La via breve

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

L’Italia e il secondo risorgimento

Data di pubblicazione: 02/12/1944

La via breve

«L’Italia e il secondo Risorgimento», 2 dicembre 1944

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 75-85

Riflessioni di un liberale sulla democrazia 1943-1947, Olschki, Firenze, 2001, pp. 79-87

 

 

 

 

Nel febbraio del 1921 il problema della finanza italiana era stato risoluto mercè l’abolizione del prezzo politico del pane, causa di un disavanzo di 500 milioni di lire al mese, il quale non poteva essere coperto né da imposte né da prestiti. Era chiusa così definitivamente la fonte da cui traeva origine la finanza dei biglietti, che minacciava di trarre al nulla il valore della lira. Stabilizzata di fatto questa intorno ad un livello, che finì di aggirarsi sulle 120-130 lire per ogni lira sterlina oro, era tolta la causa essenziale di insicurezza, di disordine mentale e morale, che impediva la ripresa.

 

 

Gli uomini politici, ubbidienti alla abitudine tradizionale del loro ceto di vedere ingigantiti i segni del passato e di non scorgere quelli dell’avvenire, seguitavano ad essere pessimisti. Nitti, uomo di prontissimo ingegno, ma facilmente soggetto alle impressioni del momento, nel marzo del 1922 faceva a Melfi lugubri pronostici sul pericolo della fame incombente nell’Italia, sull’eccedenza di un miliardo al mese in lire oro del consumo sulla produzione italiana, sui 31 miliardi di buoni del tesoro in circolazione, sulla caduta della Banca italiana di sconto. Qualche mese dopo, il buon Facta, dimentico di nutrir fiducia, malinconicamente esclamava: «Noi stiamo peggio della Francia, che ha ferro e carbone e basta a sé per il grano; peggio della Germania, che ha segale e carbone e lignite; peggio dell’Inghilterra, che ha carbone e cotone e domina colle sue flotte il mare libero». Invano, taluno ammoniva che nel 1921 il capo delle tempeste era stato sorpassato; che l’abolizione del prezzo politico del pane, deprecata od auspicata dai partiti detti di massa come segnacolo in vessillo della sollevazione degli operai, non aveva avuto alcuna eco, dimostrandosi col fatto avere il popolo maggior buon senso dei suoi capi, ed essere il popolo pronto a riconoscere l’assurdità di pagare una lira al chilogrammo quel pane che costava tre lire. Invano si ricordava che il grano, come in genere tutte le materie prime, al ritorno della pace doveva cessare di essere una merce rara per i consumatori affamati e doveva ridivenire un ingombro per i produttori. Invano, quello stesso taluno, memore di avere il 12 agosto 1919 scritto sul Corriere della Sera che il problema delle materie prime non era un problema economico, bensì un problema morale e che dinnanzi ad un popolo serio, lavoratore, tecnicamente capace, tutti i provveditori di materie prime si sarebbero messi in ginocchio; essi, “non noi”; constatava il 17 aprile 1922 che la sua facile profezia si era avverata e «che le materie prime erano oramai preoccupanti non per noi che le consumiamo, ma per i paesi produttori che non trovano a venderle».

 

 

L’andazzo era di far eco al pessimismo. Di fatto la marea insurrezionistica andava ritirandosi. L’occupazione delle fabbriche era finita ed erasi mutata in scioperi per adeguamento di salari alle mutate circostanze, in agitazioni e contrasti per ottenere il riconoscimento del diritto degli operai al controllo delle condizioni del lavoro nelle fabbriche ed alla cognizione dei redditi, cognizione preliminare ad una partecipazione alla gestione e al prodotto delle industrie. L’invasione delle terre si trasformava in un tentativo confuso di spezzamento del latifondo, ossia di posizione aperta di un problema, il quale deve essere affrontato con mezzi adeguati alla grandezza del fine da raggiungere. Quell’invasione diveniva il preludio della sostituzione avvenuta di poi di affittuari grossi e piccoli, di mezzadri e di contadini coltivatori diretti nella proprietà di un milione di ettari posseduti prima da gente disadatta a continuare nel possesso di una terra non amata.

