L’accordo di Londra: una vittoria del compromesso

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 05/08/1924

L’accordo di Londra: una vittoria del compromesso

«Corriere della Sera», 5 agosto 1924[1]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 760-764

 

 

 

L’accordo di Londra è il primo atto seriamente compiuto dagli alleati per attuare il piano contenuto nel rapporto Dawes. Non è inopportuno ricordare che il rapporto divideva in tre periodi l’esecuzione delle clausole finanziarie dei trattati di pace da parte della Germania:

 

 

  1. Periodo di moratoria, composto di due anni, nel primo dei quali la Germania avrebbe dovuto pagare 1 miliardo di marchi-oro (1.250 milioni di lire-oro), e nel secondo 1.220 milioni di marchi-oro;
  2. Periodo di transizione, composto pure di due anni: il terzo anno, contando dall’origine, con un pagamento di 1.200 ed il quarto di 1.750 milioni di marchi-oro;
  3. Periodo normale, di durata indefinita, in ognuno degli anni del quale i pagamenti avrebbero dovuto essere di 2.500 milioni di marchi-oro.

 

 

Se il primo anno del periodo di moratoria coinciderà, come supponevano i periti, con l’esercizio 1924-25, il periodo normale avrà inizio con l’esercizio 1928-29.

 

 

Salta subito all’occhio la tenuità delle somme richieste alla Germania; somme, badisi, comprensive di tutti i pagamenti dovuti da quel paese: per rimborsi delle spese per gli eserciti di occupazione, per il funzionamento delle varie commissioni alleate, per i pagamenti in natura e per i pagamenti in danaro. Se si pensa che, ove l’Italia dovesse fare il servizio dei suoi debiti di guerra verso gli Stati uniti e l’Inghilterra, essa dovrebbe ogni anno versare, per soli interessi al 5%, una somma poco diversa dai 1.250 milioni di lire-oro imposti per il primo anno alla Germania, sono chiare nel tempo stesso l’assurdità dei debiti interalleati e la ragionevolezza dei periti nel fissare le contribuzioni della vinta Germania.

 

 

La difficoltà dell’attuazione del rapporto dei periti era tutta nel momento iniziale: come mettere in moto la macchina? – come dar modo alla Germania di pagare i 1.000 milioni di marchi-oro del primo anno di moratoria? E sempre più difficile il cominciare del continuare: senz’oro, senza equilibrio di bilancio, con le migliori province occupate, come pagare? Come uscire dal dilemma di una Francia, la quale non vuole abbandonare i pegni innanzi che la Germania abbia pagato e di una Germania, la quale dichiara non poter pagare se non è ricostituita l’unità economica e politica del suo proprio territorio?

 

 

I periti avevano risoluto il problema, concludendo che nel primo anno, supponiamo nel 1924-25, la Germania doveva trarre 200 milioni dal reddito netto delle sue ferrovie, ed 800 milioni da un prestito internazionale. Per quattro quinti doveva essere cioè l’estero il quale doveva fornire, con un prestito, alla Germania, i mezzi di pagare. Ed i periti avevano soggiunto che il prodotto del prestito non doveva uscire dalla Germania, doveva cioè essere esclusivamente impiegato a rimborsare ai produttori ed ai fornitori tedeschi il prezzo delle riparazioni in natura versate agli alleati o le spese locali degli eserciti d’occupazione. Rimanendo materialmente in Germania, gli 800 milioni dovevano servire a costituire la riserva metallica della nuova banca d’emissione ed a facilitare il risanamento del bilancio e dell’economia tedeschi.

 

 

Dalla necessità del prestito estero alla Germania nacque la necessità del consenso dei banchieri prestatori; e da quest’ultima necessità ebbe origine il successo della conferenza di Londra. Nessun banchiere si sarebbe potuto trovare il quale desse un centesimo ad una Germania soggetta a pericoli continui di occupazione militare e di sequestro delle entrate necessarie per fare il servizio del prestito. Banchiere è sinonimo di uomo di fiducia; amministra danari non suoi, danari di depositanti; ed ha il dovere assoluto di non darli a mutuo altrui senza garanzie sicure. Un uomo politico può cedere, può contentarsi di compromessi superficiali, di formule verbali di accordo, che nascondono il disaccordo sostanziale. Il banchiere, se è degno di questo nome, se è degno della fiducia che in lui hanno riposto milioni di depositanti, se vuol essere tutore delle vedove e dei pupilli di cui amministra bene spesso il patrimonio, no.

 

 

Perciò si discusse molto a Londra. Se si arrivò alle conclusioni note, garanzia da parte degli alleati, compresa la Francia, di non toccare mai le entrate date in pegno del servizio del prestito degli 800 milioni; promessa di non ricorrere a sanzioni se non in seguito a conforme avviso di tribunali arbitrali; promessa alla Francia di non diminuire i pagamenti tedeschi senza uguale sentenza arbitrale; ciò non poté accadere senza avere molto discusso e liberamente discusso. Sembra che quei «cittadini» od «osservatori» americani e quel cancelliere dello scacchiere Snowden abbiano parlato assai chiaro. Anche i delegati italiani si sono fatto onore, escogitando, al momento giusto, talune delle più fortunate formule di compromesso tra le contrastanti vedute. Ma come si sarebbe potuto giungere ad un compromesso, se non si fosse prima assai a lungo e vivamente discusso? «Compromesso» sembra una parola opportunistica; ed è invece la parola per eccellenza rappresentativa del regime politico in cui vive il mondo occidentale.

