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Miti e paradossi della giustizia tributaria

La vuota boria dei sommi principii utilitaristici dell’imposta

Miti e paradossi della giustizia tributaria, Einaudi, Torino, 1967, pp. 154-171

 

 

 

 

152. Alla radice dell’idea della giustizia tributaria sta la seguente massima dell’oratore che nel consiglio grande di Firenze parlò in difesa della imposizione della decima scalata[1] proposta all’epoca della guerra di Pisa.

 

 

Quella gravezza s’ha a chiamare eguale, che grava tanto el povero quanto el ricco; perché, e quando uno povero paga in comune una decima delle entrate sue ed uno ricco paga una decima, ancora che la decima del ricco getti più che quella del povero, pure molto più si disordina el povero di pagare la sua decima, che el ricco la sua. Però la egualità di una gravezza non consiste in questo, che ciascuno paghi per rata tanto l’uno quanto l’altro, ma che el pagamento sia di sorte, che tanto si incommodi l’uno quanto l’altro.

 

 

«L’incommodo»di Francesco Guicciardini ebbe nome di «sacrificio» da Geremia Bentham, capo degli utilitaristi; ed all’idea dell’incommodo risalgono le spiegazioni che in varie forme si danno dell’imposta moderna. Alla radice di questa sta il concetto di un sacrificio a cui il cittadino è chiamato a pro dello stato. La bontà o giustizia dell’imposta non è saggiata dal confronto fra le quantità di moneta pagata dai cittadini; ma dal confronto fra l’incommodo o sacrificio o pena o dolore sofferto dai cittadini in conseguenza del pagamento di date quantità di moneta. Non perché ciascuno paghi 1000 lire, o il 20% del proprio reddito o l’1% del patrimonio dovrà dirsi giusta l’imposta; ma perché la somma pagata, qualunque sia, cagiona ad ognuno un sacrificio od incomodo che sia uguale e proporzionale a quello di ognun altro. Lo stato, per fermo, non incassa sacrifici, bensì moneta. Ma il criterio di decidere sul giusto quantum di moneta da prestare è l’incomodo che quella prestazione monetaria reca al cittadino.

 

 

L’introspettivo psicologico è la premessa del concreto esteriore monetario.

 

 

153. Attraverso Bentham, Edgeworth, Cohen Stuart ed altri insigni la teoria dell’oratore fiorentino ha assunto una forma la quale potrebbe essere divulgata così:

 

 

Schema I

 

 

VI

5

V

6

6

IV

7

7

7

III

8

8

8

II

9

9

9

I

10

10

10

Tizio

Caio

Sempro

nio

 

 

Sia la consueta società perfetta di tre individui Tizio Caio e Sempronio, provveduti rispettivamente di 6, 5 e 4 unità di ricchezza. Siano le unità di ricchezza, per ipotesi, tutte fisicamente uguali l’una all’altra o, con qualche espediente, configurate in modo da essere dagli uomini fatte uguali alle unità di un bene di paragone o numerario. Ognuno attribuisce alle successive unità di ricchezza un pregio di utilità decrescente, che nel diagramma è indicato con i numeri astratti 10, 9, 8, 7, 6 e 5.

 

 

154. L’imposta può essere prelevata sulle tre dramatis personae, a norma di tre differenti significazioni che possono attribuirsi al concetto del sacrificio.

 

 

155. Il sacrificio può essere uguale; il che significa dovere ognuno dei tre contribuenti pagare tal somma monetaria d’imposta, qualunque sia, la quale cagioni ad ognuno di essi un sacrificio uguale a quello sofferto da ognun altro. Se, pagando una – evidentemente l’ultima o VI – dose fisica o monetaria di ricchezza, Tizio subisce perdita misurata, in termini di sacrificio, col numero 5, Caio deve pagare cinque sesti della sua V unità, perché così anche il suo sacrificio sarà misurato con 5 e Sempronio deve pagare cinque settimi della sua IV unità, allo scopo sempre di misurare col numero 5 la perdita da lui sofferta. La verità del principio dell’uguaglianza è assiomatica. In una società di uomini uguali, chi oserebbe sostenere la disuguaglianza della imposta?

 

 

156. Il sacrificio può essere minimo; il che significa dovere ognuno dei tre contribuenti pagare tal somma monetaria di imposta, qualunque sia, la quale cagioni alla collettività dei tre un minimo di sacrificio. Se il fabbisogno dello stato e di una unità fisica o monetaria di ricchezza, quell’una unità deve essere tutta prelevata su Tizio. Quale altro metodo farebbe, invero, subire alla collettività un sacrificio minore di 5? Se il fabbisogno dello stato fosse di 3 unità, 2 (la V e la VI) dovrebbero essere offerte da Tizio, ed I (la V) da Caio. Il sacrificio della collettività sarebbe di 5 + 6 + 6 = 17; ed ogni altra distribuzione dell’imposta darebbe luogo ad una somma di sacrificio maggiore. Anche il principio del sacrificio minimo è assiomatico. Se lo stato deve toccare una meta, ottenere un vantaggio pubblico, compiere l’ufficio suo, perché la società dovrebbe all’uopo sostenere un sacrificio maggiore del minimo pensabile? È conforme alla logica che se un risultato può essere ottenuto con un sacrificio totale 17 (5 + 6 sopportati da Tizio, 6 da Caio) non debba ottenersi con un sacrificio totale 18 (5 sopportato da Tizio, 6 da Caio e 7 da Sempronio) o con qualunque altro sacrificio totale maggiore di 17.

