La terra è un edificio ed un artificio

Tratto da:

Rivista di storia economica

Data di pubblicazione: 01/06/1939

La terra è un edificio ed un artificio

«Rivista di storia economica», IV, n. 2, giugno 1939, pp. 231-33

 

 

 

Carlo Cattaneo: “Saggi di economia rurale”, a cura di Luigi Einaudi. Primo vol. della “Biblioteca di cultura economica”. Giulio Einaudi, Torino, 1939. Un vol. di pp. 338. Prezzo lire 20.

 

 

Delle opere di Carlo Cattaneo (1801-1869) furono pubblicate parecchie collezioni raccolte da Agostino Bertani, Gabriele Rosa, Jessie White Mario, Carlo Romussi ed Arcangelo Ghisleri, tutti amici o discepoli suoi. Nessuna di esse è compiuta, forse perché nelle due del Bertani e del Ghisleri era troppo ambizioso il proposito di raccogliere tutto ciò che il Cattaneo aveva scritto e le forze ed i mezzi mancarono agli iniziatori.

 

 

Pensai perciò non fosse inopportuno raccogliere invece ciò che il grande scrittore e uomo politico, uno dei maggiori del risorgimento italiano, pubblicò intorno ad un dato problema; e poiché nessuno, meglio del Cattaneo, scrisse intorno alla “edificazione della terra agricola” quello fu il problema scelto.

 

 

Cattaneo conosceva a fondo e studiò la Lombardia, regione sua nativa, nella quale erano raccolti fattori naturali propizi ugualmente alla palude malarica ovvero all’agricoltura più progredita del mondo. Permeabile e ciottoloso il sottosuolo, con sottilissimo strato di terreno coltivabile; sereno il cielo ed aridissima l’aria per tutta la state, sì da far temere ogni anno di veder bruciata la vegetazione innanzi al raccolto; inferiore il livello della pianura a quello dei grandi laghi, sicché attraverso il sottosuolo permeabile l’acqua fuoresce in fontanili ed impaluda le terre basse annnorbando l’aria e diffondendo malsania. Ma la cerchia alpina altissima cumula le nevi durante l’inverno e serba a livello ed a temperature costanti le acque profondissime dei grandi laghi. Gli uomini, ostinati nel lavoro quasi trimillenario, volsero i laghi in serbatoi d’acqua e li costrinsero a fertilizzare la terra per sé ingrata e micidiale all’uomo; inventando all’uopo artifici legislativi che paiono semplici e sono in verità prodigiosi.

 

 

Primo il diritto di acquedotto. Gli scrittori parlando della redenzione della terra lombarda, la dicono operata dalla irrigazione; ed in verità con essa, l’acqua fu condotta per lunghi canali, insieme con quella dei fontanili ad uno ad uno captati, ad irrigare le terre basse. A queste giovò l’assenza di argille compatte nel sottosuolo, le quali avrebbero troppo trattenuto l’acqua, fecondatrice quando trascorre, micidiale quando ristagna. La serenità del cielo e l’aridità dell’aria, che inaridivano nella state la terra asciutta e sottile, accrebbero invece il rigoglio della vegetazione nelle terre fatte irrigue; e l’acqua estiva non fece difetto, poiché i ghiacciai, sciogliendosi ai raggi estivi del sole, fanno gonfi i fiumi nella stagione calda, quando altrove le ghiaie asciutte brillano al sole ed invano il contadino attende la pioggia a salvezza del raccolto. Il terreno fu sistemato e livellato; sicché la continuità del suo declivio, invece di favorire gli impaludamenti, consentì il trascorrere lieve di un velo d’acqua sul terreno sì da rendere, nelle marcite, possibile la vegetazione anche nell’inverno.

 

 

