero pagate e nulla si fosse fatto. Le spese economicamente riproduttive a distanza di tempo, come la costruzione di ferrovie, magazzini generali, ponti, canali irrigatori, e quelle socialmente produttive, compiute per l’educazione popolare, per il miglioramento del regime della proprietà o per l’istruzione agricola hanno un effetto caratteristico sul reddito sociale e sulla capacità contributiva.

 

 

«Per i primi anni la spesa, rendendo necessaria una tassazione cresciuta sia per pagare gli interessi e le rate di ammortamento sul suo costo capitale, come nel caso di un’opera pubblica, o per fronteggiare le iniziali ordinarie impostazioni di bilancio, come nel caso dell’educazione, non è controbilanciata da alcun aumento nella capacità contributiva. Questo incremento si produce solo grazie al crescere dei frutti indiretti dell’opera pubblica, od al miglioramento della capacità generale produttiva della popolazione in virtù dell’opera di educazione. Ma l’incremento della capacità contributiva dovuto a questa causa, sebbene cominci lentamente, procede con una velocità continuamente accelerata – ad interesse composto, per così dire – durante un mezzo secolo o più. L’incremento della capacità contributiva ha luogo per via di azioni e reazioni economiche ad un saggio crescente quando numerosi provvedimenti somiglianti sono stati adottati e giungono contemporaneamente a maturazione. Se fosse possibile di accertare separatamente l’incremento di capacità contributiva dovuto ad una qualunque opera pubblica o ad un piano di educazione concepito ed attuato con sapienza e successo normali, si vedrebbe quasi certamente che siffatto incremento dopo quaranta o cinquanta anni è uguale ad un’altissima percentuale sul costo capitale iniziale – da 50 a 100 o 200 per cento all’anno. Una ferrovia, un canale d’irrigazione può facilmente, dopo trent’anni, ripagare il suo costo ogni anno sotto forma di incremento nella capacità contributiva (ossia nella eccedenza del reddito sociale oltre il necessario a condurre la vita secondo il tenore usuale di vita). Naturalmente l’imposta assorbe di solito soltanto una piccola frazione di siffatto incremento della capacità contributiva. Gli uomini possono godere maggior copia degli agi e lussi della vita, i quali a loro volta diventano consumi convenzionalmente necessari; e sono altresì in grado di risparmiare e di investire di più, il che di nuovo accresce il reddito sociale ed ulteriormente aumenta la capacità contributiva. Se noi dovessimo calcolare il futuro rendimento ricavabile, sotto forma di capacità contributiva, dalle spese per l’educazione, assumendo come spesa iniziale il totale della spesa occorsa in un periodo di tre anni anche senza supporre una educazione del tipo più efficace noi constateremmo probabilmente che trent’anni più tardi l’incremento della capacità contributiva imputabile – ove fosse possibile di calcolarla a sé – la spesa per l’educazione sarebbe uguale all’intiera spesa iniziale triennale. Ciò equivale ad un rendimento, dopo lunga attesa, del 300 per cento all’anno, ove si consideri la spesa per l’educazione come fatta in conto capitale» (loco. cit., pp. 261-3).

 

 

Questa non è una raffigurazione idealmente rosea della realtà; è lo schema di tendenze le quali sempre più vivacemente influenzano la vita pubblica di tutti i paesi civili. La cresciuta educazione civica, l’interessamento universale alla cosa pubblica rendono oggi più sensibili gli uomini all’utile impiego della ricchezza prelevata con l’imposta. Si avverte dappertutto, anche nei paesi a forme di governo rozze, inerti e non rappresentative, uno sforzo di innalzare il tenore della vita pubblica, di agire favorevolmente sulla produzione economica, di migliorare l’educazione mediante l’accorto impiego del pubblico denaro. Vi sono ancora e vi saranno sempre deviazioni, errori, anche gravissimi; ma non si può non avvertire al disotto degli errori di giudizio e delle sopraffazioni di classe questa vasta corrente di crescente interessamento alla cosa pubblica, di raffinamento sensibile nella scelta dei fini pubblici da raggiungere e nel loro paragone coi fini privati a cui si deve perciò rinunciare. Il fatto dominante è questo: che la destinazione di una parte della ricchezza a fini pubblici è un’operazione economicamente feconda, pur facendo l’ipotesi di determinazioni individualmente inconsapevoli e di governi corrotti, inetti e tirannici; e che il campo dell’inconscio tende a ristringersi vieppiù a vantaggio delle azioni consapevolmente compiute dagli individui, a mezzo dei loro rappresentanti, per raggiungere il massimo di utilità con un giudizioso impiego delle somme deliberatamente pagate a titolo d’imposta. Quanto più questa tendenza si afferma nella realtà, quanto più gli uomini -non fa d’uopo ricorrere, come supponevo nel 1912, ai genî politici – di ordinaria abilità ed onestà si addestrano al governo della cosa pubblica ed applicano a questo governo le norme ordinarie di amministrazione, tanto più cresce, con velocità accelerata nel tempo, la fecondità degli impieghi pubblici della ricchezza; e tanto più probabile diventa di scoprire, con tentativi numerosi e ripetuti, attraverso insuccessi svariati ed educativi, la ripartizione, variabile di volta in volta e da luogo a luogo, della ricchezza tra fini pubblici e fini privati, la quale è capace di rendere feconda di un risultato massimo la ricchezza totale posseduta dagli individui componenti la collettività.