 

 

Il principio del sacrificio minimo va più innanzi. Poiché l’opera dello stato, nella mente degli utilitaristi, è intesa a procacciare la massima felicità possibile del massimo numero possibile dei componenti la società – ed anche siffatta proposizione è per essi assiomatica, per la impossibilità di asserire il contrario – l’imposta non è esaurita coll’esaurirsi del fabbisogno proprio dello stato. Se anche, per ipotesi, il fabbisogno fosse già od altrimenti coperto, si dovrebbe tuttavia nello schema 1 prelevare o continuare a prelevare da Tizio la VI unità di ricchezza cagionandogli un incommodo uguale a 5, per darla a Sempronio, il quale da questa, per lui V, unità ricaverebbe un commodo uguale a 6. La felicità od il commodo collettivo per tal modo crescerebbe di una unità, obbedendo all’imperativo della massima felicitazione collettiva. Se le fortune sono meglio differenziate, cosicché invece dello schema [1] si abbia lo schema [2], il teorema del sacrificio minimo dice che bisogna togliere a Tizio le ultime tre dosi di ricchezza che per lui hanno l’indice di utilità 5, 4 e 3 per darne una a Caio, a cui si fa acquistare 6 e due a Sempronio a cui si fa acquistare 7 e 6. La felicità o commodo totale della collettività dei tre passa da 52+34+27=113 a 40+40+40=120. Il massimo commodo sociale si raggiunge quando l’utilità o commodo marginale della ultima (per tutti ora la V) dose di ricchezza posseduta è uguale per tutti i componenti la società, ad esempio è misurata dall’indice 6.

 

 

Schema II

 

 

VIII

3

VII

4

VI

5

V

6

6

6

IV

7

7

7

III

8

8

8

II

9

9

9

I

10

10

10

Tizio

Caio

Sempro

nio

 

 

A questo punto cessa la ragione dello stato di prelevare e redistribuire.

 

 

Il principio del sacrificio minimo dicesi perciò anche del livellamento delle fortune o del taglio delle teste degli alti papaveri.

 

 

157. Il sacrificio può essere proporzionale; il che significa dovere ognuno dei tre contribuenti pagare tale somma monetaria, qualunque essa sia, la quale cagioni ad ognuno di essi un sacrificio il quale sia l’identica proporzione della felicità che essi prima traevano dal possesso della ricchezza.

 

 

Sia che la felicità di Tizio sia misurata (schema 1) coll’indice 45 (10+9+8+7+6+5 quella di Caio con 40 e quella di Sempronio con 34 ovvero che la felicità di Tizio sia misurata (sempre nello schema 1) coll’indice 30 (5 indice della utilità della ultima unità di ricchezza posseduta moltiplicato per il numero, 6, delle unità possedute) quello di Caio con 30 (6×5) e quello di Sempronio con 28 (7×4), ognuno paghi tanta moneta quanto occorre perché il sacrificio di ognuno sia uguale, ad esempio, ad un decimo della felicità che avrebbe goduto in assenza dell’imposta. Anche il principio del sacrificio proporzionale è assiomatico, per la impossibilità di asserire il contrario. Su qual fondamento logico poggiare la pretesa che l’uno debba perdere la decima, l’altro la quinta ed il terzo la ventesima parte della propria felicità?

 

 

158. I tre principii, ugualmente assiomatici ad un primo sguardo, sono tuttavia significativi? La domanda non è impertinente. Solo l’analisi può dichiarare se una proposizione, la quale sembra per se stessa evidente, abbia un contenuto. I tre principii del sacrificio avrebbero invero un senso logico soltanto se noi potessimo supporre:

 

 

1)    che le unità di beni o di moneta considerate siano finite e le une alle altre uguali e fungibili o sostituibili. Noi saremmo grandemente imbarazzati se ci trovassimo dinnanzi ad una miscellanea di beni diversi: case mobilio vivande vestiti terreni navi azioni. Pur trattandosi di mera difficoltà concreta è bene che il calcolo delle unità sia compiuto su unità monetarie, ad esempio lire, tutte uguali le une alle altre e bastevolmente piccole per poter approssimativamente affermare che ogni particella della medesima unità.

 

2)    Che ogni individuo sia in grado di misurare i commodi delle varie dosi o unità delle proprie ricchezze e l’incommodo dell’esserne privati dall’imposta.

 

3)    Che per ogni individuo e a partire da un certo punto, l’unità delle successive doti di ricchezza sia decrescente, cosicché il commodo prestato da una lira, sia minore del commodo prestato dalla lira immediatamente precedente (99a) e maggiore di quello della lira (101a).