Ma l’irrigazione, causa di tanto miracolo, non è essa stessa un miracolo; è frutto di opera millenaria, che mai non resta; che ad ogni generazione si appalesa impari alle nuove esigenze della progredita tecnica agraria e della coltivazione di nuove o rinnovate specie vegetali. I canali, dai massimi ai minimi, debbono continuamente essere ricostruiti e modificati. I nuovi spianamenti dei terreni, le scomposizioni e ricomposizioni dei fondi rustici, la captazione di nuove acque e l’aumento della massa d’acqua condotta nei vecchi canali impongono diversa distribuzione dell’acqua sia nel tempo sia nello spazio attraverso la fitta rete che fa giungere l’acqua dai laghi e dai fiumi sino all’ultimo campo. L’irrigazione non è dunque il fattore primo della creazione della terra. Essa non sarebbe stata possibile se i giuristi e gli economisti lombardi, del tempo nel quale non esistevano le due classi professionali così chiamate, non avessero inventato lo strumento giuridico atto a renderla possibile. L’opera pubblica deliberata dall’autorità, il consorzio volontario degli interessati o quello imposto dalla maggioranza alla minoranza recalcitrante non sarebbero stati capaci, dimostra Cattaneo, a produrre il miracolo della irrigazione lombarda. Questa è invece il frutto dell’istituto peculiarissimo del diritto d’acquedotto, ereditato dal diritto romano e perfezionato dagli statuti comunali, grazie al quale ogni proprietario può condurre l’acqua, sua o da altri a lui concessa in perpetuo od a tempo, attraverso il terreno altrui senza uopo di chiedere il consenso dei proprietari intervenienti. Se cotal consenso facesse d’uopo, esso non sarebbe mai dato, se non a condizioni usuraie. Se si dovesse costituire un consorzio volontario od obbligatorio, ogni iniziativa si trascinerebbe ed, attuata, riuscirebbe quasi impossibile perfezionarla. Se si fosse dovuto attendere l’iniziativa dello stato, saremmo giunti ai giorni nostri prima che qualcosa si fosse potuto intraprendere e la Lombardia non esisterebbe. Il diritto di acquedotto ha creato l’irrigazione e perciò ha creato la terra lombarda. Ognuno, pagando indennizzo uguale al valore della terra occupata per il canale, più un quarto, ha diritto di traversare il fondo altrui, contro la volontà del proprietario. Vana essendo dunque l’opposizione, le volontà si accumunarono; i canali furono costrutti e si vanno tuttodì ricostruendo.

 

 

Secondo artificio: la divisione del lavoro fra i ceti dei proprietari, dei fittaioli e degli ingegneri rurali, con gli istituti, che logicamente ne seguono, della lunga durata dell’affitto e delle consegne e ricompense.

 

 

Il ceto dei proprietari non poteva fornire da solo i capitali necessari. Chi ha i capitali opportuni all’acquisto della terra non ha spesso la capacità per condurla e colui il quale sa condurla non possiede per lo più i capitali richiesti per essere anche proprietario della terra. Lentamente, col passar dei secoli, nasce una divisione di compiti fra:

 

 

  • i proprietari della terra, i quali compiono l’opera della trasformazione della terra selvaggia in terra istrutta, ossia fornita di case, di canali, e di piante, livellata ed arginata. Opere pie succedute agli antichi corpi ecclesiastici, nobili ex feudatari, agricoltori arricchiti, cittadini in cerca di investimento sicuro e dignitoso, compongono questo ceto;
  • gli affittaiuoli, possessori delle scorte vive e morte e sovratutto della attitudine, ereditata di padre in figlio, a condurre il terreno e ad investire in esso i capitali destinati ad essere restituiti dalla terra in tempo relativamente breve, suppongasi il novennio;
  • tra i due, gli ingegneri rurali, i quali elaborano il codice della terra, atto a regolare i rapporti tra proprietari e fittaioli ed a consentire le migliorie. Il codice è imperniato su due concetti fondamentali: la lunga durata dell’affitto, la quale consenta al fittaiolo di compiere le migliorie minori, di modificare la rete dei piccoli canali adacquatori, di scegliere la rotazione più conveniente, senza timore di lavorare ed investire a mero vantaggio del proprietario; l’istituto della consegna e della riconsegna, grazie al quale il fondo è descritto nei minuti particolari della sua consistenza in case piantagioni canali argini livellazione ecc, all’inizio della locazione ed è nuovamente descritto alla fine; sicché, dal confronto delle due descrizioni nasca il diritto del proprietario ad essere rimborsato per i danni e del fittaiolo ad essere compensato per le migliorie arrecate al fondo. Il concorso dei due principii vieta la dilapidazione dei fondi, inevitabili sin dal principio, se la locazione abbia breve durata, e negli ultimi anni, se la locazione sia a lunga scadenza; e, per la tema di dovere rimborsare i danni e la certezza di ricuperare il valore delle migliorie non esaurite alla fine del contratto, produce il perpetuo ammegliamento del terreno e consacra la fedeltà reciproca dei proprietari e dei fittaioli. L’istituto del lungo fitto e quello delle consegne hanno reso possibile il fiorire della professione del perito od ingegnere agronomo incaricato di compilare le consegne e le riconsegne e di compiere le stime delle migliorie e dei danneggiamenti; ed a sua volta la presenza di uomini appartenenti a quella professione ha fatto sì che i due istituti non fossero mere norme scritte nelle tavole della legge, ma diventassero costumanze vive inseparabili dalla struttura agraria del paese.