 

 

Scioperi, serrate, agitazioni agrarie, richieste di controlli e di partecipazioni operaie erano sintomi di rigoglio, di vita fervida, che sarebbe stato d’uopo padroneggiare e guidare. I ceti politici, i quali erano stati capaci di condurre l’Italia alla vittoria, i quali avevano saputo organizzare le forze vive del paese per la resistenza contro l’invasore nemico, non furono pari all’impresa sociale. Sorpresi dalle conseguenze non della guerra, ma dei turbamenti sociali connessi indirettamente con la guerra (svalutazioni monetarie e conseguenti impoverimenti ed arricchimenti in parte reali ed in parte numerici o nominali) in un momento nel quale una profonda trasformazione si operava, per il suffragio universale, nel loro seno, irrigiditi nei rispettivi vangeli dall’introduzione del sistema proporzionalistico, il quale aggravava le difficoltà inevitabili del passaggio dal governo eletto da tre a quello eletto da dieci milioni di elettori, quei ceti, non più vecchi e non ancora nuovi, non furono capaci di costituire un governo. Vano è, oggi, pesare, col bilancino dell’orafo, le responsabilità delle parti contrastanti, e sentenziare se sia stata maggiore la colpa dei demagoghi vociatori, i quali come accadde ognora in passato, ed accadrà di nuovo domani, e sarà in avvenire, auspicavano rivoluzione, bagno di sangue, tagli di teste, conquista del potere e così terrorizzavano la grande maggioranza dei cittadini, ricchi, mediocri e poveri, la quale in Italia possiede la virtù massima politica che è il buon senso – sola corte sovrana, la quale, ammoniva Ferdinando Galiani, non faccia mai vacanza – e la spingevano a partiti estremi di resistenza; ovvero quella dell’on. Giolitti quando scetticamente volle che gli operai si rompessero le corna coll’esperimento della occupazione delle fabbriche ed ancora oggi trova laudatori, immemori che dovere d’ogni governo è far rispettare la legge qualunque essa sia, salvo poi a mutarla nelle maniere legali; oppure se a tutte sovrasti la colpa di un piccolo gruppo ­– e fu certamente un piccolo gruppo, al quale rimasero estranee la grandissima maggioranza dei medi e piccoli industriali e proprietari di terreni, ed una minoranza non irrilevante degli stessi maggiori industriali ed agricoltori, incolpevoli dell’assalto al pubblico danaro – di industriali e di agrari, impervi di fronte alle esigenze di ascesa dei ceti lavoratori e decisi a conservare ad ogni costo le posizioni monopolistiche conquistate in passato.

 

 

L’Italia non risorgerà se al motto nefando: «a noi il paese!» ed alla risposta dissolvente: «la colpa è degli altri!», gli italiani, dopo avere affidato al giudice il compito di punire i colpevoli di reato comune, di tradimento, di favoreggiamento verso il nemico, di illecito arricchimento, non reciteranno, ciascuno nell’intimo foro della coscienza, il mea culpa. Chi ricorda quegli anni tra il 1919 ed il 1922, sa l’ansia dalla quale tutti erano tormentati, ansia di uscire da due incubi, l’uno bellico e l’altro postbellico. L’incubo bellico era quello dei legamenti, detti allora bardature, i quali avevano reso tutti dipendenti dallo stato, per ottenere permessi di comprare e di vendere, di lavorare o non lavorare, di essere assunti in uno stabilimento, di avere iniziative di commercio o di industria o di migliorie agricole od edilizie. Roma incombeva su tutto ed una burocrazia onesta, ma tarda pareva aduggiasse l’operosità di tutti. Si voleva respirare, si voleva agire, si voleva lavorare senza ad ogni istante presentarsi ad uno sportello a piatire da un impiegato indifferente la definizione di una pratica resa interminabile dal moltiplicarsi di formalità e dall’andirivieni di cartacce inutili. Ci si era dimenticati che i legamenti, che le bardature erano una necessità assoluta dello stato di guerra; e si voleva ridivenire subito uomini liberi. L’incubo postbellico era quello della discordia e della incertezza. Ne erano oppressi tutti: operai ed industriali, commercianti, impiegati, agricoltori, contadini. In fondo agli scioperi apparentemente più violenti stava il desiderio degli operai di non essere più in balia dell’ignoto, di ricevere un salario che, stabilizzata la lira, volesse dir qualcosa di concreto, di essere assicurati contro le eventualità che minacciano la salute, la continuità del lavoro, la sussistenza e la pace famigliare. I profeti promettevano tutte queste cose in fondo all’attuazione di un loro vangelo; ma gli uomini volevano, più che il vangelo, la sostanza, che era vita sicura ed avvenire sereno. Gli uomini, tutti, avevano dimenticato che l’ansia e l’incertezza sono le compagne inseparabili della vita; e che sicurezza assoluta e vita tranquilla sono sempre desiderati, ma non mai raggiunti né raggiungibili se non attraverso una lotta di tutti i giorni, una fatica sempre rinnovata. Poiché si erano oltrepassati i limiti entro i quali gli uomini tollerano i vincoli da una parte e l’ansia dall’altra, gli italiani desideravano libertà dai vincoli e sicurezza contro l’ignoto; né avvertivano che a poco a poco essi andavano già liberandosi dai vincoli di guerra e riconquistando la sanità mentale, attraverso discussioni e concessioni reciproche.

