La terra ai contadini

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 29/04/1921

La terra ai contadini

«Corriere della Sera», 29 aprile 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 136-140

 

 

 

Sulla piazza del Campidoglio, nel giorno del Natale di Roma, i fascisti hanno giurato solennemente:

 

 

«Giuriamo e proclamiamo il diritto e la volontà dei contadini di conquistare, con preparazione tecnica ed economica, attraverso forme transitorie di compartecipazione la proprietà reale, completa, definitiva della terra».

 

 

Il giuramento romano è una edizione notevolmente migliorata, ma pur sempre troppo vaga e perciò pericolosa, della stolida formula la terra ai contadini! Lanciata da gente cittadina irresponsabile a gittare i germi della discordia civile e della guerra agraria e perciò del regresso economico tra i reduci dalle trincee. Il giuramento fascista migliora la formula, perché afferma che il passaggio della terra ai contadini deve avvenire solo dopo una preparazione tecnica ed economica ed attraverso forme transitorie di preparazione. Sono riserve ragionevoli, le quali possono essere utili; ma lo spirito del giuramento è pericoloso, perché fa credere che l’ascesa del contadino alla proprietà possa essere una «conquista»; un atto di presa di possesso, dunque, e non di rinuncia. Importa dunque chiarire, finché si è in tempo, che la proprietà della terra non può e non deve andare ai contadini per un atto violento di conquista consacrato dalla legge; ma può essere il risultato unicamente di uno sforzo, di una rinuncia da parte dei migliori tra i lavoratori della terra.

 

 

La formula della terra ai contadini, sia pure dopo adeguata preparazione tecnica ed economica ed attraverso forme transitorie di compartecipazione, è sbagliata perché suppone che in ogni caso sia conveniente, per ottenere la massima produzione di derrate agrarie ed il maggior benessere dei lavoratori, che i contadini abbiano «la proprietà reale, completa, definitiva della terra». In moltissimi casi ciò sarebbe invece una sciagura grandissima per la collettività e per i lavoratori. Vi sono terre adatte alla piccola e media cultura, in cui davvero il contadino può essere re nel suo fondo: terre di collina, di pianura asciutta con piantagioni arboree; terre coltivate a vigna, ad olivo, a frutta, ad ortaggi e fiori, in cui il fattore principale della produzione è il lavoro dell’uomo, il lavoro diligente, innamorato, quotidiano di colui che sia proprietario o cointeressato nella proprietà della terra.

 

 

Ma vi sono altre terre in cui il contadino lavoratore non può essere proprietario della terra né subito né mai, in cui nessuna preparazione economica o tecnica potrà mai consentire al contadino di assurgere, con vantaggio suo e della collettività, alla proprietà piena della terra. Le tenute a marcita della bassa Lombardia, quelle a risaia del Vercellese debbono avere una data superficie per essere coltivabili economicamente. Il podere ivi deve avere una data estensione affinché la rete dei canali possa svilupparsi nel modo più conveniente, dal grande collettore alla più piccola roggia derivata. Lo spezzamento dei poderi che oggi vanno da 50 a 100 o 200 ettari produrrebbe una confusione inestricabile, moltiplicherebbe le liti, accrescerebbe i costi di produzione, sarebbe causa di un regresso agrario troppo grande. La estensione minima del podere altrove è imposta dalla cultura a cereali od a piante foraggere. Immaginate le estese piane del Tavoliere delle Puglie o dei terreni emersi dalle nuove bonifiche del basso Po, dove «fortunatamente» non cresce un albero e dove quindi la motoaratura può applicarsi senza impacci, smuovendo il terreno a grande profondità, spezzettate in mille e mille piccoli fondi, e voi avrete fatto indietreggiare l’agricoltura, voi avrete reso impossibile la vita a più della metà dei contadini che oggi da quei terreni ricavano larghi mezzi di sussistenza. In queste zone, ai margini della grande industria capitalistica, a cui è affidato l’avvenire della cultura perfezionata nelle pianure, potrà svilupparsi la piccolissima proprietà. Attorno ai borghi, lungo le pendici dei piccoli colli emergenti sulla pianura, possono utilmente diffondersi gli haeredia vagheggiati da Celso Ulpiani, il poderetto di mezzo ettaro o di un ettaro, con la casetta del lavoratore, cinto di siepe viva, destinato a culture arboree ed orticole, atto ad assorbire la mano d’opera delle donne, dei vecchi e dei fanciulli, mentre l’uomo lavoratore, nel rigoglio delle sue forze, presterà la sua opera quando sia ben pagata – e dovrà esserlo perché il possesso del poderetto familiare rende il lavoratore indipendente – presso le grandi imprese capitalistiche dotate di tutti i mezzi per trasformare, con lunghe attese di decenni, le vaste piane circostanti in laboratori industriali a grande rendimento.