 

4)    Che si possa postulare la esistenza di uno strumento introspettivo, il quale fotografi le reazioni psicologiche quantitative di ogni uomo di fronte all’acquisto o alla privazione delle successive unità di ricchezza.

 

 

Schema III

 

VI

5

V

6

10

IV

7

15

1

III

8

25

4

II

9

20

7

I

10

5

12

Tizio Caio Sempro

nio

 

 

 

Non si può escludere la possibilità di individui così conformati: Tizio, uomo regolo e medio, Caio, eccitabile ai godimenti solo a partire da un certo punto e facilmente stanco, poi, della immaginata felicità, Sempronio, dai pochi bisogni e privo di sensibilità al vantaggio dell’acquisto di nuove dosi di ricchezza. Coll’aiuto dello psicoscopio, lo stato potrebbe agevolmente repartire l’imposta monetaria, in guisa da soddisfare ai requisiti dei tre principii del sacrificio uguale, minimo o proporzionale. Non rifaccio i calcoli, che si riducono a meri esercizi di aritmetica elementare.

 

 

Poiché le premesse concorrenti del sacrificio uguale o minimo o proporzionale sono tutte e tre, per ragionamento ab absurdo, assiomatiche:

 

 

  • se fossero note le curve della utilità della ricchezza per i singoli;

 

  • sarebbe possibile calcolare, per ognuno dei componenti la società, l’imposta che egli dovrebbe pagare soddisfacendo alla condizione che ogni contribuente subisca un sacrificio uguale o proporzionale o la collettività dei contribuenti un sacrificio minimo.

 

 

Noi potremmo chiamare razionale l’imposta così costruita, perché fondata su assiomi (a), su constatazioni di fatto (b) e su deduzioni logicamente ineccepibili da a e da b.

 

 

159. Condizione necessaria per la costruzione di questo tipo di imposta razionale è l’esistenza del sopralodato psicoscopio.

 

 

Lo psicoscopio non esiste, né lo possiamo sostituire con il metodo della confessione auricolare al procuratore alle imposte. Essendo incontrollabile, per la sua indole interna, se non dinnanzi al tribunale di Dio, la confessione dinnanzi al tribunale degli uomini non avrebbe alcun valore. È necessario perciò che lo stato sostituisca una sua valutazione a quella dei singoli. Ma dovendo lo stato essere imparziale, la sua valutazione non può essere arbitrariamente diversa da uomo a uomo. Lo stato deve necessariamente assumere un uomo medio, fornito di medie ordinarie comuni reazioni psicologiche di fronte all’acquisto od alla perdita delle successive dosi di ricchezza. Dovrebbe essere ed è di fatto immaginato un qualche schema, del tipo dello schema 1, nel quale si faccia l’ipotesi che la curva della decrescenza dell’utilità delle successive dosi di ricchezza sia di una data forma e questa sia uniforme per tutti i componenti la società.

 

 

Il tipo dell’imposta così costruita è del tutto diverso da quello che sopra fu detto razionale. Restano ferme, è vero, le tre premesse assiomatiche della ripartizione dell’imposta a norma del principio del sacrificio uguale ovvero minimo ovvero proporzionale. Ma, in luogo della conoscenza delle curve effettive della utilità delle successive dosi di ricchezza per i singoli componenti la società, noi conosciamo una curva inventata dal legislatore, una curva che il legislatore suppone propria di una astrazione detta uomo medio. C’è chi si contenta e, ragionando filato, giunge a costruire tipi di imposta i quali sono presentati al colto pubblico e all’inclita guarnigione come l’incarnazione della giustizia tributaria. In verità si è compiuto solo una elegante esercitazione scolastica, forse utile a mettere in evidenza l’attitudine del discente a scoprire e dello studente ad imparare le proprietà di certe curve dal punto di vista della geometria e del calcolo.

 

 

La sostanza economica dell’esercizio, sia detto con sopportazione, è zero. Allo stato attuale delle conoscenze, nessuno è riuscito a varcare il ponte fra le valutazioni individuali, disformi una dall’altra ed inconoscibili, della curva dell’utilità della ricchezza e la uniforme valutazione statale.

 

 

Stringi, stringi, che cosa è quest’ultima? La convinzione che ogni singolo studioso si è formato intorno a quel che egli crede sia la sensibilità dell’uomo medio rispetto alle dosi successive di ricchezza. Sono sentimenti, sono passioni, sono sogni, sono strumenti di lotta dei poveri contro i ricchi, dei lavoratori contro i capitalisti, dei prodighi contro gli avari. Sentimenti, passioni, sogni, strumenti di lotte sociali sono oggetto degnissimo di studio per lo storico. Fondare su di essi una teoria della ripartizione dell’imposta è per il teorico un fondarla apertamente sull’arbitrio.

 

 

Il problema dell’imposta si riduce al seguente: quale è l’imposta la quale soddisfa alla condizione di essere dedotta logicamente da quella curva della decrescenza della utilità delle successive dosi della ricchezza che sia posta uniformemente per tutti i cittadini dal legislatore? Poiché il legislatore può scegliere ad arbitrio fra un numero indefinito di curve tanto val dire che il problema comporta infinite soluzioni, ossia è solubile solo quando si parta dalla premessa che è vera quella soluzione la quale sia voluta dal legislatore.