 

 

In quel momento apparve il salvatore e promise agli italiani libertà dai vincoli: «Noi vogliamo – così fu proclamato nel discorso di Udine del 20 settembre 1922 – noi vogliamo spogliare lo stato di tutti i suoi attributi economici. Basta con lo stato ferroviere, con lo stato postino, con lo stato assicuratore. Basta con lo stato esercente a spese di tutti i contribuenti italiani ed aggravante le esauste finanze dello stato italiano». Il salvatore promise anche sicurezza ed elevazione morale, indicando i compiti i quali sarebbero rimasti allo stato: «Resta la polizia che assicura i galantuomini dagli attentati dei ladri e dei delinquenti; resta il maestro educatore delle nuove generazioni; resta l’esercito che deve garantire l’inviolabilità della patria e resta la politica estera. Non si dica che così vuotato lo stato rimane piccolo. No! rimane grandissima cosa, perché gli resta tutto il dominio dello spirito, mentre abdica a tutto il dominio della materia».

 

 

La promessa non poteva essere mantenuta. Lo stato non può abdicare al dominio della materia, la quale, per l’uomo, è tutt’uno con lo spirito. Non è possibile limitare i compiti dello stato. Né lo stato si identifica con il governo centrale ma comprende le regioni, le provincie, i comuni e l’infinita varietà degli enti con fine pubblico. Così inteso, lo stato non è indipendente e nemico dei cittadini; ma è una continua creazione di essi ed adempie a tutti i fini, che i cittadini non possono raggiungere da soli, o raggiungono meglio se la loro azione consociata è rivolta a fine pubblico. La promessa non poteva essere mantenuta anche perché non si dice ad un uomo: fa tu, salva tu il paese per imporgli poi di non far nulla. L’uomo fece quel che era consentaneo alla natura sua e di questo aspetto dell’opera sua qui non giova occuparsi. La storia dei vent’anni seguiti al 28 ottobre 1922 dipese solo in parte, forse in piccola parte, dall’indole dell’uomo. Dipese sovratutto dal sistema. La dittatura romana, duratura per sei mesi od un anno, non toccava gli ordinamenti fondamentali della società, poiché era destinata a sormontare un pericolo grave ed imminente; e questo venuto meno, il, dittatore ritornava ad arare il campo. I pieni poteri in un paese, nel quale la stampa sia libera ed i controlli parlamentari agiscano, sono limitati nel fine e nel tempo e non guastano la struttura politica ed economica del paese. Chiuso, ad esempio, il tempo di guerra, la vita normale riprende, con quelle modificazioni che i parlamenti vorranno deliberare, anche in base all’esperienza compiuta.

 

 

La dittatura moderna è fatalmente cosa diversa. Essa vuole salvare il paese dal disfacimento economico sociale e ricreare lo stato. Per qual via? Per quella breve, del comando dall’alto. Non la discussione che si accusa di tirare le cose in lungo; non la deliberazione dei corpi legislativi, i quali si dice essere impotenti, nel contrasto tra i partiti e le classi, ad esprimere una volontà unica e pronta. Questa della discussione, sui giornali o nella bottega delle chiacchiere parlamentari (anche qualche impaziente inglese parla della britannica talking shop) è la via lunga, tortuosa, a giravolte, con cadute e ritorni su se stessi. Si imbocchi la via breve, diritta che porta sulla vetta senza pentimenti. Alla discussione si sostituisca l’azione; quella che non lascia luogo a dubbi, del capo che sa e comanda.

