La vittoria delle sinistre e la pace europea

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 14/05/1924

La vittoria delle sinistre e la pace europea

«Corriere della Sera», 14 maggio 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 712-715

 

 

 

L’oscillazione del pendolo elettorale ha in Francia portato, come già in Inghilterra, ad una vittoria delle correnti di sinistra su quelle di destra. È ancora prematuro tirare le somme. Si può tuttavia assai generalmente dire che, laddove nella camera passata il blocco nazionale o blocco delle destre e dei repubblicani poteva contare sopra i due terzi dei voti, in questa a mala pena toccherà i due quinti. I repubblicani di sinistra, i radicali, repubblicani socialisti e socialisti, riuniti insieme, potranno aggirarsi sul 50% dei votanti. Una maggioranza decisa di sinistra è possibile con l’aggregarsi alla trionfante costellazione dei gruppi minori di colore incerto, oscillanti fra la destra e la sinistra. Al di fuori dei partiti che si potrebbero chiamare costituzionali, perché deliberati a lavorare entro i confini del suffragio universale ed uguale del governo di maggioranza e di discussione, il gruppo dei comunisti rientra alla camera notevolmente rafforzato, di numero (da 15 a 29) e più di audacia. Vi saranno nella camera alcuni uomini decisi a negare le basi delle democrazie occidentali: discussione, parlamento, governo rappresentativo ed a difendere gli ideali moscoviti della dittatura del proletariato, del governo della forza contro i reprobi non appartenenti all’eletta del partito comunista. Il rafforzarsi del piccolo manipolo di comunisti non è tanto prova dell’efficacia dei metodi di propaganda di Mosca, quanto della necessità di tener conto nell’interno di ogni paese dell’esistenza di un partito deciso ad ubbidire agli ordini di un governo straniero. Si riproduce, nell’Europa occidentale rispetto a Mosca, il fenomeno che fu caratteristico dell’Europa della fine del secolo diciottesimo rispetto alla Francia rivoluzionaria. Come allora vi erano in Piemonte, in Lombardia, nel Veneto, nelle province renane e persino in Inghilterra certuni che si chiamavano «patriotti» perché cospiravano contro il governo del proprio paese, contro l’indipendenza nazionale a favore di un governo straniero, solo perché conquistati agli ideali francesi; così vi sono oggi, in quasi tutti i paesi d’Europa, nuclei più o meno numerosi di comunisti, i quali si professano nemici del governo nazionale e protervamente dichiarano che la loro patria non è in Francia, in Germania, in Italia, ma in Russia; anzi dichiarano senza ambagi di lavorare per il trionfo di una tirannia straniera, chiamata dittatura del proletariato. Il fatto non è, per ora, pericoloso, essendo limitato a piccole minoranze. La caduta del franco ed il disagio della piccola borghesia e di taluni ceti operai contribuirono assai in Francia all’accentuarsi del fenomeno comunista. Se si toglieranno di mezzo le cause, l’effetto verrà meno.

 

 

La grandissima maggioranza francese ha tuttavia nettamente dimostrato – e questo è il fatto essenziale e significativo – di voler serbar fede ai metodi di governo ed ai principii liberali e democratici prevalsi colla rivoluzione del 1789 – discussione libera, governo di maggioranza, repubblica parlamentare. E altrettanto nettamente, l’opinione pubblica ha dimostrato di volersi allontanare dagli estremismi nazionalisti e reazionari e da quella politica di compressione del nemico ereditario, che aveva caratterizzato sinora i governi di Clemenceau e di Poincairé. Alcuni tra gli uomini più rappresentativi della politica del pugno forte, come Mandel e Tardieu, restano a terra e trionfa Malvy, che Clemenceau aveva mandato in esilio, perché sospetto di germanofilia. In un paese di antica formazione politica e di sentimenti profondamente nazionali, come la Francia, non bisogna tuttavia immaginare che i mutamenti avvenuti significhino abbattimento della volontà di vittoria e prevalenza dello spirito di pace ad ogni costo.

 

 

Sarebbe una sciagura per l’Europa se i nazionalisti tedeschi, i quali, dalle condizioni diverse interne del loro paese, furono tratti alla vittoria elettorale, si sentissero dal risultato delle elezioni francesi rafforzati nella resistenza ad una giusta risoluzione del problema delle riparazioni. La Germania dovrebbe essere lieta che il trionfo delle tendenze temperate in politica estera permetta di arrivare rapidamente ad una pacificazione definitiva; e dovrebbe astenersi dal cogliere quella che a taluni nazionalisti può parere una occasione favorevole per distruggere le conseguenze del trattato di Versaglia.

 

 

In verità, è una sfortuna per l’Europa che le oscillazioni del pendolo elettorale non siano sincrone in Francia e in Germania: quando in Francia era in auge il pugno di ferro, in Germania prendeva piede la politica di adempimento ai trattati: adempimento sornione e procrastinatore, ma adempimento. Quando, al contrario, in Francia accennano a farsi ascoltare le correnti più moderate degli accordi e del buon senso, si ode in Germania gran rumor di sciabole e Ludendorff è riportato sugli altari. Forse, però, non bisogna disperare; anche in Germania, se centro cattolico, democratici e socialisti-democratici riescono a stringersi insieme, possono tenere a segno i fanatici delle due estreme destra e comunista. L’esito delle elezioni francesi dovrebbe incoraggiare i partiti medi tedeschi a porsi su tal via; che in fondo è quella della accettazione pura e semplice del rapporto dei periti.

 

 

A porsi su tal via possono efficacemente concorrere Inghilterra ed Italia. Queste, che sempre sono state favorevoli ad una azione ferma bensì, ma non truce in materia di riparazioni, erano state paralizzate dalla condotta della Francia, a cui dalle alleate si doveva di fatto forzatamente riconoscere, per ragion di sicurezza, uno speciale diritto di iniziativa. Finché Poincaré si ostinava nell’occupare militarmente ed economicamente la Ruhr, Inghilterra ed Italia potevano lamentare le conseguenze nulliste di tale politica; ma ragionevolmente non potevano spingersi sino ad un conflitto vero e proprio con l’alleata. Il prevalere delle forze di sinistra in politica interna, il che è sinonimo di moderate in politica estera, offre all’Intesa una magnifica occasione di ricostituire il fronte unico di fronte alla Germania. Tanto più agevolmente lo si può ricostituire, in quanto oramai si tratterebbe di chiedere alla Germania soltanto l’adempimento di condizioni che un rapporto autorevole dichiara vantaggiose al vinto ed anzi tali da garantirne il rapido risorgimento economico. Spiace che taluni tra i più sinistri seguaci di quel Caillaux, tenuto a ragione durante la guerra come propenso a genuflettersi dinanzi alla Germania imperiale, siano rientrati alla camera francese in veste di vittoriosi. Ma poiché la reazione delle masse elettorali non fu rivolta contro una politica di fermi accordi con la Germania, ma sovratutto contro le imposte alte, contro i prezzi esorbitanti, conseguenze a loro volta della cecità del dopo-guerra in materia di riparazioni, così gli uomini politici francesi chiamati al potere non tarderanno ad accorgersi che essi susciterebbero in paese un’altra e forse più violenta reazione se troppo a fondo urtassero i sentimenti patriottici del paese. La risultante ultima di queste forze contrastanti appare dunque oltremodo favorevole alla pace dell’Europa, ove gli statisti dell’Intesa sappiano accordarsi tra loro ed impedire in Germania un’alzata di scudi dei nazionalisti estremi.

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