 

 

Se le cose stanno così, a che la solenne costruzione derivata dal sommo principio utilitaristico? Questo darsi l’aria di grandi scienziati, spregiatori dei volgari pasticci sentimentali e costruttori di edifici logici derivati con lusso di equazioni da assiomi indiscutibili non è, per caso, polvere negli occhi della buona gente? Guardando in fondo, si vede che la costruzione poggia tutta sulla scelta arbitraria fatta dal legislatore, e per lui dallo studioso, di un criterio qualunque di distribuzione dell’imposta consigliata dal buon cuore, dall’opportunità politica, dalla prevalenza di certi sentimenti o di certi interessi. Non è meglio confessare che la signora scienza non ha nulla a che fare con l’applicazione del sommo principio utilitaristico alla distribuzione della imposta; e che si tratta di mere esercitazioni di calcolo più o meno sublime?

 

 

Non escludo affatto che con l’andar degli anni – siamo per ora lontanissimi da un qualsiasi avvicinamento alla meta – si possa costruire un qualche strumento il quale indirettamente si avvicini al miracoloso auspicato psicoscopio. Coll’esame di un numero sufficiente di bilanci di famiglia, distinti per classi di reddito, di professione, di origine sociale, di dimora, in rapporto alle variazioni dei prezzi, potrà forse qualche futuro ufficio statistico costruire indici misuratori, soggetti a revisioni continue, delle reazioni psicologiche alle variazioni della ricchezza. Non oso porre le esigenze della fantastica impresa. Mi contento di affermare che per ora dentro ai tre principii c’è il vuoto assoluto.

 

 

160. Se poi si discorra dei soli due principii, del sacrificio uguale e del sacrificio minimo, che sono anche, come è naturale, quelli maggiormente di moda, alla assurdità già osservata un’altra se ne aggiunge, notissima e distruttrice. Ambi i principii richieggono invero si possa affermare la proposizione: essere un dato sacrificio di Tizio uguale maggiore o minore di un dato sacrificio di Caio o di Sempronio, nell’un caso per potere far sì che il sacrificio dell’uno sia uguale a quello dell’altro e nel secondo caso perché la somma dei sacrifici di tutti sia un minimo. Ossia, i due principii richieggono che si possano paragonare i dolori ed i piaceri sentiti dall’un uomo ai dolori ed ai piaceri sentiti dall’altro uomo. Hic Rhodus, hic salta. Non esiste il ponte di passaggio dalla coscienza di uno a quella di un altro uomo. Tizio, nell’intimo foro della sua coscienza, stima che la I unità della ricchezza gli dia una soddisfazione come 10 e la II come 9. E così fanno Caio e Sempronio (schema I). Ciò vuole semplicemente dire che ognuno dei tre, per conto suo ed, aggiungasi, per miracolo, stima la II dose uguale a nove decimi della I. Ma 10 e 9 sono due valutazioni individuali, due numeri astratti che servono a raffrontare, distintamente per ognuno dei due contribuenti, due sensazioni successive. Potrebbero essere 20 e 18, 40 e 36 ed il rapporto rimarrebbe uguale. Il 10 di Tizio è però uguale al 10 di Caio? Nessuno lo sa; e nessuno potrà mai saperlo, sino all’invenzione dello psicoscopio, il quale sia capace di registrare con la medesima unità di misura le reazioni individuali disgiunte e contemporanee di tutti i componenti la società. Perciò i due principii del sacrificio uguale e minimo sono due giochetti buoni per costringere gli scolari a fare esercizi inutili di sedicente edonimetria tributaria. Mera perdita di tempo, buona per fare venire, in nome della scienza, la pelle d’oca ai papaveri dalla testa alta.

 

 

161. Per conto mio, non ho nessun bisogno di ricorrere all’argomento della pelle d’oca per buttare dalla finestra i due principii derivati dal canone supremo dell’utilitarismo. Basta pienamente l’argomento razionale del salto logico. Quando un ragionamento è illogico, non ha senso seguitare a sfaccettarlo, a trarne partito, e a dire che no e che sì e che la coscienza politica di qua e la coscienza collettiva di là ecc. ecc … Non ha senso e basta. Non ha senso dire che il sacrificio 10 di Tizio e il sacrificio 10 di Caio sono uguali; perché nessuno al mondo sa in che cosa consiste quella uguaglianza. Non ha senso dire che il sacrificio di Tizio della VI, VII e VIII unità essendo di 5+4+3=12 unità (schema II) è un minimo per la società dei tre contribuenti e quindi deve essere scelto, perché nessuno al mondo sa se quel sacrificio sia, per la lodata società dei tre, un minimo o qualcosa di diverso dal minimo. I sacrifici di Tizio, Caio e Sempronio, riferendosi ad esseri senzienti diversi, non sono commensurabili e quindi non sono addizionabili. Se siano più o meno grossi, grossi tanto o tant’altro noi non sappiamo e nessuno sa. Non c’è altro da dire. Se qualcuno ha qualcosa da dire, si faccia avanti e dica il fatto suo in modo chiaro, comprensibile a noi miserabili contribuenti che prima di pagare consapevolmente – a pagare senza sapere il perché non c’è bisogno di essere aiutati da professori di scienza delle finanze; basta l’avviso dell’esattore, con le comminatorie delle multe per ritardato pagamento, pignoramento mobiliare ed esecuzione forzata immobiliare – desideriamo capire le ragioni che ci si raccontano. Coloro che in questa faccenda piana parlano calcolo infinitesimale o infilzano frasi su coscienze politiche, punti di vista superiori collettivi ecc. vivono in un mondo troppo sublimato perché noi si possa attingere alle loro vette. Per noi uomini ordinari, sino a prova contraria la spiegazione razionale dei principii dell’uguale e del minimo sacrificio non esiste, ed esiste invece la presunzione del loro nulla logico.

