Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

L’aliquota nell’imposta sui fabbricati

«Corriere della Sera», 8 agosto 1923

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 319-323

 

 

 

Due problemi si presentano rispetto alla determinazione dell’aliquota nell’imposta sui fabbricati: misura di essa e metodo da tenere nell’applicarla.

 

 

Oggi dirò della misura; la quale non può, ove si ragioni sensatamente, essere fissata in una percentuale superiore al 25% del reddito netto imponibile, comprensiva della quota dovuta all’erario, di tutte le addizionali e di tutte le sovrimposte comunali e provinciali. I disegni e decreti legge Meda-Tedesco-Soleri vanno più in là: fino al 45%; ma era questa una misura spettacolosa, pensabile soltanto perché tacitamente si pensava ad un irrigidimento degli imponibili ad un livello inferiore al vero. Tale e quale come il 54% dei redditi fondiari, immaginato in regime di valutazioni riferite a quaranta e più anni addietro. Poiché qui invece si parte dall’ipotesi che i redditi siano rivalutati, prima provvisoriamente e poi, a condizioni monetarie assestate ed a vincoli totalmente scomparsi, definitivamente, bisogna ritornare ad aliquote sensate; ed il 25% parmi sia l’ultima Thule delle aliquote complessive, per imposte di base, e per i redditi di puro capitale, come sarebbero appunto i redditi edilizi. Bisogna invero riflettere che il 25% complessivo era il massimo pensato dai legislatori del 1865, i quali, in tempi di finanza dura, istituirono l’imposta sui fabbricati; e che, allora, a questo massimo di base, non si sovrapponevano le imposte personali: di famiglia, complementare progressiva sui redditi (quella eteroclita attuale o quella futura tipo Meda) o, come io preferirei, sull’agiatezza o spesa complessiva della famiglia per consumi non primari. Fa d’uopo, se si vuole che le imposte fruttino, che sia lasciato un margine al contribuente; ed il 25% di imposta sui fabbricati, lasciando libero un 75% da cui il proprietario deve prelevare ancora le imposte personali e quelle indirette, sembra ragionevole.

 

 

La limitazione al massimo del 25% del reddito mi pare altresì necessaria nell’interesse della collettività, la quale ha d’uopo che l’industria edilizia abbia vigoroso impulso. Ben è vero che a tal uopo ha provveduto il governo presente sancendo definitivamente la esenzione per 25 anni per i fabbricati nuovi e per le sopraelevazioni cominciate dopo il primo luglio 1919 e terminate entro il 31 dicembre 1926. Ma – anche ove facciasi astrazione da ciò che il regolamento è ancora di là da venire e nessun costruttore o proprietario trovasi oggi in regola con le carte che il regolamento potrà prescrivere, sicché una pronta declaratoria e sanatoria al riguardo è urgentissima, per non cagionare disillusioni disastrose ai volonterosi che costruirono e costruiscono – non si può dire che la esenzione concessa ai fabbricati nuovi consenta di maltrattare a piacimento con le imposte i fabbricati vecchi. In teoria pura, il fitto dei fabbricati vecchi e nuovi è determinato dal costo dei fabbricati nuovi; sicché si potrebbe sostenere che, essendo i fabbricati nuovi esenti da imposte, l’imposta non entra più in conto nella determinazione del fitto corrente dei fabbricati.

 

 

Se una camera nuova di tipo operaio costa mediamente 10.000 lire e se al costruttore fa d’uopo ricevere il 6% sul capitale impiegato e l’1% per spese varie di amministrazione e riparazione, escluse le imposte, la camera nuova costa 700 lire di fitto all’anno. Questo è il fitto regolatore sul mercato; e in esso le imposte non hanno nulla a che vedere. Quindi la camera vecchia, supposta uguale alla nuova, non può ottenere un fitto superiore a 700 lire. Anche se le imposte e le spese, per ipotesi, fossero uguali a questa cifra, il proprietario non potrebbe pretendere ed ottenere nulla più di 700 lire e dovrebbe rassegnarsi alla perdita totale del suo reddito, perché, ove egli pretendesse di più, gli inquilini farebbero richiesta di camere nuove e queste, essendo esenti da imposta, potrebbero essere costrutte ed offerte a 700 lire.