 

 

Uno degli scrittori politici più in vista del periodo classico liberale vittoriano, lord Morley, scrisse un libro On Compromise per dimostrare che nella politica interna bisogna vivere ed è bene si viva di compromessi: formule provvisorie in cui si incontrano gli opposti partiti; formule grazie a cui si può fare qualche cosa senza far nascere rivolgimenti precipitosi e senza suscitare reazioni gravi di incognite per l’avvenire; formule che sono punto di partenza a nuove discussioni ed a nuovi compromessi su piani più avanzati. Compito dei rappresentanti dei grandi interessi economici, intellettuali, sociali è di porre gli elementi del problema da risolvere; di porli accentuatamente, nitidamente cosicché le opposte vedute sembrino inconciliabili. Compito dei pubblicisti che informano l’opinione pubblica è di esasperare, di ingrandire le difficoltà di conciliazione, allo scopo di concentrare, come in un foco di massima intensità, l’attenzione del mondo sul punto disputato. Di qui l’emulazione tra gli uomini politici, la gara tra i parlamentari nel cercare la formula risolutiva. Dinanzi all’impaziente attesa della opinione pubblica sovreccitata, l’ingegno si affina; vengono alla luce le abilità acquisite in lunghi anni di pratica parlamentare e di pazienti manovre tattiche. Nove volte su dieci il miracolo avviene. L’opinione pubblica impaziente può talvolta immaginare che un dittatore sapiente avrebbe potuto escogitare più presto una formula più bella; la verità è che al groviglio antico si sarebbe aggiunto un nuovo, forse irreparabile, errore. Wilson, Lloyd George, Clemenceau, Orlando, seppero solo escogitare soluzioni al problema dei pagamenti tedeschi, le quali per poco non condussero l’Europa al disastro. Le innumeri conferenze di esperti e di politici di seconda fila, attraverso ad insuccessi esasperanti, giunsero invece a quest’accordo di Londra, il quale lascia alfine sperare all’Europa giorni migliori.

 

 

È un trionfo, checché si dica, dei metodi faticosi, ma solidi, di pubblica discussione; è la consacrazione internazionale, anzi il trasporto negli affari internazionali di quei metodi parlamentari, i quali sono stati la gloria ed il tormento della civiltà occidentale europea. Chi non è capace di tener testa alla discussione, chi vuole imporre la sua volontà invece di persuadere altrui della sua saviezza, quegli non è un uomo politico adatto ai tempi moderni. Può darsi che Herriot sia meno grande di Clemenceau e di Poincarè; è certo che, per aver saputo meglio comprendere le necessità e le idee degli alleati e dei vinti, ha, forse più di essi, bene meritato oggi della Francia.

 

 

Converrà seguire gli stessi metodi per la soluzione del grande problema, che non fu tocco da Londra, dei debiti interalleati. Se tanto poco sarà chiamata a pagare la Germania, ricca di miniere e di industrie, dotata di una popolazione crescente e tecnicamente educatissima, perché Italia e Francia dovrebbero pagare somme esorbitanti ogni più ottimistica valutazione della loro capacità economica?

 

 

Italia e Francia dovranno saper compiere opera di persuasione non meno efficace di quella sapientissima che la Germania seppe svolgere nei cinque anni dopo la pace. Gli Stati uniti e l’Inghilterra non si persuasero da sé della impossibilità della Germania a pagare molto e della necessità di farle un grosso mutuo per consentirle di cominciare a pagare. Furono necessari anni di disastri monetari ed anni di pazienti dimostrazioni, non accettate a chiusi occhi, ma saggiate da periti diffidentissimi a prova di cifre, di memoriali, di documenti. Evitiamo i disastri monetari; ma armiamoci di buona volontà nel mettere in luce tutti gli aspetti politici, morali ed economici di quell’assurdo che si chiama «debiti interalleati». Abbiamo un’arma potente da maneggiare; ed è la solidarietà tedesca. La durata del terzo periodo normale dei pagamenti tedeschi in 2.500 milioni di marchi-oro annui non è fissata. Durerà più o meno, a seconda che Italia e Francia dovranno pagare molto o poco o nulla. Non bisogna che Stati uniti ed Inghilterra immaginino che l’ufficio dei loro osservatori sia chiuso. Se essi hanno interesse al ristabilimento della prosperità europea; se vogliono che il compito non facile dell’agente dei pagamenti sia presto finito e non dia luogo ad arbitrati penosi, debbono rassegnarsi ad affrontare in pieno il problema dei debiti interalleati. L’assetto economico dell’Europa è solo in parte raggiunto. Bisognerà discutere ancora; bisognerà escogitare altri compromessi. Nei prossimi anni i parlamenti internazionali avranno ancora molto da fare; e tutti i paesi, e principalmente i paesi debitori, avranno interesse ad educare nei dibattiti interni una classe politica capace di affrontare le ben più ardue battaglie internazionali.

 



[1] Con il titolo Una vittoria del compromesso [ndr].

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