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Corriere della Sera

La vita e la morte in Italia

«Corriere della sera», 14 novembre 1903

 

 

 

Il problema della vita e della morte ha parecchie volte fornito occasione a questo giornale di aprire le sue colonne ad articoli interessanti sulle speculazioni che filosofi e scienziati, fra i quali il Finot ed il Metchnikoff, vanno facendo sul problema più tormentoso che inquieti l’umanità. Ma vi è una scienza, la statistica, la quale ogni tanto viene ad intromettersi colle sue cifre fredde frammezzo alle speranze di quelli che intravvedono un avvenire più tranquillo e lungo per gli uomini futuri.

 

 

Non già che la statistica tolga ogni speranza di tempi migliori; ma dimostra che lenti sono i progressi e che questi son contrastati tuttavia da una folla di circostanze avverse.

 

 

Prima fra le quali è l’alto numero delle nascite, conseguenza alla sua volta dei numerosi matrimoni. Una recentissima statistica demografica, di cui il Bollettino del Ministero di agricoltura, industria e commercio ci offre le primizie, dimostra che il fenomeno persiste ancora oggidì. Nel 1902 furono contratti in Italia 237.515 matrimoni, i quali, confrontati colla popolazione di 32.831.644, calcolata presente all’1 luglio dello stesso anno, danno un quoziente di nuzialità di 7,23 matrimoni ogni mille abitanti. è il quoziente più alto che si sia verificato nel triennio, poiché nel 1901 questo quoziente fu di 7,21 e nel 1900 di 7,19 per mille.

 

 

Contemporaneamente il numero delle nascite si conservava pure altissimo; nell’anno scorso 1902 i nati vivi raggiunsero la cifra ragguardevole di 1.092.799, che ragguagliati alla popolazione danno un quoziente di 33,28 nati per mille abitanti; anche questa la cifra più elevata dell’ultimo triennio, poiché nel 1901 il per mille dei nati era stato solo di 32,47 e nel 1900 di 33.

 

 

Diminuirono alquanto i morti, sebbene leggermente: nel 1902 furono 727.189, cioè 22,15 morti ogni mille abitanti, e 66 morti ogni 100 nati. Nel 1901 i morti erano stati 21,95 e nel 1900 ben 23,77 ogni mille abitanti. Cosicché confrontando il quoziente dei nati (33,28) col quoziente dei morti (22,15) si vede che nel 1902 i primi superavano i secondi di un 11,13 per mille, ossia che la popolazione, se nessuno fosse immigrato od emigrato, avrebbe dovuto aumentare dell’11,13 per mille. Aumento notevolissimo, inferiore appena a quello della Germania che è del 14,70 e dell’Austria e dell’Inghilterra che è dell’11,60; ma superiore a quello del Belgio che è del 10,90 e di gran lunga più alto di quello della Francia che è appena dell’1,3 per mille.

 

 

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Per fortuna, malgrado che l’eccedenza delle nascite sulle morti si mantenga alta, ciò avviene non perché siano accresciute assai le nascite, ma perché la mortalità infierisce notevolmente meno che in passato. Abbiamo in proposito compiuto dei progressi consolanti dall’87 in poi, ossia dal giorno in cui fu cominciata a tenersi regolarmente la statistica delle cause di morte. Nel 1887 morirono in Italia 27.993 persone per ogni milione di abitanti, nel 1888 ancora 27.508 e 25.572 nel 1889. Ma nell’ultimo triennio 1900, 1901, 1902 le cifre sono invece rispettivamente per ogni anno le seguenti: 23.771; 21.951 e 22.149. In confronto al primo anno sono circa 5.800 persone ogni milione di abitanti che le migliorate condizioni igieniche, la cultura più diffusa e la alimentazione migliore salvano ogni anno dalla morte. Sono sovratutto le malattie infettive comprese le affezioni tubercolari che sono scemate d’intensità: la tubercolosi disseminata e polmonare da 1.321 casi per milione di abitanti nel 1887 diminuì a 1.086 nel 1902, le altre malattie tubercolari da 780 a 396. Così pure il vaiuolo discese da 549 a 73 casi; il morbillo da 803 a 303, la scarlattina da 494 a 41; la febbre tifoidea da 936 a 351, la difterite ed il crup da 952 a 139, la pertosse da 376 a 219, le febbri malariche da 710 a 302, la febbre puerperale da 85 a 31, le altre malattie di parto e puerperio da 150 a 53, la pellagra da 125 a 72, l’apoplessia cerebrale da 1.091 a 991, la bronchite acuta e cronica da 2.156 a 1.962, l’enterite, la diarrea, la gastrite e le dissenterie da 3.752 a 3.405, le morti violente accidentali da 378 a 319 e gli omicidi da 52 a 43 casi, sempre per un milione di abitanti.