 

 

Autorizza dunque questa teoria a far man bassa con le imposte sui redditi delle case vecchie? A me par di no. In primo luogo le imposte devono essere equamente ripartite; ed una imposta la quale, senza motivo, colpisca più l’una forma che l’altra di ricchezza, non è più imposta ma confisca. In secondo luogo, quella ora chiarita è una teoria di prima approssimazione. Essa è vera entro limiti generalissimi. Concretamente, bisogna tener conto di molti elementi, i quali fanno ritenere pericolosissimo l’infierire contro le case vecchie. Fra l’altro:

 

 

1)    L’esenzione alle case nuove è lunga, ma non è perpetua. Il costruttore di case nuove tiene conto, nella determinazione dei fitti, delle imposte le quali graveranno dopo 25 anni la sua casa. Gli istituti di case popolari bene amministrati suppongono, ad esempio, di pagare subito l’imposta, da cui sono esenti; e capitalizzano l’esenzione, in modo da scemare il costo capitale delle case. Per esempio, se la camera nuova costa 10.000 lire, essi suppongono che, grazie all’esenzione, sia costata solo 8.000 lire; ma su queste 8.000 lire caricano l’imposta corrente, come se fosse dovuta. Quindi caricano il 6% per interesse, l’1% per spese e, suppongasi, il 3% per imposte; totale 10%, sicché il fitto risulta di 800 lire. Questo è il metodo razionale; ed è evidente che, quanto più l’imposta è alta, tanto più crescono i fitti, specie perché si capitalizza l’imposta minima e, per prudenza, si carica un po’ più dell’imposta corrente.

 

 

2)    Anche le case vecchie possono in un certo senso dirsi nuove. Una casa vive solo a prezzo di trasformazioni continue, di riparazioni ordinarie e straordinarie. Ogni volta che fa d’uopo una spesa, il proprietario si pone il quesito: conviene fare la spesa? E se le spese ed imposte sono eccessive risponde di no, a meno che i fitti aumentino a sufficienza. Il che vuol dire che le imposte sulle case vecchie entrano, in una proporzione non definita nel determinare il fitto corrente. Se i proprietari non riuscissero ad aumentare i fitti in proporzione alle imposte, alla lunga le case vecchie sarebbero dilapidate e cadrebbero in rovina. Forse occorrerebbe un secolo per consumare la rovina totale; ma nessun amministratore di cosa pubblica può considerare tranquillamente una siffatta eventualità.

 

 

3)    La ripercussione che l’imposta ha sui fitti è enormemente aggravata oggi dallo stato d’incertezza in cui si trovano i proprietari rispetto all’ammontare dell’imposta medesima. Si pensi che tutti gli aumenti portati dai decreti o fissati dalle commissioni arbitrali o convenuti d’accordo si risolverebbero in un disastro per i proprietari se essi dovessero pagare il tributo sul vero reddito. Torino, che è una delle città meno tassate d’Italia, paga il 65%. Altrove, a Milano ed in città importanti, si arriva al 90, al 100, al 150, al 200% del reddito. Se la finanza dovesse tassare sul vero, i proprietari, per ogni 100 lire d’aumento chiesto agli inquilini, dovrebbero pagare al fisco i tre quarti (un quarto va legalmente alle spese) di 65, di 90, di 100, di 150, di 200 lire. Meglio far fagotto e pregare gli inquilini di diventare proprietari gratuiti della casa. Vi sono, invero, non pochi comuni in Italia, in cui sono numerosi gli espropri di case perché i proprietari non hanno creduto conveniente di continuare a pagare le imposte. Pagavano di meno andando a dimorare in case d’affitto.

 

 

Le conseguenze sono note: ogni rischio si paga. Il rischio di pagare imposte maggiori del reddito percepito produce in primissimo luogo i doppi contratti: 100 lire per il fisco e 200 o 300 nei rapporti tra proprietari ed inquilini. Inutile gridare contro l’immoralità del doppio contratto. Perfino enti pubblici – ci sarebbe da strabiliare se si facessero nomi – sono costretti a ricorrervi per salvarsi dalla confisca. Mi dicono che a Trieste, dove erano ignoti fino a ieri, a causa della ragionevolezza delle imposte colà vigenti, ci si comincia a pensare seriamente. Il regime delle aliquote alte dà fatalmente frutti di tosco. Riduciamo le aliquote e poi avremo il diritto di punire chi ricorre al doppio contratto, di dichiararlo nullo e di nessun effetto.

 

 

Peggio: la paura della confisca del reddito, spinge il proprietario a coprirsi esageratamente dal rischio che egli corre coll’aumento del fitto. Ogni rischio entra nel costo. Quando i principi del medio evo rosolavano sulla graticola, unti di olio, i lombardi, i caorsini e gli ebrei che loro avevano imprestato del danaro, per farsene rilasciare, con siffatti leggiadri metodi di persuasione morale, gratuita ricevuta, lombardi, caorsini ed ebrei mettevano in conto ai principi il rischio di essere arrostiti a lento fuoco; e pretendevano il 10% a mese invece che ad anno. Oggi, i proprietari mettono in conto agli inquilini il rischio di dovere rigurgitare, e al di là, tutto il fitto ricevuto. La situazione, economica e morale, è divenuta davvero insostenibile. Si va avanti a furia di bugie. Dicono bugie proprietari ed inquilini; le accettano forzatamente i funzionari; ma il costo ne è elevato. Solo un audace ritorno alla sanità ed alla verità può ristabilire l’equilibrio.

 

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