 

 

162. Il principio del sacrificio proporzionale non soffre invece di salto logico. Non è illogico dire che Tizio, Caio e Sempronio debbano pagare, ciascuno di essi, tanta imposta quanta equivale ad un decimo della propria felicità. Qui non si fanno paragoni somme e sottrazioni. Ognuno dei nostri tre eroi sta esposto, per conto suo, ai colpi dell’imposta. Ognuno dà un decimo di se stesso; e poiché ognuno conosce se stesso e per conoscersi non ha bisogno di conoscere altrui, l’operazione è logica.

 

 

Con una piccola riserva, già fatta, che qui ripeto ad nauseam per ficcarla nella testa di coloro che ci scivolano sopra, senza avvedersi o facendo finta di non avvedersi della portata sua grandissima. Ognuno conosce se stesso e può dichiarare quale è la somma di imposta che, pagata da lui, gli cagiona un sacrificio o incommodo uguale ad un decimo della felicità o commodo procuratogli dalla ricchezza da lui posseduta. Dichiarerà ognuno quel che potrebbe?

 

 

Chi suppone di sì, accetta di trasformare il sistema delle imposte in un sistema di oblazioni volontarie. Il dilemma è preciso: o si crede senza discutere nella verità delle confessioni dei contribuenti ed abbiamo un sistema di oblazioni volontarie; o si discutono e il principio del sacrificio proporzionale va colle gambe all’aria. Nessun ministro delle finanze passato presente o futuro ha accettato od accetterà mai il primo corno del dilemma. Sulle oblazioni volontarie nessuno stato vive. Se non si vuole che tutti si facciano piccoli e dolenti e che le entrate dello stato cadano dalle decine di miliardi alle unità di milioni, è necessario discutere la confessione del contribuente. Se si discute, si sostituisce all’apprezzamento individuale dei commodi ed incommodi, che è il solo reale, un apprezzamento medio statale, irreale e privo di significato. Bisogna che lo stato dica: suppongo che i cittadini non abbiano la sensibilità che hanno in effetto per le successive dosi della ricchezza; ma una sensibilità media, da me configurata. La prima dose di ricchezza avrà per essi tutti l’indice di utilità 10 o 100; la seconda 9 o 99, la terza 8 o 98 e così via. E poi porterò via ad essi quel tanto di ricchezza che dia luogo ad un prelievo di utilità che sia un decimo dell’utilità quale fu da me calcolata. Ben so che l’utilità da me calcolata non è quella che i contribuenti sentono; che il decimo da essi immaginato non è il decimo; ma come fare, se gli uomini non confessano il vero?

 

 

163. Come fare? Piantarla lì con tutti questi ghirigori di pseudo-ragionamenti con cui, volendo persuadere gli uomini a lasciarsi portar via tot lire, ci si sente l’obbligo di imbrogliar loro la testa con parole solenni di utilità, sacrificio, uguaglianza, proporzionalità. Gratta gratta e sotto c’è il vuoto.

 

 

C’è il retore che vuole épater le bourgeois e farlo restare a bocca aperta.

 

 

164. Per ora il vile borghese ha ragione di restare terrorizzato dalle illazioni che dai principii utilitaristici si possono ricavare. Se, come ragionano gli utilitaristi,

 

 

a)    scopo della legislazione è la massima felicità del numero massimo possibile dei componenti la collettività;

 

b)    se la utilità delle dosi successive di ricchezza è decrescente;

 

c)    se si deve supporre, per ragioni di minimo arbitrio, che la scala della decrescenza è decrescente in modo uniforme per tutti: 10, 9, 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1, …;

 

d)    se l’indice di utilità apposto dai componenti la collettività alle successive dosi di ricchezza consente di far paragoni fra uomo e uomo, è logicamente incontestabile che lo stato deve portar via a chi le possiede le dosi di ricchezza le quali hanno una utilità più bassa per darle a chi, ricevendole, ne ricava una utilità maggiore, e che il processo deve continuare fino a che l’utilità marginale della ricchezza sia uguale per tutti. A questo punto non conviene seguitare perché, se la utilità marginale è per tutti 6, a togliere ancora una dose a Tizio gli si fa perdere 6, laddove a darla a Caio gli si fa guadagnare solo 5.

