L’agitazione inglese contro il dazio di uscita sul carbone

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. I

La Stampa

Data di pubblicazione: 29/04/1901

L’agitazione inglese contro il dazio di uscita sul carbone

«La Stampa», 29 aprile[1] e 6[2] maggio 1901

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), Vol. I, Einaudi, Torino, 1959, pp. 342-349

 

 

I

 

Dal giorno in cui il cancelliere dello scacchiere propose che fosse istituito un dazio di esportazione sul carbone inglese, l’agitazione degli interessati non ebbe tregua.

 

 

Si commossero i consumatori dei paesi continentali che importano carbone dall’Inghilterra; dall’Italia, dalla Spagna, dalla Germania, dai paesi scandinavi, dalle stazioni navali e dalle colonie inglesi diffuse in tutto il mondo partirono le proteste dei consumatori di carbone, inquieti per la poco lieta prospettiva di dover pagare il carbone uno scellino più caro alla tonnellata. In Italia si calcolò che le industrie ed i consumatori sarebbero stati per il futuro assoggettati ad un’imposta di 5 milioni di lire a favore del tesoro inglese, in ragione di 1,25 (uguale ad uno scellino) per ognuna dei 4 milioni di tonnellate che mediamente si importano dall’Inghilterra.

 

 

Nel tempo stesso si agitavano altresì i minatori ed i coltivatori di miniere nella Scozia, nel Durham e Northumberland e nel Galles meridionale, che sono i grandi bacini carboniferi inglesi esportatori di carbone all’estero. Violente querele si innalzarono contro un dazio condannato dalla scienza economica, perché rivolto a danno di una speciale industria, condannato dalla giustizia, perché, su 225 milioni di tonnellate di carbone prodotto nell’Inghilterra, colpisce soltanto i 42 milioni esportati ed impone così un tributo di 50 milioni di lire circa su alcune regioni ad esclusione di tutte le altre.

 

 

Le lagnanze dei consumatori stranieri e dei produttori inglesi appaiono contraddittorie. Il dazio di esportazione non sembra potere colpire nel tempo stesso produttori e consumatori. Se l’aumento di uno scellino nel prezzo della tonnellata di carbone colpisce i consumatori stranieri, nessun danno ne risulterà per i produttori inglesi; e, viceversa, se i prezzi rimarranno immutati, i soli a dolersi del dazio saranno i produttori, i quali dovranno pagare il dazio e star contenti al prezzo di prima, mentre i consumatori saranno esenti.

 

 

Quale di queste due ipotesi è la vera? o forse è vera un’ipotesi intermedia che distribuisca il carico dell’imposta fra coloro che nel presente momento si dolgono dei disegni fiscali di sir Michael Hicks-Beach?

 

 

Una risposta al quesito posto non è agevole, così numerosi e svariati sono i fattori economici ed anche geografici di cui importa tener conto.

 

 

Il governo inglese, quando si indusse a proporre il dazio di esportazione sul carbone, ebbe certo dinanzi a sé l’ipotesi più favorevole, secondo cui l’imposta verrebbe dai produttori rimbalzata sui consumatori stranieri.

 

 

L’ipotesi si può in realtà verificare. Supponiamo che l’Inghilterra sia l’unico paese dal quale le nazioni consumatrici si possano provvedere di carbone, e supponiamo del pari che la domanda di carbone sia rigida, tale, cioè, che ad un aumento di prezzo non corrisponda una diminuzione di consumo. Entrambe queste supposizioni devono essere apparse probabili al cancelliere dello scacchiere. In Europa né la Francia, né il Belgio, che producono ciascuna dai 25 ai 30 milioni di tonnellate di carbone, sono in grado di esportarne, ed anzi ne importano dall’Inghilterra per soddisfare ai bisogni delle loro crescenti industrie. Nemmeno la Germania, che produce più di 100 milioni di tonnellate di carbone, è nazione esportatrice. Tutte le città marittime tedesche sono anzi invase dal carbone inglese che respinge quello tedesco verso l’interno della Germania, dove è interamente consumato, senza che possa, per l’altezza delle tariffe ferroviarie rispetto ai noli marittimi, riuscire a far concorrenza in Francia ed in Italia al carbone inglese.

