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Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

La vendita delle terre

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 235-248[1]

 

 

 

 

Non sempre si bada ad una circostanza essenziale la quale distingue la terra (ed entro certi limiti la casa, se avita) dal titolo mobiliare. Ogni titolo è fungibile con ogni altro titolo analogo. Ogni cartella da 1000 lire nominali del redimibile italiano 3,50 per cento è fungibile con ogni altra cartella del medesimo ammontare e tipo. Ogni azione della Banca d’Italia o della Fiat è fungibile con ogni altra azione della Banca d’Italia o della Fiat. Normalmente, nessun investitore si innamora della Fiat quale Fiat, o dell’Italiana gas perché tale. Ognuno, fatti i conti, se ha convenienza, è disposto senza stringimenti di cuore a cambiare un titolo con un altro. In grado minore la casa d’affitto (non quella avita di abitazione) è fungibile con ogni altra casa d’affitto.

 

 

Sarebbe erroneo affermare che la terra non sia affatto un bene fungibile; par certo che sempre lo sia in grado minore degli altri investimenti e che si possa tracciare una curva la quale va dalla quasi fungibilità perfetta alla mancanza assoluta di essa. La concentrazione massima si ha attorno un punto in cui la fungibilità è scarsa, in tempi normali a mala pena avvertita. Si compra e sopratutto si conserva non la terra ma quella terra. L’agricoltore passa indifferente attraverso campi magnifici e vigneti superbi. Non sono i suoi; quasi non li guarda. Ma quando si avvicina al suo terreno, egli “sente” qualcosa. Avverte cose che sfuggono al cittadino; il suo sguardo segue il confine del podere e lo vede in linee per altri invisibili. Conosco due fratelli contadini, nati e vissuti in una casa infelice, volta a mezzanotte, ficcata tra vicini pettegoli e litigiosi, con terra anch’essa malamente frammischiata ad appezzamenti altrui. Ereditarono una bella casa con bella terra attorno, alta su un poggio volto al sole. Supposi per un istante, ma non dovevo, avendo l’illusione di comprendere i miei amici rustici, che essi avrebbero preso dimora nella nuova casa, fuggendo l’ombra e la umidità antiche. Mai più. Erano nati lì e lì vogliono morire. La bella casa la diedero a mezzadria.

 

 

La terra non si vende, confrontando al margine il rendimento di essa con quello che si avrebbe reinvestendo il probabile ricavo della vendita. Forse il solo caso che abbia una certa parentela con la vendita “per motivi economici” è quello del contadino, il quale possiede poca terra insufficiente ai suoi bisogni e altrove come affittuario o mezzadro ha messo da parte un gruzzolo in denaro e gli si offre l’occasione di comprare un podere al quale si è già affezionato, coltivandolo, o che conosce bene perché a lui vicino. Il nuovo fondo vale 100.000 lire ed egli possiede in contanti solo 60.000 lire. Grazie al salutare suo orrore del debito, se davvero il fondo nuovo lo tenta assai può darsi egli si decida a vendere la casa e le terre ereditate per mettere insieme le 100.000 lire occorrenti all’acquisto. Ma vendere per vendere, per fare un buon contratto, per avere dei buoni denari alla cassa di risparmio, mai. È un’idea che al contadino non passa neppure per il capo.

 

 

Non so se si possa chiamare economico un altro caso di vendita, che si può dire forzata; e si distingue in due categorie a seconda se sia fatta da contadini o da “signori”.

 

 

Può darsi che il contadino non abbia voglia di lavorare la terra, – il comandamento di Dio “lavorerai la terra col sudore della tua fronte” gli dà noia ed immagina che in città, all’ombra delle fabbriche, si stia meglio – o indulga al vino o al gioco o per animo litigioso, suo o della moglie, non sopporti la vita in comune con i genitori e con i fratelli. Non si sa come e perché, ogni sorta di malanni si abbatte sulla sua terra: la stretta di caldo, le nebbie di fine giugno, la fillossera, la gramigna prediligono le sue terre; la stagione va sempre avversa, la grandine gli fa visite troppo frequenti. Ha tutte le disgrazie; l’esattore, lo strozzino sono nemici suoi personali. Nelle adunate, è tra i più eloquenti nel lamentarsi che il governo non faccia queste e quelle cose che tornerebbero di gran vantaggio all’agricoltura; nelle tornate dei delegati sindacali di zona e tra i più assidui a sollevare quesiti ed a difendere i diritti della sua classe. Se un inquirente economista va in giro a raccogliere dati, vi sono nove probabilità su dieci che gli appunti del “saputo” siano quelli di cui si farà maggior conto. Costui alla lunga venderà. Ma il ricavo della vendita non andrà, se non in piccola parte, a lui, bensì a chi gli avrà fatto credito all’osteria o al gioco.