 

 

Aumentarono invece le morti per influenza da 18 a 116, per rabbia da 3 a 16 (in modo però eccezionale perché nel 1900 e nel 1901 furono appena 2 all’anno in media), per malattie renali da 255 a 398, per tumori maligni da 427 a 538, per polmonite acuta da 2.154 a 2.243, per malattie di cuore da 1.361 a 1.679, per suicidio da 49 a 62 per un milione di abitanti. Se poi vogliamo studiare la distribuzione geografica delle cause di morte, troviamo delle differenze marcatissime fra regione e regione. Il vaiuolo ha mietuto 2.385 vittime nell’anno scorso in tutta Italia e di queste ben 1.033 appartengono alle Puglie, 796 alla Campania e 111 alla provincia di Palermo.

 

 

Su 9.947 morti di morbillo 1.275 si verificarono nella Campania, 811 nelle Puglie, 733 in provincia di Potenza e 704 in quella di Roma. Su 1.338 morti di scarlattina se ne ebbero 309 nella sola provincia di Reggio Calabria, 119 in quella di Avellino e 106 in quella di Caserta. Ben 11.367 furono i morti di febbre tifoidea, la quale ha infierito particolarmente nelle Puglie con 1.101 morti, in Sicilia con 1.939, in provincia di Milano con 791, in quella di Roma con 799, in quella di Firenze con 379, in quella di Catanzaro con 380, in quella di Caserta con 255 e in quella di Perugia con 218. I morti di pertosse furono 7.201; diedero le cifre più alte il Piemonte con 777 morti, la Lombardia con 1.217, e così pure le provincie di Vicenza con 206, Firenze con 384, Reggio Emilia con 175, Aquila con 178 ed Avellino con 167.

 

 

Le febbri di malaria determinarono 9.918 casi di morte che, come al solito, spettano per la massima parte ai compartimenti di Sardegna, Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglie, Lazio. Così pure i 413 morti di pustola maligna appartengono quasi tutti a provincie a sud del parallelo di Roma: e lo stesso dei 52 morti di rabbia. Invece le varie forme di malattie tubercolari, che prese insieme determinarono 52.013 casi di morte, furono sovratutto frequenti nell’Italia settentrionale e centrale, la quale ha pure il primato per le morti di tumori maligni e di pellagra. Questa causò 2.376 morti, di cui 671 in Lombardia, 811 nel Veneto. 346 nell’Emilia, 81 in Piemonte, 116 in Toscana, 144 nelle Marche, 148 nell’Umbria e pochissime nelle altre parti del Regno.

 

 

Gli italiani dunque persistono, a quanto si può concludere dalle cifre che abbiamo riportato, a convolare a nozze ed a donare dei figli alla patria con sufficiente intensità; ma la loro resistenza alla morte si mantiene diversissima a seconda delle malattie e delle regioni. Più soggetti nelle regioni fredde alle affezioni polmonari, la cui intensità accenna a diminuire a stento, gli italiani sono ancora minacciati nel Mezzogiorno da forme terribili di infezioni, malariche o non, che la civiltà ha già in gran parte debellato nei paesi più civili e che l’Italia nuova dovrebbe vittoriosamente combattere nei suoi territori più minacciati dalla morte insidiosa. Questa lotta l’Italia ha già iniziato con tenacia e con fortuna; ma lunghi sforzi si debbono ancora compiere prima di raggiungere la meta. La statistica odierna ci ammonisce a non rallentare quegli sforzi nobilissimi e santi.

 

 

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