La terra a chi la merita

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 05/05/1921

La terra a chi la merita

«Corriere della Sera», 5 maggio 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 145-149

 

 

 

Ho dimostrato altra volta i danni della formula demagogica ed insana la terra ai contadini! Con un esempio attuale e vivo ed italiano chiarisco come la terra effettivamente va ai contadini e come assai più varie e feconde e belle siano le maniere che i contadini tengono per «conquistare» con le loro forze la terra, di quelle che il legislatore sappia immaginare per non ottenere il medesimo risultato.

 

 

La guerra ha fatto passare la terra italiana a milioni di ettari dalle mani dei proprietari antichi in quelle dei contadini nuovi; ed il passaggio avvenne sempre a favore dei più degni; avvenne col vantaggio di ambe le parti; avvenne fruttando milioni di imposte di trapasso all’erario. Quando il processo spontaneo è avvenuto e continua a svolgersi con moto accelerato, viene la mosca cocchiera legislativa e grida: «la terra ai contadini!» e fa malanni e scatena la guerra civile e ruba la terra a coloro che compiono una funzione economica di prim’ordine, per darla a coloro che non sapranno sfruttarla e che hanno dimostrato, non volendola pagare al prezzo corrente, di non meritarla. Queste verità mi ritornavano in mente, leggendo un bellissimo libretto Come si risolve la questione agraria in Romagna del prof. Adolfo Bellucci, direttore della cattedra ambulante di agricoltura per la provincia di Ravenna. Se tutti i cattedratici ambulanti scrivessero un libretto sobrio e parlante come questo del Bellucci, di quanta luce sarebbe illuminato il problema agrario in Italia! e come le mosche cocchiere della politica sarebbero ridotte al silenzio!

Provincia rossa, di repubblicani e di socialisti, quella di Ravenna; ma terra di grandi progressi agrari. Nella tenuta di Coccolia, terra d’esperienza di un grande agricoltore che si chiamò Giuseppe Pasolini e che pur ieri era ricordata dal sen. Nerio Malvezzi in una sua commossa commemorazione di Pier Desiderio Pasolini, si producevano quintali 4,90 di frumento per ettaro nel 1844-49, ma la produzione continuamente saliva a 6,90 nel 1850-59, a 8,25 nel 1869, a 10,15 nel 1870-79, a 12,37 nel 1880-89, a 13,87 nel 1890-99, a 17 nel 1900-909 per toccare i 21 nel 1910. Ma nella tenuta di Coccolia di circa 300 ettari furono spese dai Pasolini in sistemazione di terre, scoli, piantagioni, 265.537 lire ed in fabbricati 204.589 lire; ed oggi quelle cifre sarebbero per lo meno quadruplicate. Gran nomi quelli degli agricoltori e proprietari ravennati nella storia del progresso agricolo italiano: G. Pasolini, A. Bonvicini, G. Giorgioni, G. Errani, G. Giuliani, V. Saporetti, C. Santucci. Ricordiamoli, in lode della grande proprietà e dell’opera di pionieri che i grandi proprietari furono e saranno chiamati ad assolvere e che essi assolsero con spirito di sacrificio nel presente e con lo sguardo rivolto all’avvenire!

 

 

Il capitale posseduto da uomini curanti delle tradizioni famigliari ed ansiosi di continuarle nel futuro, «crea» la terra, la migliora, la dota di piantagioni, di case, di canali, la trasforma da pascoli desertici e sterposi in terra appoderata ed atta a sostentare in seguito una fitta popolazione di piccoli proprietari agricoltori.

 

 

Oggi il miracolo della trasformazione è quasi compiuto. Non più poche grandi proprietà nobiliari, male coltivate; ma per l’opera iniziale di gente di schiatta antica e di nuova estrazione, la terra in provincia di Ravenna risultò nel 1917 al Bellucci così frazionata:

 

 

Poderi tenuti

da

Estensione in ettari

da 0 a 6

da 6 a 12

da 12 a 20

da 20 in su

Totale

Coloni mezzadri

3.020

2.863

2.364

894

9.141

Affittuari coltivatori

2.250

446

430

124

3.250

Proprietari coltivatori

2.201

309

112

45

2.667

 

 

Questi sono tutti contadini interessati nella coltura della terra: lo sono i coloni mezzadri, i quali percepiscono la metà dei frutti; lo sono gli affittuari, i quali tengono per sé tutto il prodotto, salvo il canone fisso al proprietario; e lo sono infine intieramente i proprietari coltivatori. Dall’uno all’altro gradino l’ascesa è aperta ai volonterosi. Più numerosi i mezzadri, proporzionatamente, nei poderi vasti, perché anche un modesto contadino non ha bisogno di anticipare grossi capitali per lavorare i poderi minimi; e sui poderi più ampi ha modo di far risparmi che gli permettono di passare nella categoria degli affittuari, i quali debbono possedere bestiame, carri, attrezzi, correre rischi, anticipare salari. E finalmente, i migliori tra gli affittuari, quelli desiderosi di acquistare l’indipendenza assoluta, acquistano i piccoli fondi, fino a 6 ettari, ed alcuni anche fondi di superficie maggiore. Ma, se non ci fossero stati i gradini precedenti, quanti avrebbero potuto giungere alla proprietà assoluta e quanti avrebbero potuto conservarla?