 

 

Se la ragion di vendere è soltanto il desiderio di inurbarsi, la vendita si fa con comodo. La terra si dà in affitto od a mezzadria ai fratelli od a parenti od a vicini, e si aspetta che costoro o altri abbiano i mezzi di pagare la terra “quel che vale”; e “quel che vale” è una quantità determinata per lo più in un mercato curiosissimo, dove si armeggia fra due monopolisti, magari per anni ed anni, con faccia impassibile, distratta. Il venditore sa che in comune commercio la terra vale 10000 lire l’ettaro, ma sa che il fratello o parente o vicino è disposto ad acquistarla per 25000 lire. Altrettanto sa il compratore: quella terra gli fa gola, arriva proprio fin sotto la casa sua. Acquistandola, egli si toglie servitù di passaggio nell’aja o nel campo, arrotonda il podere ed arriva su strada più comoda della sua. Si tratta di capitalizzare redditi veri e redditi immaginari: strida di donne, beccar di galline, puntigli di passaggio.

 

 

Talvolta al contratto non si arriva mai, a furia di starsi a guardare e di fare i furbi. Tizio covava da assai anni la voglia di comprare la casa e il terreno di Caio, che sembravano una fetta spaccata dalla medesima sua roba. Era stanco di litigare col vicino. Acquistandola, Tizio conquistava la libertà: una casa sola, un’aja sola, tutti i campi attorno, nessuno avrebbe avuto diritto di passare sul suo. Caio si decide a vendere per togliersi da una vita d’inferno ed andarsene a star meglio altrove. Naturalmente incarica della cosa un mercante di terre, ben sapendo che non sarebbe riuscito a trovare un concorrente nell’acquisto a Tizio, e costui l’avrebbe strozzato nel prezzo. Il mercante offre, altrettanto naturalmente, la terra in primo luogo a Tizio, che egli conosce solo interessato all’acquisto. La offre, una due tre volte. Attende, pazientemente, settimane e mesi la decisione.

 

 

Ogni volta la risposta è: no, non compro, non ho mai pensato a comprare, sto bene sul mio, non voglio caricarmi di terra che non arriverei a coltivar bene. La offro ad un altro? offra pure, mi farà piacere; avrò un nuovo vicino migliore dell’antico. Tizio era sicuro che nessuno sarebbe venuto a ficcarsi vicino a lui. I vicini erano tutti provveduti di terre. Un estraneo mai più si sarebbe cacciato lì. Il mercante invece trova il compratore e vende. Tizio non crede; il nuovo arrivato non è, non può essere un vero compratore della terra. Si è messo d’accordo col mercante, per intimidire lui e indurlo a comprare. Per un anno e più vive tranquillo persuaso che il nuovo vicino sia una testa di legno pronta ad andarsene con una mancia, dopo aver messo nel sacco lui. Quando, finalmente, si persuade che la vendita è avvenuta sul serio ed il sogno della sua vita si è infranto, monta in furore; ingiuria il mercante, colpevole di non si sa che cosa, dopo i tanti avvertimenti datigli, ed inveisce contro il malcapitato vicino, colpevole di aver acquistato a prezzo corrente la terra, che egli voleva far sua a sottoprezzo. La tragicommedia, fra ingiurie ed agitar minaccioso di tridenti e danneggiamenti reciproci dura a lungo, finché, accordatosi su un congruo prezzo – rimborso della somma pagata, più indennità per la mala vita sofferta -, il nuovo venuto non si decide a sloggiare. Questo è il modo con il quale fra contadini si risolve il quesito che in economia pura si dice della determinazione del prezzo in caso di monopolio bilaterale.

