Tratto da:

Corriere della Sera

L’agitazione del Piemonte viticolo

«Corriere della sera», 23 luglio 1903

 

 

 

Tutta la estesa regione viticola che da Casale si estende ad Alessandria e ad Asti per il Monferrato lieto di turrite castella e si prolunga per le Langhe sino ad Alba e Mondovì e qua e là si allarga lungo le Prealpi, è in fiamme. I Comizi si succedono ai Comizi e le autorità, le Associazioni agrarie, i viticultori tutti votano vibrati ordini del giorno, nei quali traspira il timore di una imminente ruina.

 

 

L’argomento era abbastanza importante perché il nostro giornale non volesse tenerne informati i lettori; e se non lo facemmo prima, ciò si attribuisca all’aver noi voluto interrogare alcune persone competenti che vivono in mezzo alla viticoltura piemontese e sono in grado di conoscere le occasioni e gli scopi del movimento improvviso a cui noi oggi assistiamo.

 

 

In verità il Piemonte viticolo da qualche anno si trovava in una condizione di profondo disagio. Se si eccettua forse l’ultima campagna viticola, la quale si chiuse, sebbene non dappertutto, senza presentare un bilancio addirittura disastroso, i viticoltori del Monferrato e delle Langhe aveano sofferto nelle ultime vendemmie di tutto un po’: pioggie prolungate che all’ultimo momento mandavano in rovina raccolti promettentissimi; movente delle uve, ribassata in certi giorni, anche l’anno scorso 1902, a prezzi vilissimi di 50 e 75 centesimi al miriagramma, i quali non compensavano nemmeno le spese vive della coltivazione, pur senza tener conto dell’interesse della terra; difficoltà urgenti di collocare il vino a prezzi ragionevoli, e necessità di tenere le cantine piene. Insomma, una crisi molesta che ha costretto molti a far debiti ed ha condotto altri sull’orlo della rovina.

 

 

Si aggiunga che i viticoltori avevano l’impressione, in parte inconsapevole, che di questa crisi non essi fossero del tutto i responsabili. Essi vedevano le grandi città del Settentrione respingere il vino con dazi proibitivi, che favorivano le falsificazioni su vasta scala; si vedevano negate le concessioni di zucchero a prezzo ridotto per lo zuccheraggio dei mosti ed avevano ragione di credere che il Governo negasse lo zucchero, oltreché per pretese ragioni fiscali, sovratutto per l’opposizione dei deputati meridionali interessati ad imporre al Piemonte il taglio coi suoi vini fortemente alcoolici. Essi soli forse, fra le classi di produttori del Nord, non avevano partecipato ai favori della protezione doganale; e mentre gli industriali del Nord avevano venduto a più caro prezzo i tessuti, le macchine agrarie, i concimi chimici, i rimedi cuprici contro le malattie delle uve, ecc., ecc.; mentre i cerealicultori avevano altresì venduto a 7 lire e mezza di più al quintale il grano alle regioni vitifere, le quali non ne producono a sufficienza per il proprio consumo; i soli viticoltori avevano veduto diminuire di giorno in giorno il prezzo delle uve e dei vini. L’irritazione era cresciuta dal fatto che i paesi a vite si vedevano trascurati dal Governo nei loro più legittimi interessi. Ancora recentemente aveva fatto senso la riprovevole disinvoltura con cui il Governo si era acconciato senza protestare al colpo fierissimo dato dai protezionisti francesi alle nostre speranze di esportazione del bestiame; speranze che erano vive non solo nella pianure, ma anche in talune parti delle colline, produttrici di belle razze di buoi da macello. Né bisogna dimenticare il timore da cui sono assillati i viticultori delle provincie di Cuneo e Torino: che cioè l’attuazione, oramai prossima, del nuovo catasto, voglia significare alleggerimento di peso per i cerealicultori ed i praticultori della pianura ed aggravamento forte di imposta per essi. Cosa la quale sarebbe tollerata con rassegnazione se l’inasprimento della imposta fondiaria corrispondesse soltanto all’incremento delle culture; ma che è veduta come una ingiustizia quando si pensi che i redditi catastali risulteranno artificiosamente elevati per essersi scelti, come prezzi-basi per le stime, i prezzi del dodicennio 1874-85, quando le uve ed i vini valevano molto di più d’adesso.

 

 

In mezzo a questo ambiente di gente indebitata, irritata e sospettosa, cadde come una bomba il decreto-legge Balenzano per la riduzione delle tariffe di trasporto dei vini meridionali. Come, si gridò, mentre noi stentiamo a vendere uve e vini, mentre bene spesso il costo di produzione non ci è compensato dai prezzi di vendita, voi venite a perturbare ancora le condizioni di concorrenza a nostro danno; ed improvvisamente deprezzate l’enorme stock di vini che teniamo in cantina? E poiché si era detto da fonti le quali parevano ufficiose che il ribasso delle tariffe raggiungeva l’80 per cento delle tariffe attuali, subito i viticoltori si immaginarono che l’alta Italia andava ad essere inondata dal vino meridionale a vilissimi prezzi e che la loro rovina era davvero imminente.

 

 

Di qui l’agitazione, le cui fasi successive i lettori ricordano. Oramai, però, nella mente dei più riflessivi e temperati fra i viticultori medesimi si va facendo strada l’idea che si sia esagerato nell’attuale agitazione e che occorre chiedere non la revoca pura e semplice del decreto-legge; ma dei compensi di altro genere o meglio una legislazione di giustizia per i viticultori del Nord, come per quelli del Sud.

