Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

La volontà del pareggio

«Corriere della Sera», 9 marzo 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 133-138

 

 

 

La cifra di 251 milioni di economie annunciata dal ministro De Stefani per il suo dicastero delle finanze si presta a più d’una considerazione. Ritornano alla mente le parole che il presidente del consiglio pronunciava il 16 novembre quando si presentava per la prima volta alla Camera:

 

 

«Senza i pieni poteri voi sapete benissimo che non si farebbe una lira – dico una lira – di economie… Abbiamo ognuno di noi il senso religioso del nostro difficile compito. Il paese ci conforta ed attende. Non gli daremo ulteriori parole, ma fatti. Prendiamo impegno formale e solenne di risanare il bilancio e lo risaneremo».

 

 

Le parole solenni non ci ritornano alla mente per confrontarle coi fatti ed affermare che non furono conseguiti sinora risultati sufficienti. Non apparteniamo alla schiera di coloro i quali pretendono che in pochi mesi si dovesse toccare il pareggio. La riduzione deliberata sul suo bilancio dal ministro delle finanze e l’impegno assunto verso di lui dai suoi direttori generali di rimanere entro i limiti dello stanziamento ottenuto sono per noi un gran passo sulla via del bene. Siamo ancor lontani dai 5 miliardi di economie che si dovrebbero fare per conseguire senz’altro il pareggio, ma non dovrebbe essere impossibile una diminuzione di spese di 2 miliardi che è forse tutto ciò che si può pretendere per il prossimo esercizio. Da 17,4 miliardi di disavanzo nel 1920-1921 siamo discesi ad 8 nel 1921-1922 ed a 5 nel 1922-1923. Gli ultimi miliardi saranno i più duri da far scomparire. È opera più ardua e coraggiosa ridurre le ultime spese, quelle per le quali è più agevole la dimostrazione della necessità, che non quelle per le quali tutti sono d’accordo nel constatare la temporaneità e la superfluità.

 

 

Perciò è necessario che alla revisione del bilancio delle finanze risponda quella degli altri ministeri. Si è cominciato ora con i bilanci degli interni e degli esteri; ed era naturale data la responsabilità che nella loro formazione ha il capo del governo. Bisogna seguitare. In tutti i paesi ed in tutti i regimi, i ministri preposti alla spesa hanno sempre opposto una resistenza spiegabile ai moniti d’economia. È abbastanza notevole che i moniti del ministro delle finanze siano ascoltati con rispetto, ma i suoi colleghi porgono, quasi senza volerlo, l’orecchio meglio pronto a chi ad essi fa presenti le necessità ineluttabili del servizio, i pericoli di disorganizzare compagini utili di pubblici funzionari, l’urgenza della difesa del paese o della lotta contro l’analfabetismo o la malaria. Anche senza volerlo, i ministri della spesa sono spinti dalla loro stessa natura a preferire quelle economie le quali non destino malcontenti. Si sono soppresse commissioni; e la soppressione fu tanto più facile quanto meno quelle commissioni lavoravano. Ma forse, appunto perché  non lavoravano, costavano anche poco. Si è annunciata la soppressione dei lavori pubblici non improrogabili; ma la cifra preventivata per quelli detti improrogabili non mancò di incutere spavento. Come fu fatta la classificazione e chi fu incaricato di farla?

 

 

Il tempo è venuto dunque in cui tutti i ministri devono, ad uno ad uno, annunciare la cifra precisa delle economie che essi si assumono l’impegno di attuare nel proprio bilancio. Le più grosse economie, certamente, dovranno essere ottenute nei bilanci delle ferrovie, delle poste e telegrafi e dei lavori pubblici. Lì si annidano i pericoli più gravi e lì si appuntano le speranze maggiori; perché si tratta di servizi i quali devono bastare a se stessi e per i quali un rinvio è sempre preferibile alla continuazione del disavanzo. Difendere il paese, mantenere la giustizia e la pubblica sicurezza sono necessità assolute di stato, rispetto alle quali si può e si deve discutere sul più o sul meno, ma non si può e non si deve, ad ogni costo, arrivare, per amor di economie, allo stanziamento zero. Ma in tema di lavori pubblici spesso si deve arrivare allo zero.

 

 

Costruire, infatti, una ferrovia, una strada, un porto è sempre un problema di sì o di no, di vantaggi in confronto ai danni; ed in tempi di disavanzo è a priori certissimo che il vantaggio è infinitamente più piccolo ed incerto del danno certo e gravissimo del disavanzo. Quando si parta dalla premessa che ogni opera pubblica è un debito onerosissimo a carico dello stato, è un inceppamento alla consecuzione del pareggio ed è perciò un ostacolo a quei risparmi di centinaia di milioni che si potranno conseguire, sugli interessi passivi del debito pubblico, appena sarà annunciato il pareggio. È manifesto il primo dovere del ministro dei lavori pubblici di ridurre gli stanziamenti del suo bilancio al minimo necessario per proseguire i lavori iniziati, i quali non possano assolutamente essere sospesi, e per mantenere gli impegni non stornabili verso le imprese assuntrici di lavori già appaltati. Tutto il resto, sia rinviato senza pietà a tempi migliori. Tutti i bilanci sono ingombrati da stanziamenti che non v’è possibilità di esaurire nell’anno; ma il bilancio dei lavori pubblici è il maggior peccatore. Forse è necessario scrivere in bilancio tutti i milioni che le leggi vigenti ordinano di spendere nell’esercizio in corso? Mai più. Si scrivano solo le somme che è impossibile non spendere; ed il resto si annoti a margine per memoria. Il bilancio acquisterà snellezza e veridicità; e si cesserà di alimentare speranze ingiustificate.