 

 

Se la vendita di terre di contadini determinata da ozio, vizio o ripugnanza al lavoro di zappa ha luogo per lo più entro i limiti di una generazione, la cosa si trascina più a lungo per le terre dei “signori”. Parlo ed il lettore avrà senz’altro capito da sé, delle zone agricole, così frequenti nell’alta Italia collinare o di pianura asciutta, in cui dominano la media proprietà e quella di piccola coltivazione. La casata era stata messa su da gente di toga, da professionisti o da negozianti tra il sei e l’ottocento: modeste casate, che si mantenevano con decoro con redditi terrieri da tre a cinquemila lire e col provento di impieghi e professioni per i membri più colti della famiglia. Accade, nel lento trascorrere degli anni, che, fra i tanti sani, nasce sul ceppo familiare qualche virgulto bizzarro; o che troppi figli si son dovuti mandare, insieme, agli studi, o che una successione di annate cattive ha cancellato i redditi, in tempi in cui non soccorrevano più o non ancora redditi di lavoro. Cominciano i debiti, e su una fortuna terriera di 100.000 lire si innestano ipoteche di 10 e poi di 20 e poi di 30 e 50 mila lire. Ad un certo momento la situazione si fa tragica. È la miseria nera, di chi nel villaggio è ancora reputato un “signore” e deve conservare il decoro del ceto. Talvolta, la casata salva per il tempo i residui della fortuna, perché il capo vende prima di essere arrivato all’estremo ed emigra in città. Ma se l’ultima generazione è di donne, difficilmente queste si decidono. Vecchie signore vissero lungamente di caffè latte e di scarse onoranze pur di non vendere e resistere nel pagar interessi. Alla morte, quando non ci sono più eredi diretti, si scopre che bisogna accettare l’eredità con beneficio d’inventario e che la vendita delle terre a stento coprirà l’inventario dei debiti.

 

 

Vendite “economiche” non provocate dalla necessità assoluta, si conobbero due volte nell’ultimo secolo: tra il 1879 ed il 1886 e fra il 1922 ed il 1927. Nel primo tempo i prezzi dei terreni raddoppiarono (cfr. Einaudi Luigi, La revisione degli estimi catastali, in «La Riforma Sociale», 1923, pp. 491 sg.) in moneta buona, nel secondo triplicarono e quadruplicarono in moneta deprezzata. Parecchi, forse i più, degli ultimi rimasti tra i proprietari assenteisti non seppero resistere alla tentazione dei tanti denari e vendettero quasi sempre a contadini, ad antichi affittuari, a mezzadri, a proprietari coltivatori a cui, negli anni di precedenti prezzi, era stato possibile risparmiare. Quelle due furono le epoche di massimo movimento terriero, di rinnovazione sociale e di inalzamento del medio tenore di vita. Coincidono col prevalere del motivo economico nelle azioni umane. Vende la terra chi immagina di fare un buon affare nel mutare investimento, e compra chi ha esperienza di agricoltura ed ha avuto successo nel coltivare.

 

 

Prima e dopo, i movimenti delle vendite sono extraeconomici, morali e familiari. Quelli delle compre sono i soliti motivi che spiegano la prosperità delle famiglie: ordine, laboriosità, morigeratezza, unione, e perciò possesso di un risparmio che non si concepisce neppure di poter impiegare altrimenti che in terra, ed insieme possesso di figli, ad ognuno dei quali si vuole assicurare un podere bastevole alla famiglia nuova che essi creeranno.

 

 

Quando, nelle pagine di solenni inchieste, si leggono lunghi elenchi delle cause dell’immiserire delle classi rurali proprietarie e coloniche: mancanza di credito, usura, crisi di prezzi, imposte alte, malattie delle piante, avversità atmosferiche, attrattive delle città tentacolari, figliuolanza troppo numerosa, guerre, malattie e morti, vien fatto, salvoché per le malattie e le morti di coloro che erano il sostegno o la speranza della famiglia, di sorridere a tanta sapienza astratta e si chiede: perché gli indagatori non hanno preso in mano i libri delle verità eterne, la Bibbia ed il Vangelo? Ivi avrebbero imparato che una sola è la causa della prosperità nelle campagne: il timor di Dio. La famiglia timorosa di Dio e cioè unita attorno al capo, ubbidiente, lavoratrice, ordinata, prospera e sale. Sciamano, conquistando la terra, le api laboriose. Il sole d’estate ed i geli invernali uccidono i fuchi oziosi.