 

 

Il Piemonte viticolo avrebbe avuto ragione di fortemente lagnarsi se il ribasso delle tariffe ferroviarie avesse davvero raggiunto l’80 per cento.

 

 

Anche i fautori della libera concorrenza più aperta ammettono che si debba andare a gradi a spostare interessi acquisiti e che si debba concedere tempo a coloro i quali sono colpiti dalle inevitabili rivoluzioni nei trasporti e nei metodi produttivi per adattarsi alle nuove condizioni di vita. Un ribasso improvviso dell’80 per cento sarebbe stato davvero troppo, e per beneficare una regione, avrebbe danneggiato un’altra, pur gravata dalle crisi. Ma non si può dire che un ribasso del 15 o del 20 per cento sia un tal malanno da non potercisi adattare a nessun patto. Nei provvedimenti legislativi non bisogna cercare mai la giustizia astratta, come ora dicono i difensori dei viticultori piemontesi, ma la opportunità e la misura. In linea di principio, il Governo, comproprietario delle ferrovie, ha il diritto ed anzi il dovere di diminuire le tariffe ferroviarie quando dalla diminuzione sia per risultare un aumento di traffico. Si è gridato tanto e da tanto tempo in Italia contro la rigidità delle tariffe ferroviarie; si è detto che ciò era forse legittimato da un gretto calcolo fiscale, ma andava contro ad ogni sano criterio economico; si è additato sempre l’esempio delle nazioni forestiere, ad es. la Ungheria, le quali hanno moltiplicato la ricchezza del paese colle loro tariffe a zone; si è detto e ripetuto le mille volte che i ribassi dovevano essere forti sovratutto per le merci di basso valore unitario, le quali dalle alte tariffe sono ostacolate nella loro potenza di espansione; – che è davvero una inconseguenza mettersi ad urlare adesso che il Governo, per una volta tanto, spinte o sponte, ha seguito l’esempio dei paesi stranieri più progrediti ed ha applicato i dettami delle più fondate dottrine economiche. Dopo tutto era necessario che al Sud fosse resa un po’ di giustizia. Nel Sud si erano andate a scaricare con basse tariffe differenziali di penetrazione tutte le merci industriali del Nord, anche del Piemonte industriale; e non vi è da meravigliare se anche il Sud ora chiede delle tariffe di penetrazione nel Nord per le uniche derrate che esso può asportare. Certo è spiacevole che il primo urto di queste facilitazioni ferroviarie debba essere subito dalle regioni a viti, le quali non si sono giovate delle tariffe di penetrazione nel Sud e neppure del protezionismo industriale. Ma, d’altra parte, non si vede come altrimenti si sarebbe potuto concedere un compenso al Mezzogiorno, il quale aveva sacrosanto diritto di essere sollevato dalle condizioni miserrime che tutti sanno. Né, ripetiamo, la riduzione delle tariffe è tale da dover mettere in orgasmo i viticoltori. Sia di mezzo centesimo al litro o di un centesimo e due decimi, come altri pretendono, la riduzione non è tale da provocare la temuta spaventosa inondazione dei vini meridionali. Di cui una buona metà viene per vie di mare e non si gioverà né punto, né poco delle riduzioni delle tariffe di terra. Piuttosto i viticoltori del Piemonte traggono coraggio da questa agitazione – la quale ha palesata a tutti e ad essi medesimi la loro forza – per fare un’altra agitazione, e stavolta d’accordo coi loro fratelli del Sud. Abbiamo sopra enumerato le cause le quali hanno ridotto allo stremo la viticultura piemontese. Orbene, parecchie di queste cause sono dovute alla politica economica governativa e sono le stesse che gravano terribilmente anche sulla viticultura del Sud. Chiedano essi una politica tributaria e doganale più consona ai loro interessi, una politica la quale, mentre diminuisca il prezzo dei prodotti industriali ed agricoli di loro consumo, allarghi la cerchia di spaccio dei loro vini e del loro bestiame; una politica che aumenti la capacità di consumo delle masse; e che stabilisca più razionalmente i criteri per la imposizione delle terre a viti.

 

 

Questa sarebbe una politica, la quale – mentre non può trovare opposizione nei più intelligenti industriali del Nord – avrebbe un carattere simpatico e stringerebbe i legami fra le diverse parti della nazione.

 

 

Forse, quando essi avessero chiesto ed ottenuto questi provvedimenti di giustizia, i viticoltori del Nord ne trarrebbero forza a trasformare i loro metodi di fabbricazione e di smercio dei vini; metodi imperfetti assai, a detta di tutti i competenti, nella massa dei piccoli proprietari; e causa non ultima della crisi in che si dibattono. Oggi poco si può pretendere da gente mezzo rovinata; ma quando un raggio di speranza rilucesse dinanzi a loro, noi siamo sicuri che essi ritroverebbero l’energia antica che li ha condotti a trasformare i boschi e le lande incolte in splendidi vigneti; e forse allora essi troverebbero utile di avere sottomano il vino meridionale a basso prezzo per il taglio coi vini piemontesi. Se a questo scopo ci dovesse ravvicinare, benedetta sia anche la presente agitazione, di cui non possiamo francamente nascondere ora l’impressione di esagerazione e di poca opportunità patriottica.

 

 

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