 

 

Il terreno era propizio in Italia; come fu propizio in altri tempi in Francia e lo era, per antica tradizione, in Germania. Napoleone aveva creato la macchina di governo, pronta al servizio del capo. Bastava insediarsi al ministero dell’interno per aver sottomano la tastiera dei prefetti e dei questori, abituati ad ubbidire a direttive venute dal centro. Nei governi parlamentari quelle direttive erano talvolta incerte, perché dovevano tener conto delle varie correnti dell’opinione pubblica. In regime di dittatura le direttive parvero risolute e precise; ma, poiché i fatti e le situazioni cangiano ognora, divennero mutabilissime e contraddittorie. Fu necessario, a mascherare le incessanti fatali mutazioni, persuadere le genti che il governo dall’alto è sempre saggio. Ove non odano critiche, le genti sono facilmente credule e le altre pecore vanno dove l’una va. Non a caso si dovette a poco a poco, trasformare la camera in una accolta di “sì”; e sopprimere i giornali. Era necessario che al luogo dei giornali fossero istituiti bollettini riproducenti, secondo gli ordini quotidiani romani, un’unica voce, quella del padrone. Il capo redasse, come già faceva Napoleone, i bollettini quotidiani delle sue vittorie; e le voci diverse commentarono ed amplificarono. Condizione necessaria perché un paese possa essere condotto alla meta da un capo, è che il popolo creda nella verità e nella bontà della meta designata e dei mezzi adoperati. Come potrebbe un esercito vincere, se i soldati potessero discutere l’ordine del capitano? In un esercito ben condotto, non debbono esistere corpi ed amministrazioni indipendenti.

 

 

Non può restare indipendente la magistratura, perché la legge, più che quella scritta, è quella che volta a volta il capo crea, per risolvere caso per caso i problemi che ogni giorno sorgono ed hanno sempre aspetti singolari. La volontà del capo non è arbitrio, ma interpretazione pronta della legge non scritta della salvezza del paese.

 

 

Non può restare indipendente la scienza, l’università, la scuola. A che giova la scienza, se non al progresso della patria? Via dunque gli ideologi, disse già Napoleone, i quali perseguono il fine egoistico della ricerca della verità per se stessa. Quella sola verità merita di essere cercata, la quale è rivolta al bene ed alla grandezza del paese, così come grandezza e bene sono interpretati dal capo.

 

 

Non possono essere indipendenti industriali, agricoltori, commercianti, professionisti, operai, contadini. Non può essere data licenza di lottare gli uni contro gli altri per fini di classe. Epperciò essi siano organizzati in sindacati pubblici, messi al luogo dei sindacati che operai e contadini ed industriali avevano variamente foggiato per la tutela dei propri interessi. Al di sopra dei sindacati stiano le corporazioni, organi parastatali creati allo scopo di dire ad ognuno ciò che sia lecito fare nell’interesse pubblico. Solo quando ognuno, per lavorare a salario od esercitare mestiere manuale o professione liberale o per acquistare semenze o concimi o materie prime od aprir bottega o laboratorio o per costruire un edificio o fare un impianto industriale debba essere socio di un sindacato e soltanto grazie alla tessera ricevuta riceva licenza di lavorare o di produrre, si può avverare la profezia dell’Apocalisse (cap. XIII, versetti 16 e 17) del tempo in cui «tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e servi debbono mostrare nella mano destra il carattere e chi non ha il carattere (la tessera) o non invoca il nome (del capo) non può comprare né vendere».

 

 

Soltanto quando non vi sia nel paese alcuno il quale possa orgogliosamente affermare di non dipendere in alcuna maniera dal capo, soltanto quando tutti, per vivere, debbano mostrare nella palma della mano il segno della ubbidienza, soltanto allora sarà raggiunta la pienezza dei tempi.

 

 

La via breve, la via regia, la via diritta dell’affidarsi al salvatore condusse sì alla pienezza dei tempi. Ma quali tempi? Anche qui la meta era segnata e non fu arbitraria. Centosessant’anni prima che gli italiani scegliessero la via breve del salvazionismo, nel 1760, uno scrittore oggi letto solo dai pochi curiosi della storia delle teorie economiche, il marchese di Mirabeau, padre del grande rivoluzionario, scriveva:

 

 