 

 

Terzo artificio: la idea della certezza del possesso e quello del risparmio donate dalla città alla campagna. Se le classi agricole furono in Lombardia operoso fattore di prosperità, laddove in altre contrade si veggono proprietari assenteisti e fittuari meri intermediarii (gabellotti) fra contadini e latifondisti, ambi sfruttati su terra miserabile, il merito è dovuto alla vicinanza della città, la quale dona alla terra due idee: delle quali la prima è la certezza del possesso. All’agricoltore è propria l’idea della perpetuità non quella della certezza. L’agricoltore crea il fondo, il maggiorasco, il bene comune e famigliare, dal quale nasce il dualismo fra il possessore pro tempore e l’ente, famiglia o stirpe o comunità, nel quale la terra deve mantenersi o al quale deve ritornare. Ma il dualismo toglie al possessore pro tempore l’interesse a crescere il valor capitale ed alla lunga distrugge il reddito medesimo. Il capitale, che non cresce, neppure è mantenuto intatto e degrada. Al cittadino, mercante ed industriale, è estranea invece l’idea della perpetuità del fondaco, che è merce oggi prodotta e destinata ad essere subito venduta. La ricchezza appare a lui sotto la specie di denaro mobile e trasformabile, non di terra stretta dalla mano dell’ente, il quale per l’indole sua indefettibile mortifica quanto afferra. Il cittadino, trasportando nella campagna l’idea della certezza, salva la terra. Dà a mutuo denaro al proprietario, se questi gli può offrire garanzia su terra libera alienabile ed ipotecabile a suo libito. La terra che, vincolata, respinge i capitali, divenuta libera li attrae. Da selvaggia si appresta a diventare culta. L’idea del risparmio è la seconda idea donata dalla città alla terra. Solo i guadagni ottenuti nelle industrie e nei commerci consentono al cittadino i risparmi necessari a trasformar la terra. Da sola la terra non offre margini bastevoli alle grandi trasformazioni agrarie. Abbandonata a sé, la terra è consuetudinaria e retriva. L’avanzamento è consentito dall’afflusso dei capitali cittadini.

 

 

Quarto artificio è la guarantigia contro l’arbitrio e l’incertezza nella ripartizione delle imposte data dal catasto. Mentre troppi dottrinari corrono dietro a false teoriche di cosidetta giustizia tributaria e vorrebbero distruggere le più belle tradizioni finanziarie italiane, fa d’uopo insistere energicamente sulla virtù della imposta ripartita su basi destinate a non mutare per lungo tratto di tempo. Questo è il vero significato del catasto: l’imposta sia essa dieci o venti o trenta, quella che il fabbisogno dello stato esige secondo il prudente giudizio degli uomini che reggono la somma delle cose, non deve correre dietro ai guadagni non appena essi, quasi non ancora formati, vengono alla luce. Questa è politica deleteria per la ricchezza nazionale, suicida per lo stato; ché distrugge in germe lo stimolo a lavorare ed a risparmiare. L’imposta deve fondarsi su redditi medi ordinari normali, quelli che sono ottenuti dall’agricoltore buon padre di famiglia, dall’imprenditore normale.

 

 

Stabilita la base, essa deve rimanere invariata per lungo tempo, suppongasi da cinque a trent’anni a seconda del tipo dell’industria. Se il fabbisogno dello stato cresce, cresca il totale del tributo; ma questo sia ripartito sempre sull’antica base. A poco a poco, il metodo produce suoi mirabili frutti. Agricoltori e industriali sicuri di tener per sé l’eccedenza intiera del frutto sopra il reddito medio assunto a base dell’imposta, moltiplicano lo sforzo, aguzzano l’ingegno, investono il risparmio; sicché forzano il reddito a crescere. I pionieri ardimentosi sono imitati a poco a poco dai prudenti e dai ritardatari. Dopo dieci, dopo venti o trent’anni, ecco il reddito medio, che era cento, salire a centocinquanta a duecento; ed ecco lo stato cogliere il frutto della sapiente sua pazienza. La base media ordinaria della imposizione può essere innalzata anch’essa da cento a centocinquanta ed a duecento. Il gettito dell’imposta cresce; ed il maggior gettito non ha nociuto all’avanzamento passato ed è arra di progresso avvenire.