 

 

Ogni qual volta i governi tentarono di spezzare direttamente il latifondo per darlo ai contadini fecero opera vana: prova ne siano le celebri quotizzazioni dei demani comunali, signorili ed ecclesiastici, avvenute nel mezzogiorno d’Italia lungo tutto il secolo XIX. I contadini sfruttarono con la vanga per alcuni anni il lotto ricevuto; abbatterono e vendettero gli alberi; e, quando l’ebbero ridotto un deserto sassoso, rivendettero il lotto a qualche ricco, affinché questi col tempo e con la pazienza ne permettesse la ricostituzione. Se il legislatore di domani vorrà di nuovo spezzare il latifondo, espropriando i proprietari assenteisti e donandolo ai contadini, la medesima funesta vicenda si ripeterà. Il governo non deve fare alcuna legge agraria. Faccia il mestier suo: apra strade, compia o concorra al compimento di bonifiche, mantenga la pubblica sicurezza nelle campagne, reprima l’abigeato, assicuri al vino del mezzogiorno di arrivare in sette giorni a Milano invece che in tre mesi, ed impedisca che arrivi battezzato d’acqua ad opera di ferrovieri indegni di appartenere al corpo o di loro complici; incoraggi, se sarà necessario, la costruzione di case rustiche e basterà forse incoraggiare indirettamente, garantendo i proprietari contro le fantasie tributarie dei comuni; e il latifondo si spezzerà da sé, laddove sarà utile spezzarlo. Odo invocare il concorso di centinaia di milioni e di miliardi di lire a prò di enti incaricati di spezzare il latifondo. Denari per lo più buttati via. Nel Piemonte, da due secoli, sta avvenendo un meraviglioso spezzamento delle antiche terre nobiliari e monastiche; e lo stato non anticipò un soldo. ché non occorre anticipar nulla quando la terra è appoderata, divisa tecnicamente, quando esistono le case, le strade, quando il contadino ama risiedere in campagna. Ma tutto ciò, ma la creazione dell’ambiente in cui fiorisce la proprietà piccola e media, è opera lenta e faticosa. Non può essere opera dello stato.

 

 

Occorre sovratutto creare il contadino proprietario; l’uomo che ama e vuole la terra sua, la sa coltivare, la vuol trasmettere ai figli, migliorata e ingrandita. Su mille contadini braccianti, forse cento hanno le qualità necessarie per diventar proprietari; e solo attraverso a molte prove e numerosi insuccessi si può sapere chi siano i cento prescelti. La terra non deve essere donata al contadino. Questa è bestemmia economica, che si paga col denaro del paese. La terra deve essere data a chi la merita. Per meritarla il contadino deve cominciare a fare il bracciante; e risparmiare il piccolo gruzzolo che gli permetta di assumere un lotto di terra a partecipazione; e risparmiare ancora per comprare attrezzi agricoli, qualche capo di bestiame ed assumere a mezzadria un poderetto intiero. Ed ancora, da mezzadro sapersi elevare a fittavolo; e soltanto dopo la lunga vigilia sul terreno altrui, elevarsi, con risparmi maggiori e col conquistato e meritato credito, alla piena proprietà della terra. Così nasce, solida, sfidante i secoli, la vera proprietà contadina. L’altra, quella che si ha per regalo dallo stato ed a furia di popolo, è cosa effimera. Chi non ha meritato la terra, dimostrando di sapersela conquistare col sudore della fronte, con le rinunce, col risparmio, quegli non sa conservare la terra.

 

 

Perciò la terra non deve essere regalata al contadino. I regali si fanno agli imbroglioni, ai petulanti, ai procaccianti elettorali, a chi apporta il voto ai partiti vincitori, socialisti, fascisti, popolari o liberali. E costoro non sono i più meritevoli. Merita la terra colui che la paga più cara. Non deve avere la terra colui il quale pretende con una legge sottrarla al vecchio proprietario al prezzo antebellico, ad esempio, di 2.000 lire all’ettaro, pagato però in lire nuove svalutate. La terra rubata si distribuisce per favore politico; e il beniamino è colui che grida di più nei comizi e nelle osterie, non il contadino vero che ara sul serio la terra. La terra deve andare a colui che la paga tutto ciò che vale al prezzo corrente. Perché solo costui ha dimostrato di primeggiare sugli altri non con le chiacchiere, ma coi fatti. Egli ha già costretto la terra a dargli frutti abbondanti in passato, e li ha saputi risparmiare per convertirli nel possesso della terra da lui amata. Egli solo perciò ha il diritto di averla.

 

 

Non vendendo subito e resistendo alle tendenze che li spingono a vendere a sottoprezzo, gli attuali proprietari terrieri, anche non lavoratori diretti, compiono opera socialmente utile. Come potrebbe il contadino sprovvisto di mezzi ascendere gradatamente e faticosamente, come è giusto accada, alla proprietà della terra, se non ci fossero cittadini, mercanti, industriali, professionisti disposti ad investire i loro risparmi nella terra? I risparmi agricoli non bastano a far fiorire l’agricoltura. La Toscana divenne un giardino, la Lombardia fu trasformata nella terra più feconda d’Europa grazie ai risparmi dei mercanti fiorentini e milanesi riversatisi sulla terra. La funzione del capitale non è cessata; e noi dobbiamo dare l’assoluta sicurezza al nuovo risparmio desideroso di investirsi nella proprietà e nella miglioria della terra che nessuna improvvisa ventata politica potrà, con una formula mitica, togliere il meritato compenso al suo investimento. Se non ci fosse una varietà grande di tipi nel possesso della terra, se accanto alla piccola proprietà coltivatrice non fiorisse la media e la grande proprietà, ognuna nel campo suo proprio, non ci sarebbe emulazione, non iniziativa agricola, non facilità di elevarsi. I grandi progressi agricoli furono sempre iniziati sui grandi possessi a tipo industriale; poi seguirono i medi ed i piccoli. Il giovane contadino, prima di «conquistare» da sé, coi suoi sforzi perseveranti, la terra, ha bisogno di passare attraverso la trafila di bracciante, colono compartecipante, mezzadro ed affittuario. Solo il possesso di una parte della terra da parte della borghesia risparmiatrice, permette l’ascensione del contadino. Chi potrebbe diventare proprietario d’un balzo, se non ci fossero terreni posseduti da altri, su cui si può fare il tirocinio e risparmiare a poco a poco i mezzi per l’acquisto della terra?

 

 

Torna su