 

 

Anche i ministeri della difesa nazionale debbono tuttavia aiutare il presidente ed il ministro delle finanze nel conseguire economie. Neppure essi cioè devono sottrarsi alla necessità di proporzionare i loro mezzi alle possibilità finanziarie. Distrutta la potenza militare della Germania e dell’Austria, rimasta in piedi, fuor del nostro paese, una sola grande potenza militare, la Francia, e questa occupata dal problema delle riparazioni e della guardia al Reno, ricuperati i confini militari naturali, tagliato via il pericoloso saliente del Trentino, migliorato grandemente il confine Giulio in confronto a quello artificiale di prima, fatta nostra Pola, distrutta la marina militare austroungarica, la difesa dell’Italia dovrebbe oggi essere meno costosa che nell’anteguerra. D’altra parte i patti di Washington vietano la gara dei grandi armamenti navali, e le grandiose rimanenze di armi e di munizioni ricevute in eredità dalla guerra ci consentono di respirare per qualche tempo innanzi di provvedere su vasta scala alla rinnovazione del materiale. Bisognerà pensare degnamente all’aviazione, ché questa non si improvvisa; e forse converrà del pari che il ministero della guerra si assicuri la possibilità tecnica di produrre i mezzi micidiali di morte che la guerra ultima ha divulgato e la scienza continua a perfezionare. Ma potremo in compenso disporre ancora per parecchi anni di una massa di uomini agguerriti e periti nel combattere, ufficiali e soldati, quale prima della guerra non possedevamo; sicché per qualche tempo sarà più facile formare i quadri e riempirli di uno splendido materiale umano. Sono molto cresciuti di numero i carabinieri ed è sorta la nuova milizia nazionale; ma in compenso fu sciolta la guardia regia, che i tecnici reputavano il più costoso dei corpi armati, mentre si deve sperare che, migliorate le condizioni del paese, il numero dei carabinieri torni ad essere presso a poco quello di prima.

 

 

Ove si tenga conto di questi fatti, non è presunzione dire ed è patriottico pensare che la spesa militare, compresi i carabinieri e l’aviazione e la milizia nazionale, debba essere contenuta in limiti più bassi piuttosto che più alti di quelli che risulterebbero dalla moltiplicazione della spesa antebellica per il coefficiente di deprezzamento della moneta. Nessun pericolo imminente urge sullo stato ingrandito e rafforzato contro nemici assai meno minacciosi di una volta; alta e viva è la fiamma del patriottismo che rende gli italiani soldati assai più formidabili che nel 1914. Oggi non importa tanto spendere molto, quanto spendere bene. Bisogna profittare di questi anni, in cui possiamo vivere in parte sulle forze morali e materiali meravigliose create ed accumulate nel tempo di guerra e rifiorite oggi, per costruire una salda organizzazione militare. Bisogna sovratutto cementare le forze morali, tenere pronti i quadri, essere preparati ad utilizzare in ogni momento le forze esistenti ed a suscitarne di nuove, quando l’ora del pericolo nuovamente suonasse. Non invochiamo una politica di raccoglimento; ché l’Italia deve tenere un gran posto nell’arringo delle nazioni; ma una politica di preparazione, che tenga conto delle necessità di risanare il bilancio in pochi anni, come solennemente promise il presidente del consiglio, e metta in grado lo stato di potere fare il massimo sforzo quando lo sforzo debba essere compiuto.

 

 

Oggi la politica del pareggio coincide con la politica della più perfetta preparazione alla difesa. A nulla varrebbe crescere oggi di un miliardo le spese militari, quando ciò volesse dire la continuazione dello stato di debolezza presente dell’erario. Domani, ove l’Italia debba nuovamente difendersi in campo, dovrà contare sulle sole sue forze; il che vuol dire sul suo credito. Uno stato, che abbia il bilancio in disavanzo, deve ricorrere a male arti per trovare prestanze ed è fin dall’inizio indebolito di fronte al nemico.

 

 

Eppure, dipende da noi diventare in breve volgere di anni il paese più saldo per finanza sicura dell’Europa continentale. Nei primi sette mesi dell’esercizio in corso ci indebitammo per una somma che probabilmente non supera i 250 milioni di lire al mese; e non è improbabile che l’indebitamento netto dell’anno, esclusione fatta dei residui passivi lasciati in eredità all’avvenire, non abbia ad eccedere troppo i 3 miliardi. Per giungere dunque alla salvezza, tutto sta a superare il punto morto di un’ulteriore economia di spese di due miliardi di lire; poiché , a tal punto, potremmo dire di essere in salvo. L’ultimo miliardo può legittimamente essere riservato alle cure dell’anno che seguirà quello imminente; poiché  si potrà tener conto allora dei frutti di minori spese per interessi del debito pubblico e di maggiori entrate, i quali saranno la conseguenza di una ferrea politica di economie. Come il disavanzo genera disavanzo maggiore; così le economie e la riconquista della fiducia creano la possibilità di ulteriori miglioramenti di bilancio.

 

 

Nessun grande stato del continente europeo è , ripetiamolo, in grado di toccar la meta meglio di noi. Non la Francia, che deve fidare nelle riparazioni per provvedere al bilancio straordinario della ricostruzione ed è ben lungi dal pareggiare il bilancio ordinario. Non la Germania, non la Russia. Occorre uno sforzo di volontà per metterci risolutamente alla testa dei paesi belligeranti, ristorare il credito dello stato e inaugurare l’era delle conversioni del debito pubblico, la quale darà ai ministeri della spesa ristoro ben maggiore di quanto possono oggi ottenere temporeggiando nell’effettuare le urgenti economie.

 

 

Questo sforzo di volontà hanno dimostrato di voler compiere gli on. Mussolini e De Stefani. Vorranno gli altri ministri assumersi la responsabilità di farlo fallire allo scopo?

 

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