 

 

Ripetutamente Cattaneo ritorna nelle sue scritture agrarie su questa, che egli proclama la maggior scoperta tributaria dei tempi moderni e di cui a ragione attribuisce il merito a grandi italiani, autori di riforme più durature e benefiche di quelle che procacciarono fama a benemeriti stranieri.

 

 

È un fatto ignoto all’Europa, ma è pur vero: mentre la Francia s’inebriava indarno dei nuovi pensieri, e annunciava all’Europa un’era nuova, che poi non riesciva a compiere se non attraverso al più sanguinoso sovvertimento, l’umile Milano cominciava un quarto stadio di progresso, confidata a un consesso di magistrati, ch’erano al tempo stesso una scuola di pensatori.

 

 

Pompeo Neri, Rinaldo Carli, Cesare Beccaria, Pietro Verri non sono nomi egualmente noti all’Europa, ma tutti egualmente sacri nella memoria dei cittadini. La filosofia era stata legislatrice nei giureconsulti romani; ma fu quella la prima volta che sedeva amministratrice di finanze e d’annona e d’aziende comunali; e quell’unica volta degnamente corrispose a una nobile fiducia. Tutte quelle riforme che Turgot abbracciava nelle sue visioni di bene pubblico, e che indarno si affaticò a conseguire fra l’ignoranza dei popoli e l’astuzia dei privilegiati, si trovano registrate nei libri delle nostre leggi, nei decreti dei nostri governanti, nel fatto della pubblica e privata prosperità.

 

 

S’intraprese il censo di tutti i beni, dietro un principio che poche nazioni finora hanno compreso. Si estimò in una moneta ideale, chiamata scudo, il valor comparativo d’ogni proprietà. Gli ulteriori aumenti di valore che l’industria del proprietario venisse operando, non dovevano più considerarsi nell’imposta; la quale era sempre a ripartirsi sulla cifra invariabile dello scudato. Ora, la famiglia che duplica il frutto dei suoi beni, pagando tuttavia la stessa proporzione d’imposte, alleggerisce d’una metà il peso, in paragone alla famiglia inoperosa, che paga lo stesso carico, e ricava tuttora il minor frutto. Questo premio universale e perpetuo, concesso all’industria, stimolò le famiglie a continui miglioramenti. Tornò più lucroso raddoppiare colle fatiche e coi risparmi l’ubertà d’un campo, che posseder due campi, e coltivarli debolmente.

 

 

Quindi il continuo interesse ad aumentare il pregio dei beni fece sì che col corso del tempo e coll’assidua cura il piccolo podere pareggiò in frutto il più grande; finché a poco a poco tutto il paese si rese capace d’alimentare due famiglie su quello spazio che in altri paesi ne alimenta una sola. Qual sapienza e fecondità in questo principio, al paragone di quelle barbare tasse che presso culte nazioni si commisurano ai frutti della terra e agli affitti delle case, epperò riescono vere multe proporzionali, inflitte all’attività del possessore!

 

 

La terra lombarda è dunque un artificio, dietro al quale stanno alcune idee: il diritto di acquedotto, la proprietà piena, il fitto lungo, la consegna con rimborso delle migliorie, il catasto stabile. Questa patria artificiale dura e prospera solo grazie ad un congegno mirabile delicatissimo, soggetto a mille pericoli di guasto.

 

 

Dacché il destino dell’uomo fu quello di vivere coi sudori della fronte, ogni regione civile si distingue dalle selvaggie in questo, ch’ella è un immenso deposito di fatiche. La fatica costrusse le case, li argini, i canali, le vie. Sono forse tremila anni dacché il popolo curvo sui campi di questa primitiva landa la va disgombrando dalle reliquie dell’asprezza nativa; i colossi della formazione erratica si dileguarono sotto l’assiduo scalpello; l’immensa congerie prese forma di case, di recinti, di selciato.