 

 

«Quel che vale» non è tuttavia un concetto così lontano da quello teorico, come potrebbe sembrare dalle cose dette sopra. I prezzi effettivi dei terreni possono essere classificati in varie caselle:

 

 

  • vi ha prezzo quasi di concorrenza, quando un terreno non ha qualità particolari, che lo rendano in particolar modo appetibile o sgradevole. Non è così mal situato da allontanare un acquirente qualunque – timore di ficcarsi tra vicini litigiosi, di star troppo lontano dal mercato o di pagar troppo cara la vicinanza -; né è tanto in vista da essere oggetto di invidia;

 

  • vi ha prezzo simile a quel di monopolio, quando le sue qualità sono così peculiari e note – vicinanza al mercato, su bella strada, con bella casa, con piantagioni fiorenti, tutto riunito attorno alla casa, senza servitù di passaggio – da essere desiderato da quanti lo vedono e, vedendolo, pensano: se potessi diventar padrone di quel podere!

 

  • vi ha prezzo che si può dire di monopolio bilaterale, quando il podere è siffattamente situato che tutti gli altri possibili acquirenti sono disposti a pagare solo 50.000 lire, ossia meno delle 80.000 lire che sarebbero il prezzo corrente se il podere si trovasse in condizioni ordinarie. Ma è ficcato in mezzo a vicini litigiosi, che, si sa, ogni mese fanno correre il maresciallo dei carabinieri a mettere pace fra cugini rabbiosi, pronti a menar le mani ed a brandir tridenti; epperciò il prezzo cala al disotto del tipo corrente. Il proprietario sa che può essere costretto se non trova di meglio, a vendere a 50.000 lire, ma sa anche che tra i suoi vicini uno ve n’ha al quale la sua terra fa gola, la sua e non altra. Il venditore è monopolista di offerta perché possiede il fondo desiderato dal vicino; e questi è pure un monopolista, di domanda, perché è il solo disposto a pagare il fondo più delle 50.000 lire che in comune commercio se ne potrebbero cavare. Pur di costituire una unità poderale libera da “impegni e barriere”, come orgogliosamente, dopo avere litigato tant’anni, fece dipingere a gran lettere sulla sua casa un contadino, egli sarebbe disposto a pagare anche 150.000 lire. Ambi i monopolisti manovrano con felina prudenza per tirare a sé la parte migliore della zona di indeterminazione fra 50 e 150 mila lire.

 

 

Nei due ultimi casi nessuno conosce le intenzioni dell’altro. Tutti sanno soltanto che esiste un prezzo comune corrente e questo è assunto da tutti a guida nelle contrattazioni. In fondo, l’opinione concorde degli interessati collima con quella dei trattati di stima dei fondi rustici: criterio sostanziale del prezzo corrente delle terre essere la capitalizzazione del reddito al saggio corrente di interesse. Corre tra gli economisti rurali la teoria che nelle zone di grande ed anche media proprietà si capitalizzi il reddito netto, perché ivi la terra è comperata da capitalisti i quali conducono i fondi ad affitto, a mezzadria o a economia e nelle cui tasche va il prodotto deductis impensis; laddove nelle zone di piccola proprietà coltivatrice si capitalizzerebbe quasi l’intiero reddito lordo, ossia questo dedotte soltanto le imposte e le spese vive di concimi, attrezzi rustici ed altro denaro vivo speso fuor di casa. Il contadino non terrebbe conto del salario che egli dovrebbe, se sapesse tener conti, far calcolo di pagare a sé e alla famiglia. A parità di prodotto 100, il proprietario capitalizza 100 meno le 50 dovute al mezzadro e le 25 pagate in imposta e spese vive, epperciò, se il saggio di interesse è del 5 per cento, paga 500 lire, valor capitale di 25 lire reddito netto. Il contadino deduce dalle 100 solo le 25 imposte e spese vive e si lascerebbe trascinare a pagar lo stesso terreno 1500 lire, valor capitale delle 75 lire, che egli a torto considera tutto reddito netto capitalizzabile, mentre solo 25 sono tali e le restanti 50 sono frutto del suo lavoro. Perciò egli capitalizza se stesso, pagando alla classe proprietaria venditrice una taglia per liberarsi dalla schiavitù di vivere a salario altrui.