Ove un solo centro di distribuzione e una sola città esistano nel reame, tutti sono occupati ad ottenere posti ed impieghi, a sollecitare aumenti di stipendi e di pensioni, ad aver parte alle elargizioni del principe…, a giungere alla fortuna con tutti i metodi di intrigo suggeriti dalla cupidigia… Gli arricchiti fanno sfoggio di lusso, poiché il buon uso delle ricchezze male acquistate è rarissima cosa in questo mondo e poiché, per sentire il valore della ricchezza, bisogna averla acquistata a gran fatica. I favoriti approfittano delle debolezze del principe per impadronirsi del denaro pubblico e per acquistare una potenza dannosa allo stato. La giustizia diviene venale e le leggi medesime creano il male, perché il loro simulacro è un mero spettro favorevole all’ingiustizia. I soli speculatori potranno accumulare ricchezze e, per mezzo dei loro corrispondenti all’estero, assicurarle con investimenti solidi. Il congegno dello stato e della società si riduce ad una cornice vuota destinata a frantumarsi al primo urto del nemico. Quando il nemico giunge, lo stato è già in situazione di piena anarchia e non ha più alcuna consistenza ed alcuna durata.

 

 

Ventinove anni più tardi, nel 1789, il nemico previsto da Mirabeau padre venne dall’interno; e lo stato, ridotto ad una cornice vuota, ad un corpo senza anima, si dissolse perché non esisteva più.

 

 

Nel 1943, quando il nemico sbarcò in Italia, lo stato italiano era ridotto anch’esso ad una cornice vuota, ad un corpo senza anima. Quando la vita politica, economica, spirituale di una nazione di 45 milioni dipende da un unico centro; quando a poco a poco tutte le forze indipendenti dello stato sono venute meno; quando non esistono più comuni, province, corpi universitari e di magistratura, perché tutti guardano a Roma per essere nominati e promossi ed insigniti di onori; quando i quadri dell’esercito sono composti di uomini i quali attendono da un uomo o da un partito, qualunque esso sia, la promozione e la carriera; quando non esistono più né industriali, né agricoltori, né proprietari, né artigiani, né operai, né contadini i quali siano tali di fatto invece che soltanto di nome; quando industriali ed operai, proprietari e contadini, artigiani, commercianti e professionisti sono divenuti tutti dipendenti dal governo, da cui attendono permessi, licenze, forniture e che vieta ad essi di agire liberamente e di associarsi e discutere; quando persino la chiesa, pur rimanendo ultima forza autonoma a confortare i disperati nell’ombra dei templi, non può uscire all’aperto se non per atto di cerimonie esteriori, che cosa è rimasto dello stato?

 

 

Lo stato non è una organizzazione meramente giuridica sovrapposta dall’alto sui cittadini. Lo stato vive nei cittadini medesimi, nei loro eletti al governo politico; ma anche e sovratutto nei comuni, negli enti pubblici, nelle chiese, nelle scuole, nel foro, nelle fabbriche, nei campi dove gli uomini operano, vengono a contatto, si associano e si dissociano, pensano, pregano e si divertono. Quando persino il gioco dei fanciulli ed i divertimenti degli adulti, quando persino la ricerca della salute nei mari e sui monti sono disciplinati dall’alto ed i giovani debbono trovare la gioia del divertirsi in un dopolavoro ufficiale, che cosa è lo stato, se non una struttura estranea all’uomo, una cornice vuota? Nella estate del 1943 gli italiani erano giunti in fondo alla via che essi avevano scelto ventun’anni prima. Su quella via, breve e diritta, erano balenati dinnanzi ai loro occhi imperi, fortune e grandigie; ma poiché quella via significava la rinuncia degli italiani alla dura lotta, al diuturno sforzo, al rischio continuo in favore della chimera della sicurezza, della pace, della tranquillità, della prosperità assicurata e promessa da altri, quella via doveva necessariamente fatalmente condurre sull’orlo dell’abisso. Chiunque fosse stato il salvatore, il messia, qualunque fosse stato il verbo, il vangelo, quella era la meta alla quale si doveva arrivare. A quella stessa meta si giungerebbe di nuovo, fra dieci, fra vent’anni se nuovamente gli italiani, ansiosi di trarsi indietro dall’abisso al quale oggi sono affacciati, si affidassero ad un uomo, ad un partito, ad un mito, ad una forza venuta dal di fuori: russa, inglese od americana. Dobbiamo, sì, recitare il mea culpa; ma dobbiamo anche orgogliosamente affermare: La salvezza è in noi e soltanto in noi!

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