La voce dei campi

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 24/01/1900

La voce dei campi

«La Stampa», 24 gennaio 1900

 

 

 

Da due mesi sulla stampa agraria e nelle adunanze degli agricoltori italiani si discute vivamente e appassionatamente un programma di riforma agraria che l’on. Maggiorino Ferraris ha esposto per la prima volta nella Nuova Antologia del 16 novembre 1899.

 

 

Cosa strana, l’agricoltore nostro, di solito così scettico e diffidente intorno a tutto ciò che è di provenienza parlamentare o governativa, si è interessato assai alla riforma agraria proposta del deputato di Acqui, ne ha fatto quasi segnacolo in vessillo della redenzione della stanca e sfruttata terra italica; ed un ordine del giorno della Società degli agricoltori italiani ha fatto adesione piena e cordiale alle linee principali del disegno di riforma agraria ed ha affidato ad una Commissione l’incarico di curarne il modo di applicazione pratica.

 

 

Incoraggiato da tanto e così autorevole consenso di dotti e di uomini pratici, sospinto dalle critiche molteplici rivolte al suo progetto, l’on. Ferraris ritorna sull’argomento nell’ultimo numero della Nuova Antologia. Sembra perciò opportuno di riassumere ai lettori della Stampa i lineamenti della riforma agraria e le critiche principali che al progetto si possono rivolgere.

 

 

Quale è il bisogno principale della nostra agricoltura? Capitali a buon mercato e conoscenza dei mezzi più adatti per applicare i capitali alla terra con profitto. Le braccia abbondano in Italia. Il contadino italiano è dotato di attitudini mirabili; solo il difetto di istruzione rende meno remunerativa l’opera sua. Il contadino, inoltre, per mancanza di capitali e di spirito di associazione, non ha saputo adattare e trasformare abbastanza rapidamente i suoi metodi agricoli secondo le mutate vicende dell’economia internazionale.

 

 

La produzione moderna esige grandi quantità, qualità perfezionate, tipi costanti, smercio largo e regolare. Tutto ciò non si ottiene che mediante un complesso di associazioni agrarie che assuma il carattere di un’organizzazione economica progredita. Le industrie rurali del burro, del formaggio, dei vini, degli olii si elevano dalle forme della lavorazione casalinga a quelle di vasti stabilimenti dotati di macchine e di processi perfezionati. Ma ciò esige istruzione e capitali che non si ottengono che mediante l’associazione. Agricoltori italiani, uniamoci e saremo forti e ricchi! ecco la parola che dovrà redimere la terra nostra.

 

 

A queste parole è inspirato il progetto di riforma agraria. In ciascun capoluogo di mandamento i proprietari di fondi rustici sono chiamati a costituire su basi elettive un’Unione Agraria, a cui è annessa una Cassa di prestanze agricole. Ogni Ufficio rurale di posta funziona come agenzia. Avremo così: 1800 Unioni agrarie mandamentali; 1800 Case agrarie, e circa 3000 agenzie sparse sino negli ultimi villaggi del Regno, in modo da giungere ai più piccoli ed oscuri contadini. Le Unioni mandamentali somministrano, in contanti od a credito agli agricoltori che lo desiderano, ed esclusivamente in natura, le materie prime e le scorte vive e morte necessarie all’esercizio dei loro poderi: semi, pianticelle, concimi, zolfo, solfato di rame, pali e fili di ferro per viti, bestiame, strumenti, macchine, ecc. Le Unioni sono aggregate a cattedre ambulanti di agricoltura, ripartite per province e per circondari, cosicché ogni operazione agraria è consigliata, diretta e preparata da persona tecnica, e si associano in alto grado il capitale e l’istruzione per il bene dell’agricoltura.

 

 

Per gli acquisti le Unioni mandamentali vengono raggruppate in circa 16 Unioni regionali, che di regola provvedono alle operazioni nell’interno del Regno; sono infine consociate in una Unione nazionale per le operazioni e gli acquisti all’estero. Si hanno in tale guisa tutti i vantaggi del commercio e dei trasporti all’ingrosso: persone tecniche per la scelta, spese generali ridotte al minimo, prezzi miti, qualità genuine garantite da analisi chimica.