 

 

La teoria, che è uno dei luoghi comuni più apprezzati della critica anti terriera, suppone che il medio contadino sia un animale singolarmente privo della capacità di ragionamento economico; supposizione la quale a chi apprezza le scarpe grosse e i cervelli sottili della gente rustica appare a primo tratto grandemente improbabile. L’ipotesi deve essere in primo luogo chiarita coll’indicazione di quello, fra i tanti redditi lordi, che sarà capitalizzato per avere il prezzo comune corrente dei terreni. Non certo il prodotto 200 che può essere ottenuto dall’acquirente, contadino energico intelligente ben fornito di figli in buona età, laboriosi ed ubbidienti. Per quanto grosso, il cervello del contadino non funziona in maniera siffattamente tonta. Neppure il prodotto 50 compatibile con la poltroneria di chi aspira ad aver terra, ma non ha mezzi ed attitudine a sfruttarla. Non possiamo supporre tonto a tal segno il venditore. Base della stima è il reddito medio ordinario ottenibile dalla maggioranza dei comuni buoni contadini viventi nella zona. Come vivevano, prima di comperare, costoro? Erano affittuari, mezzadri o proprietari provveduti di terreno insufficiente, i quali andavano a giornata nel tempo libero su terre altrui. Vogliamo sul serio supporre che essi non sappiano che, acquistando terra, rinunciano al reddito che ricavavano dal fondo avuto in affitto od a mezzadria o dalle opere prestate altrui? Essi guadagnavano sul terreno a mezzadria già 50 su 100 lire di prodotto lordo, di cui altre 25 andavano a spese e 25 rimanevano al proprietario. La teoria della capitalizzazione del lavoro pretenderebbe che il mezzadro sia disposto, pur di comperare il fondo, a pagare al proprietario venditore 500 lire come prezzo capitale delle 25 lire spettanti a lui, il che è ragionevole perché egli acquista un reddito nuovo, ed, in aggiunta, 1000 lire per il piacere di trattenere, a titolo di proprietario, le 50 lire che già faceva proprie a titolo di mezzadro. La cosa è troppo grottesca per essere vera; e vera di fatto non è.

 

 

Le ragioni del fatto vero – lo stesso terreno pagato dal grande proprietario 500 lire è pagato spesso dal piccolo proprietario 700, 800 od anche 1000 lire – sono altre. Il reddito capitalizzato è in ambi i casi il reddito “netto”, ma diverso ne è l’ammontare. Il proprietario venditore di un grosso fondo fissa il prezzo “di offerta”, sulla base del suo prodotto lordo 100, da cui dedotte le 50 di parte colonica e le 25 di imposte e tasse, resta un netto capitalizzabile di 25, da cui, al 5 per cento, si ricava il, prezzo di offerta 500. Se, nella zona, tutti fanno lo stesso calcolo, per essere i possibili richiedenti gente del medesimo calibro del venditore, quello sarà anche il prezzo di domanda. Ma se nella zona i possibili richiedenti sono contadini, i quali sono passati le mille volte dinanzi ai campi e alle vigne del “signore”, sogghignando sui lavori mal fatti, sulla gramigna affettuosamente allevata a piè delle viti, costoro fanno lor conti non su 100 ma su 200 a titolo di reddito lordo, e, pur detraendo con larghezza 50 per imposte e spese vive e 100 come remunerazione della [migliore] opera propria, possono capitalizzare un reddito netto di 50 lire.

 

 

A spingere in su il prezzo dei terreni nelle zone di piccola proprietà concorre anche il più basso saggio di interesse vigente in esse in confronto alle zone a grande proprietà. In queste, il saggio di interesse sta, per ragioni dianzi osservate, alquanto al disotto di quello corrente per impieghi di tutto riposo: titoli di stato, cartelle fondiarie, ipoteche, case di affitto. Ma la differenza non è fortissima ed in sostanza può dirsi che il saggio di investimento in terra tenda verso il saggio corrente per gli impieghi reputati sicuri. Invece nelle zone di piccola proprietà, la concorrenza degli altri impieghi mobiliari è scarsa. Il contadino conosce, tra i valori pubblici, solo la carta moneta. Se un confronto si fa, ha luogo con l’interesse pagato dalle casse di risparmio postali o pubbliche; e poiché i depositi postali fruttano dal 2 al 3 per cento, è logico che il contadino non pensi a trarre un frutto del proprio capitale superiore al 3 per cento. Può darsi dunque che, laddove il grande proprietario capitalizza il reddito netto 25 al saggio di interesse 5 o 4 per cento e paga il capitale 500 o 625 lire, il contadino capitalizzi un reddito sempre “netto” di 50 lire al saggio di interesse 3 per cento epperciò paghi, al limite, un prezzo capitale di 1666 lire. Tanto meglio se potrà far l’affare a migliori condizioni, pur facendo contento il venditore e consentendo una buona mediazione al mercante di terre.