 

 

Non importa qui discutere se la premessa a sia accettabile; e con quali riserve – specie sul punto d’inizio della decrescenza – possa accettarsi la b. Il punto decisivo è che la c è un’ipotesi intieramente disforme dalla realtà (la scala della decrescenza non è uniforme bensì variabile e variabile secondo regole non conosciute o conosciute in modo così imperfetto da non consentire alcuna misurazione), e che la d non ha senso (il piacere o dolore di Tizio è un affar suo individuale non paragonabile al piacere o dolore di Caio).

 

 

Il vile borghese può fare a meno di farsi venire la pelle d’oca; ché la teoria utilitaristica dell’imposta è, per ora, una vecchia baracca crollante. Chi vivrà vedrà se qualcuno riuscirà a cavarne qualche costrutto.

 

 

165. Per ora il costrutto migliore che se ne può cavare è negativo: bisogna farla finita con principii che si danno l’aria di guardare tutto il mondo dall’alto in basso, come se tutto ciò che non si avvicina alla loro «sommità» sia vile empirismo, roba superata, vecchiume rancido. Abbasso la boria dell’imposta personale progressiva globale totale complessiva eccetera eccetera! La progressività la personalità la globalità la totalità la complessività sono derivazioni teoriche dai «sommi» principii utilitaristici. Senza di questi non se ne può dare una spiegazione razionale; epperciò al par di questi sono, oltreché orrende parole in lingua italiana, roba qualunque, che vale né più né meno, forse meno che più degli opposti canoni della proporzionalità, della realtà, della particolarità. Meri spedienti da usarsi con la cautela e il fiuto dell’uomo di stato il quale deve tener conto di mille e mille circostanze contingenti non teorizzabili. Naturalmente, l’uomo di stato invocando quei canoni farà appello alle grandi parole, ai sommi principii e farà bene, ché si tratta di convincere i restii a pagare. Ma noi, che siamo semplici studiosi, non possiamo lasciarci imporre dalle parole piene di vuoto e dobbiamo assumerle per quel che sono: roba qualunque, buona o cattiva a seconda dell’uso che se ne fa.

 

 

166. Direi, data la voga che dal 1870 in poi hanno preso le parole di progressività personalità globalità complessività totalità, occorre piuttosto aver l’occhio fisso ai malanni che ne possono derivare che non all’uso eventualmente buono che se ne può fare.

 

 

Dove è il limite all’operare logico del principio del minimo di sacrificio? Se prudenza e buon senso non soccorrono, il limite si tocca solo quando si sono livellate le fortune. Se Tizio ha 100 e Caio 50, Caio, utilitarista, conoscitore per istinto della teoria della decrescenza dei gradi di utilità della ricchezza, rifiuta di pagare sinché Tizio non è stato spogliato di tutto il supero oltre i 50 posseduti da lui. Forseché le unità fra 51 e 100 non hanno, tutte, una utilità progressivamente minore di quella posseduta dalle unità fra 1 e 50? Paghi dunque Tizio fino a livellarsi a lui, ché il sacrificio sociale sarà il minimo. Paghi anche se lo stato non ha urgenza di entrate, perché il togliere unità a Tizio cagiona a costui un danno minore del vantaggio che avrebbe Caio ricevendole. Una società, in cui ognuno dei due ha 75 unità, gode di una massa totale di felicità maggiore di quella in cui l’uno ha 100 e l’altro 50.

 

 

C’è un solo piccolo inconveniente all’operare del congegno. Chi obbliga Tizio a produrre 100 quando sa che il supero oltre 75 gli verrà inesorabilmente portato via dalla logica del principio del sacrificio minimo? Conseguenza necessaria del principio è togliere lo stimolo a produrre ricchezza oltre la media che si prevede destinata a rimanere in possesso del produttore. Se l’imposta livellatrice riduce i redditi di 100 a 75 e porta quelli di 50 a 75, Tizio produce solo più 75 e Caio resta con i suoi 50, perché i 25 destinati a lui sono sfumati.

 

 

Ma il virus infernale del principio del sacrificio minimo non ha finito di agire. Se i due posseggono 75 e 50 unità, conviene, a massimizzare la felicità collettiva, togliere 12,50 a Tizio e darli a Caio, cosicché ognuno abbia 62,50. Ma Tizio riduce allora nuovamente la produzione a 62,50, ché sarebbe a lui inutile produrre di più. E così via distribuendo e riducendo giunge, per differenze sempre più piccole, il momento in cui amendue producono le stesse 50 unità. In quel punto, Caio, il quale si era illuso di rigettare tutta l’imposta su Tizio, si avvede che la deve pagare anch’egli nella stessa misura. Non forse ha egli la stessa ricchezza?