 

 

La tesi storica della ripartizione della ricchezza non contraddice dunque, anzi conferma, lo schema teorico; e ad una diversa conclusione può venire solo chi si attardi ad ingigantire i nei, a far svolazzare le frangie della costituzione politico finanziaria degli stati dei vari tempi e paesi e trascuri di guardare al disotto del fatto transeunte, dall’accidente superficiale, il nucleo fondamentale, l’idea dominante che crea gli stati, li fa vivere e li fa prosperare.

 

 

Può sembrare strano che dalla penna di uno studioso, appartenente alla schiera degli economisti detti volgarmente “liberisti”, sia uscita una raffigurazione così ottimista dello stato e delle sue funzioni; e chi ripensi alle critiche acerbe che lo scrivente rivolse prima e durante la guerra e continuerà dopo a rivolgere alla burocrazia, all’allargamento delle funzioni dello stato, allo sperpero del denaro pubblico, non mancherà di tacciarlo di contraddizione. A torto, essendo ovvio che l’epiteto di “liberista” applicato agli economisti è privo di significato, ed essendo caratteristica degli economisti dichiarare preferibili certe azioni non perché compiute dagli individui, ma perché più economiche, più feconde, a parità di costo, di altre, sia che esse siano compiute dagli individui o dallo stato. Questa è la sola ed aurea norma di condotta economica. Affermare che gli economisti sono contrari allo stato è dir cosa altrettanto insensata come chi dicesse che certi astronomi sono nemici del sole, della luna o delle nuvole.

 

 

Può sembrare anche strano che uno studioso di economia manifesti una così aperta ripugnanza per quelle spiegazioni dei fatti finanziari che hanno un apparente chiarissimo carattere economico, come quella che fa dipendere l’ammontare e la distribuzione delle imposte dall’interesse delle classi dominanti. Ma anche qui sembra a me che tutta la tradizione classica economica repugni a menar per buone quelle spiegazioni dell’economismo storico che erano divenute di moda vent’anni addietro e che oggi risorgono sotto le spoglie del sociologismo integrale. Forse ciò accade perché gli economisti, essendo abituati a veder le linee essenziali dei fatti, difficilmente si persuadono a considerare rilevanti e decisivi gli svariati fatti, fatterelli ed aneddoti che i sociologisti vanno raccattando su per le gazzette odierne o per le cronache rese venerande dal tempo, a provare che gli uomini non sanno quel che si fanno quando delegano ad altri il governo della cosa pubblica o che i delegati pensano soltanto a far prosperare se stessi od i loro affiliati. I fatti addotti dai sociologi non sono falsi. Sono però unilaterali e non riescono a dare la teoria compiuta. Accanto all’uomo privato ed all’uomo di governo egoista, curante solo dei propri interessi e di quelli della propria classe, desideroso di godere dei pubblici servigi e di farne pagare altrui il costo, vi è l’uomo “politico”, il quale vede la necessità di far parte dello stato, di “ricrearsi” in esso, di raggiungere fini che senza lo stato sarebbero inconcepibili. L’uomo “politico” sa od intuisce che egli è un “altro” appunto per la sua appartenenza al corpo collettivo; sa od intuisce che la sua fortuna, i suoi redditi, le sue maniere di vita sono condizionate dall’esistenza degli altri uomini e dello stato; sa che, pagando l’imposta, egli non dà cosa creata da lui, ma cosa creata dallo stato o da lui quale parte dello stato.



[1] Questo articolo è la ristampa parziale di Osservazioni critiche intorno alla teoria dell’ammortamento dell’imposta e teoria delle variazioni nei redditi e nei valori capitali susseguenti all’imposta, Atti e memorie della R. Accademia delle Scienze di Torino, Torino, 1918-1919, pp. 1051-1131 [ndr].

[2] «The taxable capacity of any community may be briefly defined as the surplus produce of the people above what is necessary to maintain existence according to the standard of life prevailing at the time in the country concerned»; Principles of Finance, p. 241. È il saggio quinto di una serie su The Art of Economic Development, Pubblicata da H. Stanley Jevons nel suo «Indian Journal of Economics», nn. 5 e 6.

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