 

 

Quasi sempre ebreo fino al 1900, oggi quasi sempre cristiano, il mercante di terre è il vero creatore del prezzo economico. Abbandonati a sé, il “signore”, che si è deciso a vendere, ed i “contadini”, i quali vorrebbero comprare, starebbero a guardarsi negli occhi per un gran pezzo e forse non concluderebbero nulla. Chi vende, vuol vendere tutto e non sentirne più parlare. Se tratta direttamente coi contadini, teme, a ragione, di cadere in trappola. Il “cuore” del podere con casa e la terra vicina ben concimata e coltivata glie lo porterebbero via in un amen. Ed il resto? Gli resterebbe, invendibile ed inutilizzabile, sul gobbo per anni sempiterni, finché per disperazione, si inducesse a darlo via per un tocco di pane. No; egli non può vendere a pezzi. Occorre che un mercante liberi lui dal rischio e dai contadini sia tenuto per denaroso e capace di metterli nel sacco. Quale sia il metodo tenuto dal mercante per vendere e vender tutto è il suo segreto, che nessun “istituto pubblico per il frazionamento del latifondo” riuscirà mai ad imparare. Se sapessero scrivere, i mercanti di terra comporrebbero capolavori sulla psicologia contadina. In succo, il perché della riuscita del mercante e della incapacità del proprietario venditore forse è questo: il contadino sa che il mercante si decide subito, appena ci sia un margine di lucro ed il margine è tanto più piccolo, quanto prima si fa il contratto. Il mercante non può aspettare, perché, se non riesce a vendere subito, non vende più. Il contadino diffidente, se vede che un fondo non si è venduto subito, immagina che quel fondo abbia, come i buoi, qualche vizio nascosto; e non compra più. Peggio, si persuade che non ci siano compratori e gli nasce in cuore la speranza di mettere, aspettando, nel sacco mercante e proprietario. Il mercante non può attendere,perché attendere vuol dire rimanere col proprio capitale imbottigliato in un fondo; non poter più fare altri affari e doversi, per forza, convertire dal mestiere suo a quello di agricoltore, a cui è inadatto. Ma il contadino sa, anche, che ad aspettare non si guadagna nulla, con un mercante. Sa che se lascia passare quello istante, “quella” terra, quella terra “individua” a cui egli aspira non la potrà mai più, né lui né i figli né i nipoti, far sua. La terra non è fungibile. Od ora o mai più. Andrà in mano del vicino, del parente ed egli consumerà, nella rabbia del disinganno, i giorni restanti della vita. Il contadino sa anche che il mercante ha interesse a rendergli servizio. Un mercante di terre che si lasciasse trascinare a favorire, senza motivo, un contadino piuttosto che un altro, perderebbe credito e non farebbe più affari. Il mercante ha interesse a fare un piano di frazionamento che soddisfaccia al massimo grado gli interessi permanenti di ognuno di coloro tra i quali il fondo può essere diviso. A ciascuno egli offre l’appezzamento che abolisce servitù fastidiose, che arrotonda meglio il terreno già posseduto, che e più vicino alla casa. Certo, lo scopo non si raggiunge se non con molta chiacchiera, con molta pazienza, discorrendo per ore del tempo che fa, della piova che non viene, passando notti bianche a far opera di persuasione, e sapendo che l’affare si farà all’ultimo momento, quando il mediatore è già fuor dell’uscio ed ha il piede sul predellino della carrozza e tutt’e due, contadino e mercante, sapevano che il contratto si sarebbe conchiuso all’ultimo momento, e guai a non far finta di parlar d’altro per ore interminabili! I contratti si fanno solo se ambi hanno per tempo sufficiente dimostrato di poterne far a meno e ciascuno dei due sa che si tratta di commedia. Certo non si deve offrir terra a chi male coltiva la già posseduta, o non ha figli o non ha denari, o non merita credito. Ma col mercante il contadino discorre a lungo volentieri anche perché sa che la parola data da lui è mantenuta. Coi “signori” non si sa mai. Si era offerto 100 e si era rimasti d’accordo su 120. Il giorno dopo non se ne ricordano più e ragionano: se sono disposti a pagar 120, segno è che val di più. Così chiedono 150 e non vendono mai. Dopo qualche anno offrono a 100, quando i prezzi sono caduti a 75. Per non aver voluto farsi strozzare dai mercanti di terre, si strozzano peggio da sé, perdendo le occasioni buone e danneggiano gli acquirenti ai quali può convenire meglio pagare 200 nel ciclo ascendente dei prezzi che non 100 in mercato calante. Il peggior danno in caso di monopolio bilaterale è il tempo perso nel trovare il punto di intesa fra i due prezzi di massima convenienza per i due contraenti. Il guadagno del mercante, ottenuto senza danno di nessuno, probabilmente con vantaggio di ambe le parti, è tratto dall’abilità nell’abbreviare il tempo del contrattare e precipitare la conclusione sulla base di criteri oggettivi di concorrenza. Pur di concludere, il mercante non insiste troppo nel giungere alle 1000 lire che Tizio potrebbe arrivare al massimo a pagare. Se chi viene dopo di lui nella convenienza di acquistare, può spingersi solo fino ad 800, per poco che Tizio offra più di 800, l’affare è fatto e si passa ad altro. Qual mai funzionario di pubblico istituto per il frazionamento del latifondo, ecc., ecc., potrebbe aver l’occhio, l’intuito, la conoscenza personale degli uomini che ha il mercante nato e vissuto sul posto, che i contadini capiscono a volo, a segni, facezie, allusioni, a «pensateci su» e «parlatene alla moglie» e si sa bene che la moglie non centra e la decisione è già presa.