 

 

Le acque che scendono torbide d’argilla dai colli, o pregne di calce dai monti, benché guidate con altro fine, involsero di limo le grette ghiaie e le mobili arene, stendendo sul piano inosservata spontanea marnatura, che lentamente s’ingrossa e si affonda nella corteccia della terra. Chi potrebbe fare estimazione dei tesori, che vi stanno indivisibilmente incorporati? Se riguardiamo al solo angusto spazio che giace fra Milano, Lodi e Pavia, perlustrando ad una ad una tutte le opere che ne sommossero la giacitura per meglio atteggiarla alle influenze delle acque e del sole, è poco il computare che in sì breve intervallo sia sepolto il valsente di mille milioni. L’attitudine di questo spazio a nutrire un popolo, quella che può dirsi la sua naturale e selvaggia fecondità, ragguaglierebbe forse appena un decimo di siffatto valsente. Quella terra adunque per nove decimi non è opera della natura; è opera delle nostre mani; è una patria artificiale.

 

 

La lingua tedesca chiama con una medesima voce l’arte di edificare e l’arte di coltivare; il nome dell’agricoltura (Ackerbau) non suona coltivazione, ma costruzione; il colono è un edificatore (Bauer). Quando le ignare tribù germaniche videro all’ombra dell’aquile romane edificarsi i ponti, le vie, le mura, e con poco dissimile fatica tramutarsi in vigneti le vergini riviere del Reno e della Mosella, esse abbracciarono tutte quelle opere con un solo nome. Sì, un popolo deve edificare i suoi campi, come le sue città. E in quel modo che in queste una casa è spesso abitata a sovraposti piani da diverse famiglie, così lo strato fecondo dei campi può farsi atto a nutrir quasi gente sopra gente. Immaginiamoci che un uomo iniziato nelle più semplici congetture dell’economia pubblica avesse detto trent’anni sono ai nostri contadini, quando più si disperavano delle tradite vendemmie e della minaccevole carestia, dover essi pensare a mettere in disparte altro pane, altre vesti, per nuovo popolo di centomila famiglie che doveva pullular nel mezzo di loro; per ogni cinque famiglie doversi far luogo a una sesta; – ne` questa nuova progenie dover essere tutta di poveri braccianti, dovervi crescere insieme anche il numero dei doviziosi; – esser mestieri fornirli di palazzi, di cavalli, di cocchi, e assai più belli e fastosi che non per l’addietro. Se alcuno, confidando nei presagi d’una ovvia scienza, avesse così parlato, lo si sarebbe udito piuttosto con incredulità e con terrore che con meraviglia. Eppure il prodigio è compiuto. Noi, già sì folti allora, che il nostro numero sembrava una calamità, siamo cresciuti d’altri quattrocentomila viventi. Abbiamo costrutto nuovi piani di casa, e nuovi piani di campo. E forse, fra trent’anni, alla nostra moltitudine si aggiungeranno altri quattrocentomila fratelli. Eppure il suolo della patria li nutrirà. Ma quella che deve nutrirli non è l’ispida landa di Beloveso; ella è la patria artificiale, che sopra si disse; ella è la terra edificata da un’arte a cui dito umano non può prefinire il limite estremo della sua potenza. L’edificio della terra lombarda è destinato a durare nei secoli? Lungo i tremila anni della sua storia la fatica della edificazione fu dovuta ripetutamente essere ripresa; e bastarono alcuni decenni a far cadere l’edificio in rovina, ogni qualvolta gli uomini si scordarono delle idee sul cui fondamento esso unicamente riposa, le quali si riassumono in quella della certezza che gli uomini debbono possedere di godere essi i frutti del proprio lavoro. Senza questa certezza, il cittadino non reca alla terra il risparmio, il proprietario non la conserva, l’imprenditore non ne suscita le energie, il contadino non la feconda col lavoro manuale; e la terra da giardino si muta nuovamente in landa deserta, vuota di abitatori.

 

 

Gli scritti del Cattaneo contenuti nella silloge odierna sono otto e vanno dal 1833 al 1857. Tre di essi non erano mai stati ripubblicati, dopoché l’autore li aveva inseriti nel suo “Politecnico” o nel “Crepuscolo” del Tenca. Poiché il Cattaneo discorse della edificazione della terra lombarda anche nelle “Notizie naturali e civili su la Lombardia”, nelle “Interdizioni israelitiche” e nella “Allocuzione del 1845 nella distribuzione dei premi della Società di incoraggiamento d’arti e mestieri di Milano”, ne estrassi tutto ciò che attiene all’argomento della silloge, inserendo i relativi brani, in una mia introduzione. Una nota biografica sulle edizioni originali e successive riproduzioni degli scritti cattaneani ora raccolti, un glossario su alcune unità monetarie e di misura ricordate dal C. ed un indice dei nomi vogliono giovare alla lettura del volume.

 

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