 

 

167. Al punto critico si giunge presto se l’imposta livellatrice si applica ai redditi di lavoro, perché il lavoratore manuale ed intellettuale subito capisce la inutilità di continuare a lavorare quando il frutto ulteriore della sua fatica sia avocato dall’imposta allo stato. Ma vi si giunge ugualmente per i redditi di capitale. Solo il volgo crede che i denari bisogni prenderli dove ci sono. Residuo bruto di brute credenze adoratrici dell’oro. Tutto il capitale, terre case macchine strade ponti ferrovie, muore se continuamente non lo si rinnova. Tutto il capitale del mondo è nuovo. Anche San Pietro di Roma si ricrea di ora in ora. Se non lo si ricreasse sarebbe da gran tempo un mucchio di rovine. Supporre che un qualunque capitale concreto duri in media vent’anni è probabilmente ipotesi dettata da accesa ottimistica fantasia. Ci deve essere qualcuno che ricrea il capitale. Se non è lo stato, se cioè non viviamo in una organizzazione comunista in cui la funzione del produrre risparmio è un ufficio pubblico – ma allora è anche inutile discorrere di imposte – se il compito del risparmiare è compito di privati, importa che il risparmiatore speri qualcosa dall’atto suo. Può egli contentarsi di poco; ed in tempi di sicurezza nell’avvenire, di libere iniziative, di tranquillo possesso si contenta di pochissimo. Ma il nulla, ma l’avocazione completa al di là di un certo punto stronca il motivo del risparmiare. La produzione del risparmio, caratteristica dei tempi e dei popoli civili, ha termine.

 

 

168. Sento abbaiare:[2] «e quale pazzo mai spinse la progressività ad estremi così assurdi? La progressività è principio ragionevole il quale vuole soltanto far gravare l’imposta un po’ di più sui ricchi un po’ meno sui mediocri e ancor meno sui meschini; ma non intende espropriare i ricchi, né togliere, in nessuno stadio della ricchezza, l’incitamento al lavoratore ed al risparmiatore a lavorare ed a risparmiare. Negare l’imposta progressiva solo perché ad un pazzo sragionante può venire in mente di mutarla in confisca livellatrice è sofisma inammissibile».

 

 

169. Sia chiaro che:

 

 

1)    il solo ragionamento condotto a spiegazione della progressività è proprio quello del pazzo sragionante. Tiriamo via le premesse dell’utilità decrescente della ricchezza, e dell’uguaglianza, del minimo e delle proporzionalità del sacrificio d’imposta e manca alla progressività qualunque base razionale;

 

2)    e questa non esiste perché quei tali principii del sacrificio sono di significato ignoto.

 

 

L’abbaiamento può finire in un mugolio. La tesi qui sostenuta è che la progressività dell’imposta, il che vuol dire considerazione del reddito o del capitale intero globale complessivo posseduto dal contribuente in relazione alle sue condizioni personali di famiglia, di celibato, di malattia, di età, di condizione sociale, di natura di reddito può essere una bella o una brutta concezione. Personalità e progressività sono due cose qualunque, né belle né brutte, inesistenti teoricamente. Sono manifestazioni di sentimenti. Buoni, ossia tali da rafforzare la compagine sociale, se si tratta del senso di solidarietà che spinge quei che possono a pagare di più per il bene comune. Pessimi, ossia tali da distruggere la società, se l’invidia spinge il povero a spogliare con la progressiva colui che sta al di sopra. Anche la realità e la proporzionalità dell’imposta sono la espressione di sentimenti, sovratutto di quello della certezza. L’imposta la quale colpisce le cose per sé, ugualmente in rapporto al loro frutto o valore, assicura gli uomini contro arbitrii e privilegi; e può incoraggiarli grandemente a risparmiare ed a lavorare.

 

 

170. L’uomo di stato è chiamato a pesare e confrontare sentimenti ed azioni; e ad attuare quella combinazione di personalità e di realità, di progressività e di proporzionalità che nel suo giudizio è atta a produrre quel migliore risultato che a lui pare desiderabile. Francesco Guicciardini già ammoniva il lodatore della decima scalata od imposta progressiva che «se si fussi ricordato che [il] magistrato fu trovato per conservare la libertà e la pace della città e la quiete di ognuno, non per essere autore di discordie e di leggi ed ordini pestiferi, avrebbe forse raffrenato più la lingua sua» (loc. cit., p. 208).

 

 

Raffrenino gli studiosi moderni l’istinto che li spinge a rammostrare all’uomo di stato le vie della «vera» giustizia tributaria. La smettano con la boria di scoprire ed insegnare i principii «scientifici» della distribuzione «giusta» dell’imposta. La signora «scienza» ha perso troppo tempo nel correre dietro al vuoto idolo dell’uguaglianza di sacrificio. Più presto ci persuaderemo che la giustizia tributaria non è materia di «alta» scienza ma di accurati modesti ragionamenti intorno agli effetti concreti dei diversi tipi possibili di imposta sulla condotta umana e meglio sarà.