 

 

La terra comprata esce dal mercato sino al momento in che si verifichi qualcuno degli eventi che furono sopra descritti: terremoti economici, come nel dopoguerra, rovina delle famiglie contadine per infingardaggine, gioco, mala condotta od esaurimento lento, tra imbarazzi nascosti di debiti, delle famiglie signorili. L’agire economico normale del proprietario deve, fuor di queste circostanze, essere previsto partendo da una premessa: che la terra non si vende. La premessa non è economica; nasce dall’istinto ed è incomprensibile al “cittadino”. Chi ha quell’istinto, compra e non vende. Il solo pensiero del vendere gli è ripugnante: è l’azione non lecita, immorale, da cui il decalogo gli comanda di star lontano.

 

 

Può darsi che l’istinto sia stato fortificato dall’esperienza accumulata delle generazioni passate e dalla sua; certo non nasce da un ragionamento. I nostri vecchi che erano passati attraverso alla tempesta della rivoluzione francese e dei biglietti di credito, surrogato nostrano degli assegnati, forse avevano instillato nei figli la sfiducia nella carta con su stampate cifre; e forse la tradizione è stata rinfrescata dalla guerra mondiale. Si ha l’impressione vaga che la terra sia qualcosa di solido, che resta; ma l’impressione ha scarsa parentela con la visione teorica di una rendita fondiaria destinata alla lunga nei secoli a crescere per la pressione della popolazione in aumento sulla terra invariata di superficie. L’agricoltore apprezza poco le nozioni di redditi certi e crescenti derivanti dall’entità astratta “terra”, che a lui paiono di peso infinitamente piccolo in confronto della precarietà del soprassuolo, da cui veramente egli attende il reddito. Egli sa che il reddito, “tutto” il reddito viene non dalla terra per sé, ma dal vigneto, dall’oliveto, dal frutteto che egli ha impiantato, dalla pendenza che egli ha dato al prato, dal canale di irrigazione, dal fosso di drenaggio, dall’aratura profonda, dalla lotta assidua contro la gramigna e le male erbe, dalla scelta delle sementi. Egli sa che tutte queste cose sono perfettamente identiche ad una macchina, la quale deve essere costrutta, riparata, mantenuta pulita, oliata; sa che, se ogni giorno egli non la cura, presto la macchina deve essere buttata fra i rottami ed il campo diventa come l’orto di Renzo, stupendo per fiori selvatici, ma improduttivo.

 

 

Il pensiero non gli balena neppure alla mente, perché egli è un rustico e non un cittadino, perché sente la terra e disprezza la carta stampata, ama le piante e la terra pulita ed i filari allineati come plotoni di soldati e non capisce nulla dei congegni di una fabbrica; sente la linfa salire su per le piante e sbocciare in fiori e frutta, ma gli possono descrivere cento volte il modo con cui un congegno tecnico funziona e non se ne ricorderà mai.



[1] Questo articolo è la ristampa parziale di Categorie astratte e scatoloni pseudo economici. Dialoghi rurali, «La Riforma Sociale», novembre-dicembre 1934, pp. 637-667 [ndr].

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