 

 

Il numero dei proprietari cresce. Nel 1917 il movimento proseguiva con ritmo costante: 1.400 vendite dal 1910 al 1914; 256 fondi venduti dagli antichi proprietari nel 1915; 254 nel 1916 e 365 nel 1917. Ma nel 1918 il numero dei fondi venduti in provincia di Ravenna sale a 405, nel 1919 a 1.135. Ciò vuol dire che nel decennio si operò il passaggio di 3.800 fondi. Oggi, se il quadro del 1917 si potesse ripetere, il numero dei proprietari coltivatori risulterebbe notabilmente cresciuto a spese del numero dei mezzadri e degli affittuari.

 

 

«Fu questa, – scrive il Bellucci, – una piccola proprietà creata nel breve volgere di anni, fu una proprietà affidata a mani addestrate attraverso la mezzadria e l’affitto… Non perciò azzardato il pronostico che la terra ai contadini si verificherà in breve volgere di anni in modo completo per il trionfo di quella virtù individualistica e di quella libertà che vuole veramente liberi tutti coloro che in essa hanno fede per il divenire migliore del mondo».

 

 

Mentre la gente colonica saliva alla proprietà piena della terra, con altri mezzi e con altre forme i braccianti agricoli, che nel solo comune di Ravenna sono almeno 14.000, conquistavano pure la terra. Un’altra specie di terra, quella non appoderata, ossia non divisa in piccoli e medi poderi, che soli si prestano alla coltivazione individuale: la terra nuova, redenta di recente e in via di redenzione. Nel comune di Ravenna la terra alta, appoderata, misura 31.000 ettari, e su questa trovino posto i mezzadri, gli affittuari ed i proprietari coltivatori di cui si discorse sopra; quella bassa e nuova per ora misura 15.000 ettari e salirà in seguito a 17-18.000 ettari, quando saranno redenti gli ultimi incolti produttivi e le valli.

 

 

Su queste terre nuove del territorio di Ravenna e su quelle analoghe di altri comuni della provincia, dove la grande cultura si imponeva, per l’assenza di poderi e di case numerose e per la possibilità di coltivazioni in grande, senza impedimenti di alberi, di siepi, di fossi, di sentieri divisori, si sviluppò il movimento cooperativo. Anzi due, in concorrenza e talvolta in lotta acerba tra di loro. Il movimento socialistico, guidato dall’on. Nullo Baldini e dall’organizzatore Bindo Giacomo Caletti, fa capo alla «Federazione delle cooperative della provincia di Ravenna». I risultati conseguiti nell’ultimo decennio dai rossi si possono sintetizzare così: 25 cooperative conduttrici di terreni, 8.077 soci, 4.451,16 ettari di terreno acquistati in piena proprietà, 3.423,39 affittati e 179,43 condotti a partitanza. In tutto 8.054,98 ettari condotti per lo più direttamente in economia dalle cooperative con compartecipazione ai soci, più di rado dati a mezzadria ai soci stessi.

 

 

Dal canto loro i repubblicani, diretti da Pietro Bondi, fondavano il «Consorzio autonomo delle cooperative della provincia di Ravenna»; ed anch’essi presero in affitto terreni, acquistarono proprietà, compirono lavori importanti di bonifica agraria, intrapresero l’industria del caseificio. Le cifre sono le seguenti: 29 cooperative, 2.036,74 ettari acquistati in piena proprietà, 4.310,54 affittati ed 8 presi a partitanza. In tutto 6.432,28 ettari amministrati in proprio dalle cooperative repubblicane.

 

 

Particolarità interessantissima: le cooperative, socialiste e repubblicane, vollero dapprima innovare nei metodi di conduzione della terra. Provarono la conduzione divisa in appezzamenti dati a partitanza ai singoli soci. Fu dovuta abbandonare perché ogni socio sfruttava a fondo l’appezzamento ricevuto e lo abbandonava, esausto, alla fine del triennio. Tentarono la terzeria collettiva, ossia la coltivazione in comune, con una compartecipazione collettiva di un terzo del prodotto al gruppo dei coltivatori. Insuccesso completo, perché tutti ridussero il lavoro alla stregua di chi lavorava meno. E così si ritornò alla terzeria ordinaria, usata dagli antichi proprietari e consigliata dall’esperienza. La cooperativa fa i lavori preparatori di aratura e concimazione ed affida la coltivazione di piante determinate, a norma di un piano d’insieme, a famiglie di coltivatori interessati. Sulla proprietà antica, la cooperativa ha il vantaggio che il bracciante coltiva più volentieri la terra, che è sua; fornisce giornate gratuite per livellamenti, migliorie; rinuncia ai profitti per comprar macchine, far nuovi acquisti di terreni o nuove affittanze. Le cooperative che affittano o comprano la terra in concorrenza con altri ed a canoni o prezzi più elevati di quelli offerti da altri, sanno quale sforzo costi il possesso della terra e fanno sacrifici per pagare i debiti e per acquistar credito. Se la terra fosse donata, o se potessero averla, come accade in taluni luoghi, a prezzo di favore da amministrazioni socialiste di comuni o di opere pie, il favore ottenuto ecciterebbe solo a nuove richieste e fomenterebbe il malcontento.

 

 

Così, in feconda gara, sotto le forme più diverse, mossi da ideali contrastanti, i contadini salgono al possesso della terra: mezzadri, affittuari, proprietari, capitalisti, cooperative, collaborando alla mirabile fioritura agraria dell’Italia presente. A gran ragione il BeIlucci conclude che in tal nobile gara del lavoro, che porta in libero paese al trionfo dei migliori, l’intervento legislativo sarebbe una vera jattura per l’umanità.

 

 

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