 

 

La esportazione dagli Stati uniti, che pur producono quanto l’Inghilterra, ossia più di 200 milioni di tonnellate di carbone all’anno, è stata fino agli ultimi anni nulla ed è ancora oggidì irrilevante.

 

 

Manifesto è quindi essere l’Inghilterra l’unica nazione provveditrice di carbone per il mondo; l’unica nazione inoltre la quale per virtù della sua speciale condizione marittima sia in grado di provvedere le terre straniere di carbone a basso costo. A causa infatti della forte importazione di merci in Inghilterra, le navi sono obbligate, se non vogliono ritornar vuote, a caricar carbone, quando salpano per l’estero. Il carbone serve come zavorra; zavorra preziosa perché non solo non costa nulla, ma anzi paga nolo. Appunto perché sostituisce la zavorra, il nolo del carbone può essere tenuto basso, molto più basso del nolo e delle tariffe ferroviarie che converrebbe pagare qualora si volesse importare carbone da altri paesi. Tutte le nazioni sono quindi tributarie dell’Inghilterra per il nero pane dell’industria; e precisamente perché il carbone è il pane dell’industria non possono fare a meno di comprarne la quantità di cui hanno bisogno. L’aumento dei prezzi di uno scellino non è siffattamente grande da indurre le nazioni consumatrici a scemare la loro domanda di un combustibile che costituisce elemento essenziale di vita per le grandi industrie moderne. Non sarà, ad esempio, un aumento di 1 lira e 25 centesimi sul prezzo di 35 lire del Cardiff sul porto di Genova che farà diminuire in guisa apprezzabile la domanda italiana di carbone inglese.

 

 

Basandosi su questi due concetti: monopolio assoluto dell’Inghilterra sul mercato dei carboni e fissità, malgrado l’aumento dei prezzi, della domanda straniera, il cancelliere dello Scacchiere deve aver seguitato a ragionare nel seguente modo:

 

 

Poiché gli stranieri si debbono per forza rivolgere a noi per comprar carbone e poiché ne devono comprare una quantità fissa, se il governo impone un dazio d’esportazione di 1 scellino per tonnellata, gli stranieri dovranno pagare codesto dazio.

 

 

Infatti il costo di produzione del carbone verrà accresciuto uniformemente per tutte le miniere esportatrici per l’ammontare di uno scellino e se prima codeste miniere conseguivano i profitti correnti vendendo ad un prezzo di 10, e nessuna poteva vendere, per la reciproca concorrenza, ad un prezzo maggiore, dopo il dazio il profitto sarebbe ridotto al disotto del saggio corrente nelle industrie, ove il prezzo non aumentasse; e quindi i produttori di carbone potranno accrescere i loro prezzi di uno scellino, continuando a guadagnar come prima, e così rigettare l’onere del dazio sui consumatori stranieri.

 

 

Né codesta conseguenza è sembrata a molti ingiusta. Vive sono infatti le lagnanze delle industrie e dei consumatori inglesi, i quali affermano che i produttori di carbone vendono a prezzi più elevati in Inghilterra che non all’estero; risarcendo magari le perdite subite col vendere a basso prezzo all’estero, coll’elevare proporzionalmente il prezzo dei carboni smerciati in Inghilterra, dove non vi è concorrenza possibile da combattere. Mercé il dazio, anche i consumatori stranieri pagheranno il carbone allo stesso saggio che in Inghilterra, aggiuntovi il nolo; e così non sarà più dato uno stimolo artificiale alla concorrenza che le industrie straniere muovono a quelle britanniche.

 

 

Se le cose stessero precisamente come fin qui è stato esposto, non vi sarebbe dubbio che il dazio sul carbone dovrà ricadere in ultima analisi sui consumatori stranieri e che un tributo di cinque milioni l’anno dovrà gravare l’Italia a cagione della guerra che agli inglesi piacque condurre contro le repubbliche boere.

 

 

Ma son vere le premesse dalle quali prese il suo punto di partenza il ragionamento degli statisti inglesi? È veramente ferreo il monopolio che l’Inghilterra carbonifera esercita sulle nazioni straniere; ed è vero che la domanda di carbone non possa diminuire quando aumenta il prezzo del combustibile?

 

 

Ambe le asserzioni vengono energicamente dichiarate erronee dai produttori inglesi quando vogliono dimostrare che l’onere dell’imposta cadrà su di loro.