 

 



[1] Decima scalata era parola la quale significava «che chi aveva cinque ducati o manco di decima, pagassi una decima (10%); chi aveva dieci ducati di decima pagassi una decima ed un quarto (12,50%); chi n’aveva quindici, pagassi una decima e mezza (15%); e così successivamente per ogni cinque ducati che l’uomo aveva di decima, si moltiplicava uno quarto più (250% in più), non potendo però passare, per uno, tre decime (30%)». Cfr. Francesco Guicciardini, Dialoghi e discorsi del reggimento di Firenze, Discorsi III e IV su la decima scalata, pp.196-98, Laterza, Bari 1932.

[2] Così abbaiarono alle calcagna di De Viti il quale nei Principi di economia finanziaria (Einaudi, Torino 1934, pp. 165 sg.) aveva dimostrato la natura autofaga della imposta progressiva. Ed avrebbero potuto abbaiare alle calcagna di Bentham perché, dopo avere nitidamente posto i principii della decrescenza della utilità delle successive dosi della ricchezza:

 

 

  1. «Caeteris paribus, ad ogni particella di beni – ricchezza corrisponde una dose di felicità;

 

  1. «Per quel che tocca la ricchezza, se due persone hanno fortune disuguali, colui che ha più ricchezza deve dal legislatore reputarsi goda maggior felicità;

 

  1. «Ma la quantità della felicità non cresce in modo proporzionale al crescere della ricchezza; diecimila volte la quantità dei beni – ricchezza non vuol dire diecimila volte la quantità di felicità; potendosi dubitare persino che il possesso di diecimila volte la quantità di beni – ricchezza raddoppi in generale la felicità;

 

  1. «L’efficacia dei beni-ricchezza nel cagionare felicità scema a mano a mano che aumenta la differenza fra la ricchezza dell’uno in confronto a quella dell’altro; in altre parole la quantità di felicità provocata da una dose di ricchezza (ogni dose essendo di grandezza costante) scema a mano a mano aumenta il numero delle dosi; la seconda cagionando minor felicità della prima, la terza della seconda e così via»;

 

 

ed, avendone discusso sottilmente a lungo le logiche illazioni, aver concluso che:

 

 

«nell’ipotesi dell’entrata in vigore di una nuova costituzione fondata sul principio della massima felicitazione del maggior numero dei cittadini, sarebbe, in punto di ragione, bastevolmente dimostrata la norma per cui i beni-ricchezza debbono essere sottratti ai più ricchi e trasferiti ai meno ricchi, sinché le fortune di tutti siano diventate uguali, od almeno così poco diverse dalla perfetta uguaglianza, da non valer la pena di calcolare le differenze»;

 

 

dalla gravità della conclusione era subito tratto a tener conto di fattori non considerati in prima approssimazione ed a soggiungere che:

 

 

«alla massimizzazione della felicità sottentrerebbe l’universale annichilamento in primo luogo della felicità ed in secondo luogo della esistenza medesima. L’annichilamento della felicità deriverebbe dalla universalità dell’allarme e dal trascorrere dell’allarme in certezza; l’annichilamento della esistenza dalla certezza di non godere i frutti del proprio lavoro e quindi del venir meno di ogni spinta a lavorare».

 

 

Sicché il Bentham così chiudeva il discorso:

 

 

«Il piano di distribuzione dei beni-ricchezza che è più favorevole alla sussistenza universale e quindi alla massimizzazione della felicità è perciò quello in virtù del quale mentre la fortuna del più ricco, e cioè di colui il quale è collocato al sommo della scala sociale, è la massima, il numero dei gradini fra la fortuna del meno ricco e quella del più ricco è pure massimo, il che vuol dire che la ricchezza deve essere distribuita con gradazione regolare e quasi insensibile».

 

 

I brani sovrariportati, nei quali è riassunta la teoria iniziale e finale di colui il quale è considerato il creatore della teoria dell’imposta progressiva livellatrice, si leggono a carte 228 a 230 dei Pannomial Fragments di Jeremy Bentham nel vol. III dei Works (Edinburgh 1843), curati dal suo esecutore testamentario John Bowring su manoscritti forse databili dal 1831. Nel peculiare linguaggio del Bentham, «pannomial» significa «riassuntiva completa compilazione di leggi».

 

 

I brani riprodotti nella presente nota si leggono ora, in uguale testo, a carte 113-16 del primo volume dei tre in cui W. Stark ha raccolto in una nuova edizione critica dalle stampe precedenti e più da manoscritti inediti tutti gli scritti economici del Bentham (Jeremy Bentham’s Economic Writings, Burt Franklin, New York 1952-54). I brani non fanno più parte, come nell’edizione Bowring, dei Pannomial Fragments ma di un’opera parimenti inedita The Philosophy of Economic Science.

 

 

Il Bentham scrisse molto su finanze ed imposte; e molto fu tormentato dal contrasto e anzi dalla incompatibilità fra i suoi due ideali: la sicurezza che vuol dire libertà e l’uguaglianza. A lui parve di aver trovato una soluzione al problema della imposta, che egli considerava «il male» per definizione con il ritorno al sistema medievale dell’escheat o, all’incirca, devoluzione allo stato dei patrimoni, nel caso di estinzione della linea diretta. Grazie all’edizione critica dello Stark, oggi il pensiero economico del Bentham può essere fatto oggetto di serio studio.

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