 

 

Le Unioni regionali e l’Unione nazionale funzionano pure come Casse di compensazione per il movimento dei fondi. Il credito diretto degli agricoltori è accordato, in natura e sotto forma di conto corrente, esclusivamente dalle Unioni mandamentali locali. Esso non potrà in nessun caso superare 25 volte l’ammontare dell’imposta fondiaria erariale a cui ciascun proprietario è soggetto, purché il suo podere, libero da ipoteche, presenti un valore doppio. Si comincerà dalle quote di imposta minori, ad esempio da 20 lire, per salire a quelle maggiori a misura che crescono i mezzi. La scadenza del credito non eccederà i tre mesi dal rispettivo raccolto: l’esazione si farà in ogni modo mediante la procedura infallibile della riscossione dell’imposta fondiaria. I fondi per l’esercizio del credito agrario saranno somministrati dalle eccedenze dei depositi delle Casse postali di risparmio che, in tempi normali, si possono per il prossimo decennio calcolare in una media di 50 milioni l’anno.

 

 

La riforma agraria pone quindi in dieci anni a disposizione dell’agricoltura nazionale un credito di mezzo miliardo di lire a circa il 4 per cento. Ma collegando le Unioni alle nostre provvide Casse ordinarie di risparmio ed alle Banche popolari che insieme hanno intorno due miliardi di depositi in continuo aumento, si può sperare che esse vi concorrano per altri 500 milioni di lire, in operazioni solidissime di accreditamenti e di sconto al saggio corrente del denaro, che varierà fra il 4 e il 5 per cento. Si avrà quindi in dieci anni un miliardo di lire di credito agrario, ai più miti saggi del mercato, dato in natura agli agricoltori del regno, col sussidio prezioso della scienza e dell’istruzione, per il solo scopo della coltivazione dei loro poderi. Il credito sarà quindi accordato nella misura rigorosamente necessaria, e senza alcun pericolo di abusi, di consumi improduttivi, di speculazioni o di destinazioni diverse.

 

 

L’intero ordinamento è autonomo, sotto il solo impero delle leggi dello Stato: è creato, esercitato e controllato dai proprietari e per il bene loro. È quindi sottratto ad ogni ingerenza del Governo come ad ogni influenza politica.

 

 

Questo il progetto di riforma agraria che così grande eco ha avuto nelle campagne italiane. In verità, la speranza di ottenere un miliardo di lire di credito a buon mercato era tale da rendere gli agricoltori lieti di avere finalmente trovato un rimedio alle loro sventure, un balsamo alla loro cronica mancanza di danaro, un mezzo per fecondare i loro campi sterili ed assetati di concimi fertilizzanti, di arature profonde, ecc. Accanto alle lodi non mancarono le critiche e di queste talune così importanti da obbligare l’autore del progetto di riforma agraria a tenerne conto.

 

 

Si disse: l’organizzazione progettata è troppo macchinosa, è un nuovo organo burocratico aggiunto agli altri molti che funzionano male e sono fonte continua di attriti e di sprechi. Quale rete immensa di uffici e di impiegati si distenderà sul regno d’Italia, quando saranno create 1800 Unioni, 1800 Casse, 3000 Agenzie, ecc.! Un vero nido per il parassitismo burocratico che divorerà fino alle ossa il povero agricoltore italiano, illuso dalla speranza di trovare il credito a buon mercato, e colto invece in una rete di ferro che obbligatoriamente sottoporrà ad ipoteche i suoi beni, e lo indurrà a comprare merci e fertilizzanti dall’Unione di cui per legge fa parte.

 

 

Nulla di tutto questo, si rispose. Il proprietario ricorrerà al credito delle Casse rurali ed alle somministrazioni delle Unioni, prenderà parte alle votazioni soltanto se e quando lo voglia. In caso diverso, potrà trascorrere l’intiera vita, ignorando del tutto l’esistenza dell’Unione agraria. La obbligatorietà si riduce dunque a ben poco. Le Unioni svolgeranno la loro azione senza bisogno di una nuova burocrazia. Gli ufficiali postali saranno ben lieti di aggiunger ai loro modesti emolumenti una piccola somma tenendo i conti della Cassa e provvedendo alle somministrazioni agrarie ai richiedenti.