 

 

II

 

In Inghilterra si allarga ogni giorno più la campagna dei produttori e dei minatori di carbone contro il nuovo dazio di esportazione.

 

 

Essi ritengono il dazio destinato in definitiva ad incidere sulla produzione interna e non sui consumatori stranieri. Coi produttori sono alleati gli armatori di piroscafi per il timore che il dazio proposto possa esercitare un’azione dannosa sulla loro industria.

 

 

Né i produttori difettano di argomenti adatti a dimostrare la loro tesi. Anzitutto un buon terzo dei 42 milioni di tonnellate di carbon fossile esportato all’estero si deposita nelle stazioni navali inglesi scaglionate in tutte le parti del mondo; e qui viene novamente caricato da piroscafi britannici obbligati a rifornirsi di carbone durante il viaggio. Un terzo del dazio di esportazione cade dunque sull’industria inglese. Si potrà discutere se il dazio incida piuttosto sui coltivatori di miniere, ovvero sugli armatori di navi, ma non vi è dubbio che in ogni caso viene colpita l’industria inglese.

 

 

Rimangono gli altri 28 milioni di tonnellate consumate veramente da stranieri; ed a questo proposito abbiamo veduto come i consumatori stranieri dovrebbero sopportare l’intero gravame del dazio, quando essi non potessero ricorrere a nessun altro paese fuorché all’Inghilterra, per procacciarsi carbone, e quando non potessero diminuire la loro domanda di combustibile ove ne aumentasse il prezzo.

 

 

È chiaro, affermano i produttori inglesi, che né l’una né l’altra di queste due supposizioni è vera.

 

 

Il carbone inglese anzitutto è ben lungi dal conservare quel predominio nel mondo che aveva nel passato secolo. In ogni luogo si scoprono e si utilizzano bacini carboniferi estesi e larghissimi, dove il carbone può ottenersi ad un costo – sul posto della miniera – più basso di quello inglese. La Germania, la cui produzione era irrilevante intorno al 1850, supera attualmente i 100 milioni di tonnellate. Gli Stati uniti non solo hanno cessato di importare carbone inglese e producono già più di 200 milioni di tonnellate, ma hanno cominciato un’esportazione che, ristretta prima ai porti dell’America, ha fatto qualche punta minacciosa nell’Europa e persino nella stessa Inghilterra. E chi può prevedere fin dove si spingerà l’intraprendenza dei proprietari americani di miniere di carbone che ora si sono stretti in potenti consorzi (trusts), intesi forse, come quello del petrolio, alla conquista del mercato mondiale? Altrove, nell’India, nella Cina, nel Giappone, nell’Africa, nell’Australia, le miniere locali sostituiscono sempre più largamente il carbone inglese. Dovunque questo deve lottare colla produzione straniera per conservare i mercati di frontiera. Nei porti settentrionali della Germania lotta coi carboni della Slesia e della Westfalia, nel nord e nel sud della Francia col carbone del centro, nel Canadà col carbone americano, nelle stazioni navali dell’Africa, dell’Asia e dell’America coi carboni indigeni.

 

 

Questa lotta si combatte a colpi di scellini e di pence. Sarebbe curiosissimo osservare su una carta geografica le varie fasi del commercio carbonifero. Ad ogni aumento di uno scellino od anche di pochi pence nel prezzo del carbone inglese, questo viene rigettato dall’interno della Germania verso le coste e qualche volta viene persino espulso dalle città marittime da un’ondata avanzantesi di carbone westfaliano. Le grandi compagnie transatlantiche tedesche e persino la marina da guerra fanno il giuoco della spola tra il carbone inglese e quello westfaliano, spostandosi dovunque è il più basso prezzo. Dove non c’è carbone, si lotta coi surrogati: col petrolio, colla nafta, con le forze idrauliche. Il carbone inglese non solo non ha una posizione di monopolio, ma la domanda estera di carbone diminuisce, spostandosi verso i carboni stranieri o verso i surrogati del carbone ogni volta che il prezzo del carbone aumenta.

