L’agitazione per le otto ore

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 25/09/1900

L’agitazione per le otto ore

«La Stampa», 25 settembre 1900

 

 

 

Non se ne parlava più da un pezzo. Non solo in Italia, ma in quasi tutti gli altri paesi. Sorta nell’anno dell’Esposizione parigina del 1889, l’agitazione per le otto ore di lavoro si era intensificata negli anni successivi al 1890, anni di cui alcuni volsero molto poco propizi all’industria ed allo svolgimento della ricchezza. Era in gran parte il grido dei disoccupati, i quali speravano che, diminuendo le ore di lavoro, un maggior numero di operai potesse venire occupato e si potesse così rimediare ai tristi mali della mancanza di lavoro.

 

 

Dopo, col rifiorire quasi universale delle industrie e dei commerci, coll’espandersi rapido della operosità e della ricchezza negli ultimi anni, le otto ore aveano cessato di essere una fra le rivendicazioni più accentuate delle classi operaie. I disoccupati sono ora molto diminuiti di numero; e più non si vedono nelle grandi città europee le processioni di gente vogliosa di lavorare ed invocante invano di essere occupata. Quando gli affari vanno bene, gli operai non cercano più di distribuire in guisa parsimoniosa fra di loro lo scarso lavoro che gli imprenditori possono ancora fornire; ma si precipitano per godere anch’essi un po’ della abbondanza passeggera.

 

 

Si moltiplicano allora gli scioperi per domanda di aumento di salari. Non importa lavorar molto, purché molto si guadagni. Siccome del lavoro ce n’è per tutti, primo desiderio deve essere quello di aumentare le paghe. Questo il significato dei recenti scioperi, da quelli agrari d’Italia, agli scioperi dei lavoratori del porto di Marsiglia o dei cavatori di carbone della Pennsylvania.

 

 

In mezzo alla febbrile lotta per la conquista degli alti salari, inaspettatamente rifiorisce in Italia l’agitazione in favore delle otto ore di lavoro. I lettori della Stampa hanno letto nella cronaca cittadina il resoconto dell’adunanza tenuta all’Associazione Generale degli operai di Torino per iniziare la campagna in favore delle otto ore. Molti gli oratori. Volevano gli uni diminuire la disoccupazione; ed altri si preoccupavano di non far diminuire i salari col diminuire delle ore di lavoro, e volevano perciò che lo Stato fissasse contemporaneamente un massimo delle ore di lavoro ed un minimo di salario giornaliero. La discussione si chiuse colla nomina di un Comitato incaricato di promuovere una grande agitazione operaia per le otto ore.

 

 

Noi non discuteremo qui la questione di principio. Il giornale quotidiano spesso deve preoccuparsi non della giustizia od ingiustizia teorica di una data rivendicazione, ma della sua opportunità pratica. Teoricamente saremmo ben lieti se gli operai, organizzati in potenti Trades Unions, riuscissero a lavorare soltanto otto ore al giorno. Purché le condizioni economiche lo permettessero, vorremmo che la giornata di lavoro fosse ancora più breve.

 

 

Sarebbe questo un segno che l’umanità ha progredito nei metodi di acquistare la ricchezza col minor sforzo possibile. Ma non vorremmo mai che le otto ore fossero imposte dal Governo, eccetto per i fanciulli e le donne al disotto di un certo limite di età, per cui le restrizioni obbligatorie all’orario di lavoro si giustificano con motivi che non sono economici.

 

 

Le otto ore imposte per forza dallo Stato agli adulti condurrebbero certamente ad una distruzione di ricchezza, dannosa sovratutto alla medesima classe operaia, quando fossero imposte in condizioni economiche sfavorevoli. E d’altro canto, quando i tempi fossero propizi, l’obbligo legale sarebbe inutile a raggiungere un intento che si otterrebbe ugualmente, come già in molti luoghi si ottenne, colle libere trattative fra Associazioni operaie e padronali.

 

 

Ma non è della legittimità teorica della giornata legale delle otto ore che importa occuparci in un giornale quotidiano. Ciò che devesi sovratutto osservare si è che l’agitazione è inopportuna ed intempestiva, in un paese come l’Italia, dove l’orario di fabbrica si aggira intorno alle dodici ore, eccetto per qualche gruppo ristrettissimo di operai scelti; dove la enorme maggioranza della popolazione è dedita all’agricoltura, ossia ad un’industria in cui le stagioni, l’urgenza dei lavori e le vicende della pioggia e del bel tempo non permettono assolutamente la fissazione di un orario massimo, è stravagante parlare di un’agitazione per le otto ore.

 

 

A meno che i promotori non dimandino dieci per ottenere uno e non siano disposti a fare tali concessioni da togliere ogni significato alla primitiva proposta.

 

 

Né basta. A quanto pare, uno dei principali motivi per chiedere le otto ore si è la speranza di diminuire il numero dei disoccupati. Noi non sappiamo quanti siano i disoccupati adesso in Italia e se valga la pena di agitarsi per un male forse non rilevantissimo. Dubitiamo grandemente inoltre che le otto ore giovino davvero a togliere la disoccupazione, e l’esperienza di tutti i luoghi, dove le otto ore vigono, conferma i nostri dubbi.

 

 

Non possiamo però non meravigliarci nel vedere come le classi operaie italiane ricorrano, per diminuire la disoccupazione ed aumentare i salari, ad un rimedio di così dubbia efficacia, ad un rimedio di cui ben si può dire che si veggono gli effetti apparentemente benefici e non si conoscono le ultime conseguenze, che possono essere dannose; e non si accorgano che, per diminuire la disoccupazione, aumentare i salari, elevare il tenor di vita o dare così all’operaio quella forza che sola potrà permettergli di pretendere e di ottenere una diminuzione d’orario, ben altro è d’uopo che una legge scritta su un bel pezzo di carta, votata dal Parlamento e sanzionata dal Re.

 

 

L’agitazione per le otto ore prova quanto sia deficiente in Italia la cultura economica fra le classi operaie: sempre pronte a baloccarsi col chiedere ad alta voce dei rimedi legislativi al Governo ed incapaci di proseguire ostinatamente ed esclusivamente quelle grandi riforme che veramente gioverebbero ad accrescerne il benessere ed ad elevarne il livello intellettuale e materiale. Esse dovrebbero imparare dai loro compagni d’Inghilterra a chiedere una cosa per volta; ma a chiederla sul serio. Il programma minimo dei socialisti è parso a molti di gran lunga migliore dei programmi passati. Eppure è composto di principii, molti dei quali sono inaccettabili e perniciosi, e molti son tali da non poter essere attuati né in dieci né in cinquant’anni.

 

 

Così è delle otto ore. Quand’anche non si voglia tener conto del fatto che la loro imposizione legale a molti, ed a noi fra gli altri, sembra dannosa, è certo che soltanto uomini politici viventi in un mondo diverso da quello che ci circonda, possono presentare ora in Italia proposte di tal fatta, mentre tutte le energie delle parti liberali e popolari del paese sono appena sufficienti per compiere opere di vera e grande civiltà: come l’abolizione del dazio sul grano, la trasformazione del regime tributario, ecc., ecc..

 

 

Se i duci delle classi operaie non comprendono queste imperiose necessità del momento, bisogna conchiudere che essi preferiscono perdere il tempo in discorsi inutili piuttostoché lavorare seriamente per il bene del Paese.

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