 

 

Impossibile, si aggiunge ancora, che le Unioni si possano costituire in tutte le regioni d’Italia. Nel settentrione d’Italia forse si costituiranno con una certa facilità; ma è qui appunto che la loro necessità è meno sentita perché al credito agrario provvedono le Casse ordinarie di risparmio e le Banche popolari; mentre nel Mezzogiorno e nelle isole difficilmente le Casse potranno costituirsi, per l’inerzia evidente degli interessati, per la difficoltà di trovare amministratori onesti e non infeudati a qualche camorra locale.

 

 

Anche qui si riconobbe dal Ferraris che non vi è nessuna ragione perché le 1800 Unioni si debbano costituire tutte insieme nei primi anni. L’Amministrazione agraria non può accumulare esperienza e fondi che lentamente, e può essere vantaggioso che la sua azione si estenda a gradi, anche a misura che le popolazioni ne apprezzano l’utilità. Dove già esistono Casse autonome che esercitano il credito agrario sarà bene che l’azione loro sia coordinata coll’azione delle Unioni. Quanto alla difficoltà di trovare dappertutto amministratori onesti e capaci, sarà compito degli agricoltori italiani dimostrare che si tratta di una difficoltà infondata e di una offesa gratuita alla loro intelligenza ed al loro carattere. Si obbiettò inoltre che era pericoloso impiegare nel fornir credito alla terra delle somme che debbono sempre trovarsi a disposizione dei depositari delle Casse postali di risparmio; ma si osservò che soltanto i depositi eccedenti i 600 milioni sono impiegati nel dar credito non alla terra, ma agli agricoltori con una serie di cautele che rendono molto più solido tale impiego che non quello in titoli di Stato, od in prestiti improduttivi alle Province od ai Comuni.

 

 

A questo punto all’incirca si trova la controversia intorno alla riforma agraria ideata dall’on. Maggiorino Ferraris. Noi sottoscriveremmo volentieri al progetto integrale del Ferraris se non fossimo convinti della necessità pel nostro paese di ridurre, e non aumentare, le ingerenze dello Stato nella vita economica dei privati.

 

 

La riforma agraria sarà vitale se fondata sul principio della cooperazione libera. Non vi è dubbio che se la riforma verrà attuata all’infuori dell’intervento dello Stato, senza che essa venga imposta per legge, fidandosi soltanto nell’interesse degli agricoltori di procurarsi a buon mercato i depositi delle Casse postali essa potrà cominciare ad avere una qualche applicazione pratica in talune regioni italiane, scelte nelle varie plaghe del nostro territorio. E poi l’esperienza dimostrerà se si tratti di organismo vitale e quali accorgimenti debbano impiegarsi per renderlo tale davvero ed impedirgli di trasformarsi, ciò che sarebbe esiziale, da un’organizzazione libera ed autonoma in un organo burocratico dello Stato. Se si toglierà la solidarietà obbligatoria imposta, sebbene in via sussidiaria, per la garanzia dei debiti, di tutti i contribuenti anche se non abbiano chiesto credito alla Cassa, solidarietà che viola il diritto di proprietà privata sancito nei nostri codici, noi non sappiamo vedere in che cosa nella realtà le unioni e le Casse Agrarie differiscono da un istituto libero ed autonomo. Ma, supposto che la riforma agraria ideata dall’on. Ferraris abbia la virtù di aumentare la produzione delle nostre terre, un altro problema si presenta: dove e come smerciare le derrate prodotte in tal guisa in maggior quantità?

 

 

Se non ci inganniamo, dalla soluzione di questo quesito dipende la possibilità di aumentare la produzione. Finora non sembra che di questo argomento si sia trattato con quella larghezza che è richiesta dall’importanza della questione.

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