 

 

Talvolta la diminuzione di domanda viene mascherata, come accadde nell’ultima crisi di caro del carbone, per il fatto che, mentre aumentava il prezzo del carbone, crescevano ancor più i bisogni delle industrie, che si trovavano in una eccezionale condizione di prosperità, e dovevano quindi continuare a consumare la stessa quantità di carbone di prima. Ma più ancora ne avrebbero consumato ove il prezzo fosse stato minore.

 

 

Trattasi, del resto, di fenomeni passeggeri. Ritornata la calma negli affari, ogni rincaro del carbone inglese significherebbe lo spostamento dei paesi consumatori di frontiera verso altri mercati di produzione od il ricorso a surrogati.

 

 

Si dirà: è questa una diminuzione leggera, che si verifica soltanto agli estremi limiti del mercato dei carboni inglesi. Una diminuzione di un quarantesimo o di un ventesimo nella domanda lascia intatto il grosso della domanda estera e non può esercitare influenza apprezzabile sul prezzo. Il carbone inglese, il cui prezzo sarà accresciuto di uno scellino alla tonnellata, si ritirerà alquanto dall’interno verso le coste della Germania, della Francia e della Russia, cederà il posto in qualche parte alle forze idrauliche italiane, abbandonerà qualche stazione marittima nei più lontani paraggi dell’Atlantico, del Pacifico e dell’Oceano Indiano. Qui sarà tutto. Gli altri trentanove quarantesimi dei consumatori stranieri dovranno pagare il carbone uno scellino più caro.

 

 

In ciò appunto sta l’errore, replicano i produttori di carbone. Nel credere che sia necessaria una grande diminuzione nella domanda per far diminuire i prezzi del carbone. L’esperienza dimostra invece che basta una piccolissima diminuzione della domanda per far scemare fortemente i prezzi, come viceversa è sufficiente un piccolo aumento per farli crescere fortemente.

 

 

La storia del carbone nel secolo passato ne è prova chiarissima. Ecco una lista di alcuni caratteristici prezzi massimi e minimi dal 1847 in poi (in scellini e centesimi di scellini) del carbone (marca Best Wallsend) in Londra:

 

 

1847

20,5

1851

16

1854

23,3

1861

18

1873

32

1879

15,5

1883

18

1886

16

1893

19,5

1895-96

15

febbraio

1900

27

maggio

1900

18,5

settembre

1900

24

aprile

1901

19

 

 

Donde nascono codeste variazioni notevoli di prezzo? Da variazioni qualche volta tenui nella domanda. Nel 1873 è bastato che dall’estero si chiedessero poche centinaia di migliaia di tonnellate in più per produrre prezzi di fame; e nell’anno scorso è noto come un incremento – in cifra assoluta non superiore a pochi milioni di tonnellate – nei bisogni di carbone dell’industria europea e della marina da guerra ed ausiliaria per il Transvaal e la Cina abbia fatto improvvisamente duplicare i prezzi.

 

 

Al contrario è bastata nel 1879, nel 1886 e nel 1895 non già una diminuzione in senso assoluto della domanda, ma soltanto una sosta nel suo cammino ascendente per fare precipitare i prezzi alla metà del livello prima raggiunto.

 

 

Si vede quindi quale dannoso effetto potrebbe esercitare una diminuzione apparentemente minima della domanda in conseguenza del dazio di uno scellino alla tonnellata. Il danno può essere eliso nei momenti di prosperità, ma sarebbe duramente sentito nei periodi, spesso lunghissimi, di calma o di crisi.

 

 

Né i produttori, per non sentire il gravame del dazio, possono ritrarre i loro capitali dalla miniera. I capitali sono legati alla miniera e non possono spostarsi.

 

 

Forse un minor numero di capitali nuovi accorrerà alla coltivazione del carbone; ed alla lunga la produzione potrà rimettersi in equilibrio colla domanda. Sarebbe vano sperare di vedere allora aumentati i prezzi, perché la concorrenza cresciuta del carbone americano e degli altri bacini, a basso costo, lo renderà impossibile.

 

 

Queste le ragioni – non di poco peso – con cui si dimostra che in definitiva il gravame del dazio ricadrà sui produttori e sui minatori inglesi, e della agitazione che si sta organizzando in Inghilterra.

 

 



[1] Con il titolo Il carbone [ndr]

[2] Con il titolo L’agitazione inglese contro il dazio sul carbone [ndr]

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